La tregua (romanzo)

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« Ma la guerra è finita – obiettai [...]
– Guerra è sempre – rispose memorabilmente Mordo Nahum »
La tregua
Autore Primo Levi
1ª ed. originale 1963
Genere romanzo
Sottogenere autobiografia
Lingua originale italiano
Ambientazione (Stati attuali - 2012) Polonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria, Germania e Italia (1945)
Protagonisti Primo Levi

La tregua è un romanzo di Primo Levi scritto tra il 1961 e il 1962, che raccoglie la testimonianza dell'esperienza dell'autore ebreo nel viaggio di ritorno in Italia dopo la permanenza nel campo di concentramento di Auschwitz. Questo libro vinse il Premio Campiello nel 1963.

La stesura del romanzo[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni capitoli erano stati scritti già nel 1947'48.
La base della stesura di questo nuovo racconto, intrapresa nei primi mesi del 1961, è costituita da una traccia stesa all’inizio del 1946:

« Avevo, del viaggio di ritorno, un puro appunto come dire, ferroviario. Un sorta di itinerario: il giorno al posto tale, al posto tal’altro. L’ho ritrovato e mi è servito come traccia, quasi quindici anni dopo, per scrivere La tregua »
(Volume I° pagina 1418)

I vari capitoli hanno date di stesura differenti, ed è importante contestualizzarli nei relativi periodi di produzione artistica dell'autore:

  • Il disgelo, 1947-1948
  • Il Campo Grande, 1947-1948
  • Il greco, 1961
  • Katowice, dicembre 1961
  • Cesare, febbraio 1962
  • Victory Day, marzo 1962
  • I sognatori, marzo 1962
  • Verso sud, maggio 1962
  • Verso nord, giugno 1962
  • Il bosco e la via, luglio 1962
  • Vacanza, agosto 1962
  • Teatro, agosto 1962

La tregua è composto da 17 capitoli di media lunghezza, tutti più o meno simili in dimensioni, ed è introdotto da una poesia che ha molta importanza nel contesto dell'opera. Innanzi tutto essa è stata scritta l’11 gennaio 1946 cioè il giorno dopo di Shema che fa da introduzione a Se questo è un uomo.

La continuità delle opere[modifica | modifica wikitesto]

Vi è quindi un elemento di simmetria e di raccordo con il precedente libro, rappresentato dalla poesia.

La poesia sintetizza anche lo spirito del libro che, pur presentando aspetti nuovi, si ricollega al messaggio finale di Se questo è un uomo. Infine, viene ripresa nella pagina finale del libro che si chiude come un cerchio per indicare la saldatura tra le due opere di Levi.

Levi stesso chiarisce il significato della pagina finale di La tregua. Nell’edizione scolastica del 1965 Levi così spiega e chiarisce il senso finale del libro e della ultima pagina:

« Questa pagina, che chiude il libro su una nota inaspettatamente grave, chiarisce il senso della poesia posta in epigrafe, e ad un tempo giustifica il titolo. Nel sogno, il Lager si dilata ad un significato universale, è divenuto il simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte, a cui nessuno si sottrae. Esistono remissioni, “tregue”, come nella vita del campo l’inquieto riposo notturno; e la stessa vita umana è una tregua, una proroga; ma sono intervalli brevi, e presto interrotti dal “comando dell’alba”, temuto ma non inatteso, dalla voce straniera (“Wstawać” significa “Alzarsi”, in polacco) che pure tutti intendono e obbediscono. Questa voce comanda, anzi invita alla morte, ed è sommessa perché la morte è iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile, irresistibile; allo stesso modo nessuno avrebbe potuto pensare di opporsi al comando del risveglio, nelle gelide albe di Auschwitz »

Il critico Marco Belpoliti spiega la poesia come la saldatura tra Se questo è un uomo e La tregua:

« Questa nota ci fa supporre che quel finale sia stato aggiunto in seguito (nel quaderno in possesso di Tesio non sono presenti gli ultimi capitoli del libro) quasi a ribadire, oltre che una radicata filosofia della vita. il legame che unisce questa seconda opera, nonostante le sue movenze picaresche e umoristiche, a Se questo è un Uomo »
(Opere, volume I° pagina 1422)

La poesia[modifica | modifica wikitesto]

« Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba;
«Wstawać»;
E si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio.
Abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
«Wstawać». »
(11 gennaio 1946)

La poesia fu scritta il 2 luglio, cioè quando Levi era appena arrivato dalla Russia, dopo il tortuoso viaggio di ritorno, durato dal gennaio 1945 all’ottobre dello stesso anno.

E fu scritta il giorno dopo Voi che vivete sicuri, la poesia che fa da introduzione a Se questo è un uomo.

Dopo molti anni Levi sceglie questa poesia per introdurre il secondo racconto, con l’intenzione di unire i due racconti facendone un solo libro. Levi aveva già scritto del comando dell’alba in due capitoli della precedente opera; ora lo stesso tema ha la funzione di aprire e chiudere il secondo libro, La tregua, che completa i ricordi della terribile esperienza del lager e del viaggio di ritorno in patria.

Il tema della poesia è la paura che il lager aveva trasmesso ai prigionieri ebrei: paura della morte, paura della fame, paura del freddo, paura dei nazisti. Questa paura veniva trasmessa nel corpo e nei sogni dei prigionieri.
Tutti i prigionieri facevano gli stessi sogni come è descritto da Levi nel quarto capitolo di Se questo è un uomo.
I prigionieri sognano di mangiare, poiché essi non mangiano quasi niente, sognano di tornare a casa, sognano di raccontare agli altri la loro terrificante e atroce esperienza nel lager. Era un modo di esorcizzare la paura.

Nel IV capitolo Levi parla della campanella del campo che annuncia il comando dell’alba “Wstawać” (Alzarsi). Questa parola – ordine spezzava il cuore dei prigionieri, perché interrompeva il riposo, il ristoro del sonno e dava inizio alla lunga e interminabile giornata fatta di fame, freddo, lavoro, gelo.

Mentre la prima strofa ricostruisce e rievoca la vita del lager, nella seconda strofa Levi descrive la ritrovata pace della casa, afferma che il ventre è sazio e che ha finito di raccontare agli altri la sua terribile storia. È tempo di riprendere il lavoro della vita civile, ma sa che ben presto ritornerà la paura del ricordare ancora il comando dell’Alba “Wstawać” che all’alba toglieva la gioia del sonno. Solo quando passerà la paura del comando dell’alba solo allora il cuore di Levi non si spezzerà più.
Nella ultima pagina del libro, Levi accenna anche ad un’altra abitudine che lo abbandonerà molto tempo dopo:

« Ma solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento »

Il messaggio della poesia è la denuncia delle paure subite nel lager, paure che non possono essere dimenticate, paure che vivranno per sempre in chi le ha vissute. Per chi ha subito le torture, le aberrazioni, le privazioni dei lager, non c’è modo di dimenticare, neppure al caldo, tra gli affetti, con il ventre sazio. Chi ha visto e subito l’orrore, chi ha conosciuto il lato oscuro, disumano, impietoso dell’animo umano, sa che non c’è tregua che tenga, che guerra è sempre, che finito il racconto si ricomincerà a sentire il grido nemico. L’unico modo per prolungare la tregua è continuare a ricordare

Il linguaggio della poesia è alto, sostenuto, lucido, costruito su una sintassi paratattica semplice e chiara. La poesia ha alcune figure retoriche: l’anafora, l’allitterazione. La lexis della poesia è tipicamente di Levi, personale e razionale.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il disgelo[modifica | modifica wikitesto]

Il primo capitolo racconta e descrive il 27 gennaio 1945, quando Levi e il suo amico Charles, mentre stanno trasportando alla fossa comune il corpo morto del compagno di stanza Somogyi, scorgono da lontano la prima pattuglia di soldati russi. Subito dopo rientrano nel campo e riferiscono il fatto agli altri prigionieri. La stessa notte un prigioniero politico tedesco si siede accanto alla sua cuccetta a cantare L'Internazionale. Tre giorni dopo un giovane prigioniero russo, Yankel, trasporta Levi sopra un carretto nel lager centrale di Auschwitz.

Il Campo Grande[modifica | modifica wikitesto]

Nel secondo capitolo, Levi parla del suo ricovero in un ospedale nel Campo Grande di Auschwitz. Qui Levi sente le voci di altri prigionieri, e racconta la storia del piccolo Hurbinek, un bambino nato nel campo, paralitico e muto, morto nel marzo 1945. Levi poi accenna ad altre storie di prigionieri: Henek, Kiepura, Noah, due ragazze polacche, Hanca e Jadzia, e di Frau Vita.

In ultimo termina con la descrizione di Olga, la quale gli racconta la fine di un’altra prigioniera italiana, Vanda, gassata nell'ottobre precedente.

Il greco[modifica | modifica wikitesto]

Il terzo capitolo, ambientato dopo la liberazione, è incentrato sull'incontro di Levi con un altro ex-prigioniero del lager, Mordo Nahum, un greco ebreo di Salonicco. Dopo aver fatto un patto di amicizia tutte e due vanno a Cracovia, dove alloggiano in una caserma di soldati italiani. L’indomani il greco sveglia Levi, con cui va al mercato a vendere una camicia. Nel pomeriggio vanno a mangiare in una mensa di poveri. Qui il greco racconta a Levi le sue idee sulla vita e sulla morte, sul lavoro e sugli uomini e sulla guerra.

« Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo luogo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovare da mangiare, mentre non vale l’inverso.
Ma la guerra è finita – obiettai: e la pensavo finita, come in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi.
– Guerra è sempre – rispose memorabilmente Mordo Nahum »

Dopo qualche giorno di viaggio finalmente tutt’e due arrivano nel campo di raccolta di ex–prigionieri a Katowice. Qui i due amici si lasciano, ma Levi incontrerà altre due volte Mordo Nahum.

Katowice[modifica | modifica wikitesto]

Cartina con le principali tappe del viaggio di ritorno (confini statali attuali)

Nel quarto capitolo, Levi descrive la sua attività di infermiere nel campo di sosta, gestito e diretto da un commando russo. In questo campo conosce altri amici: il medico Leonardo, una infermiera Galina, il presunto responsabile degli italiani, il ragioniere Rovi, il Ferrari, piccolo ladro milanese, ed infine conosce Cesare che sarà protagonista del capitolo successivo

Cesare[modifica | modifica wikitesto]

Nel quinto capitolo, Levi parla di Cesare, un commerciante di Roma con cui andava a vendere degli oggetti al mercato di Katowice e che diventerà suo compagno di viaggio. Cesare impara qualche parola polacca per riuscire a vendere una camicia bucata e una penna rotta.

Victory Day[modifica | modifica wikitesto]

Nel sesto capitolo, Levi racconta l'euforia generale che segna la fine della guerra e lo spettacolo teatrale che i sovietici allestirono per festeggiare la vittoria dell’armata rossa sui nazisti. L’8 maggio i sovietici si esibiscono in un teatro. Vi recitano quasi tutti i capi del campo: Galina, il dottore, Maria Prima. Tutti cantano e ballano accompagnati da musiche tradizionali del folclore russo. Dopo una partita di calcio, Levi si ammala di pleurite.

I sognatori[modifica | modifica wikitesto]

Nel settimo capitolo, Levi descrive la fortunata guarigione dalla malattia grazie al suo amico dottore Leonardo e all’opera di guarigione del dottore Gottlieb. Seguono le storie di alcuni compagni di camera: il moro di Verona, il Trovati, il ladruncolo torinese Cravero, il signor Unverdorben, un musicista, e il siciliano D’Agata. Questi compagni di camera hanno in comune la tendenza a raccontare fatti della loro vita trasfigurati dalla loro fantasia, storie in gran parte inventate di sana pianta tanto da essere inverosimili.

Verso sud[modifica | modifica wikitesto]

Nell’ottavo capitolo si parla del viaggio verso Odessa, punto di imbarco per l’Italia. Levi e Cesare vanno a Katowice per comprare del cibo e festeggiare l’inizio del viaggio di ritorno. A Katowice incontrano una bottegaia che racconta di aver scritto una lettera a Hitler in cui lo pregava di non entrare in guerra, per evitare la morte di molte persone e perché la Germania non avrebbe potuto vincere. Il viaggio in treno viene bloccato dalla interruzione della ferrovia, fermandosi per tre giorni a Zmerinka.

Verso nord[modifica | modifica wikitesto]

Nel nono capitolo, il viaggio riprende verso Nord. Dopo due giorni di viaggio Levi e Cesare arrivano in un paese. Poi proseguono verso un campo di smistamento nei pressi di Sluzk in Bielorussia - la città sovietica con la più ricca ed influente comunità ebraica, prima del comunismo- e Levi in aperta campagna ritrova ancora una volta il suo amico greco, Mordo Nahum, quasi irriconoscibile in una uniforme sovietica.

Una curizetta[modifica | modifica wikitesto]

Nel decimo capitolo, Levi racconta il viaggio a piedi verso il campo di Staryje Doroghi che si trova nell'odierna Bielorussia. Il protagonista e i suoi compagni di viaggio si fermano presso un piccolo villaggio disperso nei boschi, dove Cesare vuole a tutti i costi comperare una gallina. Ma farsi capire è difficile: persino l'imitazione di un pollo facendo pure "coccodè" ("come è noto, questa interpretazione del verso gallinesco è altamente convenzionale; circola esclusivamente in Italia, e non ha corso altrove"; p.160) fallisce ed anzi poco ci manca che essi vengano presi per matti. Finalmente una vecchia del villaggio ha l'illuminazione "..e con voce squillante pronunziò: Kura! Kúritza!" (gallina, gallinella, in russo), cosicché gli italiani riescono a barattare una gallinella con i sei piatti (Tarelki) che usavano per mangiare e dei quali, per un po', dovranno fare a meno.

Vecchie strade[modifica | modifica wikitesto]

Il giorno dopo, con la cifra di otto rubli, Levi e i suoi compagni riescono ad ottenere un passaggio su un carro agricolo che li porterà a Staryje Doroghi. Durante il tragitto incontrano il vecchio e lunatico Moro, che stava percorrendo a piedi il loro stesso tragitto. Viene invitato a salire sul carro, ma egli sdegnosamente rifiuta. Il gruppo arriva finalmente al campo di Staryje Doroghi che in russo significa Vecchie Strade. Qui vengono smistati insieme ad altri millequattrocento italiani, in uno strano e gigantesco edificio chiamato Krasnyj Dom (Casa rossa). Vengono quindi descritti i pensieri, i comportamenti e gli scambi commerciali che si svolgevano nel campo tra gli ex prigionieri e i contadini del luogo.

Il bosco e la via[modifica | modifica wikitesto]

Nel dodicesimo capitolo, Levi descrive la vita nei due mesi di permanenza nella Casa Rossa, vecchia caserma dell'esercito sovietico, un edificio enorme e privo di ogni logica, frutto, a parer di Levi, dell'opera di più architetti fra loro discordi, oppure di uno soltanto, ma matto.

Gli italiani si trattengono a Staryje Doroghi dal 15 luglio al 15 settembre, tra visite nei boschi intorno al campo e il passaggio dell'armata rossa ormai in disarmo. I soldati rimpatriano disordinatamente, a piedi, a cavallo, su carri o carri armati; in piccoli o grandi gruppi, tutti colmi d'euforia e gioia di vivere. L'esercito durante il rientro ha talmente tanti cavalli che questi ultimi non possono essere controllati. Di questa circostanza ne approfitta uno degli ospiti del campo, il Velletrano, per catturarne ogni tanto qualcuno e macellarlo con grande soddisfazione di tutti perché "pressoché digiuni di carne da diciotto mesi" (p.187).

Vacanza[modifica | modifica wikitesto]

Nel tredicesimo capitolo, Levi racconta un incontro inaspettato e pieno di emozioni con Flora, una donna ebrea italiana, probabilmente incinta, che Levi, insieme con Alberto, aveva conosciuto nel lager e da cui aveva ricevuto del pane.

Levi era grato alla donna per il pane, ma aveva scoperto che ella doveva sottostare a convegni amorosi con uomini stranieri a cui non poteva sottrarsi; tuttavia nemmeno dopo il disinganno della realtà smise di prendere il pane, anche se in quella luce "sapeva di sale".

Flora sta ora con un ciabattino bergamasco ed è sempre la stessa, mentre Levi si sente sporco, stanco e provato.

L'arrivo di un camioncino cinematografico che proietta tre film in tre giorni consecutivi scatena una forte eccitazione ai rifugiati, agli abitanti del luogo e ai numerosi gruppi di militari russi arrivati da chissà dove per assistere agli spettacoli. Durante le proiezioni l'entusiasmo del pubblico è tale da scatenare, persino, tumulti e disordini.

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Nel quattordicesimo capitolo, Levi racconta lo spettacolo teatrale che gli italiani allestiscono per intrattenere gli altri occupanti della casa rossa. Alla fine della rappresentazione, un ufficiale italiano annuncia che nei prossimi giorni sarebbero partiti per l’Italia. Levi e gli altri nella notte non dormono, cantano e ballano raccontandosi "a vicenda le avventure passate, e ricordando i compagni perduti: poiché non è dato all'uomo di godere gioie incontaminate" (p.215). Il mattino seguente arriva nientemeno che il grande generale sovietico Semën Konstjantynovyč Tymošenko ad annunciare e a confermare la definitiva, prossima partenza.

Da Staryje Doroghi a Iasi[modifica | modifica wikitesto]

Nel quindicesimo capitolo, Levi racconta il 15 settembre, il giorno della partenza. Levi pensa:

« Avevamo resistito, dopo tutto: avevamo vinto. Dopo l’anno di lager,di pena e di pazienza; dopo l’ondata di morte seguita dalla liberazione; dopo il gelo e la fame e il disprezzo e la fiera compagnia del greco; dopo i trasferimenti insensati, per cui ci eravamo sentiti dannati a gravitare in eterno attraverso gli spazi russi, come inutili astri spenti; dopo l’ozio e la nostalgia acerba di Staryje Doroghi, eravamo in risalita, dunque, in viaggio all’in su, in cammino verso casa. Il tempo, dopo due anni di paralisi, aveva riacquistato vigore e valore, lavorava nuovamente per noi e questo poneva fine al torpore della lunga estate, alla minaccia dell’inverno prossimo, e ci rendeva impazienti, avidi di giorni e di chilometri »

Il treno passa da Kazatin, dove Levi incontra e saluta per l’ultima volta Galina, l’infermiera di Katowice; un saluto affettuoso e delicato pieno di tenerezza e di nostalgia. Arrivano a Iași, dove Levi incontra una comunità di ebrei scampati all’olocausto, dai quali riceve una somma irrisoria di lei, in quanto i rubli gli erano stati sequestrati al confine russo dai soldati che ne impedivano l'esportazione.

Da Iasi alla linea[modifica | modifica wikitesto]

Nel sedicesimo capitolo, Levi racconta alcuni episodi del lungo viaggio come la ricerca dell’acqua in pozzi vicino alle stazioni, rischiando di rimanere a terra alla partenza del treno. Dopo l'attraversamento della Romania, dove salgono due nuovi giovani viaggiatori, Vincenzo e Pista, dopo l'attraversamento dell’Ungheria, e dell’Austria, l'8 ottobre arrivano a Vienna dove sostano alcuni giorni.

Alcuni giorni dopo Levi e i suoi compagni arrivano in prossimità della frontiera e l'attraversano passando dalla protezione sovietica a quella americana. Lo scambio avviene a pochi chilometri da Linz, i soldati americani conducono gli italiani a un campo profughi vicino dove Levi e gli altri ottengono un bagno e una disinfestazione accurata. Lo scrittore descrive così semplicemente l'accaduto:

« L'Occidente prese possesso di noi. »

Il risveglio[modifica | modifica wikitesto]

Nel diciassettesimo capitolo, l'ultimo, Levi descrive la fermata alla stazione di Monaco, città devastata dalla guerra. Il treno riparte per Verona.

« Di 650, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto, in quei venti mesi? Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento?…Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi. I mesi or ora trascorsi, pur duri, di vagabondaggio ai margini della civiltà, ci apparivano adesso come una tregua, una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale ma irripetibile del destino »

Levi arriva a Verona il 17 ottobre, e a Torino il 19 ottobre, dopo 35 giorni di viaggio, ritrovando la propria casa e i familiari. Levi richiude il cerchio aperto nel 1945 e riporta il sogno ricorrente e terribile del lager e la descrizione del comando dell’alba:

« Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all'infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, «Wstawać». »

Continuità e differenze con Se questo è un uomo[modifica | modifica wikitesto]

La tregua è la reale continuazione di Se questo è un uomo in quanto racconta il viaggio di ritorno da Auschwitz a Torino, che effettivamente Levi compì dal 27 gennaio 1945 al 19 ottobre 1945.

La tregua presenta elementi strutturali di continuità con il racconto precedente, ma anche altri elementi costitutivi che rendono le opere differenti in diversi aspetti.

Elementi di continuità[modifica | modifica wikitesto]

Il linguaggio dei due racconti è simile: lucido, chiaro, preciso, nitido, lineare, geometrico, uniforme, coeso, fatto di parole di un italiano colto e alto, pieno di parole forbite che formano un registro linguistico robusto e massiccio, ampio e notevole.

La lexis dei due racconti è simile: personale, ampia, chiara piena di figure retoriche, similitudini, dittologie, terne, allitterazioni, descrizioni ampie. Una lexis, insomma, ferma e precisa, notevolmente robusta e di ampio respiro.

Il sentimento religioso è uguale nei due racconti: vi è una totale indifferenza verso la fede e verso Dio. Levi era entrato come non-credente e l’esperienza del lager non lo avvicina a Dio, anzi lo allontana. L’unica volta che Levi accetta qualcosa di sacro è più un rito che un atto di fede e cioè la benedizione del Moro di Verona, che benedice Levi prima di allontanarsi. Dio non compare mai né nel primo racconto né nel secondo racconto. Si possono considerare i due racconti come due tempi dello stesso romanzo-testimonianza.

Le descrizioni della morte di alcuni personaggi è una costante tra i due romanzi: la piccola Emilia, Schmulek, René, Sattler, Beppo il greco, Lakmaker, Sertelet, il vecchio ungherese, Somogyi, nella prima opera; Hurbinek, Andrè, Antoine, e Vanda, nel secondo.

I personaggi minori sono descritti con uguale precisione e profondità: Alberto, Lorenzo, Resnik, Schepschel, Alfre. Elias Lindzin, Henri, Jean il Pikolo, Kuhn, Kraus, Arthur e Charles in Se questo è un uomo; Thylle, Henek, Kleine Kiepura, Noah, Frau vita, il greco, Cesare, Galina, il dottor Gottlieb, il Moro di Verona e tanti altri in La tregua. La capacità di Levi di saper esprimere il mondo interiore dei personaggi attraverso la descrizione degli occhi è simile nei due racconti.

Elementi di differenza[modifica | modifica wikitesto]

Al contrario, le novità introdotte riguardano il paesaggio fisico e l’ambiente sociale, la percezione del tempo, i sentimenti che sostengono Levi nelle diverse condizioni di vita, il senso della vita e il significato del viaggio, il sentimento dell’amore per la vita.

Il paesaggio fisico e l’ambiente sociale sono diversi nei due racconti: in Se questo è un uomo, infatti, Levi descrive il lager e la vita dei prigionieri ebrei che conducono al suo interno, una condizione di vita chiusa, segregata, dominata dai pochi colori del giorno e degli abiti, condivisa da pochi compagni di luogo e di amicizia.
Nella prima opera la vita si presenta sempre uguale a se stessa, i giorni passano monotoni e uguali a quelli passati nei mesi precedenti, il lavoro è ripetitivo e sempre uguale così come le preoccupazioni della guerra e il rumore delle armi che proviene dal di fuori del campo.

In La tregua, Levi descrive un ambiente fisico e sociale sempre diverso da un luogo ad un altro. Si passa da Cracovia a Katowice, dalla Polonia alla Russia, dai prati e pianure alla foresta e ai boschi russi. In Se questo è un uomo la vita dentro il lager è sedentaria, in La tregua è movimentata, piena di viaggi, di luoghi sempre nuovi, di gente che cambia continuamente: si passa dal mercato, alle contadine dei villaggi russi. I viaggi sono l’elemento caratteristico de La tregua: viaggi a piedi, col carro, con il treno. Gli spazi si amplificano enormemente dalla pianura al bosco, dal clima invernale alle belle giornate dell’estate russa, ai colori della foresta intorno alla Casa rossa.

La percezione del tempo è diversa nei due racconti: mentre in Se questo è un uomo prevale un tempo vuoto, grigio, ripetitivo, votato alla morte, e sentito come fermo bloccato, inesorabile, privo di valore, in La tregua il tempo è percepito come attesa di speranza, pieno di valore, pieno di futuro positivo.

I sentimenti che sostengono Levi nei due racconti sono differenti: nel primo vive di sentimenti negativi, come la depressione, la disperazione, la frustrazione, l’offesa ricevuta dai nazisti, ma non arriva mai alla disperazione più assoluta perché è sostenuto dalla volontà di vivere e dalla speranza di salvarsi. Combatte contro l’umiliazione, la vergogna di essere debole, la mancanza di coraggio che impedisce di ribellarsi, il sentirsi come un'anima vuota, un fantasma inerte, determinato anche dalla costante fame interna che spingeva lui e gli altri a cercare ogni momento cibo anche rubandolo.
In La tregua, Levi vive sentimenti positivi, come la speranza nel futuro, la dignità di essere un uomo come gli altri, la porzione del tempo vissuto come attivo e utile, sempre alla ricerca della verità e della felicità, di sentirsi vivo accanto ad altri uomini vivi, la fiducia negli altri, la gioia della liberazione, la lietezza della vittoria del mondo democratico contro il nazismo, la partecipazione alla vittoria dei russi, la riscoperta del teatro e della vita girovaga, la solidarietà con i suoi compagni di viaggio, l’amicizia e la stima con alcuni di loro come il greco e Cesare, la riconoscenza verso i russi liberatori, la fratellanza e l’uguaglianza umana comune in tutti gli uomini ad di là dei popoli, delle nazioni; la positività e la diversità di essere ebreo.

Il senso della vita è diverso nei due racconti: mentre in Se questo è un uomo il senso della vita è oscuro, smarrito, perso, in La tregua è riconquistato, riappreso, scoperto, rinnovato, ritrovato, aperto al futuro, sostenuto da una adesione alla vita.

Cambia la lettura del significato del viaggio: il primo viaggio verso la Germania è un viaggio "all’ingiù":

« Proprio così, punto per punto: vagoni merci, chiusi dall’esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina, in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il fondo. Questa volta dentro siamo noi. »

Il viaggio di ritorno è sentito come un viaggio "verso su", verso la vita, dal fondo alla luce del sole.

Cambia l'amore per la vita: scomparso nella prima opera, distrutto da sentimenti come la paura, la frustrazione, la prostrazione, la fame, l’odio, la rivalità verso gli altri; in La tregua predominano invece i sentimenti dell’amore per la natura, per le persone, per la patria, per la lettura e per la vita.

L'importanza dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

L’importanza del racconto-testimonianza La tregua sta nella capacità letteraria di Primo Levi, che sa ricostruire e rievocare in maniera del tutto naturale e realistica la situazione materiale, paesaggistica, sociale, culturale, militare, politica, antropologica che egli visse dalla liberazione al rientro in Italia durante il periodo bellico e postbellico che visse in prima persona nel 1945.

Soprattutto nei mesi di aprile e maggio, Levi ricostruisce l’euforia e l’entusiasmo dei russi nella vittoria contro i tedeschi. Vi è pure la ricerca e il tentativo di mettere a nudo l’anima dei russi, così come aveva tentato di mettere a nudo quella dei tedeschi.

La tregua è un'importante testimonianza storica, oltre che una pregevole opera letteraria.

La bellezza del racconto è data dal linguaggio, dalla lexis, dalla descrizione dei personaggi, dei suoi sentimenti e della riconquistata libertà e dignità di uomo che aveva perso dentro il lager, dalla capacità di scrivere delle riflessioni sulla vita e sulla morte e dalla consapevolezza di non smarrire mai il senso della vita e di non perdere mai il sentimento della speranza in una vita futura positiva e basata sulla giustizia umana.

Giudizi critici[modifica | modifica wikitesto]

La tregua ha avuto molti giudizi critici favorevoli e positivi a cominciare da Franco Antonicelli sino a Italo Calvino.

Vincenzo Viola[modifica | modifica wikitesto]

« Gli avvenimenti raccontati in queste pagine, sospesi in uno spazio inatteso e in un tempo tanto dilatato da essere quasi irreale costituirono una tregua tra l’esistenza senza futuro del lager e il futuro aspro, difficile, sconosciuto della vita civile in cui i deportati dovettero reinserirsi con tutto il loro spaventoso carico di traumi e di privazioni materiali e psicologiche. La narrazione, che comincia con alcune tra le pagine più tragiche di tutta la narrativa testimoniale della guerra, si sviluppa con gioia e ironia, percorsa da un desiderio di vita così intenso da assorbire e trasformare anche tutti i segni della morte ancora ben visibili nelle campagne e nelle città dell’Europa orientale, teatro degli scontri più furiosi e sanguinosi di tutto il conflitto »
(Vincenzo Viola, Autori e società, pagine D 237 238)

Alberto Dendi[modifica | modifica wikitesto]

« ...recupero di quella dignità umana che il lager aveva annientato. È un recupero lento e doloroso, ancora segnato dalla guerra, le cui devastazioni materiali e morali vengono scoperte dall’autore a poco a poco, dato che dall’interno di Auschwitz gli era impossibile averne una precisa percezione. Ma pur tra tante difficoltà e sofferenze, rinasce in lui il desiderio di confrontarsi con gli altri, di ricreare dei rapporti umani che pongano le basi per la ricostruzione di una propria dimensione psicologica, che riscatti la degradazione e l’annientamento morali subiti. Uno dei grandi temi de La tregua è proprio questo: l’affermazione del bisogno primario dei contatti umani, unico modo per ritrovare i punti di riferimento e i parametri di giudizi necessari al vivere sociale »
(Alberto Dendi, Moduli e modelli letterari 2.2 pagina 379)

Adattamenti cinematografici[modifica | modifica wikitesto]

Edizioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

  • La tregua, Torino: Einaudi ("I coralli" n. 176; "Letture per la scuola media" n. 3; "Nuovi coralli" n. 10; "Einaudi Tascabili" n. 425), 1963 ISBN 978-88-06-17385-2
  • Se questo è un uomo e La tregua, Torino: Einaudi (coll. "Supercoralli"; "Einaudi Tascabili" n. 2), 1972
  • La tregua, in Opere ("Biblioteca dell'Orsa" n. 6), Torino: Einaudi, 1987 ISBN 88-06-59973-9
  • La tregua, a cura di Fabio Cereda, Milano: Einaudi scuola ("Letture per la scuola media" n. 3), 1991; a cura di Elefteria Morosini e Franco Brambilla, 1992
  • La tregua, in Opere, a cura di Marco Belpoliti, introduzione di Daniele Del Giudice, Torino: Einaudi ("Nuova Universale Einaudi" n. 225), 1997 ISBN 88-06-14637-8
  • La tregua, prefazione di Stefano Folli, Milano: RCS Quotidiani ("I grandi romanzi italiani" n. 20), 2003 (supplemento al "Corriere della Sera")
  • La tregua, prefazione di Ernesto Ferrero, Torino: Utet ("Premio Strega"), 2006 ISBN 88-02-07569-7
  • La tregua, Torino: "La Stampa", 2010
  • La tregua, Milano: "Il Sole 24 ore" ("I grandi narratori del premio Campiello" n. 1), 2012
  • La tregua, Torino: Einaudi (Prima edizione "I coralli"), 2014 ISBN 978-88-06-21933-8

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