Isin

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Isin
Ishan al-Bahriyat
Ubicazione di Isin
Ubicazione di Isin
Civiltà sumera, amorrea
Utilizzo città
Localizzazione
Stato Iraq Iraq
Città Ishan al-Bahriyat

Coordinate: 31°53′06″N 45°16′07″E / 31.885°N 45.268611°E31.885; 45.268611

Isin (in sumero: I3-si-inki[1]) fu una antica città-stato della bassa Mesopotamia che fiorì nel II millennio a.C., oggi corrispondente a Ishan al-Bahriyat (Governatorato di Al-Qādisiyyah, Iraq), a circa 20 km a sud di Nippur.

Non vi sono re di Isin che appartengono al periodo sumerico in quanto la “Dinastia di Isin” è originaria dello stato Amorrita, della bassa Mesopotamia, che ottenne l’indipendenza con il declino della Terza dinastia di Ur (in pratica con la caduta dell'impero sumero). La dinastia di Isin si concluse nel 1730 a.C. circa.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Inno dedicato a Iddi-Dagan, re di Isin. Iscrizione su argilla, ca. 1950 a.C.

Quando la Terza dinastia di Ur gradualmente si disgregò, verso la fine del terzo millennio a.C., le città-stato più potenti cercarono di colmare il vuoto di potere che si era creato. L’ultimo re sumero della dinastia di Ur, Ibbi-Sin, non ebbe le risorse e l’organizzazione politica necessaria per respingere le aggressive popolazioni che iniziarono l’invasione dall'Elam. Uno dei suoi governatori ufficiali, Ishbi-Erra, si trasferì da Ur a Isin e si proclamò governatore della città.

Ishbi-Erra (2017-1985 a.C.) estese il suo potere dal golfo Persico al fiume Hamazi, a discapito di Ibbi-Sin. Dopo pochi anni la caduta della dinastia di Ur, Ishbi-Erra e i suoi due immediati successori (Shu-Ilishu e Iddin-Dagan) riuscirono in poco tempo ad espandere il proprio dominio e, grazie ad alcune importanti vittorie militari, costrinsero gli Elamiti a ritirarsi. Questo permise ad Isin di assumere il controllo delle importanti città commerciali e culturali di Ur, Uruk e del centro spirituale di Nippur.

Anche se non è considerato un successore della Terza dinastia di Ur, Ishbi-Erra fece alcuni tentativi per dare una continuità alla dinastia, molto probabilmente per legittimare il suo potere.

Intanto, nel resto della Mesopotamia, altre figure seguirono l’esempio di Ishbi-Erra, fondando nuove potenti dinastie a Der, Eshnunna, Sippar, Kish e Larsa.

Isin prosperò per oltre cento anni. Rovine di grandi costruzioni, come templi, sono state riportate alla luce. Inoltre sono stati scoperti molti editti reali e codici di leggi (quello di Lipit-Ishtar è uno dei più antichi conosciuti). La struttura politica centralizzata della Terza dinastia di Ur fu fondamentalmente mantenuta, con i regnanti di Isin che nominavano governatori e altri funzionari locali per esercitare la loro volontà nelle province. Inoltre le ricche rotte commerciali verso il golfo Persico rimasero una cruciale risorsa per la città.

La caduta[modifica | modifica sorgente]

Gli esatti eventi che portarono alla disgregazione del regno di Isin, sono in gran parte sconosciuti, ma alcune evidenze aiutano a far luce.

Documenti indicano che l’accesso alle risorse idriche rappresentò sempre un grande problema per Isin. La città, inoltre, subì un duro colpo quando un governatore reale della provincia di Lagash, Gungunum, si impadronì della città di Ur.

Ur era stato il principale centro commerciale del golfo e quindi questo evento paralizzò economicamente Isin. Inoltre i due successori di Gungunum, Abisare e Sumu-el (ca. 1905 e 1894 a.C.), cercarono entrambi di tagliare fuori Isin dai propri canali dirottandoli verso Larsa.

Nippur nel frattempo era stata perduta e non verrà mai più recuperata. Attorno al 1860 a.C. un usurpatore chiamato Enlil-bani si impadronì del trono di Isin, ponendo fine alla dinastia ereditaria stabilita da Ishbi-Erra 150 anni prima.

Anche se politicamente ed economicamente debole, Isin riuscì a mantenersi indipendente da Larsa per altri quaranta anni. Fu infine conquistata da Rim-Sin, re di Larsa, nel 1792 a.C., che la rese vassalla, ed infine fu annessa all’impero di Hammurabi nel 1787 a.C.. Rimase vassalla babilonese fino al 1730 a.C., quando ebbe termine l'ultima dinastìa di Isin.

Cronologia dei sovrani della dinastia di Isin[modifica | modifica sorgente]

Si riporta l'elenco dei sovrani della dinastia di Isin con le date di regno secondo la cronologia media:

  • Ishbi-Erra (2017-1985)
  • Shu-Ilishu (1985-1975)
  • Iddin-Dagan (1975-1954)
  • Ishme-Dagan (1954-1935)
  • Lipit-Ishtar (1935-1924).
  • Ur-Ninurta (1924-1896)
  • Bur-Sin (1896-1874)
  • Lipit-Enlil (1874-1869)
  • Irra-Imitti (1869-1861)
  • Enlil-Bani (1861-1837)
  • Zambija (1837-1834)
  • Iter-Pisha (1834-1831)
  • Urdukuga (1830-1828)
  • Sinmagir (1828-1817)
  • Damiq-Ilishu (1817-1794)

Archeologia[modifica | modifica sorgente]

Il sito ove sorgeva Isin è oggi una bassa collina ma comunque ben percepibile, che misura circa 1,5 km di diametro ed ha un'altezza massima di 8 m. Il sito di Ishan al-Bahriyat fu visitato in una singola giornata da Stephen Langdon per l'esecuzione di un sondaggio, mentre stava scavando a Kish nel 1924[2].

Gran parte degli scavi archeologici ad Isin furono compiuti tra il 1973 e il 1989, per un totale di 11 campagne di scavo, da una squadra di archeologi tedeschi guidati da Barthel Hrouda[3][4][5][6][7][8][9][10].

Tuttavia, come è accaduto per molti siti in Iraq, la ricerca è stata interrotta dalla guerra del golfo (1990-1991) e dalla guerra in Iraq (2003-2011). Durante il suo regime, Saddam Hussein ha in qualche modo protetto i luoghi archeologici, ma dalla sua caduta, la difesa di questi siti è inesistente. Scavatori clandestini stanno distruggendo il sito archeologico di Isin ad una velocità allarmante, rovinando tutto il lavoro fatto nelle ultime decadi dagli archeologi e impedendo un futuro studio di ricostruzione della cultura e della storia di Isin. Centinaia se non migliaia di manufatti e tavolette d’argilla sono già stati venduti dai saccheggiatori a collezionisti occidentali e ricettatori.

Cultura[modifica | modifica sorgente]

Ishbi-Erra mantenne molte delle pratiche religiose che erano fiorite nel precedente periodo di Ur III, come ad esempio il rituale sacro di unione compiuto ogni anno. Durante questo rito, il re interpreta la parte del mortale Dumuzi, e si unisce, attraverso un atto sessuale, ad una sacerdotessa che rappresenta la dea dell’amore e della guerra Inanna (nota anche come Isthar). Ciò era fatto nell’intento di rafforzare il rapporto del re con gli dei, che avrebbero donato stabilità e prosperità all’intero paese. I re di Isin, inoltre, mantennero la pratica di nominare le loro figlie sacerdotesse ufficiali del dio della luna di Ur.

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

La letteratura del periodo, in linea generale, mantiene e continua le tradizioni di quella di Ur III. Per esempio, la tradizione dell’inno reale, un genere iniziato nel precedente millennio, fu mantenuta. Molti inni reali scritti per i re di Isin riflettono i temi, la struttura e la lingua di Ur. A volte gli inni sono stati scritti in prima persona nella voce del re; altre volte erano richieste e preghiere di cittadini ordinari per il re.

È in questo periodo che la Lista dei re sumeri perviene alla sua forma finale, nonostante essa si basi su fonti molto più antiche. La compilazione della Lista sembra mettere in primo piano la stessa dinastia di Isin, in quanto la dinastia sembra voglia ricollegarsi ai primi (anche se a volte leggendari) re.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ ETCSL. Sumerian King List. Ultimo accesso 19 dicembre 2010.
  2. ^ Raymond P. Dougherty, An Archæological Survey in Southern Babylonia I, Bulletin of the American Schools of Oriental Research, no. 23, pp. 15-28, 1926
  3. ^ Excavations in Iraq 1972-73, Iraq, vol. 35, no. 2, pp. 192, 1973
  4. ^ Excavations in Iraq 1973-74, Iraq, vol. 37, no. 1, pp. 57-58, 1975
  5. ^ Excavations in Iraq 1975, Iraq, vol. 38, no. 1, pp. 69-70, 1976
  6. ^ Excavations in Iraq 1977-78, Iraq, vol. 41, no. 2, pp. 150, 1979
  7. ^ Excavations in Iraq 1983-84, Iraq, vol. 47, pp. 221, 1985
  8. ^ Excavations in Iraq 1985-86, Iraq, vol. 49, pp. 239-240, 1987
  9. ^ Excavations in Iraq 1987-88, Iraq, vol. 51, pp. 256, 1989
  10. ^ Excavations in Iraq 1989–1990, Iraq, vol. 53, pp. 175-176, 1991

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]