Geremia

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San Geremia
Il profeta Geremia Michelangelo, volta della Cappella Sistina
Il profeta Geremia
Michelangelo, volta della Cappella Sistina
Profeta
Nascita dopo il 650 a.C.
Morte dopo il 586 a.C.
Venerato da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi
Ricorrenza 1º maggio

Geremia (in ebraico: יִרְמְיָהוּ Yirməyāhū, che significa Esaltazione del Signore; Anatot, Gerusalemme, dopo il 650 a.C.Egitto, dopo il 586 a.C.) , figlio di Helkia (Chelkia) della tribù di Beniamino, fu un profeta biblico, ritenuto autore dell'omonimo Libro e del Libro delle Lamentazioni (cfr Messia).

Questi due libri sono parte della Bibbia e sono riconosciuti da tutti i canoni vetero-testamentari.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Geremia visse durante il regno degli ultimi re di Giuda: Giosia (640 a.C.-609 a.C.) e Jehoahaz (609), Jehoiakim (609-598 a.C.), Jehoiakin (598-597), e Sedecìa (Sedechia) (597 a.C.-586).
In un periodo di relativa pace e prosperità per il regno di Giuda, determinate da una favorevole congiuntura internazionale e dal buon governo del re Giosia, Geremia profetizza una dura punizione se il popolo, traditore dell'alleanza, non tornerà a seguire Jhwh e le sue volontà. La minaccia è l'invasione di popoli dal Nord, talvolta indicata genericamente, più spesso identificata chiaramente con i babilonesi guidati da Nabucodonosor II. Queste previsioni sono interpretate dai contemporanei come annunci di malaugurio del tutto inappropriati, e attirano al profeta odio e disprezzo, culminanti in diverse cospirazioni per ucciderlo, sempre però fallite.

La storia è raccontata da Geremia stesso nel suo libro autobiografico: Geremia il profeta, era un sacerdote, del villaggio di Anatoth nel territorio di Beniamino (1:1). La vocazione di Geremia avviene nel 626 a.C. (1:2). Uomo solitario a causa del suo messaggio impopolare (15:17), desiderava sposarsi con Giuditta ma Dio stesso gli proibisce di sposarsi (16:2). Si trova anche in contrapposizione con le autorità del paese e di ogni ceto sociale (26:8). Per questo, la sua vita stessa correva seri pericoli (11:18-23; 18:18; 26:8; 36:19; 38:6). Il suo messaggio tocca temi scottanti e dolenti della vita nazionale. Soprattutto il re Sedechia lo perseguita perché viene considerato un disfattista, che mina il morale della nazione, in Geremia annuncia la prossima invasione dei babilonesi (37:3,17), contro i quali non ci si può opporre e bisogna arrendersi e pagare a loro le tasse.

In pratica nessuno lo ascolta, neanche quando l'avanzata dei babilonesi diventa minaccia concreta e sembra inarrestabile. Anche allora i Giudei preferiscono ascoltare falsi profeti che promettono un futuro di pace e prosperità. Quando i babilonesi assediano Gerusalemme, le sventure annunciate da Geremia spingono i notabili a farlo gettare in una vecchia cisterna fangosa per evitare che demoralizzi i soldati.

Il regno di Giuda termina con l'esilio della maggior parte dei Giudei a Babilonia, per mano del re conquistatore Nabucodonosor II, nel 597 a.C. e nel 586 a.C.
Quando la nazione fu conquistata dai Babilonesi, Nabucodonosor ordinò la distruzione del Tempio che fu bruciato, la dinastia davidica spodestata, gli israeliti più influenti deportati, dando inizio così alla cosiddetta “cattività babilonese”.
Per ordine di Nabucodonosor il re Sedecìa assistette all'uccisione dei suoi figli e poiché quella restasse l'ultima immagine da lui vista, venne barbaramente accecato. Geremia fu risparmiato e lasciato vivere tra le rovine di Gerusalemme, dove continuò a predicare.

Da ultimo, il profeta fu catturato dai suoi denigratori e portato in Egitto (dopo l’anno 586 a.C.) dove morì, secondo un’antica tradizione cristiana, lapidato dai suoi connazionali, esasperati dai suoi rimproveri. Egli fu un profeta molto importante nella storia di Israele e per il cristianesimo poi.

Alcune scoperte archeologiche confermano particolari riportati nel capitolo 38 del libro biblico di Geremia. Nel 2005 l'archeologa Eilat Mazar infatti portò alla luce l'impronta di un sigillo in cui era scritto Godolia figlio di Pascur (Ghedalia figlio di Pasur) (Gedalyahu ben Pashhur) del racconto di Geremia capitolo 38[1]

Contesto[modifica | modifica sorgente]

Il contesto della profezia di Geremia è la lunga lotta dei Giudei fra i culti idolatri di divinità dei paesi circostanti, provenienti da Tiro e da altre città della costa fenicia, profondamente radicati fin dal tempo di Manasseh (696-642), e il culto legittimo ad un unico Dio, che Giosia cercò di ristabilire nell'ambito delle sue riforme (2 Re 22,23). La riforma monoteista, inizia nel 628 a.C. (2 Cr. 34:3) e viene ad essa dato rinnovato impeto con la riscoperta del Libro della Legge nel 621 a.C. (2 Re 22:8).

Il testo racconta in modo autobiografico la vocazione di Geremia (1) e i lamenti del profeta perseguitato (20,7-18); un discorso di rimproveri contro Israele in cui si nota un fiorire di simboli (2,1-13); il racconto della distruzione del Tempio (7,1-15) di cui il suo segretario Baruc racconta le conseguenze (26); l'aperto conflitto fra il profeta e il re (36) e il suo arresto durante il secondo assedio di Gerusalemme (37,11-38,28); alcuni passi del messaggio di speranza che acquista pieno significato dopo la fine di Gerusalemme (31,2-9; 31,10-14; 31,31-34).

Stile[modifica | modifica sorgente]

Geremia, forse non meno di Isaia, è un grande poeta. Rispetto ad Isaia è un personaggio più drammatico, più debole, spesso vittima di momenti di grande disperazione di fronte all'immane compito affidatogli e di fronte all'estrema avversione dei suoi contemporanei.

Ad essi egli deve tuttavia rivolgere dure critiche per i loro comportamenti ipocriti, quando subiscono i ricatti di Nabucodonosor che pretende il riscatto in oro contante degli schiavi ebrei deportati in Babilonia. Dapprima, nel momento di difficoltà e minaccia della vita, i notabili Giudei, aderiscono a pagamenti, ma appena il conquistatore si allontana, scampato il rischio, non vogliono più pagare e abbandonano i loro connazionali alla schiavitù.

In realtà gli ebrei schiavi in Babilonia, non stavano poi tanto male, perché essendo molto colti e intelligenti, Nabucodonosor li adibiva a compiti amministrativi e quando dopo 30 anni, li liberò, molti di essi, si trovavano così bene, che rimasero in Babilonia, da liberi, nello stesso incarico.

Culto[modifica | modifica sorgente]

Geremia è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e celebrato insieme alla festa dei lavoratori, il 1º maggio.

Nell'arte e nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

Molti artisti vollero riprodurre la fisica e mentale fisionomia di Geremia perché essa esprimesse il suo sentire e la qualità del suo messaggio che non è solo religioso. Nella scultura ci provò con successo Donatello con una sua statua. Nella pittura Michelangelo immortalò un pensoso Geremia nella Cappella Sistina.

Stefan Zweig, nell'Europa travolta dalle rovine della Prima guerra mondiale, scrisse un dramma in cui Geremia, comprendendo che il suo destino è ormai deciso e che per lui il carcere è ormai inevitabile, si abbandona alla disperazione, nella quale tuttavia appaiono scintille di speranza che alla fine motivano la sua sofferenza.

Franz Werfel scrisse un romanzo, in cui Geremia è l'uomo solo in mezzo agli eventi, tristi per lui e per il suo popolo, che accompagnano l'esilio babilonese.

Lo scrittore polacco Jan Dobraczynski ha recentemente pubblicato Prima che il sole tramonti, un romanzo in cui fa emergere la eccezionali qualità morali di Geremia che profetizza controvoglia annunciando cose che non vorrebbe dire.

Nel rivestimento marmoreo della Santa Casa di Loreto la statua di Geremia, scolpita tra il 1540 ed il 1542 da Aurelio Lombardo, è la più bella ed intensa tra le dieci statue dei profeti qui rappresentati.

Note[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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