Sant'Ambrogio (Giuseppe Giusti)

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Poesia di Giuseppe Giusti.

Probabilmente una delle poesie più famose del poeta, un tempo studiata nelle scuole italiane ed inserita in numerose antologie.

La poesia si rivolge a una fantomatica "eccellenza" che non ama il poeta per le sue poesie contro il potere stabilito e racconta un episodio probabilmente realmente accaduto nella chiesa di Sant'Ambrogio a Milano in cui il poeta, in compagnia del figlio di Alessandro Manzoni si imbatte nelle truppe di occupazione.

La musica è il tramite che permette al poeta di comprendere il popolo apparentemente nemico, comprenderne la sofferenza, provare empatia.

Pur nel classico tono scherzoso e ironico tipico della poesia del Giusti questa poesia raggiunge momenti alti di commozione e di riflessione che la rendono, forse, la più bella poesia del poeta.

Testo della poesia[modifica | modifica wikitesto]

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco

per que’ pochi scherzucci di dozzina,

e mi gabella per anti-tedesco

perché metto le birbe alla berlina,

o senta il caso avvenuto di fresco

a me che girellando una mattina

càpito in Sant’Ambrogio di Milano,

in quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto

d’un di que’ capi un po’ pericolosi,

di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto

ove si tratta di Promessi Sposi…

Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?

Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,

in tutt’altre faccende affaccendato,

a questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,

di que’ soldati settentrionali,

come sarebber Boemi e Croati,

messi qui nella vigna a far da pali:

difatto se ne stavano impalati,

come sogliono in faccia a’ generali,

co’ baffi di capecchio e con que’ musi,

davanti a Dio, diritti come fusi.

Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo

di quella maramaglia, io non lo nego

d’aver provato un senso di ribrezzo,

che lei non prova in grazia dell’impiego.

Sentiva un’afa, un alito di lezzo;

scusi, Eccellenza, mi parean di sego,

in quella bella casa del Signore,

fin le candele dell’altar maggiore.

Ma, in quella che s’appresta il sacerdote

a consacrar la mistica vivanda,

di sùbita dolcezza mi percuote

su, di verso l’altare, un suon di banda.

Dalle trombe di guerra uscian le note

come di voce che si raccomanda,

d’una gente che gema in duri stenti

e de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio

Là de’ Lombardi miseri, assetati;

quello: “O Signore, dal tetto natio”,

che tanti petti ha scossi e inebriati.

Qui cominciai a non esser più io

e come se que’ còsi doventati

fossero gente della nostra gente,

entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,

poi nostro, e poi suonato come va;

e coll’arte di mezzo, e col cervello

dato all’arte, l’ubbie si buttan là.

Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,

io ritornavo a star com' ella sa;

quand’eccoti, per farmi un altro tiro,

da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento

per l’aer sacro a Dio mosse le penne;

era preghiera, e mi parea lamento,

d’un suono grave, flebile, solenne,

tal, che sempre nell’anima lo sento:

e mi stupisco che in quelle cotenne,

in que’ fantocci esotici di legno,

potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentia, nell’inno, la dolcezza amara

de’ canti uditi da fanciullo; il core

che da voce domestica gl’impara,

ce li ripete i giorni del dolore:

un pensier mesto della madre cara,

un desiderio di pace e d’amore,

uno sgomento di lontano esilio,

che mi faceva andare in visibilio.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso

di pensieri più forti e più soavi.

Costor, – dicea tra me, – re pauroso

degi’italici moti e degli slavi,

strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo

schiavi li spinge, per tenerci schiavi;

gli spinge di Croazia e di Boemme,

come mandrie a svernar nelle maremme.

A dura vita, a dura disciplina,

muti, derisi, solitari stanno,

strumenti ciechi d’occhiuta rapina,

che lor non tocca e che forse non sanno;

e quest’odio, che mai non avvicina

il popolo lombardo all’alemanno,

giova a chi regna dividendo, e teme

popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi;

in un paese, qui, che le vuol male,

chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,

non mandi a quel paese il principale!

Gioco che l’hanno in tasca come noi.

Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,

colla su’ brava mazza di nocciòlo,

duro e piantato lì come un piolo.