Regnano (Casola in Lunigiana)

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Regnano
frazione
Regnano – Veduta
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneCoat of arms of Tuscany.svg Toscana
ProvinciaProvincia di Massa-Carrara-Stemma.png Massa-Carrara
ComuneCasola in Lunigiana-Stemma.png Casola in Lunigiana
Territorio
Coordinate44°13′45.77″N 10°12′32.76″E / 44.22938°N 10.2091°E44.22938; 10.2091 (Regnano)
Abitanti90[1] (2011)
Altre informazioni
Cod. postale54014
Fuso orarioUTC+1
Nome abitantiregnanini
PatronoSanta Margherita
Giorno festivo21 luglio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Regnano
Regnano

Regnano è una frazione del comune italiano di Casola in Lunigiana, nella provincia di Massa-Carrara, in Toscana.

Regnano è suddiviso in tre località: Villa, Poggio e Castello.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Regnano sorge nell'alta vallata del torrente Aulella, nella parte orientale della regione storica della Lunigiana. La frazione presenta un territorio prevalentemente montuoso, posto a 655m s.l.m., che comprende aspetti geomorfologici favorevoli alla vita contadina. I boschi costituiscono il mosaico paesaggistico dominante, alle maggiori altitudini si trovano le faggete. I castagneti restano predominanti caratterizzando questo territorio anche dal punto di vista storico-culturale. Sono presenti anche cerri e altre associazioni di latifoglie.

La zona circostante è attraversata da diversi sistemi di faglie attive, presentando variazioni notevoli nella composizione del terreno, ed è classificata ad alto rischio sismico. Il paese è stato colpito da diversi terremoti, tra cui quello del 7 settembre del 1920, uno degli eventi più distruttivi registrati nella regione appenninica nel XX secolo, e quello del 21 giugno 2013. In riferimento a quest'ultimo, è stata necessaria una riclassificazione sismica che ha introdotto nuove normative tecniche specifiche per la costruzione di edifici, ponti e altre opere in aree geografiche caratterizzate dal medesimo rischio sismico.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Per comprendere le origini di Regnano occorre rifarsi alla viabilità lunigianese più antica. Posta al confine con la Garfagnana, in corrispondenza del suo unico passaggio a nord-ovest, l'alta valle dell'Aulella è stata storicamente percorsa dalle correnti di transito che risalivano il Serchio in direzione della Val Padana. Reperimenti archeologici, uniti ad alcuni toponimi riconducibili a strutture fortificate sorte nell'età dei Liguri Apuani, consentono di ipotizzare l'esistenza sin dalla protostoria di un sentiero che da Magliano valicava monte Tea per proseguire verso il crinale appenninico occidentale. In particolare, il nome "Casteglia" a indicare l'altura dell'Alpe di Mommio che separa il tratto montano dell'Aulella (il "Vallone") dalla valle del Rosaro suggerisce l'esistenza di una fortificazione insediata in posizione dominante rispetto alla piana alluvionale in cui sorgerà Regnano, evidentemente allo scopo di controllare tale passaggio.

Decisamente più provata appare in ogni caso la ricostruzione che vuole quella strada incentivata in epoca romana: tradizione orale, toponomastica e archeologia concordano nel fornire dati in suo sostegno; il più consistente dei quali appare il rinvenimento, avvenuto nel secolo scorso, di frammenti di tegoloni romani lungo il suo percorso. Una possibile spiegazione del motivo per cui un viaggiatore proveniente dalla Lucchesia e diretto nella Gallia Cisalpina avrebbe dovuto scegliere tale tragitto montano rispetto ad altri meno impervi troviamo nel principale studio condotto in materia: "Prima che negli spostamenti venissero impiegati carri o altri mezzi di trasporto su ruote era necessario soprattutto risparmiare tempo, a costo di dover affrontare erti sentieri. (...) Se è ragionevole pensare che un tracciato, comunque orientato per le vie dei monti, dovesse essere perlomeno vantaggioso per la rapidità dei collegamenti e sfruttasse quindi almeno in parte l'alta Aulella, sembra verosimile che non sia mai stato interessato da correnti di grande traffico che preferivano senz'altro strade più lunghe, ma meno accidentate. L'esigenza di evitare bruschi dislivelli può tuttavia aver portato alla scelta di un percorso di alta quota qual è quello di Tea e del monte Casteglia".[3] Il quale oltretutto consentiva di raggiungere l'importante Forum Clodi, identificabile con l'attuale Fivizzano.

L'Alto Medioevo vide la ripresa della frequenza degli antichi sentieri, qualora le condizioni di manutenzione lo consentissero. Regnano deve la sua nascita alla dominazione longobarda, e in particolare all'impulso dato in quel periodo alla Via Francigena e a tutte quelle strade che la supportavano: le cosiddette "varianti". Inoltre, la coeva costituzione del Comitato Lunense fece sì che nell'ambito della giurisdizione soggetta a Luni venisse istituita una rete doganale e di controllo, ad assicurare tanto la riscossione dei pedaggi quanto la promozione di un proprio mercato.

La riorganizzazione territoriale del regno d'Italia operata nel 950 da Berengario II sancì l'aggregazione di Lunigiana e Garfagnana alla Marca Obertenga, la circoscrizione amministrativa cui facevano capo i possedimenti del casato longobardo degli Obertenghi nel nord della Penisola. A testimonianza di come tale annessione ridesse lena alla via di penetrazione in "Lombardia" (ossia l'Italia settentrionale) attraverso la valle del Serchio e la Lunigiana orientale, nei decenni successivi sorsero due strutture ad essa funzionali: il piccolo castello di Regnano a controllare il transito dei viandanti, il grande ospitale di Tea a dare loro ricetto lungo il tratto più alpestre.

Come ci attesta il primo documento ufficiale riguardante Regnano, nel 1066 il devoto signore longobardo Guinterno di Guido donò il maniero al vescovo-conte di Luni. Crollata la Marca Obertenga, il secolo successivo vide l'ascesa dei Malaspina: il lungo conflitto con la diocesi lunense che ne derivò trovò una prima composizione nel 1202, allorché Corrado Malaspina stipulò un accordo con il vescovo Gualtiero che stabiliva fra l'altro l'acquisizione del castello di Regnano alla sua famiglia. Ben presto però le lotte tra i due potentati ripresero, avendo termine soltanto nel 1306 con la pace di Castelnuovo Magra, che fece dell'alta Aulella un feudo dei Malaspina del ramo di Fosdinovo.

Casola decise tuttavia di legarsi alla Repubblica di Lucca: prima con un atto di sottomissione formale, inviando ogni anno una rappresentanza a offrire un cero al Volto Santo per la festa di Santa Croce, come attestato dallo Statuto lucchese del 1308; quindi, nel 1373, con una dedizione effettiva. Al tempo stesso il rifiorire dei commerci proprio dell'età tardomedievale diede nuovo impulso alle vecchie strade, compresa quella che collegava Regnano a Fivizzano: sta a confermarlo la sua denominazione di "via del mercato", rimasta in uso tra la popolazione locale sino al secolo scorso. Tutto ciò finì con il fare della rocca longobarda uno snodo cruciale non solo della viabilità ma anche della politica lunense, come ben significato dal detto diffusosi a Lucca nel Quattrocento: "Chi governa Pontremoli e Regnana è signor di Lunigiana".[4]

Le complesse vicende che caratterizzarono questa parte di Lunigiana nei primi decenni del XV secolo testimoniano dell'intraprendenza politica del castello di Regnano. A frenare l'espansionismo lucchese verso il territorio lunense si mosse la Repubblica fiorentina, sostituendosi nel 1404 al Ducato di Milano nell'offrire amicizia e protezione al Marchesato di Castel dell'Aquila. Il cambio di alleanza ebbe l'effetto di acuire le tradizionali rivalità interne alla famiglia Malaspina, fomentando le mire degli stessi marchesi di Gragnola sui possedimenti del ramo della Verrucola, culminate nell'eccidio perpetrato da Leonardo Malaspina nel 1418. A seguito dell'efferato misfatto le comunità di Vinca, Monzone, Aiola, Equi, Sercognano, Codiponte, Prato, Alebbio e Casciana decisero di darsi spontaneamente a Firenze, che le riunì nella Podesteria di Codiponte. Tale organizzazione amministrativa garantiva ai fiorentini l'effettivo controllo del territorio, pur consentendo formalmente una certa autonomia locale: ciascun borgo costituiva infatti una comunità retta dai consoli e dai consiglieri, eletti annualmente da tutti gli uomini di censo. I singoli consigli facevano tuttavia capo al podestà, che a differenza loro era nominato dal governo centrale.

Nell'orbita gigliata finì anche Regnano, per quanto indirettamente: il castello fu infatti assegnato all'unico sopravvissuto alla strage della Verrucola, il piccolo Spinetta Malaspina, affidato alla tutela fiorentina. Tale affiliazione dové conferire a Regnano una posizione di forza rispetto alle comunità limitrofe, come attestato dall'accordo stipulato nel 1419 con quella di Montefiore, il quale sancì l'accorpamento dei due borghi sotto un unico Comune ed Estimo, quelli di Regnano, privando così Montefiore tanto dell'autonomia politica quanto di quella economica. Il trattato attribuiva particolare rilevanza al bosco di Caffaggio - situato sulla collina dominante la riva destra dell'Aulella, a ridosso del sentiero che portava da Offiano a Regnano - storicamente appartenente al castello di Montefiore: la nuova statuizione consentiva ai regnanini di usufruire a proprio piacimento sia della riserva di caccia che dei sottostanti pascoli.[5]

La guerra mossa nel 1429 da Firenze a Lucca si risolse l'anno successivo con la battaglia del Serchio, vinta dai lucchesi grazie agli aiuti forniti da Milano e da Genova; allorché l'esercito milanese invase Fivizzano, Regnano ne approfittò per sottomettersi a Lucca. Se tale vittoria servì a salvare l'indipendenza dalla Repubblica lucchese, essa segnò anche lo sgretolamento dei suoi possedimenti garfagnini e lunigiani: già nel 1433 Regnano tornava così sotto Spinetta. La soggezione del castello longobardo ai Malaspina durò sino alla discesa in Italia di Carlo VIII, le cui alterne vicende determinarono l'assetto definitivo della Lunigiana, a lungo contesa tra Firenze e Genova e da allora suddivisa tra la sfera d'influenza toscana e quella ligure. Nel 1495 Regnano, unitamente a Luscignano e Castiglioncello, si sottomise alla Repubblica fiorentina, seguito da Casola e più tardi da Argigliano, per la costituzione di una nuova Podesteria che al pari delle altre fu posta alle dipendenze del Capitanato di Fivizzano, datosi a sua volta a Firenze sin dal 1477.[6]

Tale strutturazione amministrativa rimase in essere per tutta la durata del Granducato mediceo, venendo sostanzialmente confermata dai Lorena: nel 1777 Pietro Leopoldo riunì tutti i borghi della Lunigiana toscana in un'unica comunità con sede a Fivizzano. Il 1816 vide la costituzione del Comune di Casola, comprendente anche Regnano e attribuito dopo l'unità d'Italia alla provincia di Massa.

Un anno particolarmente importante per l'alta Aulella fu il 1883, con il completamento della strada dell'Alto Circondario che collegava Castelnuovo Garfagnana a Fivizzano. L'avvento della rotabile determinò l'attivazione di un servizio di pubblica assistenza deputato a trasportare a valle i regnanini bisognosi di cure mediante una portantina custodita nell'ex oratorio della Villa, attraverso la mulattiera della Pila che sboccava al ponte di Montefiore ove era in attesa la carrozza d'ambulanza che li avrebbe portati all'ospedale di Fivizzano. L'isolamento di Regnano rispetto alla nuova viabilità ebbe termine nel 1959, con la costruzione del tratto di strada che univa la Villa alla provinciale.

La Linea Gotica[modifica | modifica wikitesto]

Regnano salì tragicamente alla ribalta nel periodo della Linea Gotica; il paese contava oltre 400 abitanti, cui si erano aggiunti gli sfollati provenienti dalle città più vicine colpite dai bombardamenti.[7] Sin dall''aprile del 1944 vi si insediò il nucleo di quella che sarebbe diventata un'importante formazione partigiana, scegliendo quale base il borgo del Castello: tipico agglomerato di case rurali e quindi di aie, stalle, orti, metati, forni. Tale collocazione offriva ai resistenti diversi vantaggi: i suddetti edifici facevano loro da ricovero; essi potevano sfruttare i contadini del luogo per procurarsi le risorse alimentari, disponendo delle strutture necessarie alla cottura del cibo e alla macellazione; si trovavano in una posizione appartata rispetto alla strada carrozzabile ma al tempo stesso dominante l'intera vallata, potendo così controllarne i movimenti; nel caso di un rastrellamento nazifascista avrebbero potuto facilmente dileguarsi per i boschi e le montagne circostanti.

Inizialmente collegatosi alla precedente e militarmente già ben organizzata formazione operante a Sassalbo, sia per farsi le ossa che per poter usufruire dei rifornimenti alleati, il "Gruppo Regnano" mise a segno nei primi mesi di attività tutta una serie di successi, sfruttando la rapida dissoluzione che conobbero le strutture della Repubblica Sociale Italiana e allorché i tedeschi non avevano ancora preso effettivo possesso della Linea Gotica, essendo i combattimenti concentrati sul fronte di Cassino. La sera del 27 aprile tre componenti della banda di ritorno dal molino di Montefiore si imbatterono lungo la mulattiera della Pila in una pattuglia repubblichina impegnata in una perlustrazione notturna: nel conflitto a fuoco che ne seguì rimase mortalmente ferito un giovane milite di Colla, Luigi Lorenzani. Il giorno successivo un convoglio della Guardia repubblicana diretto a Montefiore per indagare sull'accaduto fu vittima della tempesta di fuoco scatenata dagli stessi partigiani regnanini al suo passaggio da Codiponte. I fascisti dovettero contare altri due morti: Gino Marchini, di Fosdinovo, e Aldo Panconi, di Massa.[8]

Tali episodi segnarono l'inizio della guerra civile in Val d'Aulella, facendo sì che anche Regnano finisse nel mirino della prima rappresaglia con cui, il 4-5 maggio, gli occupanti intesero replicare alla crescente attività partigiana tra Garfagnana e Lunigiana: per due giorni il paese fu invaso da 500 militari, il cui obiettivo era quello di individuare il covo dei banditen e che, allo scopo di creare un clima di terrore, non smisero mai di far crepitare le armi. Ad avere la peggio furono due giovani fratelli, Fermo e Fabio Bertolucci, catturati dai tedeschi in quanto ritenuti partigiani: Fermo, che faceva effettivamente parte del gruppo del Castello, fu preso e fucilato nel bosco di Molegnano, mentre cercava di ricongiungersi ai compagni fuggiti in montagna; Fabio, che svolgendo il servizio militare e avendo ottenuto un periodo di congedo per malattia riteneva di non avere nulla da temere da un eventuale controllo, uscì successivamente di casa per andare in cerca del fratello, venendo bloccato da una pattuglia germanica. Nonostante egli avesse dichiarato ai soldati della regolarità della propria posizione, essendogli state trovate nel tascapane delle armi fu arrestato, legato e condotto nella piazzetta della Villa, ove fu a lungo torturato perché dicesse dove si trovava il rifugio dei "ribelli". Alle reiterate minacce di morte il giovane rispose di non sapere niente, inducendo i suoi aguzzini a portarlo in montagna, in un estremo tentativo di indurlo a parlare: mantenendo egli il medesimo atteggiamento, fu alfine mitragliato. Pur gravemente ferito, Fabio riuscì tuttavia a salvarsi, paradossalmente grazie all'intervento degli stessi tedeschi che, rinvenutolo al mattino successivo dentro una capanna quasi completamente dissanguato, lo trasportarono all'ospedale di Fivizzano.[9]

Ben presto i partigiani, in ottemperanza delle direttive alleate, ripresero e accentuarono le proprie azioni di disturbo, facendo saltare linee telefoniche e ponti in un vasto raggio d'azione comprendente anche Fivizzano e Fosdinovo. Per quanto isolata, la media valle dell'Aulella era ormai in loro possesso: al punto di porre la nuova base operativa al Castello di Codiponte. Nel frattempo le file del gruppo si erano notevolmente accresciute, grazie all'arrivo di renitenti alla leva repubblichina da ogni parte di Lunigiana, dal Carrarino, dallo Spezzino, perfino da Genova; ai quali si aggiunsero numerosi militari che avevano disertato o erano fuggiti dai campi di prigionia dopo l'8 settembre. La formazione aveva inoltre definito la propria collocazione politica, affiliandosi al Partito comunista e quindi alle Brigate Garibaldi.

La liberazione di Roma e lo sbarco alleato in Normandia parvero avvicinare la fine della guerra; di conseguenza, le mire dei resistenti conobbero un ulteriore innalzamento. Il primo obiettivo fu individuato nel Santuario dell'Argegna, militarizzato dal Comando di difesa antiaerea di La Spezia in quanto ideale punto di avvistamento. Il 13 giugno, subito dopo che il personale di servizio lo ebbe abbandonato, esso fu occupato: nel tempio si insediarono una quarantina di partigiani, trasformandolo in un bivacco.[10] Dato anche il significato simbolico della conquista, la fama della "banda dell'Argegna" si accrebbe notevolmente.

Ultimi baluardi della RSI nella zona restavano le stazioni dei Carabinieri di Casola e di Monzone, trasformate in distaccamenti della Guardia repubblicana. Si partì il 16 giugno dalla Val di Lucido, sulla quale i garibaldini calarono in forze occupando Gragnola per poi muovere all'assalto della caserma di Monzone: il cui comandante, il maresciallo Giovanni Parducci, aveva ai loro occhi il torto di attenersi scrupolosamente all'ordinanza che imponeva l'arresto dei renitenti alla leva. Disarmati gli altri militari e impossessatisi dell'autocarro in dotazione al presidio, gli attaccanti sequestrarono il sottufficiale: il quale fu legato, caricato sul camion[11] ed esposto come un trofeo nelle soste appositamente effettuate nei paesi lungo il percorso; infine portato sul monte Tondo, in Camporniega, e qui fucilato. Il 23 giugno cadde anche la stazione di Casola: a sottolineare la loro conquista del territorio, i partigiani mitragliarono l'effigie marmorea apposta dal regime fascista alla base del ponte di Montefiore.

Per quanto non dichiarata ufficialmente, tutta la Val d'Aulella a monte di Gassano veniva di fatto a costituire una "repubblica partigiana", sul modello di quella proclamata negli stessi giorni dai resistenti dell'Appennino modenese a Montefiorino. La rapida ascesa della formazione regnanina era tuttavia destinata a interrompersi bruscamente: il 30 giugno il Comando tedesco diede il via all'operazione "Wallenstein I", il maxirastrellamento che fece da preludio all'operatività della Linea Gotica mettendo in una morsa tutta l'area appenninica compresa tra i valichi di Pradarena, Cerreto e Cisa. Il 13 luglio l'arrivo della Wehrmacht all'Argegna costrinse i garibaldini alla fuga; il 30 fu bombardato l'avamposto da essi piazzato in Tea. La controffensiva germanica culminò il 3 agosto nella dispersione della stessa repubblica di Montefiorino.[12]

Ai combattenti antifascisti non rimase che darsi alla macchia; al diffuso scoramento pose tuttavia un freno il Comitato di Liberazione Nazionale, il quale, di concerto con gli Alleati, decise la costituzione di una divisione che avrebbe dovuto raccogliere tutte le formazioni lunigiane e garfagnine, inquadrandole militarmente al comando del maggiore inglese A. J. Oldham. Data la sua centralità, quale sede del convegno che avrebbe dovuto sancire l'accorpamento fu scelto Regnano: l'8 agosto le numerose delegazioni partigiane si ritrovarono alla Villa, alla Ca' Malaspina che disponeva di una capiente sala. Dal consesso che segnò la nascita della Divisione "Garibaldi Lunense" la formazione del Castello uscì promossa a brigata, denominandosi "Garibaldi La Spezia"; forte di 400 uomini, le era assegnato il comprensorio di Casola, Fivizzano, Minucciano e Giuncugnano.[13]

Ma a seguito di una delazione il comando germanico di Fivizzano venne a conoscenza della riunione in corso, inviando a Regnano un contingente di soldati: i quali, giunti al ponte di Montefiore già a buio e non conoscendo la strada, furono tuttavia ingannati dalla donna cui avevano chiesto indicazioni. Essendo imboscati al Castello anche molti giovani del paese, l'astuta montefiorina si finse forestiera, prendendo tempo e organizzando su due piedi un depistaggio con il quale i tedeschi furono indirizzati verso la "via lunga" di Offiano, mentre lei stessa assieme alla mamma di un partigiano si lanciava lungo la "via breve" rappresentata dalla mulattiera della Pila, giungendo alla Villa a tempo per dare l'allarme.[14]

Nel fuggi fuggi generale Oldham si preoccupò che non cadesse in mano nemica la ricetrasmittente: non potendosi prevedere un'incursione tedesca a un'ora così tarda, il radiotelegrafista era andato a dormire, al pari dei compagni posti di guardia ai vari punti di accesso al paese. Ad assumersi il rischioso incarico di recuperare l'apparecchiatura si fece avanti un giovane partigiano spezzino, Giulio Carozzo, unitamente a un altro volontario: avviatisi verso il centro della Villa, giunti alla Maestà i due incapparono in un militare germanico, il quale intimò l'altolà. Mentre il compagno riuscì a dileguarsi, Carozzo tentò di fare fuoco con la pistola, venendo però mitragliato a morte.[15]

Il giorno successivo vide i tedeschi battere la montagna compresa fra Tea e Monte Tondo, alla vana ricerca dei fuggitivi che pure erano acquattati in quei pressi, ma dove la macchia era più fitta. Si rivalsero allora sul parroco di Regnano, Paolo Tomaselli, accusandolo di connivenza coi banditen: intuito che obiettivo dei militari era il sequestro degli apparecchi radiofonici presenti in paese (i quali, tramite le stazioni alleate, inviavano alle forze della Resistenza i messaggi in codice, oltre a informare gli italiani sul reale andamento della guerra), il sacerdote riuscì a cavarsela consegnando loro la radio della scuola. Nel veder ripartire la truppa i regnanini tirarono un sospiro di sollievo: ma non era finita.

Il 10 agosto una cinquantina di soldati fecero ritorno a Regnano, per operarvi un rastrellamento casa per casa: gli ostaggi furono assembrati nella piazzetta della Villa, con le mitragliatrici spianate davanti, in un silenzio surreale che parve preludere al peggio. Fortunatamente si trattava soltanto di un avvertimento: l'ufficiale tedesco minacciò la distruzione di quelle case che fossero risultate compromesse con l'attività dei banditen, qualora costoro si fossero resi protagonisti di nuove provocazioni. Come monito, fu fatta saltare un'abitazione dalla cui finestra la notte del convegno era stato visto gettarsi un individuo, poi scomparso nel buio e perciò sospettato di essere un partigiano; l'esplosione danneggiò gravemente anche le case adiacenti. Paradossalmente, non furono toccati né la Ca' Malaspina né gli edifici del Castello che da mesi davano ricetto ai "ribelli".

Da quel giorno la vita dei regnanini non fu più la stessa. Se sino ad allora il paese aveva solidarizzato con i resistenti, adesso ci si rendeva conto del serio pericolo rappresentato da quella presenza: al loro rientro, gli appelli alla prudenza rivolti dagli abitanti ai responsabili della formazione si moltiplicarono. Ma anche l'atteggiamento germanico mutò: se in precedenza la Kommandantur aveva sostanzialmente ignorato Regnano, quasi riconoscendone il predominio partigiano ma a patto che i banditen non dessero troppo fastidio, limitandosi a intervenirvi nelle occasioni più gravi ma tutto sommato senza infierire più di tanto, d'ora innanzi i tedeschi ne fecero la meta privilegiata delle loro razzie, salendovi in continuazione a prelevarvi ogni bene. Alla gente non rimase allora che ingegnarsi, sfruttando nascondigli e approntando fosse in cui occultare i viveri e all'occorrenza le persone.[16]

Il 23 novembre 1944, il paese venne rastrellato dai nazisti della 148. Infanterie-Division e 15 civili furono uccisi.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Assieme al castello Guinterno donò probabilmente al vescovo di Luni anche la sua chiesa arroccata, dedicata a Santa Margherita, di cui rimane soltanto la struttura della facciata, dell'abside e di qualche pezzo di parete. Si tratta infatti di un edificio assai antico, caratterizzato da un paramento murario formato da bozze squadrate in calcare bianco, elemento comune a una serie di chiese e pievi romaniche della Lunigiana orientale e della Garfagnana; su tali murature fu edificata successivamente la chiesa, in grandi bozze d'arenaria. Poi l'aula fu raddoppiata, e in seguito dotata di altari barocchi: finché il terremoto del 6-7 settembre 1920 non ne decretò la morte. Del vetusto tempio resta solo il senso di un importante monumento e qualche reperto, fra cui un bel fonte battesimale conservato al Museo del territorio dell'Alta Valle Aulella di Casola.[17]

La chiesa fu quindi ricostruita alla Villa, in prossimità della strada che conduce al centro storico, con l'abside rivolto a settentrione e la facciata preceduta da un sagrato erboso raggiungibile tramite una rampa inclinata. All'interno fu ridimensionata l'aula e furono costruiti tre altari in stile barocco. Il vescovo Angelo Fiorini benedisse la prima pietra posata nella costruzione nel 1927, mentre la consacrazione avvenne l'8 ottobre del 1933 ad opera del vescovo Giovanni Sismondo[18], suo successore.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

Secondo l’usanza diffusa un tempo in Toscana, a Regnano si canta ancora oggi il Maggio[19] con canti, balli e rappresentazioni che rievocano leggendari eroi.

La ricorrenza principale è la festa di Santa Margherita, patrono del paese, che ricade il 21 luglio. In questa occasione la statua della Santa viene portata in processione lungo tutte le vie del paese, in cui vengono allestiti vari altarini posti in punti precisi tramandati nel tempo.

Una particolare manifestazione è nominata “Anno Domini 1100" e si svolge dagli inizi di luglio del 2007. Alla festa aderiscono gran parte degli abitanti del paese che, con la loro interpretazione e i loro costumi, richiamano una rappresentazione della società medievale. In questa cornice si può assistere ad attività come combattimenti all'arma bianca, sfilate storiche, l'investitura di un pellegrino in partenza per l'antico cammino del Volto Santo lungo la Via Francigena, la lettura del testamento di Guiterno (signore di Regnano), spettacoli di falconeria e giochi di fuoco.

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Cucina[modifica | modifica wikitesto]

Il borgo di Regnano mantiene per tradizione prodotti tipici legati all'antica vita contadina, tra cui il pane locale.

Il pane di Regnano si ottiene da un impasto di farina di grano con l'aggiunta di patate lesse; l'impasto viene fatto lievitare e successivamente cotto in forno a legna. Le patate, previamente lessate in acqua con sale, vengono passate su una spianatoia con la farina di grano. In seguito, si impasta il tutto con l’acqua della cottura e si aggiunge il "Loàm", un lievito naturale ottenuto da un pezzo di pasta posto all’interno di un tegame due o tre giorni prima della panificazione. Le pagnotte ottenute dalla lievitazione, di circa 800 grammi, vengono cotte. La particolarità di questo alimento sta nell'alto tasso di conservazione ottenuto grazie alle patate, che lo aiutano a mantenere la sua fragranza anche dopo alcuni giorni.

L'altro pane tipico del luogo è la marocca, fatta di farina di castagne.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Abitanti Regnano, su italia.indettaglio.it. URL consultato il 12 giugno 2018.
  2. ^ terremoto lunigiana, su ingvterremoti.wordpress.com. URL consultato il 17 giugno 2018 (archiviato dall'url originale il 17 giugno 2018).
  3. ^ I. Ferrando Cabona - E. Crusi, Storia dell'insediamento in Lunigiana. Alta Valle Aulella, Genova, Sagep, 1980, p. 35.
  4. ^ AA. VV., Massa, Carrara e la Lunigiana, Milano, Mondadori, 1999, p. 145.
  5. ^ L'unione tra Regnano e Montefiore del 1419, su giuseppealessandri.myblog.it.
  6. ^ Dizionario geografico fisico storico della Toscana, su books.google.it. URL consultato il 12 giugno 2018.
  7. ^ Liber Chronicus, Parrocchia di Regnano, redatto da don Euclide Rapalli.
  8. ^ D. Rossi, Sangue d'Apuania, Pontremoli, Istituto Storico della Resistenza Apuana, 2010, pp. 29 e 294.
  9. ^ Liber Chronicus, Parrocchia di Regnano, redatto da don Paolo Tomaselli.
  10. ^ C. Giorgetti, Il Santuario di N. S. della Guardia sul Monte Argegna, Massa, Tipografia Stilgrafica, 1995, p. 96.
  11. ^ A. Saba, Quando c'era la guerra. Dietro la linea gotica 1944-1945, Parma, Campus, 2012, p. 7.
  12. ^ G. Alessandri, La Val d'Aulella nella Linea Gotica, Firenze, Meridiana, 2014, pp. 68-82.
  13. ^ G. Petracchi, "Intelligence" americana e partigiani sulla Linea Gotica. I documenti segreti dell'OSS, Foggia, Bastogi, 1992, p. 66.
  14. ^ D. Rossi, cit., p. 33.
  15. ^ R. Battaglia, Un uomo, un partigiano, Torino, Einaudi, 1965, pp. 95-103.
  16. ^ Liber Chronicus, Parrocchia di Regnano, redatto da don Paolo Tomaselli.
  17. ^ AA. VV., Massa, Carrara e la Lunigiana, cit., pp. 145-6.
  18. ^ Mons. Giovanni Sismondo, su santiebeati.it. URL consultato il 12 giugno 2018.
  19. ^ Informazioni sul Canto di Maggio, su ecodellalunigiana.it. URL consultato il 12 giugno 2018.

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