Giuditta che decapita Oloferne (Artemisia Gentileschi Napoli)

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''Giuditta che decapita Oloferne''
Gentileschi Artemisia Judith Beheading Holofernes Naples.jpg
AutoreArtemisia Gentileschi
Data1612-13
Tecnicaolio su tela
Dimensioni158,8×125,5 cm
UbicazioneMuseo nazionale di Capodimonte, Napoli

Giuditta che decapita Oloferne è un dipinto, olio su tela (158,8x125,5 cm) realizzato fra il 1612 e il 1613 dalla pittrice italiana Artemisia Gentileschi. È conservato nel Museo nazionale di Capodimonte.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La tela appare di minori dimensioni e di diversi colori rispetto ad una seconda versione, conservata alla Galleria degli Uffizi. Data la riduzione apportata a un lato di questa tela alcuni pensano che la composizione fosse più equilibrata e simile alla versione del 1620, mentre altri studiosi, ad esempio G. Papi, sostengono che questa fosse una versione appositamente diversa [1]. È chiaro invece, grazie a studi a raggi X fatti da Mary Garrard sull'opera, che questa è la prima versione della Giuditta di Artemisia a causa delle diverse modifiche che la pittrice ha apportato in corso d'opera [2].

La tela è stata dipinta immediatamente a ridosso del processo per stupro nel quale Artemisia accusava Agostino Tassi, collaboratore del padre. Proprio per tale vicinanza cronologica alcuni storici dell'arte credono che la violenza espressa dall'episodio rappresentato sia frutto del desiderio di rivalsa di Artemisia. Difatti la giovane scelse, atipicamente rispetto agli altri artisti dei suoi tempi, di rappresentare la scena della decapitazione di Oloferne rispetto al momento della fuga delle due donne. L'episodio è stato di certo più difficile da dipingere in maniera realistica, ma si può notare la bravura dell'artista nel rappresentare lo sforzo fisico nei movimenti dei personaggi. La resistenza che l'uomo oppone all'aggressione è suggerita anche dalle lenzuola disfatte.

Si potrebbe scorgere l'influenza di Caravaggio nell'opera di Artemisia: il dipinto evoca non solo nella crudezza della decapitazione, ma nella postura stessa dell'eroina biblica, la Giuditta di Caravaggio a Palazzo Barberini, al punto che è difficile pensare che Artemisia non abbia avuto modo di conoscere tale opera, nonostante la sua ristretta possibilità di esplorare Roma. Differentemente dal dipinto del pittore italiano, in questo si nota la solidarietà tra Giuditta e l'ancella, che solo unite riescono a sopraffare il generale nemico. Anche questa particolarità potrebbe essere un riferimento alla storia personale della pittrice, che accusò Tullia, inquilina e punto di riferimento della ragazza, di omissione di soccorso nel momento dello stupro subìto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ R.Contini e G.Papi, Artemisia, Roma, Leonardo, 1991, pp. 116-120.
  2. ^ Mary D. Garrard, Artemisia Gentileschi The Image of the Female Hero in Italian Baroque Art, 1991, ISBN 9780691002859.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Roberto Contini e Francesco Solinas, Artemisia Gentileschi Storia di una passione, Pero (Milano), 24 ORE cultura, 2011.

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