Discussione:Res gestae divi Augusti

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Ciao Telo, ho visto che stai lavorando in sta voce. Volevo farti notare che il testo latino dovrebbe stare, più che su it.wiki, nella wiki source latina http://la.wikisource.org/wiki/Pagina_prima --RR 15:11, 9 apr 2008 (CEST)

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Traduzione latino-italiano[modifica wikitesto]

Ciao a tutti sono MArmor e volevo far notare un serio problema nella traduzione dal latino all'italiano, in particolare nell'appendice. Riguardo al punto 1 della suddetta il testo latino dice espressamente denarium e non sestertium e siccome nell'antichità esisteva proprio la moneta denarium credo ce tradurre con sesterzio sia un errore. Vorrei citare a sostegno di quello che dico la traduzione di Canali operata per la mondadori: 'La somma di denaro che elargì all'erario o alla plebe romana o ai soldati congedati fu di seicento milioni di denari '. L'altro errore riguarda il portico Ottavio, infatti come ci si sbaglia spesso non è il portico di Ottavia ma è portico Ottavio. L'errore sta nel fatto che in latino a dispetto dell'italiano porticus è femminile, quindi l'aggettivo latino è Octauia, mentre in italiano portico diventa maschile e anche l'aggettivo va cambiato in Ottavio. Senza contare che se fosse portico di Ottavia si avrà in latino porticus Octauiae, cioè al genitivo. Senza citare di nuovo letteralmente Canali, mi limito a segnalare che anche nella sua traduzione si riscontra Ottavio e non 'di Ottavia'.

ciao Marmor

Le fonti vanno su Wikisource[modifica wikitesto]

Copio qui il brano rimosso dalla voce. Si tratta dell'intera iscrizione più traduzione. L'iscrizione va su http://la.wikisource.org mentre la traduzione, se non è originale, su http://it.wikisource.org


===Introduzione===

{{quote|Narrazione dei fatti del divino [[Augusto (imperatore romano)|Augusto]] attraverso i quali sottomise tutto il mondo al potere del popolo romano, e del denaro che spese per la [[Repubblica romana|Repubblica]] e per il popolo romano, come sta scritto in due stele di bronzo a [[Roma]]||''Rerum gestarum divi Augusti, quibus orbem terra[rum] imperio populi Romani subiecit, et impensarum, quas in rem publicam populumque Romanum fecit, incisarum in duabus aheneis pilis, quae su[n]t Romae positae, exemplar sub[i]ectum''.||lingua=la}}

===Pars prima.Capitoli 1-14===

{{quote|1. A 19 anni<ref>Ottaviano allora si trovava ad [[Apollonia]] in [[Macedonia]], in attesa dell'arrivo di Cesare per la programmata campagna partica del dittatore, di cui forse doveva divenire il [[magister equitum]]. </ref>, di mia iniziativa e con spesa privata, [[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio#Ottaviano arriva in Italia|misi insieme un esercito, con il quale vendicai la Repubblica]] oppressa nella libertà dalla dominazione di una fazione. In quel nome, essendo consoli [[Gaio Vibio Pansa]] e [[Aulo Irzio]] ([[43 a.C.]]), il [[Senato romano|Senato]] mi incluse nel suo ordine per decreto onorifico, dandomi assieme il rango consolare e l'[[imperium]] militare. La Repubblica mi ordinò di provvedere, essendo io propretore, insieme ai consoli che nessuno potesse portare danno. Nello stesso anno il Popolo romano mi elesse [[console (storia romana)|console]]<ref> Il 19 agosto del 43 a.C. assieme a Quinto Pedio, figlio o nipote di Giulia, una sorella di Cesare, che fu [[Conquista della Gallia|legato di Cesare in Gallia]] e proconsole in Spagna. </ref> e [[Secondo triumvirato|triumviro]] per riordinare la [[Repubblica romana|Repubblica]], poiché entrambi i consoli erano stati uccisi in guerra.||1. ''Annos undeviginti natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rem publicam a dominatione factionis oppressam in liberatatem vindicavi. Eo nomine senatus decretis honorificis in ordinem suum me adlegit C.Pansa et A.Hirtio consulibus, consularem locum simul dan sententiae ferendae, et imperium mihi dedit. Res publica, ne quid detrimenti caperet, a me pro praetore simul cum consulibus pro[viden]dum iussit. Populus autem eodem anno me consulem, cum cos. uterque in bello cecidisset, et triumvirum rei publicae costituendae creavit.''||lingua=la}}

{{quote|2. Mandai in esilio [[Cesaricidio|quelli che trucidarono mio padre]] punendo il loro delitto con procedimenti legali<ref> Si tratta della ''[[Lex Pedia|Lex Pedia de interfectoribus Caesaris]]'' del 43 a.C., che promuoveva l'esilio, e la perdita della cittadinanza romana agli uccisori di Cesare </ref>; e muovendo poi essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia.<ref> [[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio#La battaglia di Filippi|La battaglia di Filippi]] nell'ottobre-novembre del 42 a.C. contro [[Marco Giunio Bruto|Bruto]] e [[Gaio Cassio Longino|Cassio]]. </ref>||2. ''Qui parentem meum [interfecer]un[t eo]s in exilium expuli iudiciis legitimis ultus eorum [fa]cin[us, e]t postea bellum inferentis rei publicae vici b[is a]cie.''||lingua=la}} 

{{quote|3. Combattei spesso [[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio|guerre civili]] ed esterne in tutto il mondo per terra e per mare; e da vincitore lasciai in vita tutti quei cittadini che implorarono grazia. Preferii conservare i popoli esterni, ai quali si poté perdonare senza pericolo, piuttosto che sterminarli. [[Esercito romano#La grande riforma augustea|Quasi cinquecentomila cittadini romani in armi sotto le mie insegne]]; dei quali inviai più di trecentomila in [[Colonia romana|colonie]] o rimandai nei loro municipi, compiuto il servizio militare; e a essi (tutti) assegnai terre o donai denaro in premio del servizio. Catturai 600 navi oltre a quelle minori per capacità alle triremi.||3. ''Bella terra et mari civilia externaque toto in orbe terrarum saepe gessi victorque omnibus v[eniam petentib]us civibus peperci. Externas gentes, quibus tuto ignosci potuit, conservare quam excidere malui. Millia civium Romanorum sub sacramento meo fuerunt circiter quingenta. Ex quibus deduxi in coloni]as aut remisi in municipia sua stipendis emeritis millia aliquanto plura quam trecenta et iis omnibus agros adsignavi aut pecuniam pro praemis militiae dedi. Naves cepi sescentas praeter eas, si quae minores quam triremes fuerunt.''||lingua=la}}

{{quote|4. Due volte ebbi un'[[trionfo|ovazione trionfale]] e tre volte celebrai trionfi curuli e fui acclamato ventun volte [[imperator]], sebbene il senato deliberasse un maggior numero di trionfi, che tutti declinai. Deposi l'alloro dai fasci in [[Campidoglio]], sciogliendo così i voti solenni che avevo pronunciato per ciascuna guerra. Per le imprese per terra e per mare compiute da me o dai miei [[legatus Augusti pro praetore|legati]], sotto i miei auspici, cinquantacinque volte il senato decretò solenni ringraziamenti agli déi immortali. I giorni poi durante i quali per decreto del senato furono innalzate pubbliche preghiere furono ottocentonovanta. Nei miei trionfi furono condotti davanti al mio carro nove re o figli di re. Ero stato [[console (storia romana)|console]] tredici volte quando scrivevo queste memorie ed ero per la trentasettesima volta rivestito della podestà tribunizia. || 4. '' Bis ovans triumphavi et tri[s egi] curulis triumphos et appella[tus sum v]iciens et semel imperator. [decernente plu]ris triumphos mihi sena[t]u, qua[ter eis su]persedi. L[aurum de f]asc[i]bus deposui in Capi[tolio votis, quae] quoque bello nuncupaveram, [sol]utis. Ob res a [me aut per legatos] meos auspicis meis terra ma[riqu]e pr[o]spere gestas qui[nquageniens et q]uinquiens decrevit senatus supp[lica]ndum esse dis immortalibus. Dies a[utem, pe]r quos ex senatus consulto [s]upplicatum est, fuere DC[CCLXXXX. In triumphis meis] ducti sunt ante currum meum reges aut r[eg]um lib[eri novem. Consul f]ueram terdeciens, cum [scribeb]a[m] haec, [et eram se]p[timum et] tricen[simu]m tribuniciae potestatis.''||lingua=la}}

{{quote|5. Non accettai la [[dittatore romano|dittatura]] che sotto il consolato di Marco Lello e Lucio Arrunzio mi era stata offerta, sia mentre ero assente sia mentre ero presente nell'Urbe, e dal popolo e dal senato. Non mi sottrassi invece, in una estrema carestia ad accettare la sovrintendenza dell'[[fornitura di grano per la città di Roma|annona]], che ressi in modo tale da liberare in pochi giorni dal timore e dal pericolo l'intera Urbe, a mie spese e con la mia solerzia. Anche il consolato, offertomi allora annuo e a vita, non accettai.|| 5. ''Dic]tat[ura]m et apsent[i e]t praesent[i mihi delatam et a popul]o et a se[na]tu [M. Marce]llo e[t] L.Arruntio [cos.] non rec[epi. Non sum] depreca[tus] in s[umma f]rum[enti p]enuria curatio[n]em an[non]ae. [qu] am ita ad[min]ist[ravi, ut] in[tra] die[s] paucos metu et periclo p[r] aesenti civitatem univ[ersam liberarem impensa et] cura mea. Consul[atum] quoqu]e tum annum e[t perpetuum mihi] dela[tum non recepi.]''||lingua=la}}

{{quote|6. Sotto il consolato di Vinicio e Lucrezio e poi di Publio Lentulo e Gneo Lentulo e ancora di Fabio Massimo e Tuberone nonostante l'unanime consenso del senato e del popolo romano affinché io fossi designato unico sovrintendente delle leggi e dei costumi con sommi poteri, non accettai alcuna magistratura conferitami contro [[Mos maiorum|il costume degli antenati]]. E allora ciò che il senato volle che fosse da me gestito, lo portai a compimento tramite il potere tribunizio, di cui chiesi ed ottenni dal senato per più di cinque volte consecutive un collega. || 6. '' Consulibus M. Vinicio et Q. Lucretio] et postea P. Lentulo et Cn. L[entulo et tertium Paullo Fabio Maximo] e[t Q. Tuberone senatu populoq]u[e Romano consentientibus] ut cu[rator legum et morum maxima potestate solus crearer nullum magistratum contra morem maiorem delatum recepi. Quae tum per me fieri senatus] v[o]luit, per trib[un]ici[a]m p[otestatem perfeci, cuius potes]tatis conlegam et [ips]e ultro [quinquiens mihi a sena]tu[de]poposci et accepi.''||lingua=la}}

{{quote|7. [[Secondo triumvirato|Fui triumviro per riordinare la Repubblica per dieci anni consecutivi]]. Fui ''[[Princeps senatus]]'' fino al giorno in cui scrissi queste memorie per 40 anni. E fui [[Pontefice massimo (storia romana)|pontefice massimo]], [[augure]], [[decemviri|quindecemviro]] alle sacre cerimonie, settemviro degli epuloni, [[Arvali|fratello arvale]], sodale Tizio, [[Feziali|feziale]].||7. ''Tri]umv[i]rum rei pu[blicae c]on[s]ti[tuendae fui per continuos an]nos [decem. P]rinceps s[enatus fui usque ad e]um d[iem, quo scrip]seram [haec, per annos] quadra[ginta. Pon]tifex [maximus, augur, Xvvir]um sacris fac[iundis, VIIvirum ep]ulon[um, frater arvalis, sodalis Titius], fetialis fui.''||lingua=la}}

{{quote|8. Durante il mio quinto consolato accrebbi il numero dei [[patrizio (storia romana)|patrizi]] per ordine del popolo e del senato. Tre volte procedetti a [[Censore (storia romana)|un'epurazione del senato]]. E durante il sesto consolato feci il [[censimento]] della popolazione,<ref>28 a.C.</ref> avendo come collega [[Marco Vipsanio Agrippa|Marco Agrippa]]. Celebrai la cerimonia lustrale dopo quarantadue anni. In questo censimento furono registrati quattromilionisessantatremila cittadini romani. Poi feci un secondo censimento<ref>8 a.C. Per alcuni studiosi cristiani questo censimento coincide col "primo censimento" (il secondo fu quello provinciale del 6-7 d.C.) ricordato in [[Vangelo di Luca|Luca]] {{passo biblico|Lc|2,1-2}}, in occasione del quale nacque [[Gesù]] (vedi [[Censimento di Quirinio]]).</ref> con potere consolare, senza collega, sotto il consolato di Gaio Censorio e Gaio Asinio, e in questo censimento furono registrati quattromilioni e duecentotrentamila cittadini romani. E feci un terzo censimento<ref>14 d.C.</ref> con potere consolare, avendo come collega mio figlio [[Tiberio|Tiberio Cesare]], sotto il consolato di Sesto Pompeio e Sesto Apuleio; in questo censimento furono registrati quattromilioni e novecentotrentasettemila cittadini romani. Con nuove leggi, proposte su mia iniziativa, rimisi in vigore molti [[mos maiorum|modelli di comportamento degli avi]], che ormai nel nostro tempo erano caduti in disuso, e io stesso consegnai ai posteri esempi di molti costumi da imitare. || 8. ''Patriciorum numerum auxi consul quintum iussu populi et senatus. Senatum ter legi. Et in consulatu sexto censum populi conlega M. Agrippa egi. Lustrum post annum alterum et quadragensimum fec[i]. Quo lustro civium Romanorum censa sunt capita quadragiens centum millia et sexag[i]inta tria millia. ~ Tum [iteru]m consulari com imperio lustrum [s]olus feci C. Censorin[o et C.] Asinio cos. Quo lustro censa sunt civium Romanorum [capita] quadragiens centum millia et ducenta triginta tria mi[llia. Et tertiu]m consulari cum imperio lustrum conlega Tib. Cae[sare filio] m[eo feci,] Sex. Pompeio et Sex. Appuleio cos. Quo lustro ce[nsa sunt]civ[ium Ro]manorum capitum quadragiens centum mill[ia et n]onge[nta tr]iginta et septem millia. Legibus novi[s] m[e auctore l]atis m[ulta e]xempla maiorum exolescentia iam ex nostro [saecul]o red[uxi et ipse] multarum rer[um exe]mpla imitanda pos[teris tradidi.]''||lingua=la}}

{{quote|9. Il senato decretò che venissero fatti voti per la mia salute dai consoli e dai sacerdoti ogni quattro anni. Il seguito a questi voti spesso, durante la mia vita, talvolta i quattro più importanti colleghi sacerdotali, talvolta i consoli allestirono giochi. Anche [[Cittadinanza romana|i cittadini]], tutti quanti, sia a titolo personale, sia municipio per municipio, unanimamente, senza interruzione, innalzarono pubbliche preghiere per la mia salute in tutti i templi.||9. ''Vota p[ro valetudine meo susc]ipi p[er cons]ules et sacerdotes qu[in]to qu[oque anno senatus decrevit. Ex iis] votis s[ae]pe fecerunt vivo m[e ludos aliquotiens sace]rdo[tu]m quattuor amplissima colle[gia, aliquotiens consules. Pr]iva[t]im etiam et municipatim univer[si cives unanimite]r con[tinente]r apud omnia pulvinaria pro vale[tu]din[e mea s]upp[licaverunt.]'' ||lingua=la}}

{{quote|10. Il mio nome per [[senatoconsulto]] fu inserito nel [[Carmen Saliare|carme Saliare]] e fu sancito per legge che fossi inviolabile per sempre e che avessi la [[tribuno della plebe|potestà tribunizia]] a vita. Rifiutai di diventare pontefice massimo al posto di un mio collega ancora in vita, benché fosse il popolo ad offrirmi questo sacerdozio, che [[Gaio Giulio Cesare|mio padre]] aveva rivestito. E questo sacerdozio accettai, qualche anno dopo, sotto il consolato di Publio Sulpicio e Gaio Valgio, morto colui che ne aveva preso possesso approfittando del disordine politico interno, e confluendo ai [[Assemblee romane|miei comizi]] da tutta l'Italia una moltitudine tanto grande quanta mai a Roma si dice vi fosse stata fino a quel momento. || 10. ''Nom[en me]um [sena]tus c[onsulto inc]lusum est in saliare carmen et sacrosanctu[s in perp]etum [ut essem et, q]uoad ivierem, tribunicia potestas mihi [esse, per lege]m sanc[tum est. Pontif]ex maximus ne fierem in vivi [c]onlegae l]ocum, [populo id sace]rdotium deferente mihi, quod pater meu[s habuer]at, r[ecusavi. Qu]od sacerdotium aliquod post annos, eo mor[t]uo q[ui civilis] m[otus o]ccasione occupaverat, cuncta ex Italia [ad comitia mea] confluen[te mu]ltitudine, quanta Romae nun[q]uam [fertur ante i]d temp[us fuisse], recep[i] P. Sulpicio C. Valgio consulibu[s].''||lingua=la}}

{{quote|11. Il senato deliberò al mio ritorno la costruzione dell'altare della [[Fortuna (divinità)|Fortuna]] Reduce, davanti ai templi dell'Onore e della [[Virtù]], presso la porta Capena, e ordinò che su di esso i [[pontefice (storia romana)|pontefici]] e le vergini [[Vestali]] celebrassero un sacrificio ogni anno nel giorno in cui, sotto il consolato di Quinto Lucrezio e Marco Vinicio, ero tornato a Roma dalla [[Siria (provincia romana)|Siria]], e designò quel giorno ''Augustalia'', dal mio soprannome.|| 11. ''Aram [Fortunae] R[educis a]nte aedes Honoris et Virtutis ad portam Cap[enam pro] red[itu me]o senatus consacravit, in qua ponti[fices et] vir[gines Ve]stal[es anni]versarium sacrificium facere [decrevit eo] di[e quo co]nsul[ibus Q. Luc]retio et [M. Vi]nic[i]o in urbem ex [Syria redieram, et diem Augustali]a ex [c]o[gnomine] nos[t]ro appellavit.'' ||lingua=la}}

{{quote|12. Per decisione del senato una parte dei [[pretore (storia romana)|pretori]] e dei [[tribuno della plebe|tribuni della plebe]] con il console Quinto Irzio Lucrezio e con i cittadini più influenti mi fu mandata incontro in [[Campania]], e questo onore non è stato decretato a nessuno tranne che a me<ref>  Si tratta della legazione inviata nel 19 a.C. per esortare Augusto a far rapido ritorno a Roma, dove persistevano disordini sorti in seguito alle pretese di Marco Egnazio Rufo di accedere al consolato; infatti in quell'anno era stato nominato un solo console, Gaio Senzio Saturnino e Augusto, non vendo accettato il consolato, aveva stabilito che il posto vacante fosse occupato da Quanto Lucrezio Vespillone, uno dei membri della legazione. </ref>. Quando, sotto consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, tornai a Roma dalla [[Storia della Spagna|Spagna]] e dalla [[Gallia]], dopo aver portato a termine con successo i programmi prestabiliti<ref>Dal 16 al 13 a.C., Augusto si trattenne in Gallia e in Spagna dove ottenne un successo di grande portata politica col pacificare quelle terre e col gettare le basi per un profondo processo di romanizzazione.</ref>, il senato decretò che per il mio ritorno dovesse essere consacrato [[Ara pacis|l'altare della Pace Augusta]] vicino al [[Campo Marzio]], e ordinò che su diesso i magistrati, i sacerdoti e le vergini [[Vestali]] facessero ogni anno un sacrificio. ||12. ''Senatus consulto ea occasion]e pars [praetorum e]t tribunorum [plebi cum consule Q.] Lu[cret]io et princi[pi] bus viris [ob]viam mihi mis[s]a e[st in Campan]iam, quo honos [ad ho]c tempus nemini praeter [m]e es[t decretus. Cu]m ex H[is[]ania Gal[liaque, rebu]s in iis provincis prosp[e]re [gest]i[s], R[omam redi] Ti. Nerone P. Qui[ntilio c]o[n]s[ulibu]s, ~ aram [Pacis A]u[g]ust[ae senatus pro]redi[t]u meo consa[c]randam [censuit] ad campam [Martium, in qua ma]gistratus et sac[er]dotes [et v]irgines V[est]a[les ann]iversarium sacrific]ium facer[e decrevit.]''||lingua=la}}

{{quote|13. Il tempio di [[Giano (divinità)|Iano Quirino]], che i nostri antenati vollero che venisse chiuso quando fosse stata partorita la pace con la vittoria per tutto l'impero Romano per terra e per il mare, prima che io nascessi, dalla fondazione della città fu chiuso in tutto due volte, sotto il mio principato per tre volte il senato decretò che dovesse essere chiuso.<ref> Nel 30 a.C., dopo la vittoria su [[Cleopatra]], nel 25 a.C. dopo le [[Guerre cantabriche]] e una terza volta, non ancora identificata con certezza.  </ref> ||13. ''Ianum] Quirin[um, quem cl]aussum ess[e maiores nostri voluer]unt, cum [p]er totum i[mperium po]puli Roma[ni terra marique es]set parta victoriis pax, cum pr[ius quam] nascerer, a co[ndita] u[rb]e bis omnino clausum [f]uisse prodatur m[emori]ae, ter me princi]pe senat]us claudendum esse censui[t].''||lingua=la}}

{{quote|14. I miei figli, che la sorte mi strappò in giovane età, [[Gaio Cesare|Gaio]] e [[Lucio Cesare|Lucio]] Cesari, in mio onore il senato e il popolo romano designarono consoli all'età di quattordici anni, perché rivestissero tale magistratura dopo cinque anni. E il senato decretò che partecipassero ai dibattiti di interesse pubblico dal giorno in cui furono accompagnati nel [[Foro Romano|Foro]]. Inoltre i cavalieri romani, tutti quanti, vollero che entrambi avessero il titolo di principi della gioventù e che venissero loro donato scudi e aste d'argento<ref>Il titolo, modellato su quello offerto ad Augusto di ''[[Princeps senatus]]'', fu conferito dal ''ordo equester'', in quanto il termine ''iuventus'' in senso più lato designava tutto il corpo di ''[[Cavalieri (Equites)|equites equo publico]]'', ossia i cavalieri sotto i 35 anni tecnicamente ancora ''iuniores'' e i figli di senatori sotto i 25 anni che non avevano ancora ricoperto alcuna magistratura senatoria.</ref>. || 14. ''Filios meos, quos iuv[enes] mihi eripuit for[tuna], Gaium et Lucium Caesares, honoris mei causa senatus populusque Romanus annum quintum et decimum agentis consules designavit, ut [e]um magistratum inirent post quinquennium. Et ex eo die, quo deducti [s]unt in forum ut interessent consiliis publicis decrevit sena[t]us. Equites [a]utem Romani universi principem iuventutis utrumque eorum parm[is] et hastis argenteis donatum appellaverunt.'' |lingua=la}}

===Pars altera. Capitoli 15-24===

{{quote|15. Alla plebe di Roma<ref>La plebe urbana erano i cittadini residenti a Roma, appartenenti non soltanto alle quattro [[tribù]] urbane (Esquilina, Palatina, Collina, Suburbana) , ma anche ai cittadini iscritti alle [[tribù]] rustiche e residenti a [[Roma]] da più generazioni.</ref> pagai in contanti a testa trecento [[Sesterzio|sesterzi]] in conformità alle disposizioni testamentarie di [[Gaio Giulio Cesare|mio padre]]<ref>  44 a.C.</ref>, e a mio nome diedi quattrocento sesterzi a ciascun provenienti dalla vendita del bottino delle guerre, quando ero console per la quinta volta <ref>Nel 30 a.C.; il bottino è in gran parte il tesoro dei [[Dinastia tolemaica|Tolomei]] acquisito per dirittto di conquista nella compagna contro [[Cleopatra]] (e [[Marco Antonio|Antonio]]) dello stesso anno.</ref>; nuovamente poi, durante il mio decimo consolato<ref>Al ritonro dalle [[Guerre cantabriche]] nel 24 a.C. </ref>, con i miei beni pagai quattrocento sesterzi di congiario a testa, e console per l'undicesima volta<ref>Nel 23 a.C.</ref> calcolai e assegnai [[Fornitura di grano per la città di Roma|dodici distribuzioni di grano]], avendo acquistato a mie spese il grano in grande quantità e, quando rivestivo la potestà tribunizia per la dodicesima volta<ref>  In occasione dell'elezione di Augusto a pontefice massimo nel 12 a.C. </ref>, diedi per la terza volta quattrocento [[nummo|nummi]] a testa. Questi miei congiari non pervennero mai a meno di duecentocinquantamila uomini. Quando rivestivo la potestà tribunizia per la diciottesima volta ed ero console per la dodicesima volta <ref> 5 a.C. in occasione della ''deductio in Forum'' di [[Gaio Cesare]] </ref>diedi sessanta [[denario|denari]] a testa a trecentoventimila appartenenti alla plebe urbana. E ai coloni che erano stati miei soldati, quando ero console per la quinta volta, distribuii a testa mille nummi dalla vendita del bottino di guerra; nelle colonie ricevettero questo congiario del trionfo circa centoventimila uomini. Console per la tredicesima volta diedi sessanta denari alla plebe che allora riceveva frumento pubblico; furono poco più di duecentomila uomini<ref>In occasione della ''deductio in Forum'' di [[Lucio Cesare]] nel 2 a.C. </ref>.  || 15. ''Plebei Romanae viritum HS trecenos numeravi ex testamento patris mei. et nomine meo HS quadringenos ex bellorum manibiis consul quintum dedi, iterum autem in consulatu decimo ex patrimonio meo HS quadringenos congiari viritim pernumer[a]vi, et consul undecimum duodecim  frumentationes frumento pr[i]vatim coempto emensus sum. ~ et tribunicia potestate duodecimum quadringenos nummos tertium viritim dedi. Quae mea congiaria p[e]rvenerunt ad [homi]num millia nunquam minus quinquaginta et ducenta. Tribuniciae potestatis duodevicensimum consul XII trecentis et viginti millibus plebis urbanae sexagenos denarios viritim dedi. Et colon[i]s militum meorum consul quintum ex manibiis viritim millia nummum singula dedi. acceperunt id triumphale congiarium in colonis hominum circiter centum et viginti millia. Consul tertium dec[i]mum sexagenos denarios plebei, quae tum frumentum publicum acciebat, dedi; ea millia hominum paullo plura quam ducenta fuerunt''.|lingua=la}}

{{quote|16. Pagai ai [[municipio (storia)|municipi]] il risarcimento dei terreni che durante il mio quarto consolato <ref>  Nel 30 a.C., dopo la [[battaglia di Azio]]</ref> e poi sotto il consolato di Marco Crasso e [[Gneo Cornelio Lentulo l'Augure|Gneo Lentulo Augure]]<ref>Nel 14 a.C.</ref> assegnai ai soldati. E la somma, che pagai in contanti, per le proprietà italiche ammontò a circa seicento milioni di sesterzi e fu di circa duecentosessanta milioni ciò che pagai per i terreni provinciali. E a memoria del mio tempo compii quest'atto per primo e solo fra tutti coloro che fondarono colonie di soldati in Italia o nelle province. E poi sotto il consolato di [[Tiberio|Tiberio Nerone]] e [[Gneo Calpurnio Pisone|Gneo Pisone]] e nuovamente sotto il consolato di Gaio Antistio e Decimo Lelio e Gneo Calvisio e Lucio Pasieno e di Lucio Lentulo e Marco Messalla e Lucio Caninio e Quinto Fabrizio <ref>Le coppie consolari indicano gli anni 7, 6, 4, 3, e 2 a.C. </ref>ai soldati che, terminato il servizio militare, feci ritornare nei loro municipi, pagai premi in denaro contante, e per questa operazione spesi circa quattrocento milioni di sesterzi. || 16. ''Pecuniam [pr]o agris, quos in consulatu meo quarto et postea consulibus M. Cr[a]ssao et Cn. Lentulo augure adsignavi militibus, soliv municipis. Ea [s]u[mma s]estertium circiter sexsiens milliens fuit, quam [p]ro Italicis praedis numeravi. et ci[r]citer bis mill[ie]ns et sescentiens, quod pro agris provincialibus soliv. Id primus et [s]olus omnium, qui [d]eduxerunt colonias militum in Italia aut in provincis, ad memoriam aetatis meae feci. Et postea Ti. Nerone et Cn. Pisone consulibus, et D.Laelio cos., et C. Calvisio et L. Pasieno consulibus, et L. Le[nt]ulo et M. Messalla consulibus, et L.Caninio et Q. Fabricio co[s.], milit[i]bus, quos emeriteis stipendis in sua municpi[a dedux]i, praem[i]a numerato persolvi. ~ quam in rem sestertium q[uater m]illiens cir[cite]r impendi.''|lingua=la}}

{{quote|17. Quattro volte aiutai l'[[erario]] con denaro mio, sicché consegnai centocinquanta milioni di stesterzi a coloro che sovrintendevano l'erario. E sotto il consolato di [[Marco Emilio Lepido (console 6)|Marco Lepido]] e [[Lucio Arrunzio (console 6)|Lucio Arrunzio]] trasferii l'erario militare<ref> L'istituzione dell'erario militare avvenne nel 6 d.C.</ref>, che fu costituito su mia proposta perché da esso si prelevassero i premi da dare ai soldati che avessero compiuto venti o più anni di servizio<ref> Nel 5 d.C Augusto fissò la nuova durata del servizio militare: 16 anni per i pretoriani, 20 per i legionari. Ma la ferma veniva spesso prolungata, come Augusto tesso riconosce, sino a 30 o 40 anni. </ref>, centosettanta milioni di sesterzi prendendoli dal mio patrimonio. || 17. ''Quater [pe]cunia mea iuvi aerarium, ita ut sestertium milliens et quing[en]ties ad eos qui praerant aerario detulerim. Et M. Lepido et L. Ar[r]untio cos. in aerarium militare, quod ex consilio n[eo] co[ns]titutum est, ex [q]uo praemia darentur militibus, qui vicena [aut plu]ra sti[pendi]a emeruissent — HS milliens et septing[e]nti[ens ex pa]t[rim]onio [m]eo detuli.''|lingua=la}}

{{quote|18. Dall'anno in cui furono consoli Gneo e Publio Lentulo<ref> 18 a.C.</ref>, scarseggiando le risorse dello Stato, feci donazioni in frumento e in denaro ora a centomila persone ora a molte più, attingendo dal mio granaio e dal mio patrimonio. || 18. ''Ab eo anno q]uo Cn. et P. Lentuli c[ons]ules fuerunt, cum deficerent [vecti]g[alia, tum] centum millibus h[omi]num, tum pluribus multo frume[ntarios et n]umma[rio]s t[ributus ex horr]eo et patr[i]monio m[e]o edidi.''|lingua=la}}

{{quote|19. Ho fatto la [[Curia (storia di Roma)|Curia]]<ref> Si tratta della [[Curia (storia di Roma)|Curia Iulia]] (iniziata a suo tempo da [[Gaio Giulio Cesare|Cesare]]) inaugurata nel 29 a.C. in occasione del triplice trionfo. [[Cassio Dione Cocceiano|Cassio Dione]], LI, 22, 1</ref> e ciò che contiene il Calcidico e il [[Tempio di Apollo Palatino|Tempio di Apollo]]<ref>Iniziato nel 36 a.C. dopo la vittoria navale su [[Sesto Pompeo]] a [[battaglia di Nauloco|Nauloco]] </ref> sul [[Palatino]] con i portici, il tempio del divino [[Gaio Giulio Cesare|Giulio]], il [[Lupercale]], [[portico di Ottavia|il portico nei pressi del circo Flaminio che tollerai che venisse chiamato Ottavio]] con il nome di quello che aveva fatto il precedente in quello stesso luogo, il Pulvinar al [[Circo Massimo]], i templi sul [[Campidoglio]] di [[Giove (divinità)|Giove]] Feretro e Giove Tonante, il tempio di [[Quirino (divinità)|Quirino]], i templi di [[Minerva]] e di [[Giunone]] Regina e di Giove Liberatore sull'[[Aventino]], il tempio di [[Lari (divinità)|Lar]] sulla sommità della via sacra, il tempio dei [[Penati]] sulla [[Velia]], il tempio dei giovani e il tempio alla [[Grande Madre]]|| 19. ''Curiam et continens ei Chalcidicum templumque Apollinis in Palatio cum porticibus, aedem divi Iuli, Lupercal, porticum ad circum Flaminium, quam sum appellari passus ex nomine eius qui priorem eodem in solo fecerat Octaviam, pulvinar ad circum maximum, aedes in Capitolio Iovis Feretri et Iovis Tonantis, ~ aedem Quirini, aedes Minervae et Iunonis reginae et Iovis Libertatis in Aventino, aedem Larum in summa sacra via, aedem deum Penatium in Velia, aedem Iuventatis, aedem Matris Magnae in Palatio feci.''||lingua=la}}

{{quote|20. Restaurai il [[Campidoglio]] e il [[Teatro di Pompeo]], l'una e l'altra opera con grande spesa, senza apporvi alcuna iscrizione del mio nome. Restaurai gli acquedotti cadenti per vetustità in parecchi punti, e raddoppiai il volume dell'acqua detta Marcia con l'immissione nel suo condotto di una nuova sorgente. Terminai il [[Foro di Cesare|Foro Giulio]] e la [[Basilica civile|basilica]] fra il [[Tempio dei Dioscuri|Tempio di Castore]] e il [[Tempio di Saturno]], opere iniziate e quasi ultimate da [[Gaio Giulio Cesare|mio padre]], e dopo averne ampliato il suolo, iniziai a ricostruire la medesima basilica, che era stata divorata a un incendio intitolandola al nome dei miei figli, e stabilii che, se non l'avessi terminata io da vivo, fosse terminata dai miei eredi. Console per la sesta volta<ref>28 a.C.</ref>, restaurai nell'Urbe, per volontà del senato, ottantadue templi degli déi, e non ne tralasciai nessuno che in quel tempo dovesse essere restaurato. Console per la settima volta<ref>  Nel 27 a.C.</ref>, rifeci la [[Via Flaminia]] dall'Urbe a [[Rimini]] e tutti i ponti, tranne il [[Ponte Milvio|Milvio]] e il Minucio<ref>Nulla si sa con esattezza di questa costruzione.</ref>.|| 20. ''Capitolium et Pompeium theatrum utrumque opus impensa grandi refeci sine ulla inscriptione  nominis mei. Rovos aquarum compluribus locis vetustate labentes refeci, ~ et aquam quae Marcia appellatur duplicavi fonte novo in rivum eius inmisso. Forum Iulium et basilicam quae fuit inter aedem Castoris et aedem Saturni, ~ coepta profligataque poera a patre meo, perfeci, et eandem basilicam consumptam incendio ampliato eius solo sub titulo nominis filiorum m[eorum i]ncohavi, et, si vivus non perfecissem, perfici ab heredibus [meis ius]si. Duo et octoginta templa deum in urbe consul sextum ex [auctori]tate senatus refeci, nullo praetermisso quod e[o] tempore [refici debeba]t. Consul septimum viam Flaminiam a[b urbe] Ari[minum refeci pontes]que omnes praeter Mulvium et Minucium.''||lingua=la}}

{{quote|21. Su suolo privato costruii il [[Foro di Augusto#Tempio di Marte Ultore|Tempio di Marte Ultore]] e il [[Foro di Augusto]] col bottino di guerra.<ref> Ricavato dalla [[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio#La battaglia di Filippi|battaglia di Filippi]] e dalle proscrizioni </ref> Presso il [[Tempio di Apollo Palatino|Tempio di Apollo]] su suolo comprato in gran parte da privati costruii un [[Teatro di Marcello|teatro]], che volli fosse intitolato a mio genero, [[Marco Claudio Marcello (nipote di Augusto)|Marco Marcello]]. Consacrai doni ricavati dal bottino di guerra nel [[Campidoglio]], e nel [[Tempio del Divo Giulio]], e nel [[Tempio di Apollo Palatino|Tempio di Apollo]], e nel tempio di [[Vesta (divinità)|Vesta]]<ref>Non è chiaro se si tratti del [[Tempio di Vesta (Roma)|tempio di Vesta]] sul [[Foro Romano]] o una piccola edicola ricavata nel palazzo imperiale e inaugurata nel 12 a.C., dopo l'elezione di Augusto a pontefice massimo </ref>, e nel tempio di [[Foro di Augusto|Marte Ultore]]: essi mi costarono circa cento milioni di sesterzi. Console per quinta volta<ref>  29 a.C.  </ref>, restituii trentacinquemila libbre di oro coronario<ref>L'oro coronario era un donativo in oro o in denaro, fatto a un generale vittorioso, al posto della corona aurea o trionfale.  </ref> ai municipi e alle colonie d'Italia che lo donavano per i miei trionfi, e in seguito, tutte le volte che fui proclamato [[imperator]], non accettai l'oro coronario, anche se i [[Municipio (storia)|municipi]] e le [[Colonia romana|colonie]] lo decretavano con la medesima benevolenza con cui lo avevano decretato in precedenza. || 21. ''In privato solo Martis Ultoris templum [f]orumque Augustum [ex ma]n[i]biis feci. Theatrum ad aede Apollinis in solo magna ex parte a p[r]i[v]atis empto feci, quod sub nomine M. Marcell[i] generi mei esset. Don[a e]x manibiis in Capitolio et in aede divi Iu[l]i et in aede Apollinis de Vestae et in templo Martis Ultoris consecravi, quae mihi constituerunt HS circiter milliens. Auri coronari pondo triginta et quinque millia municipiis et colonis Italiae conferentibus ad triumpho[s] meos quintum consul remisi, et postea, quotienscumque imperator a[ppe]llatus sum, aurum coronarium non accepi, decernentibus municipii[s] et colonis aequ[e] beni[g]ne adque antea decreverant''.||lingua=la}}

{{quote|22. Tre volte allestii uno spettacolo gladiatorio a nome mio e cinque volte a nome dei miei figli o nipoti; e in questi spettacoli combatterono circa diecimila uomini. Due volte a mio nome offrii al popolo spettacolo di atleti fatti venire da ogni parte, e una terza volta a nome di mio nipote<ref>[[Druso minore]], figlio di [[Tiberio]].</ref>. Allestii giochi a mio nome quattro volte, invece al posto di altri magistrati ventitré volte. In nome del collegio dei quindecemviri, come presidente del collegio, avendo per collega [[Marco Vipsanio Agrippa|Marco Agrippa]], durante il consolato di Gaio Furnio e Gaio Silano, celebrai i [[Ludi]] Secolari<ref>Furono celebrati il 17 a.C. dalla notte del 3 maggio a tutto il 17 giugno, periodo più felice dell'anno, quello della mietitura. Venivano chiamati saeculares  perché avrebbero dovuto avere la cadenza di un secolo. Essi esaltavano il rinnovarsi della vita e, nell'intenzione di Augusto, il rinnovarsi di Roma dopo l'oscuro periodo delle guerre civili.</ref>. Durante il mio tredicesimo consolato<ref>2 a.C.</ref> celebrai per primo i Ludi di [[Marte (divinità)|Marte]] che in seguito e di seguito negli anni successivi, per decreto dl senato e per leggi, furono celebrati dai consoli. Allestii per il popolo ventisei volte, a nome mio o dei miei figli e nipoti, cacce di belve africane, nel circo o nel foro o nell'anfiteatro, nelle quali furono ammazzate circa tremilacinquecento belve.||22. ''Munus gladiatorium dedi meo nomine et quinquiens filiorum meorum aut n[e]potum nomine; quibus muneribus depugnaverunt hominum circiter decem millia. Bis athletarum undique accitorum spectaculu[m] p[o]pulo pra[ebui meo nomine et tertium nepo[tis] mei nomine. Ludos feci m[eo no]m[ine] quater, aliorum autem magistratuum vicem ter et viciens. Pro conlegio Xvvirorum magis[ter con]legii collega M. Agrippa ludos saeclares, C. Furnio C.Silano cos. [feci. C]onsul XIII ludos Mar[tia]les primus feci, quos post id tempus deincep[s] ins[equen]ti[bus] annis [ex senatus consulto et lege fecerunt consules. Venation[es] best[ia]rum Africanarum meo nomine aut filio[ru]m meorum et nepotum in circo aut in foro aut in amphitheatris, popul[o d]edi sexiens et viciens, quibus confecta sunt bestiarum circiter tria m[ill]ia et quingentae''.||lingua=la}}

{{quote|23. Allestii per il popolo uno spettacolo di combattimento navale al di là del [[Tevere]], nel luogo in cui ora c'è il bosco dei Cesari<ref>Un bosco fatto piantare da Augusto in onore di Gaio e Lucio Cesari; [[Publio Cornelio Tacito|Tacito]], ''[[Annales di Tacito|Annales]]'', XIV, 5, 2. </ref>, scavato il terreno per un lunghezza di milleottocento piedi e per una larghezza di milleduecento; in esso vennero a conflitto trenta navi rostrate triremi o biremi, e, più numerose, di stazza minore; in questa flotta combatterono, a parte i rematori, circa tremila uomini. || 23. '' Navalis proeli spectaclum populo de[di tr]ans Tiberim, in quo loco nunc nemus est Caesarum, avato [s]olo in longitudinem mille et octingentos pedes ~ in latudine[m mille] e[t] ducenti. In quo triginta rostratae naves triremes a[ut birem]es ~ plures autem minores inter se conflixerunt. Q[uibu]s in classibus pugnaverunt praeter remiges millia ho[minum tr]ia circiter.''||lingua=la}}

{{quote|24. Nei templi di tutte le città della [[Asia (provincia romana)|provincia d'Asia]] ricollocai, vincitore, gli ornamenti che , spogliati i templi, aveva posseduto a titolo privato colui al quale avevo fatto guerra. <ref> Si tratta naturalmente di [[Marco Antonio]]; qui Augusto tace il nome sia per il fatto che per decreto del senato tutto ciò che rendeva onore a Marco Antonio doveva essere distrutto o celato sia perché, in linea con la sua propaganda, Augusto voleva che il ''bellum'' fosse considerato ''externum'', quindi contro [[Cleopatra]], e non, come invece fu, ''civile'' </ref> mie statue pedestri ed equestri e su quadrighe, in argento, furono innalzate nell'Urbe in numero di ottanta circa, ma io spontaneamente le rimossi e dal denaro ottenuto ricavai doni d'oro che collocai nel tempio di [[[Tempio di Apollo Palatino|Apollo]] a nome mio e di quelli che mi tributarono l'onore delle statue. ''|| 24. In templis omnium civitatium prov[inci]ae Asiae victor ornamenta reposui, quae spoliatis templis is cum quo bellum gesseram privatim possederat. Statuae [mea]e pedestres et equestres et in quadrigeis argenteae steterunt in urbe XXC circiter, quas ipse sustuli ~ exque ea pecunia dona aurea in aede Apollinis meo nomine et illorum, qui mihi statuarum honorem habuerunt, posui.''||lingua=la}}

===Pars tertia. Capitoli 25-35===

{{quote|25. Stabilì la pace sul mare liberandolo dai pirati<ref> Si tratta della guerra contro [[Sesto Pompeo]],figlio  di [[Gneo Pompeo Magno]], che aveva occupato la Sardegna, la Corsica e la Sicilia e dalle quali affamava l'Italia con  un'imponente flotta. La guerra, nel 38-36 a.C., si concluse con la vittoria di Ottaviano a [[battaglia di Nauloco|Nauloco]] nel 36 a.C. </ref>. In quella guerra catturai circa trentamila schiavi che erano fuggiti dai loro padroni e avevano impugnato le armi contro lo Stato, e li consegnai ai padroni perché infliggessero una pena. Tutta l'Italia giurò spontaneamente fedeltà a me<ref> Augusto fa riferimento alla ''[[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio#Ottaviano contro Antonio: battaglia di Azio e vittoria di Ottaviano|coniuratio totius Italiae et provinciarum in verba Octaviani]]'' del 32 a.C. Un atto politico anticostituzionale ed axtracostituzionale, giacché si trattava di un atto plebiscitario fondato su di un giuramento d'origine militare esteso a tutta la popolazione d'Italia e delle province occidentali. Su di esso, Ottaviano fondò il suo potere sino al 27 a.C. quando divenne Augusto; fu sulla scorta di questa investitura come ''dux'' (come lui stesso si definisce) che il futuro imperatore condusse [[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio|la guerra contro Cleopatra e Antonio]].  </ref> e chiese me come comandante della [[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio|guerra]] in cui (poi) vinsi presso [[Battaglia di Azio|Azio]]; giurarono parimenti fedeltà le province di [[Gallia]], delle [[Storia della Spagna|Spagne]], di [[Africa (provincia)|Africa]], di [[Storia della Sicilia romana|Sicilia]] e di [[Storia della Sardegna romana|Sardegna]]. I senatori che militarono allora sotto le mie insegne furono più di settecento , tra essi, o prima o dopo, fino al giorno in cui furono scritte queste memorie, ottantatré furono eletti consoli, e circa centosettanta sacerdoti. || 25. ''Mare pacavi a praedonibus. Eo bello servorum, qui fugerant a dominis suis et arma contra rem publicam ceperant, triginta fere millia capta dominis ad supplicium sumendum tradidi. Iuravit in mea verba tota Italia sponte sual et me be[lli] quo vici ad Actium ducem depoposcit. Iuraverunt in eadem ver[ba provi]nciae Galliae, Hispaniae, Africa, Sicilia, Sardinia. Qui sub [signis meis tum] militaverint, fuerunt senatores plures quam DCC, in ii[s qui vel antea vel pos]tea consules facti sunt ad eum diem quo scripta su[nt haec LX]X[XIII, sacerdo]tes ci[rc]iter CLXX.''||lingua=la}}

{{quote|26. [[Augusto#Politica estera|Allargai  i confini di tutte le province del popolo romano]], con le quali erano confinanti popolazioni che non erano sottoposte al nostro potere. Pacificai le provincie delle Gallie e [[Guerre cantabriche|delle Spagne]] <ref>  Vedi sopra quanto detto al par. 12 </ref>, come anche [[Occupazione romana della Germania sotto Augusto|la Germania]] nel tratto che confina con l'[[Oceano Atlantico|Oceano]], da [[Cadice]] alla foce del fiume [[Elba (fiume)|Elba]]<ref>  Augusto si riferisce alle [[Occupazione romana della Germania sotto Augusto|due campagne]] di [[Druso maggiore|Druso]] (12-9 a.C.) e di [[Tiberio]] 8-7 a.C. vanificate, come noto, dalla disfatta di [[Battaglia della foresta di Teutoburgo|Teutoburgo]] dove 3 legioni, sotto il comando di [[Publio Quintilio Varo]], vennero distrutte dai [[Germani]] nel 9 d.C. Roma mantenne un controllo sulla zone costiera fino all'Elba. </ref>. Feci sì che fossero pacificate le Alpi<ref>La sottomissione dell'intero [[Alpi|arco alpino]] avvenne in un serie di campagne militari fra il 35 ae il 7 a.C., di cui la più importante è la doppia manovra di [[Tiberio]] e [[Druso maggiore|Druso]] nel 15 a.C., in occasione della conquista della [[Rezia]] e della Vindelicia.</ref>, dalla regione che è prossima al mare [[Adriatico]] fino al [[Tirreno]], senza aver portato guerra ingiustamente a nessuna popolazione. La mia flotta navigò l'Oceano dalla foce del [[Reno]] verso le regioni orientali fino al territorio dei [[Cimbri]], dove né per terra né per mare giunse alcun romano prima di allora<ref>La spedizione marittima nel mare del Nord avvenne nel 5 a.C. durante la campagna germanica di [[Tiberio]]</ref>, e i [[Cimbri]] e i Caridi e i Sennoni e altri popoli [[germani]] della medesima regione chiesero per mezzo di ambasciatori l'amicizia mia e del popolo romano. Per mio comando e sotto i miei auspici due eserciti furono condotti, all'incirca nel medesimo tempo, in [[Etiopia]] e nell'[[Arabia Felix|Arabia detta Felice]]<ref>Si tratta delle spedizioni del 3° e del 2° [[prefetto d'Egitto]], rispettivamente [[Gaio Petronio]] ed [[Elio Gallo]]. Le campagne avvennero nel 24/25 a.C. in Arabia e nel 24-22 a.C. in Etiopia</ref>, e grandissime schiere nemiche di entrambe le popolazioni furono uccise in battaglia e conquistate parecchie città. In Etiopia arrivò fino alla città di [[Napata|Nabata]], di cui è vicinissima [[Kush|Meroe]]. In Arabia l'esercito avanzò fin nel territorio dei [[Sabei (Yemen)|Sabei]], raggiungendo la città di Mariba.  || 26. ''Omnium prov{inciarum populi Romani], quibus finitimae fuerunt gentes quae non p[arerent imperio nos]tro, fines auxi. Gallias et Hispanias provincias, i[tem Germaniam qua inclu]dit Oceanus a Gadibus ad ostium Albis flumin[is pacavi. Alpes a re]gione ea, quae proxima est Hadriano mari, [ad Tuscum pacari fec]i. nulli genti bello per iniuriam inlato. Cla[ssis m]ea per Oceanum] ab ostio Rheni ad solis orientis regionem usque ad fi[nes Cimbroru]m navigavit, ~ quo neque terra neque mari quisquam Romanus ante id tempus adit, Cimbrique et Charydes et Semnones et eiusdem tractus alli Germanorum popu[l]i per legatos amicitiam mean et populi Romani petierunt. Meo iussu et auspicio ducti sunt [duo] exercitus eodem fere tempore in Aethiopiam et in Ar[a]biam, quae appel[latur Eudaemon, [maxim]aeque hos[t]ium gentis utr[iu]sque cop[iae] caesae sunt in acie et [c]om[plur]a oppida capta. In Aethiopiam usque ad oppidum Nabata pervent[um]est, cui proxima est Meroe. In Arabiam usque in fines Sabaeorum pro[cess]it exercitus ad oppidum Mariba.''||lingua=la}}

{{quote|27. Aggiunsi l'[[Egitto (provincia romana)|Egitto]] all'impero del popolo romano. <ref> Nel 30 a.C. dopo la morte di [[Marco Antonio|Antonio]] e [[Cleopatra]], Ottaviano ridusse a provincia il regno d'[[Egitto (provincia romana)|Egitto]], affidandolo ad un cavaliere di sua nomina, con il titolo di [[praefectus Alexandreae et Aegypti]]. </ref> Pur potendo fare dell'[[Regno d'Armenia|Armenia maggiore]] una provincia dopo l'uccisione del suo re Artasse, preferii, sull'esempio dei nostri antenati, affidare quel regno a [[Tigrane III|Tigrane]], figlio del re [[Artavaside II|Artavaside]] e nipote di re Tigrane, per mezzo di [[Tiberio]] Nerone, che allora era mio figliastro<ref>  [[Gaio Svetonio Tranquillo|Svetonio]], Tiberius, 9, 1</ref>. E la medesima popolazione che in seguito cercava di staccarsi e si ribellava, domata per mezzo di mio figlio [[Gaio Cesare|Gaio]], affidai da governare al re [[Ariobarzane di Atropatene|Ariobarzane]], figlio di Artabazo re dei [[Medi]], e dopo la sua morte a suo figlio [[Artavaside IV|Artavaside]]<ref>Nel 2 a.C. [[Publio Cornelio Tacito|Tacito]], ''[[Annales di Tacito|Annales]]'', II, 4, 1 </ref>. E dopo che questi fu ucciso, mandai su quel trono [[Tigrane V|Tigrane]], discendente della famiglia reale armena. Riconquistai tutte le province che al di là del mare [[Adriatico]] sono volte a Oriente<ref>Sono le province che nel [[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio|trattato di Brindisi del 40 a.C.]] erano state affidate a [[Marco Antonio]] e che questi aveva poi donato a [[Cleopatra]] ([[Cassio  Dione Cocceiano|Cassio Dione]] LV, 10)</ref>, e [[Cirene]], ormai in gran parte possedute da re, precedentemente, la Sicilia e la Sardegna, [[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio|occupate nel corso della guerra servile]]<ref>Vedi sopra capitolo 12</ref>. || 27. ''Aegyptum imperio populi [Ro]mani adieci. Armeniam maiorum, interfecto rege eius Artaxe, c[u]m possem facere provinciam, malui maiorum nostrorum exemplo regn[u]m id Tigrani, regis Artavasdis filio, nepoti autem Tigranis regis, per T[i. Ne]ronem trad[er], qui tum mihi priv[ig]nus erat. Et eandem gentem postea d[e]sciscentem et rebellantem domit[a]m per Gaium filium meum regi Ariobarzani, regis Medorum Artaba[zi] filio, regendam tradidi ~ et post eius mortem filio eius Artavasdi. Quo interfecto, Tig[ra]ne qui erat ex regio genere Armeniorum oriundus, in id regnum misi. Provincias omnis, quae trans Hadrianum mare vergunt ad orien[te]m, Cyrenasque, iam ex parte magna regibus eas possidentibus, et antea Siciliam et Sardiniam occupatas bello servili reciperavi.''||lingua=la}}

{{quote|28. Fondai [[Colonia romana|colonie]] di soldati in [[Africa (provincia romana)|Africa]], in [[Storia della Sicilia romana|Sicilia]], in [[Macedonia (provincia romana)|Macedonia]], in entrambe le Spagne, in [[Grecia romana|Acaia]], in [[Asia (provincia romana)|Asia]], in [[Siria (provincia romana)|Siria]], nella [[Gallia Narbonense]], in [[Pisidia]]. L'Italia poi possiede, fondate per mia volontà, ventotto colonie, che durante la mia vita furono assai prosperose e popolose<ref>Ricordiamo fra le altre, [[Trieste]], [[Aosta]] e [[Torino]].</ref>. ||28. ''Colonias in Africa Sicilia Macedonia utraque Hispania Achai[a] Asia S[y]ria Gallia Narbonensi Pi[si]dia militum deduxi. Italia autem XXVIII [colo]nias, quae vivo me celeberrimae et frequentissimae fuerunt, me auctore deductas habet.''||lingua=la}}

{{quote|29. Recuperai dalla Spagna e dalla Gallia e dai [[Dalmazia (provincia romana)|Dalmati]], dopo aver vinto i nemici, parecchie insegne militari perdute da altri comandanti. Costrinsi i [[Parti]] a restituirmi [[Guerre romano-persiane#Le insegne di Crasso tornano a Roma con Augusto (20 a.C.)|spoglie e insegne]] di tre eserciti romani e a chiedere supplici l'amicizia del popolo romano<ref> Nel 20 a.C.Si tratta in particolare delle insegne di [[Marco Licinio Crasso|Crasso]], perse nella [[battaglia di Carre]] nel 53 a.C. [[Guerre romano-persiane#Le insegne di Crasso tornano a Roma con Augusto (20 a.C.)|L'episodio]] è raffigurato nella lorica della statua d'Augusto, detta l'Augusto di [[Prima Porta]]</ref>. Quelle insegne, poi, riposi nel penetrale che è nel tempio di [[Foro di Augusto#Tempio di Marte Ultore|Marte Ultore]].||29. ''Signa militaria complur[a per] alios d[u]ces ami[ssa] devicti[s hostibu]s re[cipe]ravi ex Hispania et Gallia et a Dalmateis. Parthos trium exercitum Romanorum spolia et signa re[ddere] mihi supplicesque amicitiam populi Romani petere coegi. Ea autem si[gn]a in penetrali, quod est in templo Martis Ultoris, reposui''.|lingua=la}}

{{quote|30. Le popolazioni dei [[Pannonia|Pannoni]], alle quali prima del mio [[principato]] l'esercito del popolo romano mai si accostò, [[Rivolta dalmato-pannonica del 6-9|sconfitte per mezzo di Tiberio Nerone,]] che allora era mio figliastro e luogotenente, [[Pannonia#L'illirico al tempo di Ottaviano Augusto|sottomisi all'impero del popolo romano]], es estesi i confini dell'[[Illirico]] fino alla riva del [[Danubio]]. E un esercito di [[Dacia|Daci]], passati al di qua di esso, sotto i miei auspici fu vinto e sbaragliato, e in seguito il mio esercito, condotto al di là del Danubio, costrinse la popolazione dei Daci a sottostare ai comandi del popolo romano. || 30. ''Pannoniorum gentes, qua[s a]nte me principem populi Romani exercitus numquam ad[it], devictas per Ti. Neronem, qui tum erat privignus et legatus meus, imperio populi Romani s[ubie]ci protulique fines Illyrici ad r[ip]am fluminis Dan[uv]i. Citr[a] quod [D]a[cor]u[m tra]n[s]gressus exercitus meis a[u]sp[icis vict]us profligatusque [es]t, et pos[tea tran]s Dan[u]vium ductus ex[ercitus me]u[s] Dacorum gentis im[peri]a p[opuli] R[omani perferre coegit]''.|lingua=la}}

{{quote|31. Furono inviate spesso a me ambascerie di re dall'[[Subcontinente indiano|India]], non viste prima di allora da alcun comandante romano. Chiesero la nostra amicizia per mezzo di ambasciatori i Basrani, gli [[Sciti]] e i re dei [[Sarmati]] che abitano al di qua e al di là del fiume Tànai <ref>Τἀναἵς (Tanais in latino) era il nome greco arcaico del [[Don (fiume russo)|fiume Don]] oltre al nome di una colonia greca (fondata nel III secolo a.C., ma l'area era visitata dai greci fin dal VII secolo) situata proprio in corrispondenza della foce del fiume.</ref>, e i re degli Albani, degli Iberi e dei [[Medi]] .||31. ''Ad me ex In[dia regum legationes saepe missae sunt nunquam visae ante id t]em[pus] apud quemquam Romanorum ducem. Nostram amic[itiam petie]run[t] per legat[os] Bastarnae Scythaeque et Sarmatarum qui sunt citra flumen Tanaim et ultra reges. Albanorumque rex et Hiberorum e[t Medorum].''|lingua=la}}

{{quote|32. Presso di me si rifugiarono supplici i re dei [[Parti]] Tiridate e poi [[Fraate V|Fraate]], figlio del re [[Fraate IV|Fraate]], e [[Artavaside IV|Artavaside]] re dei [[Medi]], Artassare degli Adiabeni, Dumnobellauno e Tincommio dei [[re dei Britanni|Britanni]], Melone dei [[Sigambri]], Segimero dei [[Marcomanni]] Svevi. Presso di me in Italia il re dei Parti [[Fraate IV|Fraate]], figlio di Orode, mandò tutti i suoi figli e nipoti, non perché fosse stato vinto in guerra, ma perché ricercava la nostra amicizia con il pegno dei suoi figli. E moltissime altre popolazioni sperimentarono, durante il mio principato, la lealtà del popolo romano, esse che in precedenza non avevano avuto nessun rapporto di ambascerie e di amicizia con il, popolo romano.||32. ''Ad me supplices confugerunt reges Parthorum Tirida[te]s et post[ea] Phrates regis Phratis filius. Medorum Artavasdes, Adiabenorum Artaxares, Britannorum Dumnobellaunus et Tincommius, Sugambr]orum Maelo, Marcomannorum Sueborum [Segime]rus. Ad me rex Parthorum Phrates, Orod[i]s filius, filios suos nepot[esque omnes] misit in Italiam, non bello superatus, sed amicitiam nostram per [libe]ror[um] suorum pignora petens. Plurimaeque aliae gentes expertae sunt p. R. fidem me principe, quibus antea cum populo Romano nullum extiterat legationum et amicitiae commercium.''|lingua=la}}

{{quote|33. Da me le popolazioni dei [[Parti]] e dei [[Medi]], che me ne avevano fatto richiesta per mezzo di ambasciatori che erano le pesone più ragguardevoli di quelle popolazioni, ricevettero i loro re: i [[Parti]] [[Vonone I Partia|Vonone]], figlio del re [[Fraate IV|Fraate]] e nipote del re [[Orode III|Orode]]; i [[Medi]] Ariobarzane, figlio del re Artavasde e nipote del re Ariobarzane.  ||33. ''A me gentes Parthorum et Medoru[m per legatos] principes earum gentium reges pet[i]tos acceperunt: Par[thi Vononem, regis Phr]atis filium, regis Orodis nepotem. Medi Ariobarzanem, regis Artavazdis filium, regis Ariobarzanis nepotem.''|lingua=la}}

{{quote|34. Nel mio sesto e settimo consolato, dopo aver sedato [[Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio|l'insorgere delle guerre civili]], assunsi per consenso universale il potere supremo, trasferii dalla mia persona al senato e al popolo romano il governo della repubblica<ref>Nella seduta del 13 gennaio del 27 a.C.</ref>. Per questo mio atto, in segno di riconoscenza, mi fu dato il [[Augusto (titolo)|titolo di Augusto]] per delibera del senato e la porta della mia casa per ordine dello Stato fu ornata con rami d'alloro, e una [[corona civica]] fu affissa alla mia porta, e nella [[Curia (storia di Roma)|Curia]] Giulia fu posto uno scudo d'oro, la cui iscrizione attestava che il senato e il popolo romano me lo davano a motivo del mio valore e della mia clemenza, della mia giustizia e della mia pietà. Dopo di che, [[Principato|sovrastai tutti per autorità, ma non ebbi potere più ampio di quelli che mi furono colleghi]] in ogni [[magistratura (storia romana)|magistratura]].||34. ''In consulatu sexto et septimo, po[stquam b]ella [civil]ia exstinxeram, per consensum universorum potitus rerum omnium, rem publicam ex mea potestate in senatus populique Romani arbitrium transtuli. Quo pro merito meo senatu[s consulto Au]gust[us appe]llatus sum et laureis postes aedium mearum vestiti publice coronaque civica super ianuam meam fixa est et clupeus aureus in curia Iulia positus, quem mihi senatum pop[ulumq]ue Rom[anu]m dare virtutis clementiaeque iustitiae et pieta[tis caus]sa testatu[m] est pe[r e]ius clupei [inscription]em. Post id tempus auctoritate omnibus praestiti, potest]atis au[tem n]ihilo ampliu[s habu]i quam cet[eri qui m]ihi quoque in magistratu conlegae fuerunt.''||lingua=la}}

{{quote|35. Quando rivestivo il tredicesimo consolato, il senato, [[Cavalieri (Equites)|l'ordine equestre]] e tutto il popolo Romano, mi chiamò padre della patria <ref>Il titolo di ''pater patriae'' venne assunto il 5 febbraio del 2 a.C.</ref>, decretò che questo titolo dovesse venire iscritto sul vestibolo della mia casa, e sulla [[Curia (storia di Roma)|Curia]] Iulia e nel [[Foro di Augusto]] sotto la quadriga che fu eretta a decisione del senato, in mio onore. Quando scrissi questo, avevo settantasei anni.||35. ''Tertium decimum consulatum cum gerebam, senatus et equester order populusq[ue] Romanus universus appellavit me pat]rem patriae idque in vestibulo aedium mearum inscribendum et in curia Iulia et in foro Aug. sub quadrigis, quae mihi ex s.c. positae sunt, decrevit. Cum scripsi haec, annus agebam septuagensumum sextum.''||lingua=la}}

===Appendix===

{{quote|App. I. Somma di denaro che donò o all'erario o alla plebe romana o ai soldati concegati: seicento milioni di sesterzi. || App. I ''Summa pecuniae, quam ded[it vel in aera]rium vel plebei Romanae vel di]missis militibus: denarium sexiens milliens''. ||lingua=la}}

{{quote| App. II.Costruì nuove opere: i templi di [[Foro di Augusto#Tempio di Marte Ultore|Marte]], di Giove Tonante e Feretrio, [[Tempio di Apollo Palatino|di Apollo]], del [[Tempio del Divo Giulio|Divo Giulio]], di [[Quirino]], di Minerva, di Giunone Regina, di Giove Libertà, dei [[Lari]], degli déi [[Penati]], della Giovinezza, della [[Grande Madre]], il [[Lupercale]], il palco del Circo, la [[Curia (storia di Roma)|Curia]] con Calcidico, il [[Foro di Augusto]], la [[Basilica Giulia]], il [[Teatro di Marcello]], il [[Portico di Ottavia]], il bosco dei Cesari al di là del [[Tevere]]. || App. II ''Opera fecit nova aedem Martis, Iovis Tonantis et Feretri, Apollinis, divi Iuli, Quirini, Minervae, Iunonis Reginae, Iovis Libertatis, Larum, deum Penatium, Iuventatis, Matris Magnae, Lupercal, pulvina]r ad circum, curiam cum Ch[alcidico, forum Augustum, basilicam Iuliam, theatrum Marcelli, porticum Octaviam, nemus trans Tiberim Caesarum.''||lingua=la}}

{{quote| App. III. Resaturò il [[Campidoglio]] e sacri templi in numero di ottantadue, il [[Teatro di Pompeo]], gli acquedotti,la [[via Flaminia]]. || App. III ''Refecit Capitoliam sacrasque aedes numero octoginta duas, theatrum Pompei, aqu[aram r]iv[as, vi]am Flamin[iam]''.||lingua=la}}

{{quote| App. IV. Spesa sostenuta per spettacoli scenici, [[Gladiatore|giochi gladiatori]], gare atletiche, cacce e per la [[Naumachia#Naumachia di Augusto|naumachia]], e quantità di denaro donato a colonie, [[Municipio (storia)|municipi]], città distrutte da terremoti e incendi, o singolarmente ad amici e senatori, di cui completò il censo: enormi. || App. IV ''Impensa praestita in spectacula scaenica et munera gladiatorum atque athletas et venationes et naumachiam et donata pecunia colonis municipiis oppidis terrae motu incendioque consumptis aut viritim amicis senatoribusque, quorum census explevit, innumerabilis.''||lingua=la}}


Ok, la parte latina l'ho caricata io:

Questa voce è necessaria in Wikipedia[modifica wikitesto]

Questa voce è necessaria per la sua inscindibilità tra traduzione, note (fondamenteli) e testo latino. E' stata utilizzata moltissimo in numerose voci del portale:Antica Roma/Età augustea. Irrinunciabile qui. Che poi venga anche utlizzata in Wikisource. Benissimo. --Cristiano64 MIE DISCUSSIONI iscriviti in ANTICA ROMA! 15:07, 16 dic 2008 (CET)

Maiorum[modifica wikitesto]

Al capitolo 27 delle res gestae si parla di Armeniam maiorum, tradotta con Armenia maggiore. Ma allora non dovrebbe essere Armeniam maiorem? - Uno

"prossima all'ara pacis"[modifica wikitesto]

forse, nel testo della voce sarebbe il caso di chiarire "e prossima alla posizione attuale dell'Ara Pacis"; in origine, quest'ultimo monumento era ben più lontano dal Mausoleo di Augusto... cordialità.

Collegamenti esterni modificati[modifica wikitesto]

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