Commissione per la verità e la riconciliazione
La Commissione per la verità e la riconciliazione è una commissione incaricata di indagare e rivelare i crimini passati di un governo (o, a seconda dei casi, anche di formazioni non appartenenti allo Stato), con la finalità di richiedere e concedere il perdono per azioni svolte nel passato, per riconciliare vittime e carnefici, oppressori e oppressi con lo scopo ultimo di appianare i contrasti ancora in essere.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Tali commissioni sono costituite soprattutto in seguito a periodi di guerra civile o di dittatura. La prima e maggiormente conosciuta fu la Commissione per la verità e la riconciliazione, creata dal presidente del Sudafrica Nelson Mandela dopo lo smantellamento del regime di apartheid.
Funzioni
[modifica | modifica wikitesto]Il ruolo e le possibilità, così come il nome stesso, di queste Commissioni variano da caso a caso e dipendono dal mandato con il quale esse vengono create: spesso permettono di contrastare l'insabbiamento e il negazionismo nei confronti di fenomeni di terrorismo di Stato, casi di esecuzione capitale extragiudiziale o altre pesanti violazioni dei diritti umani. Talvolta, però, queste Commissioni vengono criticate perché permettono una sostanziale impunità per chi perpetra tali crimini.
Elenco di Commissioni
[modifica | modifica wikitesto]Una Ad Hoc Inquiry Commission in Charge of the Question of Disappearances fu istituita nel 2003 per indagare le sparizioni forzate avvenute negli anni ’90. La sua creazione avvenne dopo che, all'atto della prima elezione, il presidente Abdelaziz Bouteflika istituì una Commissione nazionale per i diritti umani. Successivamente, fu creata la Commissione con l’obiettivo di rivelare alla popolazione la verità su quanto accaduto negli anni Novanta. Tuttavia, il suo rapporto non fu reso pubblico.
La Commissione nazionale sulla scomparsa delle persone (Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas) fu istituita il 15 dicembre 1983 dal presidente Raúl Alfonsín, per indagare le violazioni dei diritti umani – incluse circa 30.000 sparizioni forzate – avvenute durante la «Guerra sporca». Il rapporto prodotto (“Nunca Más” / “Mai Più”) viene consegnato dal presidente della commissione, Ernesto Sabato, nel settembre 1984 e apre la strada al processo delle Giunte Militari, il primo grande processo per crimini contro l’umanità in Argentina dopo il secondo conflitto mondiale.
Nel marzo 2021 lo Stato di Victoria ha annunciato l’istituzione della prima commissione d’inchiesta in Australia per la “violenta sottrazione e genocidio del popolo aborigeno durante la colonizzazione”.
Il War Crimes Fact Finding Committee fu istituito da una coalizione di organizzazioni non governative[1] per indagare le violazioni dei diritti umani compiute durante la Guerra di Liberazione del 1971.
La National Commission of Inquiry into Disappearances, fondata nel 1982, fu la prima di una serie di commissioni latinoamericane. Tuttavia non completò il proprio rapporto. Una delle priorità di Hernán Siles Zuazo come presidente era stata quella di riportare il Paese a un governo democratico, e sperava di iniziare a farlo anche attraverso un’indagine sui numerosi crimini contro l’umanità commessi negli anni precedenti. La Commissione nazionale d’inchiesta sulle sparizioni fu istituita il 28 ottobre 1982.I commissari avevano il compito di indagare sulle sparizioni avvenute tra il 1967 e il 1982, ma il mandato della commissione era limitato. Sebbene potesse indagare sui casi di sparizione e cercare i resti delle vittime, il mandato non copriva altri crimini contro l’umanità, come torture e sequestri di persona. Questa limitazione impedì ai commissari di accedere alla verità completa. Nonostante ciò, la commissione riuscì a raccogliere prove relative a 155 casi di sparizione in quel periodo. Loyola Guzmán, rappresentante di un’organizzazione per i diritti umani e segretaria esecutiva della commissione, dichiarò che, sebbene alcuni resti umani fossero stati ritrovati, «nessun caso fu indagato in modo conclusivo». Oltre al mandato ristretto, la commissione ricevette pochissimo sostegno finanziario e politico dal governo. I commissari non avevano accesso a tutti i registri necessari e mancavano di fondi adeguati. Inoltre, la commissione non disponeva delle competenze tecniche necessarie per identificare correttamente i corpi riesumati, impedendo indagini conclusive su alcune morti. La Commissione nazionale d’inchiesta sulle sparizioni fu sciolta nel 1984 e non pubblicò mai un rapporto finale dei propri risultati. La commissaria Loyola Guzmán tentò di accedere agli archivi della commissione per redigere un rapporto, ma non vi riuscì. Non è noto se i documenti siano stati distrutti, ma i tentativi di recuperarli non hanno avuto successo[2].
La Comissão Nacional da Verdade (Commissione nazionale della verità) fu approvata nel 2011 dal Senato federale e sancita dalla presidente Dilma Rousseff. Aveva durata biennale e sette membri nominati dal Presidente, con il mandato di esaminare i documenti governativi relativi al periodo 1964-1988 e di convocare vittime e accusati per testimonianze (sebbene tali convocazioni non fossero vincolanti). Al termine del mandato, la commissione doveva presentare un rapporto contenente i risultati. L’11 gennaio 2013, la Comissão Nacional da Verdade (CNV) pubblicò la prima denuncia di tortura risalente a un periodo precedente alla dittatura militare, ossia durante il governo di Getúlio Vargas[3]. Nonostante la rilevanza della testimonianza, il mandato della CNV copriva solo il periodo dal 1964 al 1988, il che impedì qualsiasi ulteriore indagine sul caso, ma attivò comunque una maggiore consapevolezza che diede luogo ad una serie di denunce[4].
Poiché la Commissione nazionale della verità sembrava trovarsi in una situazione di stallo all’inizio del 2012, l’Assemblea legislativa dello Stato di San Paolo decise poi di creare una Commissione della verità indipendente. La commissione fu composta da cinque commissari incaricati di indagare sulle violazioni dei diritti umani avvenute durante la dittatura militare e di presentare un rapporto nel 2015. Ufficialmente chiamata Commissione statale della verità Rubens Paiva (dal nome del deputato scomparso Rubens Paiva), la commissione si proponeva di contribuire a una “mobilitazione nazionale attorno alla causa della memoria, della verità e della giustizia”. Dopo la creazione della commissione di San Paolo, altri Stati hanno seguito il suo esempio. Erika Kokay, membro della sottocommissione parlamentare sulla commissione nazionale della verità, ha sostenuto l’urgenza delle iniziative statali per la creazione di queste commissioni regionali, affermando: “Questo Paese non può permettersi di aspettare. Il Brasile deve conoscere la verità.” Le varie commissioni della verità regionali sono state concepite per collaborare con la commissione nazionale e riferire ad essa, pur mantenendo la facoltà di condurre indagini autonome.
La Commissione per la verità e la riconciliazione sulle scuole residenziali indiane (Indian Residential Schools Truth and Reconciliation Commission) è stata istituita per indagare gli abusi nel sistema delle scuole residenziali per i popoli indigeni. Ha operato dal giugno 2008 al giugno 2015.
L'Office for the Documentation and the Investigation of the Crimes of Communism (Úřad dokumentace a vyšetřování zločinů komunismu) è una struttura della polizia che indaga atti criminali verificatisi nel periodo 1948-1989, che non poterono essere perseguiti per motivi politici durante il regime comunista. Le funzioni di risarcimento morale della mancata persecuzione dei responsabili (per il loro decesso o per il decorso del tempo) si limitavano alla pubblicazione degli archivi dell'ex Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco (avvenuta nel 1999/2000).
La Commission of Inquiry into Crimes and Misappropriations fu volta ad investigare i crimini e le appropriazioni illecite sotto la presidenza di Hissène Habré (1990). Nonostante la commissione abbia affrontato numerose difficoltà, riuscì a produrre e pubblicare, nel maggio 1992, un rapporto dettagliato. Il documento indicava almeno 40.000 persone uccise e 200.000 casi di tortura perpetrati dai servizi di sicurezza, con il coinvolgimento diretto dell’ex presidente Hissène Habré. Per la prima volta nella storia di una commissione per la verità, furono rivelati i nomi e le fotografie dei responsabili. Inoltre, la commissione accusò Habré e la sua comunità etnica, i Gorana, di genocidio contro la comunità Zaghawa. La commissione scoprì anche che gli Stati Uniti erano direttamente coinvolti negli abusi, fornendo addestramento al personale della DDS (Direzione della Documentazione e Sicurezza) sia sul suolo americano che a N’Djamena[5]. Per evitare ulteriori abusi, la commissione formulò diverse raccomandazioni al nuovo governo: istituire un sistema giudiziario indipendente; riformare le forze di sicurezza; creare una Commissione nazionale per i diritti umani; perseguire i responsabili, compreso Habré, nel rispetto della legge; fornire riparazioni, quanto meno simboliche, alle vittime.
La Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione (Comisión Nacional de Verdad y Reconciliación) (“Relazione Rettig”, 1990-1991) fu istituita per investigare morti e sparizioni politiche durante il regime di Augusto Pinochet. In seguito la Commissione nazionale sulla prigionia politica e la tortura (Comisión Nacional sobre Prisión Política y Tortura) tra il 2003 ed il 2005 ha indagato violazioni non mortali (come torture) e ha incluso i figli delle persone scomparse; il rapporto è stato utilizzato per erogare pensioni e benefici ai sopravvissuti.
La Comisión Nacional de Reparación y Reconciliación (2007) e la Special Jurisdiction for Peace (istituita nel 2016) sono organismi volti a ristabilire la verità e la giustizia nel contesto del conflitto interno colombiano. La seconda fece seguito, nel giugno 2016, all'accordo di pace tra il governo colombiano e le FARC. Tra gli accordi — che comprendevano uno sviluppo rurale integrale, la partecipazione politica e la fine del traffico di droga — vi fu anche la creazione di una commissione per la verità, nell’ambito della Giurisdizione speciale per la pace[6]. Nacque quindi la “Commissione per il chiarimento della verità, la convivenza e la non ripetizione”, che doveva essere incentrata sulle vittime e sul loro diritto alla verità, adottando un approccio differenziato e basato sul genere, volto a considerare il modo in cui le persone erano state trattate in base al loro ruolo nella società. Il governo e le FARC si impegnarono a contribuire al chiarimento della verità e a riconoscere le proprie responsabilità di fronte alla Commissione per la verità. La Commissione per la verità doveva essere composta da 11 membri, scelti dal meccanismo di selezione della Giurisdizione speciale per la pace, e avrebbe dovuto operare per tre anni, preceduti da sei mesi di preparazione. Accanto alla Commissione per la verità, era stato inoltre avviato un programma di ricerca delle persone scomparse, affinché esse — o i loro resti — potessero essere restituiti alle famiglie.
Una commissione per la verità e la riconciliazione è stata prevista in un accordo di pace nel 2004. La commissione concluse e valutò il proprio lavoro nel 2006, e concordò all’unanimità sulla necessità di una seconda commissione per la verità dopo le elezioni del 2006, nella speranza che, con un clima politico più stabile, la nuova commissione fosse in una posizione migliore per affrontare più efficacemente le questioni aperte.
Sebbene la commissione avesse operato per quattro anni, il rapporto finale contava solo 84 pagine. Non furono riportate conclusioni concrete o sostanziali, ma soltanto raccomandazioni generali. I conflitti ancora in corso limitarono fortemente la possibilità di condurre indagini, per cui nessuna vittima, autore o testimone fu incluso nei rapporti. Le informazioni relative a procedure, compiti, obiettivi, metodologia o impatto furono estremamente limitate. Il lavoro della commissione rimase relativamente circoscritto alla mediazione delle lotte politiche tra le varie fazioni coinvolte nel conflitto[7].
Nel 2007, l’ex presidente della commissione redasse una proposta per istituire una seconda commissione, ma l’entusiasmo svanì con la stabilizzazione del clima politico nel Paese. Anche i donatori e i decisori politici persero fiducia nella capacità della commissione di affrontare efficacemente i problemi, a causa dell’eccessiva politicizzazione della prima esperienza.
Altri temi considerati più urgenti — come il conflitto in corso nell’est del Congo, gli sviluppi economici e le nuove iniziative economiche e sociali del governo appena eletto — presero il sopravvento sulla questione della commissione per la verità. Di conseguenza, i tentativi di avviare una nuova commissione per la verità continuano ancora oggi.
Ha operato la Commissione per la verità e la riconciliazione ((진실·화해를 위한 과거사 정리 위원회?)) nel 2004. Essa fu succeduta da una seconda Truth and Reconciliation Commission (2005): ambedue sono state costituite per affrontare casi di morte sospetta di prigionieri politici, civili uccisi dalle forze statunitensi e civili accusati di aver collaborato con la Corea del Nord comunista o con gruppi comunisti locali[8]. L’organismo ha indagato su numerose atrocità commesse da diverse agenzie governative durante l’occupazione giapponese della Corea, la guerra di Corea e i successivi governi autoritari. La commissione stima che decine di migliaia di persone siano state giustiziate nell’estate del 1950. Ogni caso indagato si basava su una petizione presentata dai cittadini, e per alcuni episodi furono ricevute centinaia di petizioni. La commissione, composta da 240 persone e con un bilancio annuale di 19 milioni di dollari, pubblicò un rapporto finale con le proprie conclusioni nel dicembre 2010. Esistette anche una commissione locale per l’isola di Jeju.
La Truth Commission (Comisión de la Verdad) è stata istituita per indagare le violazioni dei diritti umani avvenute, in particolare, tra il 1984 e il 1988. La Commissione incontrò difficoltà fin dall’inizio. Nel ottobre 2007, a causa della mancanza di risorse, due membri della Commissione si dimisero (Monsignor Leonidas Proaño e Alexis Ponce, membri del comitato di supporto). In seguito a tali dimissioni, il governo decise di stanziare un milione di dollari alla Commissione, permettendole così di avviare i propri lavori. L’11 febbraio 2008, la Commissione iniziò ad accettare denunce. A tal fine, fu messa a disposizione una linea telefonica speciale per le vittime e le loro famiglie. La Commissione avviò quindi indagini su tutte le segnalazioni di violazioni ricevute, tranne quelle già oggetto di precedenti inchieste. A metà febbraio, la Commissione per la verità pubblicò un rapporto preliminare in cui elencava tutti i casi di sparizioni forzate, torture e detenzioni illegali documentati da altre organizzazioni per i diritti umani, tra cui il Comitato delle famiglie dei desaparecidos. Il rapporto conteneva anche accuse di coinvolgimento di politici in carica[9]. Entro metà aprile 2008, erano già stati presentati oltre 105 casi alla Commissione, riguardanti soprattutto episodi avvenuti a Quito e Guayaquil. La Commissione era stata istituita per ricevere denunce fino a metà maggio 2008, prima di avviare la stesura del rapporto finale e la formulazione di raccomandazioni. A causa dell’elevato numero di denunce ricevute e delle nuove scoperte, il mandato della Commissione fu prorogato di 180 giorni. Il rapporto finale della Commissione era previsto per il giugno 2009.
La Commissione per la verità in El Salvador (Comisión de la Verdad para El Salvador) è stata stabilita nell’ambito degli Accordi di Pace di Chapultepec per investigare omicidi ed esecuzioni avvenute durante la guerra civile, inclusi quelli del vescovo Óscar Romero (1980) e dei sei gesuiti (1989).
La commissione concluse che circa l’85% delle violazioni commesse tra il 1980 e il 1991 erano state perpetrate dalle forze governative. In modo controverso, la commissione citò nel rapporto oltre 40 alti membri dell’esercito, del sistema giudiziario e dell’opposizione armata, ritenendoli coinvolti nelle atrocità di massa. Dalle 22.000 testimonianze raccolte, almeno il 60% riguardava omicidi, il 25% sparizioni e il 20% torture. Secondo il mandato della commissione, le sue raccomandazioni avevano valore giuridico vincolante. Esse prevedevano la rimozione da incarichi pubblici di tutti gli ufficiali militari o funzionari civili coinvolti nelle atrocità, e la loro ineleggibilità a cariche pubbliche future. La commissione propose inoltre una riforma complessiva del sistema giudiziario e legale[10] di El Salvador e chiese risarcimenti e compensazioni economiche per le vittime e i sopravvissuti[11]. Infine, raccomandò la creazione di un forum incaricato di sorvegliare l’attuazione delle raccomandazioni. Con la pubblicazione del rapporto “From Madness to Hope” (Dalla follia alla speranza), nel marzo 1993, gli attivisti per i diritti umani di El Salvador e degli Stati Uniti accolsero e lodarono il lavoro della commissione per la sua analisi delle atrocità e per le raccomandazioni formulate. Tuttavia, la commissione fu criticata per non aver indagato a fondo il coinvolgimento degli Stati Uniti e le attività degli squadroni della morte salvadoregni[12]. Il comando supremo dell’esercito salvadoregno rispose pubblicamente al rapporto in televisione nazionale, attraverso una dichiarazione letta dal ministro della difesa, che definì il documento “ingiusto, incompleto, illegale, immorale, fazioso e insolente”. Anche il presidente Alfredo Cristiani affermò che il rapporto non rispondeva al desiderio del popolo salvadoregno, che voleva “dimenticare questo passato doloroso.” Molte delle raccomandazioni della commissione non furono mai accettate né attuate dal governo[13]: circa 200 alti ufficiali militari furono rimossi, ma si ritirarono in quiescenza con tutti gli onori e benefici che si presumeva spettassero loro.
Una Commissione per la riconciliazione e l'unità (Reconciliation and Unity Commission) fu soltanto proposta in Parlamento. Alla fine di novembre 2006, Frank Bainimarama consegnò a Laisenia Qarase una lista di richieste, fra cui il ritiro di tre disegni di legge controversi, incluso il disegno di legge sulla Riconciliazione, Tolleranza e Unità che prevedeva l'istituzione della commissione. Il 5 dicembre, Bainimarama rovesciò il governo. Rivolgendosi ai media per spiegare le sue azioni, dichiarò che il Disegno di legge sulla Riconciliazione doveva essere impedito perché avrebbe «minato la Costituzione». In seguito aggiunse che, se il partito del presidente deposto fosse tornato al potere, egli lo avrebbe tollerato solo a condizione che non tentasse di reintrodurre il disegno di legge: «Se lo farete, vi rimuoverò», avvertì[14].
Nel 2010 il presidente Benigno Aquino III annunciò la creazione di una Philippine Truth Commission per indagare questioni non risolte dell’amministrazione Arroyo. Tuttavia, la Corte Suprema la dichiarò incostituzionale, ritenendola uno strumento di “vendetta selettiva”.
Nel 2021 è stata istituita una commissione della verità e riconciliazione per raccogliere le esperienze del popolo Sami riguardo alle politiche dell’autorità finlandese e le loro conseguenze. Il mandato dell’istituto prosegue fino al 31 dicembre 2025.
La Truth, Reconciliation and Reparations Commission (TRRC) è stata istituita con un atto del Parlamento nazionale nel dicembre 2017 per investigare le violazioni dei diritti umani durante il regime di Yahya Jammeh. È entrata in carica il 15 ottobre 2018.
Dopo la riunificazione, è stata creata nel 1992 una Commissione d’inchiesta sui crimini del Partito di Unità Socialista (SED) nell’ex Germania Orientale, che però era parallela allo svolgimento di determinati processi. Le funzioni di risarcimento morale della mancata persecuzione dei responsabili (per il loro decesso o per il decorso del tempo) si esplicarono, nella relazione conclusiva, nella proposta di istituire centri di documentazione e una mappa degli edifici governativi utilizzati dalla SED, affinché le persone fossero consapevoli del loro passato e potessero raggiungere la riconciliazione; la commissione sperava che ciò potesse anche contribuire a costruire una cultura politica comune e una conoscenza storica condivisa, per arrivare a una Germania veramente unificata. La commissione proponeva anche lo scambio di informazioni con i paesi dell’Europa orientale ed una fondazione permanente per attuare le raccomandazioni e cercare di aiutare le vittime del periodo della SED. La Commissione d’inchiesta sul superamento delle conseguenze della dittatura della SED nel processo di unità tedesca fu poi istituita dal Bundestag per proseguire il lavoro: operò dal luglio 1995 al giugno 1998 e si concentrò principalmente sugli aspetti del mandato che non erano stati esaminati dalla commissione precedente. Rainer Eppelmann rimase presidente della commissione, ma il numero dei commissari aumentò a 36, successivamente suddivisi in 9 gruppi. Essa si focalizzò maggiormente sugli aspetti della vita quotidiana sotto la dittatura della SED, come la discriminazione contro le donne, l’istruzione e gli effetti economici. Il mandato analizzò anche gli effetti sociali, la scienza e la cultura nella Germania Est, così come nella Germania unificata, concentrandosi sia sul passato sia sul presente. Le raccomandazioni della seconda commissione furono sostanzialmente le stesse della prima, ma aggiunsero la necessità di educare la popolazione sul proprio passato: i commissari suggerirono che le persone potessero imparare la propria storia nelle scuole. A differenza della prima commissione, questa riuscì a convincere il Parlamento e il governo a creare una fondazione indipendente che, in un certo senso, avrebbe continuato il lavoro di entrambe le commissioni. Questa fondazione venne chiamata “Stiftung zur Aufarbeitung der SED-Diktatur” (Fondazione per la rielaborazione della dittatura della SED) e fu istituita il 5 giugno 1998. Fu inoltre costruito un memoriale a Berlino, e creata un’altra fondazione denominata “Hohenschönhausen”, con il compito di indagare la storia e informare il pubblico al riguardo. Nel 2007 venne approvata una legge per concedere riparazioni alle persone che erano state imprigionate durante la dittatura della SED.
Ha operato la Commissione per la riconciliazione nazionale (National Reconciliation Commission)[15], a partire dal gennaio 2002. Il mandato consentiva ai commissari di occuparsi di omicidi, rapimenti, sparizioni, detenzioni, torture e confische illegali di proprietà. I commissari potevano inoltre indagare su altre violazioni dei diritti umani se ritenevano che ciò potesse favorire la riconciliazione. Essi avevano l’autorità di ispezionare edifici senza mandato e chiunque rifiutasse l’accesso veniva portato in tribunale. La Commissione ricevette oltre 4.200 dichiarazioni da vittime di violazioni dei diritti umani. Similmente al caso del Sudafrica, furono organizzate udienze pubbliche che portarono grande attenzione mediatica alla Commissione. Le udienze iniziarono nel gennaio 2003 e furono trasmesse in televisione e alla radio. La Commissione ascoltò oltre duemila testimonianze di vittime e settantanove presunti autori delle violazioni. La Commissione concluse le discussioni nell’ottobre 2004, e il rapporto fu pubblicato nell’aprile dell’anno successivo: esso delineò un programma completo di riparazioni, che comprendeva scuse ufficiali, memoriali, compensazioni economiche, restituzione delle proprietà confiscate e la creazione di centri medici per il trattamento dei traumi. La commissione raccomandò risarcimenti monetari per circa 3.000 vittime di violazioni dei diritti umani durante il regime di Rawlings[16]. Nel rapporto finale, i commissari scrissero che avevano “cercato di applicare una definizione molto ampia e flessibile a ciascuna categoria e tipo di violazione inclusa nel mandato, attingendo al diritto internazionale dei diritti umani, ai principi del diritto umanitario e alla comprensione comune delle violazioni nel diritto consuetudinario.” Ad esempio, la Commissione classificò la “finta esecuzione” come una forma di tortura. Il rapporto conclude che, durante gli anni anteriori e successivi al colpo di Stato del 1979 di Jerry Rawlings, il governo contribuì fortemente al retaggio di violazioni dei diritti umani già accumulatasi, affermando che le istituzioni di sicurezza e l’esercito furono responsabili della maggior parte degli abusi.
Ha operato la Commissione per il chiarimento storico (Comisión para el Esclarecimiento Histórico), che mirava a promuovere l’armonia nazionale, favorire la pace, incoraggiare una cultura di rispetto reciproco dei diritti umani e preservare la memoria delle vittime del conflitto. Fu istituita nel 1994 con l’obiettivo di indagare sulle atrocità e le violazioni dei diritti umani commesse durante la guerra civile guatemalteca, iniziata nel 1962 e conclusasi alla fine degli anni Novanta con gli accordi di pace facilitati dalle Nazioni Unite. La commissione operò con un mandato di due anni, dal 1997 al 1999, ed era composta da tre commissari: un uomo guatemalteco, un uomo straniero e una donna maya. Il mandato della commissione non era quello di giudicare, bensì di chiarire il passato con “obiettività, equità e imparzialità”. Tra le sue principali conclusioni, la commissione rivelò che oltre 200.000 persone furono uccise o scomparvero durante il conflitto, e attribuì il 93% delle violazioni alle forze statali e ai gruppi paramilitari ad esse collegati. La commissione osservò inoltre che, durante la guerra civile, non venne rispettata la distinzione tra combattenti e civili, e di conseguenza numerosi bambini, sacerdoti, leader indigeni e cittadini innocenti — uomini e donne — furono uccisi[17].
Ha operato la Commission Nationale de Vérité et de Justice (CNVJ): essa fu istituita per decreto presidenziale con il compito di fornire orientamento e influenza morale al governo haitiano, affinché il Paese potesse progredire verso la verità, la giustizia e la pace civile[18]. Il rapporto finale della CNVJ fu presentato al presidente Aristide il 5 febbraio 1996. La commissione aveva basato le proprie conclusioni sulle testimonianze raccolte da quaranta investigatori per i diritti umani haitiani e stranieri in tutto il Paese durante l’estate del 1995. Durante le indagini, la commissione scoprì presto che doveva dare priorità alla sicurezza delle vittime che decidevano di testimoniare, poiché molte di loro temevano ritorsioni per le proprie dichiarazioni. Ciò portò la commissione a condurre le indagini con grande discrezione, in modo da mettere a proprio agio le vittime che avevano scelto di parlare. Ben presto, le informazioni sull’inchiesta si diffusero tra numerose organizzazioni popolari haitiane, permettendo a gran parte della popolazione di venire a conoscenza dell’indagine in corso. Anche se la presenza della commissione era ormai nota alle principali organizzazioni del Paese, queste contribuirono in realtà a migliorarne l’efficacia, informando e incoraggiando altri cittadini a testimoniare. Grazie a questa mobilitazione, la disponibilità della popolazione a testimoniare aumentò, anche se molti continuavano a sentirsi minacciati dalla presenza di noti violatori dei diritti umani che circolavano liberamente nelle stesse aree. In meno di tre mesi, la CNVJ ricevette oltre settemila denunce da parte di cittadini haitiani. Le violazioni dei diritti umani descritte in queste denunce furono documentate accuratamente, con l’uso di questionari elaborati dalla commissione. Oltre alle denunce dirette, la commissione si avvalse anche di fonti secondarie provenienti da organizzazioni locali e internazionali, tra cui la Missione civile ONU-OAS ad Haiti. Queste fonti furono fondamentali per convalidare le informazioni contenute nelle numerose denunce ricevute. La commissione aprì inoltre indagini speciali su forme specifiche di crudeltà, come la violenza sessuale e la repressione della stampa. La CNVJ diede priorità alle indagini sulla repressione governativa su larga scala. La riconciliazione nazionale era un altro elemento centrale del mandato della CNVJ: la commissione non era intesa come lo strumento principale di riconciliazione, ma come un mezzo per favorirla, attraverso la rivelazione della verità sui crimini e sulle violazioni dei diritti umani avvenuti in Haiti.
La Honduras Truth and Reconciliation Commission ha indagato gli eventi relativi al colpo di Stato del 2009. La commissione redasse il proprio rapporto utilizzando informazioni pubbliche, rapporti di organizzazioni per i diritti umani e dei media, oltre a testimonianze di oltre 250 cittadini che avevano conoscenza diretta delle violazioni commesse. Il rapporto finale, intitolato “Perché gli eventi non si ripetano”, fu presentato da Eduardo Stein al presidente Lobo e ad altri alti funzionari del governo nel luglio 2011. La commissione identificò tra le cause principali della crisi le riforme e le azioni proposte dal presidente Zelaya, sostenendo che egli aveva infranto la legge ignorando gli avvertimenti del Congresso riguardo all’annullamento del referendum. Tuttavia, la commissione dichiarò anche che il Congresso aveva agito illegalmente quando rimosse il presidente dall’incarico e nominò un presidente ad interim, Micheletti. Nel rapporto si affermava che quanto accaduto costituiva un colpo di Stato, e si identificavano 20 persone uccise dalle forze militari o da altri attori dopo il golpe, descrivendo in dettaglio tali violazioni. La commissione riscontrò inoltre che polizia ed esercito avevano ostacolato le indagini su alcune violazioni dei diritti umani, e attribuì la responsabilità di tali violazioni a diversi attori chiave, incluso il presidente de facto Micheletti.
La commissione elaborò oltre 80 raccomandazioni rivolte al governo honduregno, tra cui: aumentare la trasparenza politica, riformare la polizia e garantire condizioni che permettano ai difensori dei diritti umani di operare senza molestie o ostacoli. Tra queste, sette raccomandazioni principali riguardavano i diritti umani: perseguire, processare e punire gli autori delle violazioni dei diritti umani commesse durante il governo ad interim; istituire un piano nazionale di riparazioni per coloro che abbiano reclami legittimi e verificabili in materia di diritti umani; garantire risorse adeguate e indipendenza all’Ufficio del Procuratore generale, affinché possa rispondere tempestivamente alle denunce di violazioni dei diritti umani; condurre una revisione indipendente delle azioni del Commissario per i diritti umani durante il governo ad interim; rivedere la legislazione per assicurare che il diritto honduregno sia compatibile con le norme e gli standard internazionali, in particolare per quanto riguarda la sicurezza personale, la libertà di espressione (soprattutto dei giornalisti) e la libertà di associazione; garantire alle popolazioni indigene e tribali l’accesso alla giustizia nella propria lingua; assicurare il rispetto della convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sul dovere di consultare le comunità indigene riguardo all’uso e allo sfruttamento delle risorse naturali nei loro territori. La commissione ricevette reazioni contrastanti, con critiche ed una diffusa mancanza di fiducia[19].
Il Forum for Peace and Reconciliation, avviato nel 1994, mirava a favorire la riconciliazione tra comunità in conflitto nell’Irlanda del Nord[20]. Nel 1996, divenne una sede negoziale tra le parti del conflitto in Ulster, al centro del processo di pace[21]; dopo che l’IRA ripristinò il cessate il fuoco nel 1997, il nuovo Taoiseach Bertie Ahern propose di tenere ulteriori incontri “su base occasionale”: uno di questi si svolse il 5 dicembre 1997, durante il quale Ahern sollevò la possibilità di modificare gli articoli 2 e 3 della Costituzione; tale modifica fu poi realizzata con il referendum del 1999, in seguito al Good Friday Agreement del 1998.
Sulla base dei risultati delle elezioni del 1996 per il Forum dell’Irlanda del Nord, agli incontri del 1997 furono invitati e accettarono di partecipare anche la Northern Ireland Women’s Coalition e il Labour Party of Northern Ireland (LPNI), oltre ai partiti precedenti[22].
Vi furono proposte di riattivare il Forum nel 2000, dopo la sospensione dell’Esecutivo dell’Irlanda del Nord, e di nuovo nel dicembre dello stesso anno. Il Forum fu riconvocato alla fine del 2002; tuttavia, le riunioni del Forum del 2002–2003 non riuscirono a sbloccare lo stallo del processo di pace, che fu risolto altrove. Nel 2010, la voce di bilancio di 5.000 euro destinata al Forum nel bilancio annuale del Dipartimento del Taoiseach fu eliminata. Nel 2011, il senatore Paul Bradford chiese chiarimenti sullo status del Forum e suggerì che potesse essere rilanciato come una commissione per la verità e la riconciliazione. Nel frattempo, però, dal 2006 era stato istituito il Reconciliation Networking Forum, un incontro annuale in cui il Ministro degli Affari Esteri e del Commercio invita gruppi impegnati nella promozione della riconciliazione.
Ha operato la Commissione per la verità e la riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission): è stata istituita il 29 aprile 2009 per indagare sulle cause della violenza etnica che ha colpito le isole Salomone tra il 1997 e il 2003 e con l’obiettivo di affrontare i traumi del conflitto etnico sull’isola di Guadalcanal (1999-2003). La Commissione per la Verità e la Riconciliazione è la prima del suo genere nella regione delle Isole del Pacifico[23]. I membri della commissione ascoltarono le testimonianze di testimoni e vittime della violenza, che ha causato oltre 100 morti e più di 20.000 sfollati interni in tutto il Paese. La commissione era modellata sulla Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sudafrica, presieduta all’epoca dall’arcivescovo Desmond Tutu; questi, premio Nobel per la pace, ha avuto un ruolo attivo nella creazione della Commissione nelle Isole Salomone[24].
Dopo i conflitti etnici, i regimi semi-dispotici, marginalizzazione e violenza politica, tra cui il tentato colpo di Stato del 1982, la violenza post-elettorale del 2007 produsse l'istituzione della Commissione Waki e, successivamente della Truth, Justice and Reconciliation Commission of Kenya. La prima produsse il rapporto sulla violenza post-elettorale redatto dalla Commissione Waki, comunemente noto come “rapporto Waki”, che fu consegnato al presidente Mwai Kibaki e al primo ministro Raila Odinga il 15 ottobre 2008[25]; esso contava 529 pagine[26] e il presidente non rese pubblici i nomi dei presunti responsabili. La Commissione Waki consegnò invece la lista dei presunti autori delle violenze a Kofi Annan il quale, nel luglio 2009, consegnò la busta contenente i nomi a Luis Moreno-Ocampo, il procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI)[27].
Fu poi istituita la Commissione per la Verità, la Giustizia e la Riconciliazione (TJRC), il cui rapporto[28] documenta il lavoro da essa svolto in relazione ai seguenti aspetti: costituisce un resoconto storico delle gravi violazioni dei diritti umani; delinea le conclusioni della Commissione e formula raccomandazioni dettagliate su come affrontare le violazioni e le ingiustizie del passato attraverso riparazioni e procedimenti giudiziari; indica come prevenire future violazioni, anche mediante riforme legali e istituzionali specifiche e attraverso iniziative di commemorazione e memoria.
Ha operato la Commissione per la verità e la riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission). È un organismo istituito dal Parlamento nel maggio 2005 sotto il Governo di transizione. La Commissione operò durante il primo mandato di Ellen Johnson Sirleaf, eletta Presidente della Liberia nel novembre 2005[29]. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione della Liberia (TRC) concluse i suoi lavori nel 2010, presentando un rapporto finale e raccomandando azioni specifiche alle autorità nazionali per garantire responsabilità e riparazioni. Il rapporto finale della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC) fu pubblicato il 1º luglio 2009. Il documento contava quasi 400 pagine; prese in considerazione oltre 20.000 testimonianze individuali provenienti da Liberia, Stati Uniti, Nigeria, Europa e Ghana. Il rapporto finale affrontò i problemi del periodo post-bellico in Liberia in due fasi: la prima fase consisteva in un elenco di raccomandazioni al governo liberiano riguardanti riparazioni per le vittime delle guerre civili e riforme per prevenire nuove atrocità; la seconda fase era un elenco di persone che necessitavano di ulteriori indagini oppure che, in base ai criteri stabiliti, potevano beneficiare dell’amnistia. La TRC liberiana formulò complessivamente 47 raccomandazioni al governo, tra cui: la creazione di centri culturali nazionali per promuovere la diversità culturale della Liberia; la garanzia che gli autori di gravi violazioni dei diritti umani risarcissero le vittime e la realizzazione di programmi di compensazione e reintegrazione per le vittime delle guerre civili. La commissione sottolineò inoltre la necessità che le vittime ricevessero un risarcimento adeguato e che i responsabili subissero forme di punizione proporzionate. Propose anche di mettere a disposizione risorse e infrastrutture per affrontare i problemi e i conflitti ancora irrisolti. La TRC non raccomandò un’amnistia generale, ma suggerì di concederla solo a coloro che avevano meno di 18 anni durante i combattimenti e a chi non aveva violato le leggi umanitarie internazionali. In senso più ampio, la TRC propose che il governo liberiano promuovesse una cultura di rispetto dei diritti umani, garantisse la protezione di donne e bambini, e decentrasse il potere politico, favorendo così una governance più equa e inclusiva.
La Truth and Justice Commission, istituita nel 2009, ha investigato l’impatto della schiavitù e del lavoro forzato sull’isola. È unica nel suo genere per aver valutato anche abusi socio-economici su un arco temporale molto ampio (oltre 370 anni). La Commissione pubblicò il suo rapporto nel 2011, formulando le seguenti raccomandazioni: "alla luce delle ingiustizie subite dai discendenti degli schiavi e dei lavoratori a contratto, la Repubblica di Mauritius e le altre istituzioni dovrebbero presentare un’apologia ufficiale tramite il Presidente della Repubblica, il Primo Ministro e le istituzioni private legate alla schiavitù e al lavoro a contratto, come la Chiesa cattolica, la Camera di Commercio e la Mauritius Sugar Producers’ Association"; la costruzione di un memoriale e di un Museo della Schiavitù per ricordare i trattamenti disumani subiti dalle vittime, considerati un crimine contro l'umanità, raccomandando inoltre che il 23 agosto fosse riconosciuto come Giornata della Memoria e della Riconciliazione; creazione di un Istituto tecnico avanzato per formare adulti creoli, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali nella società mauriziana; che la lingua creola fosse introdotta nelle scuole, per aiutare le famiglie della classe lavoratrice a comprendere meglio i materiali didattici; che lo Stato valutasse la possibilità di concedere piccoli appezzamenti di terreno ai cittadini meritevoli e di istituire un’“Unità di monitoraggio e ricerca fondiaria”, incaricata di assistere le persone nella ricerca delle terre che ritengono di diritto proprie. Il rapporto conteneva oltre 300 raccomandazioni al governo mauriziano, volte principalmente a trovare soluzioni per far uscire dalla povertà le persone colpite dalla schiavitù e dal lavoro a contratto[30].
Ha operato la Commissione per la giustizia e la riconciliazione (هيئة الإنصاف و المصالح, Instance Equité et Réconciliation, detta IER). Fu una commissione marocchina per la verità e la riconciliazione, attiva con un mandato biennale dal 2004 al 2005, che si concentrò sulle violazioni dei diritti umani commesse durante gli “Anni di piombo”, principalmente sotto il regno del re Hassan II. La commissione fu istituita il 7 gennaio 2004 dal re Mohammed VI tramite un dahir (decreto reale); fu creata per riconciliare le vittime delle violazioni dei diritti umani — come tortura, sparizioni forzate e arresti arbitrari — commesse dal governo e da alti funzionari dello Stato durante gli Anni di piombo. La commissione indagò sugli eventi avvenuti tra il 1956 e il 1999, coprendo quindi i regni dei due monarchi precedenti. Gli obiettivi dichiarati della commissione erano la protezione e la promozione dei diritti umani in Marocco. La Commissione IER concluse il proprio mandato consegnando il rapporto finale al Re del Marocco nel dicembre 2005. Amnesty International pubblicò in seguito una critica dettagliata sul lavoro della commissione e sul modo in cui furono attuate le sue raccomandazioni[31]. La commissione e la sua eredità sono state raccontate anche nel documentario “I nostro luoghi vietati” (Nos lieux interdits)[32].
La Nepalese Truth Commission ha pubblicato nel 1991 un rapporto sul periodo 1961-1990. Fu istituita in Nepal nel 1990, dopo la fine del regime autocratico del Panchayat, dal primo Primo Ministro post-Panchayat, Krishna Prasad Bhattharai. La commissione fu creata per esaminare le accuse di violazioni dei diritti umani e indagare sui casi di sparizioni forzate avvenuti durante il sistema del Panchayat; un rapporto ufficiale fu presentato al governo nel 1991, ma venne reso pubblico solo nel 1994. La commissione identificò 35 persone scomparse su circa un centinaio di casi esaminati[33].
Successivamente, una nuova Commission on Investigation of Disappeared Persons (CIDP) è stata costituita il 10 febbraio 2015: questa Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC) ebbe il compito di «indagare sui casi di violazioni dei diritti umani e sui crimini contro l’umanità», ma la stessa istituzione avvenne molti anni dopo la firma dell’Accordo di Pace Globale (CPA) tra il governo del Nepal e l’allora Partito Comunista del Nepal (Maoista), avvenuta nel novembre 2006.
La Human Rights Violations Investigation Commission, attiva dal 1999 al 2002, è stata incaricata di indagare violazioni dei diritti umani. Conosciuta anche come Commissione Oputa (Oputa Panel) dal nome del suo presidente Chukwudifu Oputa, fu una commissione istituita dopo il crollo della dittatura militare che governò la Nigeria fino al 1998.[34] Fu creata nel 1999 dal neoeletto presidente Olusegun Obasanjo.[35] Il mandato della commissione era quello di indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse durante il periodo di governo militare dal 1984 al 1999.[36] Inoltre, sul piano della riconciliazione, la commissione lavorò anche per favorire l’unificazione delle comunità precedentemente in conflitto.[37] La commissione presentò il suo rapporto finale al presidente Obasanjo nel 2002, ma il governo non intraprese alcuna azione in merito. Il rapporto non fu reso pubblico fino al 2005, quando fu pubblicato da due gruppi di attivisti, il Nigerian Democratic Movement e il Civil Society Forum con sede in Nigeria.[34][35]
Nel 2018 è stata istituita una commissione della verità per indagare le esperienze dei Sámi e dei Kven (Finlandesi norvegesi) riguardo alle politiche di “norvegianizzazione”. Nel maggio 2019 il mandato è stato esteso anche ai “Forest Finns”. Il rapporto è stato consegnato allo Storting il 1º giugno 2023: erano 700 pagine che analizzavano i persistenti effetti delle politiche ufficiali di norvegesizzazione, comprese le modalità con cui tali politiche continuarono indirettamente anche dopo la loro abrogazione ufficiale nel 1963. La commissione individuò inoltre forme indirette di pressione assimilatrice nei settori della lingua, della sanità, della vita socio-politica, della cultura e delle attività tradizionali e professionali, come l’allevamento di renne sámi e la pesca su piccola scala praticata dai Kven e dai Sámi costieri.[38] Nel novembre 2024, lo Storting pubblicò un proprio rapporto di 98 pagine sulle conclusioni della commissione, contenente 17 decisioni che il governo intendeva adottare per rimediare alle ingiustizie del passato. Il primo passo fu l’apologia ufficiale pronunciata il 12 novembre 2024 dal primo vicepresidente Svein Harberg, a nome dello Storting, rivolta ai Sámi, ai Kven/Finlandesi di Norvegia e ai Finlandesi delle foreste. Il re Harald V aveva già espresso scuse ufficiali ai Sámi nel 2020, ma questa fu la prima volta che anche i Kven e i Finlandesi ricevettero un riconoscimento formale.[39]
Lo Storting desidera esprimere il più profondo rammarico per gli abusi che la politica di norvegesizzazione ha comportato per i Sámi, i Kven/Finlandesi di Norvegia e i Finlandesi delle foreste. Lo Storting porge le proprie scuse per il ruolo attivo svolto dai precedenti parlamenti nell’attuazione di tali politiche e riconosce la propria responsabilità per le conseguenze che esse hanno avuto su gruppi e individui.[40]»
Il Waitangi Tribunal, istituito nel 1975, è un organismo giudiziario che può essere considerato affine a una commissione della verità: formula raccomandazioni su reclami dei Māori relativi a legislazioni, politiche o atti della Corona percepiti come violazioni del Trattato di Waitangi del 1840. Essendo stata istituita come commissione permanente d’inchiesta, il suo metodo di indagine differisce in modo significativo da quello dei tribunali ordinari sotto diversi aspetti: ha solo il potere di formulare raccomandazioni. In alcune situazioni limitate, il Tribunale dispone di poteri vincolanti, ma nella maggior parte dei casi le sue raccomandazioni non vincolano la Corona, i ricorrenti o le altre parti coinvolte nelle indagini. Al contrario, i tribunali possono emettere sentenze vincolanti per le parti interessate. Il processo del Tribunale Waitangi è di tipo inquisitorio e meno accusatorio rispetto a quello seguito nei tribunali. In particolare, il Tribunale può condurre ricerche proprie per accertare la verità dei fatti, mentre i tribunali devono basarsi esclusivamente sulle prove e sugli argomenti legali presentati dalle parti. Di norma, uno storico-ricercatore svolge le indagini storiche per conto dei ricorrenti. Il procedimento del Tribunale è flessibile: non è tenuto a seguire le regole di ammissibilità delle prove applicabili nei tribunali e può adattare le proprie procedure come ritiene opportuno. Ad esempio, può non consentire il controinterrogatorio, e accetta testimonianze orali o de relato (hearsay) come prassi comune.[41] Il Tribunale può inoltre scegliere di seguire il protocollo Māori noto come te kawa o te marae. Al contrario, le procedure giudiziarie sono più rigide e dipendono strettamente dalle prove presentate. Il Tribunale non ha autorità finale nell’interpretazione del diritto, che resta competenza dei tribunali ordinari. Tuttavia, ha autorità esclusiva nel determinare il significato e l’effetto del Trattato di Waitangi nei testi sia Māori sia inglese. Il Tribunale dispone di poteri limitati per convocare testimoni, richiedere la presentazione di documenti e mantenere l’ordine durante le udienze. Non ha tuttavia il potere di emettere ordini vincolanti per impedire o imporre azioni, né può ordinare a una parte di pagare i costi del procedimento. Il Tribunale non risolve direttamente le controversie: formula solo raccomandazioni al governo. Non partecipa al processo di negoziazione, e i ricorrenti si impegnano a non presentare reclami al Tribunale mentre sono coinvolti nelle trattative di risoluzione.[42] Le controversie vengono risolte tramite negoziazioni con il governo. L'Office of Treaty Settlements (Ufficio per gli accordi del Trattato) gestisce le trattative per conto del governo, e tutte le questioni relative ai negoziati devono essere indirizzate a tale ufficio.[43] Il Tribunale non può raccomandare la restituzione di terreni privati. Può indagare e riferire su reclami relativi a terreni di proprietà privata, ma non può raccomandarne la restituzione alla proprietà Māori, a meno che i terreni non siano “memorializzati”, ovvero appartenenti (o appartenuti) a imprese statali, istituzioni terziarie o ex terreni delle Ferrovie della Nuova Zelanda, con una annotazione ufficiale che consente al Tribunale di suggerirne la restituzione ai Māori.[44] Il Tribunale può registrare il reclamo di qualsiasi Māori che ritenga di aver subito un torto da parte di una politica, prassi, azione o omissione della Corona. Non è tenuto a verificare che il ricorrente abbia un mandato da un gruppo, ma può rifiutare di esaminare un reclamo ritenuto frivolo o vessatorio.[45]
La Commissione per la verità (Comisión de la Verdad), istituita nel 2000, ha documentato che il regime militare adottò torture e trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Fu istituita dalla presidente di Panama Mireya Moscoso per indagare sui crimini commessi durante il governo militare di Omar Torrijos e Manuel Noriega. Nel dicembre 2000 erano stati rinvenuti resti umani in una base della Guardia Nazionale di Panama, inizialmente ritenuti, in modo errato, appartenenti al sacerdote Jesús Héctor Gallego Herrera, assassinato durante la dittatura di Torrijos. In seguito a questa scoperta, Moscoso istituì una commissione per la verità e la riconciliazione con l’obiettivo di indagare sul sito e su altre basi militari. La commissione incontrò forte opposizione da parte del Partito Rivoluzionario Democratico (PRD), il partito di Torrijos e Noriega. L’Assemblea nazionale, controllata dal PRD, ridusse drasticamente i fondi destinati alla commissione, mentre la presidente del partito, Balbina Herrera, minacciò di intraprendere azioni legali contro la presidente Moscoso per la sua creazione. La commissione riuscì infine a presentare un rapporto su 110 dei 148 casi esaminati, dei quali 40 riguardavano persone scomparse e 70 vittime di omicidio. Il rapporto concluse che il governo di Noriega si era reso colpevole di “tortura, trattamenti crudeli, disumani e degradanti”, e raccomandò ulteriori riesumazioni e indagini.[46]
Ha operato la Comisión de Verdad y Justicia (Commissione della verità e della giustizia).
Ha operato la Commissione per la verità e la riconciliazione (Comisión de la Verdad y Reconciliación).
L'Istituto della memoria nazionale (Institute of National Remembrance) opera con funzioni di ricerca storica e di verifica delle collaborazioni con il cessato regime comunista.
Organizzazioni non governative istituirono nel 1990 una International Commission of Investigation on Human Rights Violations, che presentò un rapporto nel 1993. A seguito del genocidio del 1994, è stata creata nel 1999 la National Unity and Reconciliation Commission per promuovere la riconciliazione nazionale. Dal momento in cui è diventata un organo permanente nel 2002, essa non ha pubblicato un rapporto finale formale, come spesso avviene per altre commissioni per la verità e la riconciliazione, ma ha pubblicato diversi rapporti annuali, molti dei quali si basano sui lavori e le conferenze organizzate sin dai primi anni 2000. Uno di questi è il «Report on the Evaluation of National Unity and Reconciliation», pubblicato nel novembre 2001: esso fornisce informazioni sulle «Consultazioni nazionali sull’unità e la riconciliazione», svoltesi tra aprile e giugno 2001 in tutte le province del Ruanda, ad eccezione di Gisenyi, e sulle consultazioni provinciali del 23 novembre 2001. Il rapporto elenca: indicatori di coesistenza armoniosa, indicatori di divisione e raccomandazioni provenienti dalla popolazione[47].
Una Commissione per la Verità e la Riconciliazione è stata istituita nel 2001 nella Repubblica Federale di Serbia e Montenegro, ma non ha mai completato il suo rapporto.
La Truth, Reconciliation and National Unity Commission fu incaricata di indagare violazioni dei diritti umani legate al colpo di Stato del 1977[48].
Dopo la guerra civile terminata nel 1999, è stata istituita la Commissione per la verità e la riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission), che ha rilevato che entrambe le fazioni avevano preso di mira i civili, inclusi i bambini, e ha raccomandato il rafforzamento delle istituzioni democratiche e della loro responsabilità verso il popolo. Uno dei compiti principali fu quello di intervistare le vittime di entrambe le parti del conflitto e di presentare un resoconto delle proprie conclusioni. La commissione riportò una serie di risultati e constatazioni, tra cui le seguenti: il conflitto e il periodo post-indipendenza che lo precedette rappresentano gli anni più vergognosi della storia della Sierra Leone. Questo conflitto riflette un’eccezionale mancanza di leadership da parte delle istituzioni, della società e dei cittadini. La causa principale della guerra fu l’avidità endemica, la corruzione e il nepotismo, che privarono la nazione della sua dignità e ridussero i cittadini alla povertà. Entrambe le parti del conflitto presero di mira in modo deliberato i civili. La guerra civile in Sierra Leone fu caratterizzata da violenza indiscriminata: essa infranse regole di lunga data, oltraggiò tradizioni radicate, minò il rispetto umano e distrusse il tessuto stesso della società. Bambini tra i dieci e i quattordici anni furono reclutati con la forza, mentre le ragazze della stessa età furono vittime di stupro e ridotte in schiavitù sessuale. Queste donne furono inoltre torturate e sottoposte ad atti crudeli e disumani. I leader del Fronte Unito Rivoluzionario (RUF) e del governo della Sierra Leone sono responsabili di aver autorizzato o istigato violazioni dei diritti umani contro i civili. Sono inoltre accusati di non aver fermato tali atrocità e di non averne riconosciuto la gravità. Contrariamente alla credenza popolare, lo sfruttamento dei diamanti non fu la causa diretta del conflitto; tuttavia, diverse fazioni cercarono di controllare le aree diamantifere per ottenere ricchezza e finanziare le proprie attività belliche. Il diritto alla verità è stato dichiarato inalienabile: tale diritto deve essere tutelato dal diritto nazionale e internazionale. Solo attraverso una partecipazione ampia e trasparente è possibile per una nazione esaminare onestamente se stessa e adottare misure efficaci per evitare la ripetizione degli errori del passato. Tuttavia, il Governo è stato accusato di non aver dato corso alle principali raccomandazioni che la commissione aveva espresso, in ossequio a tali constatazioni[49].
La Lessons Learnt and Reconciliation Commission fu una commissione d’inchiesta istituita dal Presidente dello Sri Lanka Mahinda Rajapaksa nel maggio 2010, dopo la guerra civile ivi durata 26 anni[50]. Dopo 18 mesi di indagini, la commissione presentò il proprio rapporto al presidente il 15 novembre 2011. Il rapporto fu reso pubblico il 16 dicembre 2011, dopo essere stato presentato al Parlamento dello Sri Lanka.[51] La commissione concluse che le Forze armate dello Sri Lanka non avevano deliberatamente preso di mira i civili, mentre i ribelli delle Tigri per la Liberazione della Patria Tamil Eelam (LTTE) avevano violato ripetutamente il diritto internazionale umanitario.[52] Secondo la commissione, l’esercito diede “la massima priorità” alla protezione dei civili, mentre le Tigri Tamil “non avevano alcun rispetto per la vita umana”.[53] La commissione ammise che dei civili erano stati uccisi dall’esercito, sebbene accidentalmente, contraddicendo la linea ufficiale del governo secondo cui non vi erano state vittime civili.[54] La commissione ricevette testimonianze oculari che denunciavano abusi da parte dei militari, i quali, secondo la commissione, necessitavano di ulteriori indagini e, se confermati, della persecuzione dei responsabili.[55] La commissione riconobbe inoltre che alcuni ospedali erano stati bombardati, causando “considerevoli perdite civili”, ma non identificò i responsabili dei bombardamenti.[53] Il rapporto attribuì la responsabilità politica della guerra civile sia ai politici singalesi che a quelli tamil: i primi per non aver proposto una soluzione accettabile ai tamil, e i secondi per aver alimentato il separatismo militante.[54] La commissione fu fortemente criticata da organizzazioni internazionali per i diritti umani, dal Rapporto del Panel di esperti del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla responsabilità nello Sri Lanka e da altre entità per il suo mandato limitato, la mancanza di indipendenza e l’incapacità di rispettare gli standard internazionali minimi o di garantire la protezione dei testimoni.[53][56] Secondo i critici, il governo dello Sri Lanka utilizzò la commissione come strumento per evitare un’indagine internazionale indipendente sui crimini di guerra che si sarebbero verificati[57] Di conseguenza, Amnesty International, Human Rights Watch e l’International Crisis Group rifiutarono di comparire davanti alla commissione.[58]
La Commissione per la verità e la riconciliazione di Greensboro (Greensboro Truth and Reconciliation Commission) (2004-2006), organismo non governativo, ha investigato il massacro di Greensboro del 3 novembre 1979. La Maine Wabanaki-State Truth and Reconciliation Commission, invece, fu istituita legalmente da un apparato pubblico, ed ha esaminato questioni di assistenza all’infanzia tra i popoli Wabanaki. Abbreviata in MWTRC[59], fu una commissione d’inchiesta incaricata dallo Stato del Maine di esaminare gli eventi riguardanti i bambini e le famiglie Wabanaki dal 1978, anno in cui fu approvato l'Indian Child Welfare Act (ICWA), fino al periodo contemporaneo. La commissione fu ufficialmente istituita il 12 febbraio 2012 e pubblicò il suo rapporto finale il 14 giugno 2015. Il mandato della MWTRC era quello di promuovere Verità, Guarigione e Cambiamento, offrendo al popolo Wabanaki e ad altri soggetti coinvolti nel sistema di assistenza all’infanzia del Maine uno spazio per raccontare le proprie esperienze e testimonianze personali. Il rapporto finale della commissione riassunse i risultati emersi dalle indagini e formulò raccomandazioni per migliorare il rispetto dell’Indian Child Welfare Act (ICWA).[60][61][62][63]
Dopo la fine dell’apartheid, il presidente Nelson Mandela autorizzò una Commissione per la verità e la riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission): si trattò di una commissione per la verità — guidata da Desmond Tutu — per studiare gli effetti del regime segregazionista, ed è considerata il prototipo per questa tipologia di processo di giustizia di transizione.
Nel marzo 2020 il governo ha deciso di nominare una commissione della verità per indagare abusi e violazioni contro le popolazioni Tornedaliani, Kvens e Lantalaiset. Il rapporto è stato presentato il 15 novembre 2023[64]. Inoltre è stata costituita una commissione per investigare gli abusi del popolo Sámi dal governo svedese, con mandato fino al 1° dicembre 2025.
La Transitional Justice Commission è un’agenzia indipendente che indaga ingiustizie commesse dallo Stato tra il 15 agosto 1945 e il 6 novembre 1992, incluso l’evento del 28 febbraio e la politica detta del “Terrore Bianco”. Attiva dal 31 maggio 2018 al 30 maggio 2022, fu istituita in base alla Legge per la promozione della giustizia transizionale (Act on Promoting Transitional Justice). La commissione era incaricata di indagare sulle azioni intraprese dal Kuomintang, col rendere più accessibili gli archivi politici; rimuovere i simboli dell’autoritarismo; riparare le ingiustizie giudiziarie; redigere un rapporto storico sul periodo in esame, che definisse i passi futuri per promuovere la giustizia transizionale.
A seguito delle raccomandazioni della commissione, un totale di 5.837 persone condannate per crimini politici durante il periodo del Terrore bianco sono state assolte mediante riabilitazione.[65] La prima raccomandazione, e al contempo la prima nella storia di Taiwan, risale al 5 ottobre 2018, quando 1.270 persone furono assolte, tra cui lo scrittore Yang Kui e 27 aborigeni taiwanesi.[66][67][68] Il 27 febbraio 2019 furono assolte altre 1.056 persone.[69] Il 30 maggio 2019, la commissione assolse 3.062 persone, tra cui la ex vicepresidente Annette Lu, l’ex sindaca di Kaohsiung Chen Chu, l’editore del Free China Journal Lei Chen e Shih Ming-teh.[70] L’8 novembre 2020, la commissione annullò altre 12 condanne, portando il totale delle assoluzioni a 5.874.[71] Il 2 ottobre 2021, la commissione annullò le condanne di cinque prigionieri giustiziati in seguito al caso della prigione di Taiyuan del 1970.[72]
La Commissione per l'accettazione, la verità e la riconciliazione di Timor Est (Comissão de Acolhimento, Verdade e Reconciliação de Timor Leste) operò per prima (2001-2005): durante i suoi lavori, la commissione raccolse oltre 10.000 testimonianze da vittime e autori delle violazioni, e organizzò udienze pubbliche trasmesse in televisione e alla radio.[73] La Commissione consegnò il suo rapporto finale di 2.500 pagine, intitolato Chega! — parola portoghese che significa “basta” o “è sufficiente” —, riguardante le violazioni dei diritti umani avvenute tra il 1974 e il 1999, al Presidente di Timor Est il 31 ottobre 2005.[74] Il Presidente, come previsto dalla legge, trasmise poi il rapporto al Segretario generale delle Nazioni Unite il 20 gennaio 2006.
La prima Commissione fu succeduta (2005-2008) dalla Commissione congiunta per la verità e l'amicizia Indonesia-Timor Est (Indonesia-Timor Leste Commission of Truth and Friendship, Komisi Kebenaran dan Persahabatan Indonesia - Timor Leste, Comissão Conjunta Timor-Leste-Indonésia da Verdade e Amizade). La commissione fu ufficialmente istituita per indagare sugli atti di violenza avvenuti in occasione del referendum per l’indipendenza di Timor Est nel 1999, con l’obiettivo di giungere a una “verità conclusiva” sugli eventi. Dopo aver svolto udienze private e revisioni documentali, la commissione consegnò il suo rapporto finale il 15 luglio 2008 ai presidenti di entrambe le nazioni. Il rapporto fu pienamente approvato dal presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, rappresentando la prima ammissione ufficiale da parte del governo indonesiano delle violazioni dei diritti umani commesse da istituzioni statali a Timor Est. La commissione è nota per essere stata la prima commissione per la verità moderna di tipo bilaterale.
La Truth, Justice and Reconciliation Commission fu istituita nel 2009 per investigare il periodo 1958-2009.
La Commissione per la Verità e la Dignità (Truth and Dignity Commission) fu istituita nel 2014. La sua presidente Sihem Bensedrine presentò il rapporto finale della commissione il 26 marzo 2019. Il documento, redatto in arabo e composto da oltre 2.000 pagine, denuncia le violazioni dei diritti umani accertate, tra cui i processi iniqui del 1963 relativi a un tentato colpo di stato militare contro il presidente Habib Bourguiba; l’allora direttore della sicurezza nazionale, Béji Caïd Essebsi, futuro presidente della Tunisia, fu coinvolto in tali procedimenti.[75]
L'Ukrainian Institute of National Remembrance (Istituto ucraino per la memoria nazionale), fondato nel 2006, aveva il compito di commemorare le vittime delle oppressioni e promuovere la memoria storica. Una legge che istituiva la Filiale dell’Archivio di Stato dell’Istituto della Memoria Nazionale fu adottata il 21 maggio 2015. Nel giugno 2019, l’archivio fu registrato come entità legale e trasferito nella sua nuova sede, situata in un edificio precedentemente utilizzato dalla Banca Nazionale dell’Ucraina.[76] Nel 2021, l’archivio è divenuto membro della Piattaforma della Memoria e della Coscienza Europea.
Ha operato la Commission of Inquiry into Violations of Human Rights tra il 1986 ed il 1994. Istituita su iniziativa del presidente Yoweri Kaguta Museveni al momento dell'assunzione del potere, non ha mai reso pubblico il suo rapporto finale ed è stata sciolta dopo dieci anni[77].
L'Investigative Commission on the Situation of Disappeared People and its Causes (1985) operò per indagare sugli anni 1972-1983. Una nuova Comisión para la Paz è stata autorizzata e ha presentato un rapporto nel 2003. I compiti della Comisión para la Paz erano i seguenti: ricevere, analizzare, classificare e raccogliere informazioni sulle sparizioni forzate avvenute durante il governo civico-militare; ricevere documenti e testimonianze, mantenendo la massima riservatezza sulle proprie attività e l’assoluta confidenzialità delle fonti da cui provenivano le informazioni ottenute; trasmettere le informazioni alla Presidenza della Repubblica, qualora ritenesse necessarie ulteriori verifiche o approfondimenti, affinché la Presidenza potesse disporre le indagini pertinenti; redigere un rapporto finale con le proprie conclusioni e raccomandazioni, comprese le misure legislative in materia di riparazione e stato civile, nonché un riassunto individuale di ciascun caso di detenuto-scomparso esaminato. La Commissione elaborò un rapporto su 260 denunce di cittadini uruguaiani detenuti e scomparsi in Uruguay, Argentina, Cile, Paraguay e Brasile. Il rapporto fu presentato il 10 aprile 2003 e confermò la grande maggioranza delle denunce ricevute relative a fatti avvenuti in Uruguay, oltre a una parte significativa di quelle riguardanti casi accaduti all’estero. Dopo la pubblicazione del rapporto finale della Commissione per la Pace, continuò ad operare, nell’ambito della Presidenza della Repubblica, una Segreteria di monitoraggio della Commissione per la Pace. Il 26 dicembre 2006, con la Risoluzione presidenziale n.° 832/006, fu dichiarata conclusa la prima fase dell’indagine sulle sparizioni forzate avvenute nel territorio nazionale. Nel punto 4 della risoluzione si dispose la pubblicazione dei rapporti presentati dai Comandanti in Capo delle Forze Armate, nonché del rapporto elaborato dall’Università della Repubblica. Nel 2007, con la Risoluzione presidenziale n.° 297/007 e in ottemperanza all’articolo 4 della Legge n.° 15.848, il 14 maggio fu ordinata la pubblicazione dell’“Indagine storica sui detenuti scomparsi”, articolata in cinque volumi a cura degli storici uruguaiani José Pedro Barrán, Gerardo Caetano e Álvaro Rico. Successivamente, il 17 dicembre 2007, tramite la Risoluzione presidenziale n.° 812/007, la Segreteria fu riorganizzata e dotata di maggiori risorse. Nel 2011, a seguito della sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani nel caso Gelman vs. Uruguay, fu istituita una Commissione interministeriale, composta dalla coordinatrice della Segreteria di monitoraggio e da rappresentanti dei ministeri dell’Educazione e Cultura, Affari Esteri, Difesa Nazionale e Interno. Tale Commissione aveva il compito di supervisionare l’attuazione della sentenza della Corte, di definire politiche per chiarire i fatti e di coordinarsi con enti nazionali e internazionali per raggiungere gli obiettivi stabiliti. Alla Segreteria di monitoraggio furono assegnati i compiti di ricezione, analisi, classificazione e raccolta di informazioni sulle sparizioni forzate, nonché la creazione di una banca dati unificata e di un registro genetico presso l’Istituto nazionale di donazione e trapianto di cellule, organi e tessuti del Ministero della Salute Pubblica. Il 1º agosto 2013, con la Risoluzione presidenziale n.° 463/013, la Segreteria cambiò nome in Segreteria dei Diritti Umani per il Passato Recente, ampliando le sue competenze in materia di indagini e cooperando con l’Unità speciale per i casi di diritti umani del Ministero dell’Interno. Il 4 dicembre 2013, con la Risoluzione presidenziale n.° 805/013, fu approvato il “Protocollo di procedure per la ricerca, il recupero e l’analisi dei resti ossei di persone detenute-scomparse”, in conformità con la sentenza del caso Gelman vs. Uruguay. Con il Decreto n.° 131/2015, la Presidenza creò il Gruppo di Lavoro per la Verità e la Giustizia, organismo autonomo e indipendente incaricato di indagare sui crimini di lesa umanità commessi da agenti statali o con il loro consenso tra il 13 giugno 1968 e il 28 febbraio 1985 (Legge n.° 18.596 del 18 settembre 2009). La Segreteria dei Diritti Umani per il Passato Recente divenne il supporto funzionale e amministrativo del Gruppo di Lavoro, passando a dipendere amministrativamente dalla Segreteria della Presidenza della Repubblica. Il 25 settembre 2019, con la Legge n.° 19.822, la Istituzione nazionale per i diritti umani e Difensore del popolo (INDDHH) fu incaricata di proseguire le ricerche sulle persone detenute e scomparse durante l’illegittima azione dello Stato (1968–1985). In virtù di tale legge, l’équipe di antropologia forense passò sotto la competenza dell’INDDHH, mentre il potere esecutivo garantì i fondi necessari, basandosi sul bilancio destinato alla Segreteria e al Gruppo di Lavoro. Il 29 febbraio 2020, il Gruppo di Lavoro per la Verità e la Giustizia cessò la propria attività, consegnando un rapporto finale che riassumeva la sua gestione dal 19 maggio 2015 (Decreto 131/2015).[78]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Hussain, Delwar (2009-10-07). "Prosecute Bangladesh's war criminals". The Guardian.
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- ↑ Priscilla MendesDo; Brasília, em (2013-01-11). "Comissão analisa primeiro caso de tortura fora do período militar". Política: l’ottantaquattrenne Boris Tabacof, ex segretario alle finanze dello Stato di Bahia, ex direttore del gruppo Safra e attuale presidente del consiglio di amministrazione di Suzano, denunciò nel novembre 2012 le torture subite ai membri della commissione Maria Rita Kehl, José Carlos Dias e Paulo Sérgio Pinheiro. La testimonianza di Tabacof descrisse il suo arresto il 20 ottobre 1952 e la successiva detenzione di 400 giorni, rivelando gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante il periodo dello Estado Novo (1937–1946).
- ↑ Nel dicembre 2013, il caso della scomparsa di Edgar de Aquino Duarte è diventato il primo processo penale contro agenti della sicurezza di Stato: Carlos Alberto Brilhante Ustra, Carlos Augusto e Alcides Singello. La vittima era scomparsa nel 1973 dopo essere stata detenuta e torturata presso uffici di intelligence speciali a San Paolo. In Brasile, la giustizia punitiva è sempre stata difficile da attuare a causa della legge di amnistia del 1979 e della successiva conferma della sua validità da parte della Corte Suprema. Tuttavia, il Ministero pubblico è riuscito a sostenere che casi come quello di Duarte siano esclusi dalla legge di amnistia del 1979, poiché la vittima è ancora scomparsa e, quindi, la sparizione forzata costituisce un reato permanente.
- ↑ Hayner, Priscilla (2011). Unspeakable Truths: Transitional Justice and the Challenge of Truth Commissions. 711 Third Avenue, New York, NY 10017: Routledge, p.246. Emerse che un funzionario statunitense lavorava persino all’interno della sede della DDS, dove le persone venivano torturate e uccise. Il rapporto indicava inoltre che gli Stati Uniti, insieme a Francia, Zaire ed Egitto, contribuivano al bilancio della DDS.
- ↑ "Colombian president says peace deal will be reached between government, guerrillas", The Washington Post", washingtonpost.com, 2014-01-25.
- ↑ Naughton, Elena (2014). Challenging the Conventional, Can Truth Commissions Strengthen Peace Processes? (Report). pp. 49–57.
- ↑ Hanley, Charles J.; Jae-Soon Chang (August 3, 2008). "Seoul probes civilian 'massacres' by US". AP Impact.
- ↑ La creazione della Commissione per la verità provocò l’indignazione dell’ex presidente dell’Ecuador, León Febres Cordero, il quale, pur ammettendo che durante il suo mandato si erano verificate violazioni dei diritti umani, rifiutò di riconoscere la legittimità della Commissione, definendola una “Corte dell’Inquisizione”: "TRIAL : Ecuador". Trial-ch.org. Archiviato dall'originale il 2012-12-12.
- ↑ Nel 1996, fu in effetti introdotto un nuovo Codice di procedura penale: una delle poche raccomandazioni effettivamente attuate.
- ↑ Ad oggi, il governo non ha ancora adottato la raccomandazione di fornire riparazioni alle vittime o ai sopravvissuti. Nel 2010, il presidente Mauricio Funes istituì commissioni speciali per affrontare la questione delle riparazioni, che tuttavia non hanno ancora portato a pagamenti effettivi. Funes fu il primo presidente a chiedere ufficialmente scusa e a riconoscere le violazioni dei diritti umani commesse durante la guerra civile.
- ↑ "Truth Commission: El Salvador". United States Institute of Peace.
- ↑ Anzi: il 20 marzo 1993, cinque giorni dopo la pubblicazione del rapporto ONU, il governo approvò una legge di amnistia generale, modificando quella del 23 gennaio 1992, emanata una settimana dopo la firma degli Accordi di pace di Chapultepec che avevano posto fine alla guerra civile. Nel 2016, la Corte Suprema di El Salvador dichiarò incostituzionale la legge di amnistia, stabilendo che il governo poteva perseguire i criminali di guerra.
- ↑ "On my terms: Bainimarama points way ahead", Fiji Times, 1 June 2008.
- ↑ Valji, Nahla (2006). Ghana's National Reconciliation Commission: A Comparative Assessment (PDF). International centre for transitional justice.
- ↑ Gli importi variavano da 120 a 3.500 dollari, a seconda del tipo di danno subito. La commissione accordò importi modesti per incoraggiare il governo a stanziare ulteriori fondi per le riparazioni — tattica che ebbe successo, poiché il governo concesse 1,5 milioni di dollari in risarcimenti, derivanti direttamente dalle raccomandazioni della commissione. Entro giugno 2007, i risarcimenti economici erano stati completati. A coloro che avevano perso proprietà vennero restituiti i beni, mentre furono previsti benefici sanitari e scolastici per altri casi.
- ↑ Historical Clarification Commission (CEH) (1999). Guatemala: Memory of silence. Guatemala City: Historical Clarification Commission. pp. 11–69.
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- ↑ Daily Nation, 14 ottobre 2008: Waki report to be handed over
- ↑ Daily Nation, 17 ottobre 2008: Waki report breaks new ground, but will it be implemented?.
- ↑ Ne nacque un concorso di giurisdizione, foriero di polemiche. Il governo keniota ricevette dalla Corte un anno di tempo, a partire da luglio 2009, per istituire un tribunale nazionale incaricato di affrontare la questione; il mancato rispetto di tale termine avrebbe comportato il passaggio del caso alla CPI a partire da agosto 2010: Annan did not ambush Kenya, says Justice minister, Daily Nation, 13, 20 July. Il 26 novembre 2009, il Procuratore della CPI chiese l’autorizzazione a indagare sui crimini contro l’umanità avvenuti durante la violenza post-elettorale in Kenya, ottenendo il consenso della maggioranza dei giudici. Dopo le indagini su sei figure di spicco, la CPI decise di portarne quattro a processo. Il governo keniota protestò contro i risultati, chiedendo alle Nazioni Unite di rinviare il caso e opponendo una forte resistenza alla CPI. Nel frattempo, la fiducia nella magistratura keniota diminuì; in base agli accordi nazionali firmati dopo la violenza del 2008, il governo avviò un’inchiesta interna sul sistema giudiziario. Nel aprile 2012, quattro giudici di alto rango — Samuel Bosire, Joseph Gregory Nyamu, Samuel Cornelius Riaga Omolo ed Emmanuel Okelo O’Kubasu — furono dichiarati non idonei all’incarico.
- ↑ rapporto finale, inclusa la dichiarazione di dissenso dei commissari internazionali.
- ↑ La TRC liberiana ha anche ricevuto numerose critiche per la sua incapacità di affrontare i casi di Charles Taylor ed Ellen Johnson Sirleaf. Per quanto riguarda Ellen Johnson Sirleaf, il suo nome fu inserito in una lista di persone da escludere da incarichi pubblici, ma tale decisione fu successivamente annullata dalla Corte Suprema della Liberia. La Corte speciale per la Sierra Leone aveva infatti incriminato Charles Taylor, leader del gruppo ribelle Fronte nazionale patriottico della Liberia (NPFL), a cui erano attribuiti molti dei crimini contro l’umanità. Tale incriminazione impedì alla TRC di ascoltare la testimonianza di Taylor.
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Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Priscilla B. Hayner, truth commission, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
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