Āḻvār

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Scultura in bronzo del XIV secolo raffigurante la poetessa e mistica Āṇṭāḷ. L'uccello che la santa tamiḻ tiene sul braccio destro è un pappagallo, manifestazione di Śuka, il brahmarṣi, suo messaggero verso l'amato Viṣṇu/Kṛṣṇa/Raṅganātha.
(TA) « māyanai mannu vaḍa madurai maindanai
tūya perunīr yamunai turaivanai
āyar kulattinil tōnnum aṇi-viḷakkai
tāyai kuḍal viḷakkan ceyda dāmodaranai
tūyōmāy vandu nām tūmalar tūvit tozhudu
vāyināl pāḍi manattināl cindikka
pōya pizhaiyum puhudaruvān ninnanavum
tīyinil tūśāhum ceppēlōr empāvāy
 »
(IT) « MāYaṉ, il Figlio dell’eterna Mathurā settentrionale, il Signore della Yamunā dalle grandi acque pure, l’adorna Lampada apparsa nella famiglia dei pastori, Dāmodara che ha illuminato il ventre di Sua madre: se noi, venute in perfetta purezza, Lo saluteremo gettando fiori puri, e, cantando con la bocca, penseremo a Lui con la mente, le colpe passate e quelle future diverranno polvere nel fuoco. Parla! Destati, bambolina nostra! »
(Āṇṭāḷ, Tiruppāvai, 5; trad. Emanuela Panattoni in Inni degli Āḻvār. Torino, Utet, 1993.)
Per il canto tamiḻ, cfr. qui.

I santi tamiḻ[modifica | modifica wikitesto]

Gli āḻvār (in caratteri tamiḻ: ஆழ்வார்கள்; lett. "profondi intuitori", dalla radice tamilica āḻ da intendersi come "immerso"; quindi "saggi", "santi") sono un gruppo di poeti e mistici hindū, di etnia tamiḻ, itineranti di tempio in tempio nell'India meridionale, vissuti tra il VI e il IX secolo d.C.[1] che veneravano, in qualità di Dio, la Persona suprema, Māl (Māyōṉ)[2], nome che in lingua tamiḻ intende indicare quella divinità che in sanscrito è nominata come Kṛṣṇa/Viṣṇu/Nārāyaṇa ovvero il Kṛṣṇa della Bhagavadgītā e il Viṣṇu/Nārāyaṇa dei primi Purāṇa.

Gli āḻvār non vanno confusi con i contemporanei, ma śivaiti, nāyaṉmār (nāyaṉār).

Le opere degli āḻvār sono state raccolte agli inizi del X secolo dallo ācārya Nātamuṉi[3], il figlio di Īśvarabhaṭṭa, nel Nālāyirativviyappirapantam (san.: Nālāyira-divya-prabhandam, "La sacra raccolta poetica delle quattromila stanze").

Tale raccolta si divide in quattro[4] libri (rahasya, lett. "segreti") che raccolgono ventitré differenti opere.

La lingua utilizzata è il tamiḻ il che rende questa raccolta di opere la prima espressione vernacolare della bhakti (in tamiḻ: patti) hindū, non solo:

« In molti templi dell'India meridionale si trovano immagini di alvar venerati come esseri divini e le loro poesie sono recitate ancora oggi non solo qui, ma anche nelle case private la sera. Alcune strofe tratte della grande raccolta vengono recitate nelle processioni dei templi e nella liturgia domestica assieme ai mantra vedici. L'influsso di questi inni sulla vita religiosa è stato enorme. La profonda coscienza dell'insondabilità di Dio e della dipendenza umana, l'affetto, la sottomissione, unita ad autentica ispirazione e a una bhakti semplice dai toni spesso esoterici e la bellezza dei versi danno a questa raccolta il diritto di essere annoverata ai primi posti della poesia religiosa di tutti i popoli e di tutti i tempi »

(Jan Gonda, Le religioni dell'India vol.II. Milano, Jaca Book, 1981, p. 171)

La "religione" degli āḻvār possiede delle caratteristiche uniche che riverbereranno nello hindūismo devozionale:

« Gli āḻvār svilupparono una forma di religione dalla forte connotazione devozionale, sorta sullo sfondo del bhakti-yoga della Bhagavadgītā, del bhakti-yoga del Vedānta e di quello del Pāñcarātra, del ritualismo del Vaikhānasa, di un Kṛṣṇaismo antico e popolare e della sofisticata cultura tamiḻ. Māl (anche noto come Tirumāl, Māyōṉ, Perumāl, ecc.), oggetto di questa devozione, si manifesta sulla terra in tre modi diversi. Ci sono le sue imprese mitiche, molte delle quali riprese dalle storie degli avatāra classici, in particolar modo Kṛṣṇa nella sua veste di amante delle pastorelle. Ci sono poi le sue incarnazioni nelle statue dei numerosi templi dell'India meridionale (i poeti menzionano circa novantacinque templi); infine vi è il cuore dei devoti, dimora anch'esso della divinità. »

(Friedhelm E. Hardy, Āḻvār, in "Enciclopedia delle religioni", vol. 9. Milano, Jaca Book, 2006, p.11)

« Il fulcro della loro devozione è Viṣṇu, contemplato in ogni suo aspetto e incarnazione, con spiccata predilezione per l’avatāra come Kṛṣṇa, e venerato prevalentemente nella sua forma iconica — così affine alla cultura dravidica antropocentrica e concreta — nelle diverse raffigurazioni locali insediate nei vari templi e considerate sue particolari manifestazioni terrene, della cui pluralità e dell’unicità che tutte le trascende i devoti sono ben consapevoli. Il tempio dunque, sacra città dove il dio è creduto dimorare con una presenza quasi fisica, assurge a struttura esterna, portante, della devozione, diviene il centro spirituale, ma nello stesso tempo reale e tangibile, della vita religiosa; intorno ad esso gravitavano le esistenze stesse degli Āḻvār e degli altri bhakta, che muovevano in continuo pellegrinaggio tra i luoghi santi, ne invadevano i recinti e i cortili, vi si stabilivano e là vivevano cantando le lodi di Viṣṇu, danzando, mimando le sue imprese, abbandonandosi al comportamento inconsulto dettato da uno sconvolgimento emotivo e fisico che arrivava fino all'estasi e alla possessione. Presso i santuari i devoti, considerandosi schiavi — aṭiyār, letteralmente «chi sta ai piedi» di qualcuno — o servitori — toṇṭar — si dedicavano al dio tributandogli un servizio talora professionale ed ereditario, tramandato di generazione in generazione. Intorno ai templi si formavano le comunità di devoti, congregazioni i cui membri erano stretti da un vincolo saldissimo di fratellanza spirituale, forte quanto il legame che li univa alla divinità, e dove il servizio e la venerazione resi ai confratelli potevano valere quanto e più che se resi a Viṣṇu medesimo »

(Emanuela Panattoni, Inni degli Āḻvār. Torino, Utet, 1993)

Eredità religiosa dei testi, dei culti e delle teologie degli āḻvār sarà quel Śrī Vaiṣṇava- Sampradāya, movimento viṣṇuita fondato e guidato da brahmani ortodossi, originatosi proprio nell'India meridionale intorno al X secolo.

I testi degli āḻvār sono inoltre a fondamento del Bhāgavata Purāṇa, il quale, spiega Mario Piantelli[5], non è altro che un elegante rifacimento del più antico Viṣṇu Purāṇa proprio «alla luce delle dottrine del non-dualismo vedāntico e delle convenzioni della lirica devozionale sviluppata dai poeti mistici in lingua tamiḻ.».

I dodici āḻvār[modifica | modifica wikitesto]

Immagine religiosa moderna dei "dodici āḻvār" (பன்னிரு ஆழ்வார்களின்). Da sinistra verso destra: Poykaiyāḻvār, Pūtattāḻvār, Pēyāḻvār, Tirumaḻicaiyāḻvār, Nammāḻvār, Maturakavi, Kulacēkaraṉ, Periyāḻvār, Āṇṭāḷ, Toṇṭaraṭippoṭiyāḻvār, Tiruppāṇāḻvār, Tirumaṅkaiyāḻvār.

La tradizione vuole che i compositori di queste ventitré opere raccolte siano i dodici āḻvār, ma nel Nālāyirativviyappirapantam solo undici testi riportano il nome del loro autore per un totale di sette āḻvār, precisamente: Pēyāḻvār (Vituciṭṭaṉ) e Toṇṭaraṭippoṭiyāḻvār (Baktāṅghrireṇu), appartenenti alla casta brāhmaṇa; Āṇṭāḷ (la "signora"; anche Kōtai), donna di casta brāhmaṇa, figlia di Pēyāḻvār; Kulacēkaraṉ e Tirumaṅkaiyāḻvār (Kalikaṉṟi), due capi di "bande" di predoni; il cantore Maturakavi; il figlio di possidenti di casta śūdra, Nammāḻvār (Catakōpaṉ).
Gli altri dodici testi risultano anonimi, ma la tradizione vuole che i cinque poeti non menzionati fossero tutti cantori appartenenti alle caste basse.
Tradizionalmente i dodici āḻvār sono elencati come[6]:

  1. Poykaiyāḻvār,
  2. Pūtattāḻvār,
  3. Pēyāḻvār,
  4. Tiruppāṇāḻvār,
  5. Tirumaḻicaiyāḻvār,
  6. Toṇṭaraṭippoṭiyāḻvār,
  7. Kulacēkaraṉ,
  8. Periyāḻvār,
  9. Āṇṭāḷ[7],
  10. Tirumaṅkaiyāḻvār,
  11. Nammāḻvār,
  12. Maturakavi[8]

I testi riportano riferimenti geografici che consentono di individuare l'area della loro iniziale diffusione in quelle regioni oggi comprese nel Tamiḻ Nāḍu e nel Kerala.
Tutti questi mistici sono quindi di "etnia" tamiḻ, più precisamente, sempre per la tradizione: Poykaiyāḻvār, Pūtattāḻvār, Pēyāḻvār e Tirumaḻicaiyāḻvār provengono dalla regione settentrionale del Toṇṭaināṭu, regno dei Pallava; Kulacēkaraṉ è originario della regione occidentale del Cēranāṭu, regno dei Cera; Nammāḻvār, Maturakavi, Periyāḻvār e Āṇṭāḷ sono originari del meridionale Pāṇṭināṭu, regno dei Pāṇḍya; Toṇṭaraṭippoṭiyāḻvār, Tiruppāṇāḻvār e Tirumaṅkaiyāḻvār provengono dal regno dei Cola,nella regione centrale del Cōḻanāṭu.

I santi tamiḻ tra mito e storia[modifica | modifica wikitesto]

Immagine devozionale moderna che raffigura Periyāḻvār in groppa all'elefante mentre canta il Tiruppallāṇṭu appena composto dopo aver avuto la visione estatica di Viṣṇu.

Le vite degli āḻvār sono avvolte nelle leggende agiografiche. La prima raccolta di queste è il testo redatto in sanscrito nel XII sec., il Divyasūricarita ("La storia dei Divyasūri") opera di Garuḍavāhana. Da questo primo testo derivano probabilmente gli altri recenziori, redatti per lo più nella varietà linguistica del Kerala, il maṇipravāḷam, come l'Āṟāyirappaṭiguruparamparāprabhāvam di Piṉpaḻakiyaperumāḷcīyar; il Paṉṉīrāyirappaṭiguruparamparā di Aḻakiyamaṇavāḷacīyar; il Guruparamparāprabhāvam di Vaṭivaḻakiyanampitātar; il Periyatirumuṭiyaṭaivu di Kantāṭaināyaṉ; l'Aricamayatīpam di Kīḻaicaṭakōpatācar. Composto in miste strofe, tamiḻ e sanscrite, è invece il Guruparamparāsāram di Vedāntadeśika (XIII sec.); molto più tardo (XVIII sec.) e in lingua tamiḻ è il Kuruparamparaivaralā di Aḻakiyanampi.

Emanuela Panattoni evidenzia come tuttavia qualche dato biografico più certo lo si può derivare dagli śrutiphala, ovvero da quelle strofe conclusive di alcuni inni, come i tirumoḻi, dove l'autore spiega i benefici che apporta la recitazione dello stesso inno offrendo delle informazioni biografiche personali.

Da questi testi per quanto attiene Poykaiyāḻvār, Pūtattāḻvār e Pēyāḻvār, nulla riportano di loro stessi, solo il primo allude a un eventuale loro incontro nella località di Kōvalūr. Tirumaḻicaiyāḻvār potrebbe esser stato brahmano, egli riferisce comunque di appartenere a una casta dei "nati due volte" (dvija). Periyāḻvār riferisce di essere un brahmano addetto al tempio, così sostiene anche la di lui figlia, Āṇṭāḷ. Kulacēkaraṉ deve essere stato un re locale che governava un'area dei Cera. Tirumaṅkaiyāḻvār fa frequenti riferimenti a una vita condotta in modo violento, sembrerebbe essere stato un predone e un mercenario. Toṇṭaraṭippotiyāḻvār dice di essere stato brahmano addetto a un tempio, che ha perso il prestigioso ruolo conducendo una vita dissoluta. Tiruppāṇāḻvār non racconta nulla di sé. Nammāḻvār potrebbe invece essere stato un funzionario di un distretto locale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Da tener presente che la datazione tradizionale di questi mistici è di gran lunga diversa prevedendo un periodo compreso il V millennio e il III millennio a.C. (Cfr. «Though the traditional dates of the āḻvār are given as 4203-2706 B.C., the earliest Vaiṣṇava poet-saints, Poykai, Pūtam and Pēy, belong probably to 650-700 A.D», Kamil Veith Zvelebil, Tamil Literature, A HISTORY OF INDIAN LITERATURE vol. X, Fasc. I, Otto Harrassowitz, Wiesbaden 1974, p.91).
  2. ^ Anche Māyaṉ, Māyavaṉ, Māl, Mālavaṉ, Tirumāl.
  3. ^ Questo il nome in tamiḻ, in sanscrito: Nāthamuni.
  4. ^ In analogia con il numero, e quindi la suddivisione, del Veda.
  5. ^ Cfr. Hinduismo (a cura di Giovanni Filoramo), Bari, Laterza, 2002, p.133
  6. ^ Cfr. Tiruvaraṅkattamutaṉār, Irāmāṉuca nūṟṟantāti, 11
  7. ^ In alcuni elenchi non è riportata o in quanto "donna" o perché ritenuta incarnazione di Śrī (o di Bhūmi).
  8. ^ In alcuni elenchi non è riportato in quanto non avrebbe cantato le lodi di Dio quanto piuttosto del proprio maestro Nammāḻvār.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Emanuela Panattoni, Inni degli Āḻvār. Torino, Utet, 1993.
  • Kamil Veith Zvelebil, Tamil Literature, in A History of Indian Literature vol. X, Fasc. I, Otto Harrassowitz, Wiesbaden 1974.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]