Abhiṣeka

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Pushpa Abhisheka ISKCON Tirupati 2007.JPG

Con il termine maschile sanscrito abhiṣeka (devanāgarī: अभिषेक) si indica in quella lingua sia quella particolare cerimonia religiosa hindū nella quale l'immagine (mūrti) rituale di una divinità viene purificata per mezzo di una aspersione rituale, sia, ma in ambito buddhista una cerimonia di consacrazione, di iniziazione.

L'abhiṣeka in ambito hindū[modifica | modifica wikitesto]

In questo ambito il termine abhiṣeka indica quella particolare cerimonia religiosa hindū nella quale l'immagine rituale di una divinità (mūrti) viene, anche quotidianamente, aspersa spesso con acqua e latte, fino a diverse sostanze quali il succo di canna da zucchero, olio di legno di sandalo, frutta, miele, cagliata, curcuma, polvere di riso, questo nelle cerimonie più complesse.

Lo abhiṣeka può inerire anche il rinnovo del tempio stesso, con la sua riparazione e restaurazione che intende così rinnovare la potenza della divinità lì custodita.

Lo abhiṣeka è spesso seguito dallo ārtī, consistente nella offerta della luce, quindi dalla vestizione e dall'adornamento delle mūrti.

L'abhiṣeka in ambito buddhista[modifica | modifica wikitesto]

In ambito buddhista il termine sanscrito abhiṣeka acquisisce un significato diverso, andando a indicare invece quelle cerimonie di consacrazione o di iniziazione.

Nella letteratura buddhista il termine viene così reso:

  • in lingua pāli: abhiseka;
  • in lingua cinese: 灌頂 ( guàndǐng), dove intende l'atto di "spruzzare dell'acqua sul capo";
  • in lingua coreana: 관정 (kwanjŏng);
  • in lingua giapponese: 灌頂 (kanjō);
  • in lingua tibetana: དབང་བསྐུར (dbang bskur).

Va tenuto presente infatti che il termine indicava originariamente la cerimonia di intronizzazione di un re hindū o l'investitura a principe ereditario. In tal senso come il re investe il suo erede spargendo con le mani sul suo capo dell'acqua profumata proveniente dai quattro mari, allo stesso modo i buddha incoronano, investono dell'autorità spirituale i bodhisattva, loro eredi del Dharma, quando questi pronunciano i sacri voti per raggiungere la buddhità.

Così nel Mahāvastu, opera redatta nell'ambiente dei Lokottaravāda, un ramo della scuola dei Mahāsāṃghika, l'ultima tappa del bodhisattva viene indicata abhiṣeka e non dharmameghabhūmi.

Il termine abhiṣeka è particolarmente presente nella letteratura del buddhismo tantrico come, ad esempio, nello Mahāvairocanābhisaṃbodhi, dove viene a indicare quella cerimonia di iniziazione dei discepoli che così "entrano nel maṇḍala", là dove apprendono i gesti (mudrā) e le formule (mantra) rituali.

Note[modifica | modifica wikitesto]


Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Encyclopedia of Hinduism (a cura di Denise Cush, Catherine Robinson e Michael York). NY, Routledge, 2008.
  • Princeton Dictionary of Buddhism, a cura di Robert E. Buswell Jr. & Donald S. Lopez Jr., Princeton University Press, 2013

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

(BN)

« gaurāńga karuṇā koro dīna hīna jane
mośamo patita prabhu nāhi trībhūvane
dante tṛṇa dhari gaura ḍāki he tomare
kṛpā kari eso āmār hṛdaya mandire
jadi dayā nā karibe patita dekhiyā
patita pāvana nāma kisera lagiyā
paḍechi bhava tuphāne nāhika nistāra
śrī carana taranī dāne dāse kara pāra
śrī kṛṣṇa caitanya prabhu dāser anudāsa
prārthanā karaye sadā narottama dāsa »

(IT)

« O Gaurāńga[1] mostra la tua misericordia (karuṇā) a quest'anima miseramente caduta (dīna hīna jane); perduta (patita) come la mia (mo-śamo ) non ve n'è nei tre mondi (trī-bhūvane) o Signore! (prabhu); stringo l'erba (tṛṇa dhari) tra i denti (dante )[2] o Gaura, ti sto invocando, concedimi la tua grazia (ḍāki he tomare kṛpā) e risiedi nel tempio del mio cuore (eso āmār hṛdaya mandire). Se tu non mi concedi la tua grazia (jadi dayā nā karibe), vedendo come sono perduto (patita dekhiya), come mai sei conosciuto con il nome di (nāma kisera lagiyā) Soccorritore dei caduti (patita pāvana)? Mi sono gettato (paḍechi ) nei turbini di questo mondo materiale ( bhava tuphāne), da cui non si può sfuggire (nāhika nistāra). Dona (dāne) al tuo servo (dāse) i tuoi divini piedi (śrī carana), che sono come una barca (taranī) per attraversarlo (kara pāra). Narottama Dāsa, il servo dei servi (dāser anudāsa) del Signore Kṛṣṇa Caitanya, pronuncia incessantemente questa invocazione (prārthanā karaye sadā). »

(Narottama Dāsa Ṭhākura (XVI secolo))
  1. ^ Intende Caitanya
  2. ^ È un gesto tradizionale di resa e sottomissione (cfr. P.K. Gode, Studies in Indian Cultural History, vol. 3 parte II, Poona, BORI, 1969, pp. 79-81).