Vincenzo Russo

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Vincenzo Russo

Vincenzo Russo (Napoli, 18 marzo 1876Napoli, 11 giugno 1904) è stato un paroliere e poeta italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Napoli nel quartiere Mercato, da una famiglia di umili origini. Il padre Giuseppe era calzolaio, mentre la madre Lucia Ocubro, ex trovatella dell'Annunziata proveniente da Portici[1], era casalinga. Le precarie ed umide condizioni dell'abitazione di famiglia fecero in modo che sia lui, che i suoi fratelli, fossero spesso malati, e questo precluse a Vincenzo la possibilità di ricevere un'istruzione regolare. Sebbene non avesse potuto frequentare neanche le elementari, Vincenzo riuscì comunque a farsi una discreta istruzione frequentando i corsi serali per operai.

Alla morte del padre, si trovò in condizione di dover contribuire al bilancio familiare, ed intraprese quindi la professione di guantaio, sebbene coltivasse già allora propensioni artistiche. La sua attività di poeta, tuttavia, non conobbe un vero e proprio inizio se non fino all'incontro con Eduardo Di Capua, autore di canzoni già famoso per aver composto 'O sole mio. L'amicizia tra i due diede presto buoni frutti, ed in particolare la canzone Maria Marì, che divenne presto un successo di portata mondiale.

Il 31 dicembre 1899 Vincenzo era a letto malato, ed il giorno dopo l'amico Eduardo lo andò a trovare, comunicandogli che avevano ricevuto dall'editore Bideri un anticipo da dividere. Convintolo ad uscire, il Di Capua condusse Russo al Salone Margherita, dove si esibiva Armando Gill. Fu all'uscita del teatro che Russo diede a Di Capua i versi di I' te vurria vasà, forse la sua canzone più nota ed una delle pietre miliari della canzone napoletana. Solo ventiquattr'ore dopo Di Capua aveva completato la composizione della musica, che piacque immediatamente a Russo. Presentata la canzone al concorso de La tavola rotonda[2], ne riportarono un deludente secondo premio[3] da dividere con altre tre canzoni. Lo scarso ricavato servì a Russo a comprare dei farmaci.

È opinione comune tra gli storici della canzone napoletana che I' te vurria vasà, come anche molte delle canzoni composte da Russo, fossero ispirate dall'amore segreto ed impossibile per Enrichetta Marchese, figlia di un gioielliere suo dirimpettaio[4][2]. La differenza di classe sociale, nonostante l'amore di Russo fosse corrisposto, non ne rese mai possibile una felice conclusione.

Secondo alcune fonti, anche l'ultima opera di Russo L'urdema canzone mia è dedicata a quell'amore. La canzone fu dettata da Russo al cognato nel giugno del 1904 dal letto dove giaceva per la tubercolosi che lo ucciderà a soli 28 anni. La canzone fu scritta, secondo la leggenda, dopo aver visto dalla finestra la chiesa di fronte addobbata per uno sposalizio che egli riteneva essere quello di Enrichetta. Di fatto, nei registri canonici non vi è traccia di matrimoni in quei giorni, quindi la storia di questa canzone rimane da chiarire. Ciò che è certo, tuttavia, è che la canzone, indirizzata all'amico Eduardo, finì nelle mani di Enrichetta, la quale la conservò in un medaglione fino alla fine dei suoi giorni.

Vincenzo Russo è il poeta più trascurato ed ignorato dalla critica tra quanti hanno scritto canzoni napoletane rimaste memorabili. Anzi il titolo di poeta associato al nome di Russo compare ufficialmente solo sull’Atto di Morte dello stesso e gli viene assegnato da suo cognato, l’11 giugno 1904, quando questi davanti all’impiegato dell’anagrafe comunale ne dichiara il decesso. Una morte giunta troppo presto per un giovane vissuto nella più squallida miseria e stroncato dalla tisi a solo 28 anni. Per la critica ufficiale, per i curatori di antologie poetiche dialettali, per gli editori, l’unico poeta di cognome Russo che sia mai esistito a Napoli ha nome Ferdinando. Certamente chi si occupa di canzone napoletana non può trascurare brani memorabili quali I’ te vurria vasà, Maria, Marì! e Torna maggio, ma questo non pare sufficiente ai critici per prendere in considerazione l’autore dei versi di queste canzoni. C’è da dire, per la verità, che la produzione di Vincenzo Russo è costituita da fogli sparsi disseminati un po’ dovunque e mai raccolti in qualche volume che ne potesse favorire una lettura adeguata, fogli non sufficientemente curati e privi di correttezza filologica, molti dei quali poi non più ristampati. In mancanza di una raccolta, anche parziale di quanto prodotto dal nostro autore, un eventuale studio che volesse occuparsi di Russo si troverebbe nella scomoda condizione di dover prima fare una ricerca in archivi e biblioteche di testi e spartiti ormai introvabili. Infatti, dei 140 brani che gli accredita il suo biografo Ciro Daniele, solo una decina di essi sono ancora facilmente reperibili (’A serenata d’’e rrose, Maria, Marì, I’ te vurria vasà!, Nuttata a mmare, Torna Maggio!, Pusitano bello!, Canzona bella, L’urdema canzona mia!, Faciteme felice, ...). Ma forse per molti critici non è questo il vero problema, lo scoglio più grande per riconoscere i meriti poetici di Russo è costituito dall’incultura del personaggio: come può un semianalfabeta essere un poeta?! Cosa potrà mai egli conoscere di metrica, sonetti, figure retoriche, lessico poetico, restrizioni sintattiche...? È vero che tutte queste cose sono state cancellate dalla poesia del novecento ma ciò è avvenuto sempre ad opera di autori colti, è stato un superamento meditato di certe regole e non una assenza dovuta all’ignoranza. Russo, però, non è proprio un analfabeta: frequenta, infatti, da adulto la scuola serale per lavoratori. Secondo Ciro Daniele egli si forma una cultura di tipo letterario da autodidatta «chino sui libri alla luce delle candele». Ma su questa affermazione ci sarebbe da discutere a cominciare dal fatto più banale: una cultura si forma leggendo, studiando non uno ma molti libri e, come si sa, i libri costano! Ma Russo mancava perfino dei soldi necessari per comprarsi le medicine! Quindi?... Molto altro ci sarebbe da obiettare sulla presunta cultura del nostro autore ma credo che questa sarebbe una polemica sterile, ciò che veramente importa è quanto è uscito dalla sua penna ispirata dalla sua fantasia e dai suoi sentimenti. In definitiva, si registra per il nostro autore un’assenza pressoché totale di contributi critici tranne piccoli e sparsi interventi sui quotidiani. L’autore di Maria, Marì! è accomunato dall’identica sorte di quanti hanno scritto in dialetto – poeti per lo più dimenticati o messi da parte sbrigativamente e ancora in attesa sia di un giudizio equo che di una sistemazione adeguata della loro opera – a causa di un mondo – quello della poesia in vernacolo – spesso accantonato, lontano da una visibilità che gli possa garantire l’attenzione necessaria. Quella di Russo è una poesia d’amore, il tema quasi esclusivo delle sue canzoni è l’amore. Le donne delle sue canzoni sono molto belle (più della luna), di una bellezza da fate, hanno labbra di corallo, faccia di rosa, bocca profumata, occhi neri, trecce vellutate e nere, carnagione fresca e sono circondate da rose: alla finestra, al balcone, nel giardino (quella delle rose è quasi una regola in tutte le canzoni). Queste donne non sono crudeli o traditrici, solo qualcuna ha il cuore duro all’incanto circostante. Incanto dovuto alla Primavera che fa più dolce e tiepida l’aria della notte; quando il profumo delle rose e dei gelsomini si espande dai giardini in fiore inondando le case e le strade, i vicoli e le piazze. Queste donne non sono nemmeno maliziose tentatrici pronte e divorare la loro preda. Viceversa rappresentano il tesoro ambito da conquistare a tutti i costi. Come Biancaneve o come La Bella Addormentata dormono e la passione amorosa dell’io narrante tenta di svegliarle e di insinuarsi nel loro cuore con una serenata o una mattinata, spesso riuscendoci. L’amore che preme il cuore dello spasimante non gli permette di trovare pace e gli fa trascorrere notti insonni a consumare la pavimentazione della strada davanti alla casa dell’amata. È un amore il suo sensuale che suscita int’’o core / Mille male penziere: l’io protagonista sente il bisogno del contatto fisico, fantastica di dormire con lei (Vicino ’o sciato tujo) mentre la stringe tra le braccia. Da queste poche considerazioni Russo può apparire un poeta monotematico e probabilmente lo è, ma per una più ponderata valutazione occorrerebbe poter disporre delle altre sue composizioni. Sulla base delle poche canzoni ancora note, Russo si mostra un poeta poco esperto ma capace di estrarre dal cilindro perle incantevoli insieme, però, anche a molti coriandoli. Il sentimento amoroso, che maschera l’istinto sessuale, domina questa parte della sua poesia, poiché l’illusione dell’amore lo aiuta a sopravvivere e a evadere dalla desolazione quotidiana. È un amore incessantemente ricercato, cantato o sussurrato, ma sempre palpitante. È forse il bisogno di sentirsi come gli altri e non un discriminato, un escluso dalla miseria o, ancora peggio, da una malattia, la tisi, che non dà nessuna speranza di guarigione. La forza di Russo sta nella semplicità e nell’immediatezza: nessun pensiero arzigogolato, nessuna costruzione ardita. Egli riesce spesso a parlare al cuore perché sa trasmettere l’incanto e il rapimento, della sua concezione favolistica dell’amore, sa far volare il suo sogno di felicità sulle ali di una poesia semplice e sincera anche se a volte un po’ ripetitiva e non sempre esente da banalità. Nelle sue composizioni più riuscite offre, pur nella modestia di un linguaggio inevitabilmente disadorno da preziosismi, schiettezza di contenuti e freschezza di immagini. In esse mette tutto il suo entusiasmo giovanile intriso dalle illusioni per una vita migliore nella sognata, idealizzata beatitudine dell’amore. Ricorrendo ad un termine abusato, potremmo definire Russo una specie di poeta naif e questo non solo per i suoi versi ingenui, sentiti, equilibrati, ma anche in virtù della sua capacità di guardare le cose con gli occhi trasognanti di un fanciullino. Un fanciullino che, quando baciato dall’ispirazione, è capace di creare armonie di colori e di profumi, con una poesia figurativa, non cerebrale, semplice ed onesta, saldamente legata alla tradizione e perciò capace di piacere alla gente comune, di coinvolgere, di far rivivere il tenero incanto delle prime passioni. Una poesia insomma, dove giocano un ruolo importante il sentimento e la spontaneità in un impianto a volte intriso di felici intuizioni e di guizzi poetici.

Scuole con il suo nome[modifica | modifica wikitesto]

Canzoni[modifica | modifica wikitesto]

  • I' te vurria vasà
  • 'A serenata d' 'e rose
  • Maria Marì
  • Canzona bella
  • Nuttata a mare
  • L'urdema canzone mia - (Tutt'è fernuto).
  • Torna Maggio

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ciro Daniele, Vincenzo Russo. Poeta del popolo, Napoli, Magmata, 2002.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://books.google.it/books?id=PTIsizczS10C&pg=PA84&dq=i+te+vurria+vas%C3%A0&hl=it&ei=hYk2TqOPL4uj-gbvv7CJDQ&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=7&ved=0CEcQ6AEwBg#v=onepage&q=i%20te%20vurria%20vas%C3%A0&f=false Origine della madre di Vincenzo Russo
  2. ^ a b http://books.google.it/books?id=f6vb0tC3lDMC&pg=PA227&dq=i+te+vurria+vas%C3%A0&hl=it&ei=94s2Tr-QIIvo-gaeoZ2WDQ&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=4&ved=0CDcQ6AEwAw#v=onepage&q=i%20te%20vurria%20vas%C3%A0&f=false
  3. ^ Lo stesso concorso aveva visto in passato arrivare seconda addirittura "'O sole mio"!
  4. ^ Altri ritengono invece di individuare in Rosina Gambardella, ispiratrice di Scetate sce' la "Rosa" citata in I' te vurria vasà

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]