Sati

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Sati (sanscrito: सती - Satī) è una divinità induista, dal cui nome deriva l'omonima pratica funeraria indiana.

Mitologia[1][modifica | modifica sorgente]

La dea Satī, una personificazione della divina Prakṛti, la Natura, prese forma umana per ordine di Brahmā. Nacque come figlia di Dakśa, uno dei figli di Brahmā, e di Prasuti. In quanto figlia di Dakśa è conosciuta anche come Dākśāyani.

Il matrimonio con Śiva[modifica | modifica sorgente]

Nell’ordinare alla dea Satī di prendere forma umana, lo scopo di Brahmā era trovare una moglie devota per Śiva. Era perciò naturale che Satī già da bambina adorasse le favole e le leggende che riguardavano Śiva e che crescesse come sua ardente devota. Quando divenne una donna l’idea di sposare chiunque tranne Śiva divenne per lei un anatema. Ogni proposta di suo padre di sposare qualche re valoroso e ricco le faceva desiderare sempre di più l’asceta del monte Kailash, il dio degli dèi. Dopo aver vinto l’amore di Śiva con austere pratiche ascetiche, Satī si ritirò con il marito sul monte a lui sacro.

L’arroganza di Dakśa[modifica | modifica sorgente]

Dakśa organizzò una volta un grande sacrificio (Yajña), a cui invitò tutti gli dèi tranne Śiva e Satī. Satī cercò di razionalizzare tale omissione, pensando che i genitori non li avessero invitati formalmente in quanto membri della famiglia. Pensò così di recarsi al sacrificio comunque.

Auto-immolazione[modifica | modifica sorgente]

Dakśa accolse la figlia con freddezza e presto ebbero a discutere alacremente delle virtù (o della mancanza di virtù) di Śiva. Divenne così chiaro a Satī che suo padre riteneva il suo matrimonio un disonore familiare. Per la rabbia causata dall’ottusità paterna, Satī invocò i poteri yogici e si immolò bruciando dall’interno.

La rabbia di Śiva[modifica | modifica sorgente]

Śiva in meditazione sul Kailash percepì la catastrofe. Creò Virabhadra, un demone sanguinario, che si scagliò sulla scena del sacrificio e fece strage delle divinità convenute. Lo stesso Dakśa fu decapitato. Per il dolore della perdita Śiva cominciò a muovere i passi del Tāndava, la danza cosmica con cui periodicamente riassorbe l’universo, portando il corpo arso di Satī sulle spalle. Gli dèi preoccupati invocarono allora Viśnu, affinché fermasse la pericolosa danza. Viśnu scagliò allora il suo disco per smembrare il corpo di Satī, alleggerendo così il peso dalle spalle di Śiva e restituendogli la salute mentale. Il corpo di Satī fu smembrato in 51 pezzi che caddero in vari luoghi del territorio indostano. In corrispondenza d'ogni luogo in cui cadde una parte del corpo della dea sorse un luogo sacro chiamato Śakti Pitha[2]. Gli Śakti Pitha sono luoghi sacerrimi di pellegrinaggio per tutti i seguaci dello śaktismo e dei Tantra. Il luogo più sacro di tutti si trova nell’Assam, nei pressi della città di Guwahati, dove precipitò la vulva di Satī.

Pratica funeraria[modifica | modifica sorgente]

Cerimonia del rogo di una vedova Indù insieme al corpo del marito defunto, Pictorial History of China and India, 1851

L'omonima pratica prevedeva che, una volta morto il marito, la vedova si bruciasse viva sulla pira funeraria del marito. Il rito era percepito come un atto di devozione verso il marito e solo le donne virtuose erano in grado di compierlo. Il rito si diffuse in epoca medievale tra le caste dei sacerdoti e dei militari, le più elevate, in un contesto in cui le donne erano considerate dai maschi esseri inferiori. Per gli uomini appartenenti a tali caste, la moglie era vista come un peso, in quanto non contribuiva all'economia familiare, ed era ritenuta una proprietà del marito. Dunque, nel caso della morte dell'uomo, la donna diventava una nullità e la prospettiva del suicidio era l'unica logica.

Alcuni eventi storici contribuirono a rafforzare la sacralità del rito: durante il Medioevo, quando l'India era in guerra contro il sultano di Delhi, le mogli dei soldati morti si gettavano in massa nel fuoco, compiendo dei veri e propri suicidi collettivi (jauhar). Il loro intento era quello di conservare il proprio onore sotto la minaccia del nemico, e al giorno d'oggi esistono ancora dei canti popolari che esaltano il sacrificio estremo di quelle donne.

Le cronache islamiche lo riportano come un fenomeno non legato solamente alla religione induista, ma socialmente diffuso in tutta la penisola arabica e in Persia fino all'abolizione della pratica con l'arrivo dell'islam.

Entità del fenomeno[modifica | modifica sorgente]

Secondo i resoconti della Compagnia Britannica delle Indie Orientali, tra il 1813 ed il 1828 si verificarono mediamente 600 casi di sati all'anno, ma l'entità del fenomeno diminuì costantemente nei decenni successivi. Dal 1947 ad oggi se ne sono contati circa 40.

La pratica delle sati fu proibita il 4 dicembre 1829 da lord William Bentinck, allora governatore dell'India, che decise di punire e reprimere l'atto come qualsiasi altro delitto. Chi era coinvolto nel suicidio della vedova, perché l'aveva minacciata o semplicemente convinta, veniva condannato alla pena capitale. Tuttavia in Rajputana (regione a ovest dell'India) la pratica era talmente diffusa che furono necessari numerosi anni per riuscire a proibirla del tutto. Nella città di Jaipur il rito fu abolito solo nel 1846.

Ancora oggi la pratica sati è vietata dalla legge nei paesi a maggioranza Indù (India, Nepal): può essere arrestato sia chi la promuove, sia chi assiste passivamente all'evento. La maggior parte dell'opinione pubblica è attualmente contraria al rito sati, perciò i fenomeni di pressione sulle vedove sono molto rari, nonostante ci siano ancora donne che tentano il suicidio sul rogo funerario del marito. A. S. Altekov, autore di un libro sulle donne indù, racconta che nel 1946 sua sorella riuscì a gettarsi sul rogo del marito nonostante avesse figli e tutta la sua famiglia vi fosse contraria.

Tipologie[modifica | modifica sorgente]

I viaggiatori francesi Jean-Baptiste Tavernier e François Bernier, nel XVII secolo, e l'inglese Thomas Twining, nel XVIII secolo, lasciarono descrizioni estremamente dettagliate sulla morte delle sati, individuando tre diverse tipologie di attuazione del suicidio.

Nel nord dell'India si utilizzava un braciere di quattro metri quadrati, costruito con legna e canne di bambù che formavano un recipiente per contenere olio e altre sostanze grasse che velocizzavano la combustione. La donna veniva legata ad un palo affinché non potesse fuggire e se ciò nonostante ci fosse riuscita veniva ripudiata da tutta la sua famiglia.

Nel Bengala il braciere era costituito da paglia, giunchi e palme, ed era situato sulle rive del Gange. Dopo aver lavato le spoglie del marito, le vedove si purificavano con un bagno nel fiume, per poi farsi legare al corpo del marito defunto, ricoprire di combustibile e bruciare.

Nella costa sud-est, ma anche nel nord del paese, il braciere veniva collocato in una profonda fossa.

Bernier constatò anche che talvolta erano i famigliari della donna a spingere la vedova nelle fiamme, desiderosi della sua eredità, ma la maggior parte delle volte il rito era completamente volontario, ed era eseguito con straordinaria fermezza.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Roberto Calasso, Ka, Milano 1999.
  2. ^ D.C. Sircar, The Shakta Pithas, Delhi 1973.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Laura Ancarani, Sati: alle radici di un mito.
  • Enrica Garzilli, First Greek and Latin Documents on Sahagamana and Some Connected Problems, parte 1, in Indo-Iranian Journal, vol. 40, no. 3 (luglio 1997), pp. 205–243; parte 2, in Indo-Iranian Journal, vol. 40, no. 4 (novembre 1997), pp. 339–365.

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