Sbarco a Salerno

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Sbarco a Salerno
Settembre del 1943, lo sbarco dell'artiglieria.
Settembre del 1943, lo sbarco dell'artiglieria.
Data 9 settembre - 1 ottobre 1943
Luogo Provincia di Salerno, Italia
Esito Vittoria alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
100.000 100.000 inglesi
70.000 statunitensi
Perdite
3.500 2.009 morti,
3.501 dispersi,
7.050 feriti
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Lo Sbarco a Salerno, denominato in codice dagli Alleati Operazione Avalanche, fu una operazione militare attuata dagli eserciti anglo-americani a partire dal 9 settembre 1943 nel corso della campagna d'Italia, durante la seconda guerra mondiale.

Con lo sbarco nel settore di Salerno la 5ª Armata statunitense del generale Mark Wayne Clark intendeva costituire la principale testa di ponte nella penisola italiana e marciare rapidamente verso Napoli, in connessione con le truppe britanniche del generale Bernard Montgomery già sbarcate nei giorni precedenti in Calabria e sfruttando la situazione creata dall'improvviso armistizio italiano.

Nonostante alcuni successi iniziali, le truppe del generale Clark vennero violentemente contrattaccate dalle forze tedesche che il feldmaresciallo Albert Kesselring era riuscito a concentrare sulle alture dominanti; gli anglo-americani si trovarono in grande difficoltà e il generale Clark temette un disastro. Dopo dieci giorni di aspri scontri, gli alleati, che avevano subito perdite molto più elevate dei tedeschi, riuscirono, grazie soprattutto al sostegno aereo-navale, a consolidare la testa di ponte; i tedeschi preferirono ripiegare ordinatamente verso nord in direzione delle linee fortificate in via di organizzazione nell'impervio territorio appenninico a nord di Napoli dove l'avanzata alleata sarebbe stata bloccata durante l'inverno 1943-1944.

L'operazione Avalanche[modifica | modifica sorgente]

Protagonista di uno degli episodi più importanti della seconda guerra mondiale fu il golfo di Salerno, da Maiori a Castellabate. Gli obiettivi dell’operazione, delineati dal generale Dwight D. Eisenhower, comandante in capo del Teatro di Operazioni Mediterraneo, dal generale Mark Wayne Clark, comandante della 5ª Armata e dal vice ammiraglio Henry K. Hewitt, comandante della Forza Navale d’Impiego Occidentale, erano ben precisi: gli Alleati volevano prendere alle spalle i Tedeschi che si ritiravano attraverso la Calabria dopo aver abbandonato la Sicilia, impadronirsi dell'Italia meridionale e utilizzare gli aeroporti ivi ubicati (ad esempio, la grande base aerea di Foggia) per attaccare obiettivi sensibili e strategici quali i campi petroliferi e le raffinerie di Ploieşti in Romania, raggiungere Napoli e liberare Roma.

Ordine di battaglia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ordine di battaglia dell'Invasione Alleata d'Italia.

La scelta delle spiagge[modifica | modifica sorgente]

Sbarco di truppe americane sulle spiagge di Laura, nel golfo di Paestum, il 9 settembre 1943

Possibili alternative al golfo di Salerno erano il golfo di Gaeta, scartato perché localizzato ad una distanza eccessiva dalla Sicilia, ed il golfo di Napoli, il quale era stato però minato per evitare gli sbarchi nemici. Solo apparentemente, però, il golfo di Salerno presentava caratteristiche morfologiche favorevoli ad uno sbarco. Le spiagge erano ampie, la visibilità apparentemente ottima, ma la piana ai lati del fiume Sele era stretta e lunga e dominata da alture che permettevano ad eventuali difensori di tenere sotto tiro le spiagge, i mezzi da sbarco e le navi rimaste in rada da una posizione dominante: un vantaggio tattico di non poco conto. Durante il ventennio fascista, inoltre, la piana del Sele era stata bonificata con l'utilizzo di canali che costituirono un ostacolo per il traffico alleato. Il capoluogo di provincia campano vedeva, tuttavia, confluire verso di esso diverse vie di comunicazione: la Strada statale 18 Tirrena Inferiore che tuttora da Napoli giunge a Reggio Calabria; la Strada statale 88 dei Due Principati Salerno-Morcone, che passa per Avellino; la Strada statale 19 delle Calabrie che dalla limitrofa Battipaglia passa per Eboli e Potenza, per giungere infine a Catanzaro; attraverso il Valico di Chiunzi, infine, si può raggiungere Napoli da Maiori e lo stesso era possibile da Sorrento attraverso il passo di Agerola. Si trattava, tuttavia, di strade che correvano nei fondovalle e potevano essere facilmente difese e interrotte. Infine, esisteva in zona una efficiente rete ferroviaria e lo stesso aeroporto di Montecorvino (oggi Aeroporto di Salerno-Pontecagnano) era nella zona di sbarco.

L'armistizio con gli italiani[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Proclama Badoglio.

A distanza di poche ore dallo sbarco alleato, l’8 settembre 1943, Salerno era stata colpita dall’ennesimo bombardamento: alle 19:45 tutti i residenti vennero rinchiusi nei rifugi anti-aerei, dove appresero dalla radio e dal maresciallo Pietro Badoglio che il governo italiano aveva chiesto un armistizio al generale Dwight D. Eisenhower ed aveva firmato la resa incondizionata. La notizia fu appresa anche dai 100 000 soldati inglesi e dai 70 000 soldati statunitensi che componevano il corpo di sbarco: essa suscitò grandi manifestazioni di gioia ed ebbe sfortunate conseguenze psicologiche, in quanto i soldati si erano convinti che a Salerno avrebbero trovato folle in festa. Furono gli ufficiali ad attenuare lo smisurato e fuori luogo calo di tensione, che avrebbe potuto causare conseguenze inimmaginabili al momento dello sbarco.

Gli sbarchi[modifica | modifica sorgente]

La forza d’invasione, ovvero la 5ª Armata, attuò due sbarchi, a distanza di 15 chilometri l’uno dall’altro, utilizzando il Sele come divisore. La forza d'invasione settentrionale sbarcò su sei spiagge all'altezza di Pontecagnano e Battipaglia, quella meridionale su quattro spiagge a Paestum ed Eboli. Le condizioni meteorologiche erano favorevoli, in quanto la notte era calma e priva di vento, mentre il cielo era sgombro dalle nubi. L’ora H scattò alle 3:30 del 9 settembre, momento di massima oscurità, utile per l’occultamento della forza da sbarco, anche se, d'altro canto, svantaggiosa per le manovre di avvicinamento alla costa. Furono ben 40 i chilometri di costa interessati dall'operazione Avalanche.

Schema delle Operazioni Alleate di invasione del sud Italia

La reazione tedesca[modifica | modifica sorgente]

Nel momento in cui i soldati iniziarono a prendere terra, l'aviazione tedesca (la Luftwaffe) diede inizio ad una serie di attacchi aerei sulle navi in rada e sui mezzi da sbarco, provocando gravi perdite tra le file alleate. Per risposta i cacciatorpediniere alleati dapprima misero a silenzio l'aviazione, e poi con la novità dell'utilizzo dei lanciarazzi, misero a tacere anche le difese costiere. Il VI Corpo d’Armata e la 36ª Divisione riuscirono però a superare quei duri attacchi e i commando della Special Service Brigade sbarcarono senza difficoltà a Marina di Vietri. Nel frattempo anche l’altro corpo speciale, i Rangers, era sbarcato a Maiori.

Il saccheggio di Cava de' Tirreni[modifica | modifica sorgente]

All'apparire dell'alba gli alleati erano arrivati alle porte di Cava de' Tirreni ed una loro pattuglia ebbe un primo scontro a fuoco con i tedeschi sul ponte di San Francesco. Una camionetta inglese entrò perfino nell’abitato e distribuì sigarette e cioccolata. Poi i tedeschi concentrarono i loro carri armati lungo il Corso Umberto per tenerli al riparo dalle batterie alleate dal mare, e dall’aviazione dal cielo. La popolazione abbandonò il Borgo e si sparpagliò per la campagna riparandosi nelle case coloniche.

I soldati tedeschi, per approvvigionarsi di dolciumi e di sigarette, scassinarono le tabaccherie, mentre i più spregiudicati della popolazione fecero il resto, incitando i tedeschi a svellere con i carri armati le porte di tutti i negozi. Molti cavesi si diedero al saccheggio, per procurarsi i viveri in quel marasma in cui non era tanta la preoccupazione di scampare alla morte, quanto quella di sopravvivere alla fame. Fu saccheggiato il Molino ed il Pastificio Ferro, e ne furono svuotati i grandi depositi di pasta e di grano; furono svuotati i magazzini del Consorzio e furono saccheggiati tutti i negozi del Borgo. Non mancarono, però, atti di abnegazione e tentativi di mantenere l’ordine tra i civili da parte dei più generosi. Alcuni civili furono costretti dai tedeschi a lavori pesanti, pur sotto le cannonate[1]. La popolazione cavese, investita dai bombardamenti, si rifugiò in massa nell’abbazia della Santissima Trinità di Cava. Prima furono qualche centinaio, poi i rifugiati si aggirarono intorno ai seimila. Occuparono tutti i luoghi del monastero. A guardia della disciplina e dell'ordine pubblico c'era il senso religioso del luogo sacro e la presenza dell'abate Rea divenuto il padre di quella innumerevole famiglia. L’Abate portava ovunque la sua parola di conforto e provvedeva per quanti si trovavano nel bisogno. Non si saprà mai quanto pane e quante minestre distribuì la cucina del monastero[2].

La controffensiva tedesca[modifica | modifica sorgente]

Situazione alle 24 dell'11 settembre

L'11 settembre il colonnello Lane assunse possesso del governo militare, ma due giorni dopo i tedeschi sferrarono il contrattacco, riconquistando Eboli, Battipaglia ed Altavilla Silentina. Il generale Clark decise allora di far intervenire i paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata statunitense ma senza i risultati attesi. Fu così che il generale Alexander decise di optare per l'intervento della squadra navale: un duro risvolto si ebbe sulla popolazione civile a causa dei bombardamenti aerei, apocalittici per entità, terrore ed orrori.

Il 15 settembre i tedeschi diedero inizio ad un piano di ritiro graduale, che prevedeva l'attuazione della "politica della terra bruciata", ovvero la distruzione di tutto ciò che era impossibile portar via e la cattura degli uomini da condurre nei campi di concentramento.

Il 16 settembre, nella frazione Castagneto di Cava un gruppo di tedeschi aveva rastrellato alcuni civili per fucilarli. Ma tale piano non riuscì grazie all'eroico intervento di un abitante del luogo. Il maggiore di artiglieria Pasquale Capone, in aspettativa per malattia, quando vide passare dalla sua casa i tedeschi con i prigionieri non esitò ad aprire il fuoco con armi proprie. L'intervento del maggiore Capone consentì la fuga dei civili. Dopo un aspro combattimento, il capitano fu preso e passato per le armi[3].

Per aver ospitato nell'abbazia cavese la popolazione e persone non gradite alle autorità militari germaniche, al vespro del 17 settembre 1943 i soldati tedeschi penetrati all'interno del monastero, presero in ostaggio l’abate Ildefonso Rea ed il vescovo di Cava-Sarno Francesco Marchesani. I due prelati furono portati in ostaggio a Napoli prima di essere rilasciati a Nola da dove riuscirono solo il 4 ottobre a rientrare a Cava de' Tirreni, già liberata dagli Alleati[1].

L'offensiva finale[modifica | modifica sorgente]

Avanzata dal 16 settembre al 6 ottobre

L'offensiva finale vide la luce il 23 settembre: in quel giorno, fu superato con le armi il Passo di Molina di Vietri, lungo la SS18, per giungere a liberare l’Agro Nocerino Sarnese e portare l’ultimo attacco verso Napoli. La resistenza tedesca fu decisa, specialmente quando, oltrepassata Molina, le unità alleate si diressero verso Cava de' Tirreni. Proprio la mattina del 23 settembre, un carro armato tedesco si accingeva a salire verso la Badia per un'azione di rappresaglia contro la popolazione ivi rifugiata; ma nella strettoia che la strada compie a Sant'Arcangelo, non poté proseguire oltre. Alcuni sconsiderati si fermarono a guardare, ed i tedeschi del carro armato, adirati dall’inconveniente o forse nell’intento di compiere egualmente la rappresaglia, scaricarono su quelle persone una sventagliata di mitragliatrice. Prima di abbandonare Cava, i tedeschi provvidero a far saltare il ponte di San Francesco sulla strada nazionale e il ponte sulla ferrovia presso Villa Alba, allo scopo di ritardare l’avanzata degli anglo-americani, i quali però in poche ore buttarono un ponte di ferro e legno sul ponte San Francesco ristabilendo immediatamente la comunicazione con Salerno, mentre per l’avanzata dei loro carri armati si erano serviti della strada ferrata che i tedeschi non avevano toccata. Altre mine furono poste dai tedeschi agli altri ponti di Cava e sugli incroci stradali, ma non ebbero il tempo di farle brillare.

Il 28 settembre la battaglia di Cava era conclusa e gli Alleati, procedendo verso l'agro nocerino e superandolo, dopo ventidue giorni e 54 chilometri di combattimenti, alle ore 9:30 del 1º ottobre ‘43, entrarono a Napoli: l’operazione Avalanche era conclusa.

Nei venti giorni che durò la battaglia su Cava, si contarono oltre seicento morti tra la popolazione civile. La spontanea reazione di altra parte della popolazione alle truppe tedesche incominciò non appena queste occuparono il Borgo con i carri armati ed i Villaggi con postazioni di armi pesanti. Questa reazione si tramutò altresì in collaborazione con le truppe alleate, alle quali furono fornite tutte le indicazioni necessarie ad infrangere la resistenza tedesca senza grosse perdite da parte dei liberatori.[1]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Domenico Apicella, Sommario Storico Illustrativo della Città della Cava. Cava de' Tirreni, 1964
  2. ^ Simeone Leone, Dalla fondazione del cenobio al secolo XVI, in La badia di Cava vol. I pag. 99
  3. ^ Dettaglio Onorificenza Medaglia d'oro al valor militare alla memoria dal sito del Quirinale

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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