Hipster

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L'artista Harry Gibson (al piano) coniò il termine hipster negli anni Quaranta

Hipster è un neologismo nato negli anni quaranta negli Stati Uniti per descrivere gli appassionati di jazz e in particolare di bebop. Si trattava in genere di ragazzi bianchi della classe media, che emulavano lo stile di vita dei jazzisti afroamericani.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Origine del termine[modifica | modifica sorgente]

L'etimologia del termine è discussa. Si fa risalire a hop, un termine gergale per oppio, oppure alla parola wolof hip, che significa vedere o hipi, che significa aprire gli occhi.[1]

L'introduzione dei termini hep e hip nella lingua inglese è di origine incerta e sono state proposte numerose teorie. In origine, i jazzisti utilizzavano hep come termine generico per descrivere gli appassionati di jazz. Essi e i loro fan venivano definiti hepcats. Alla fine degli anni trenta, con la nascita dello swing, hip sostituì il termine hep. Il clarinettista Artie Shaw descrisse il cantante Bing Crosby come «il primo bianco hip nato negli Stati Uniti»[2]

Attorno al 1940, fu coniata la parola hipster, che sostituì il termine hepcat e indicava gli appassionati di bebop e hot jazz, che desideravano distinguersi dai fan dello swing, che alla fine degli anni quaranta cominciava a essere considerato fuori moda ed era stato svilito da musicisti commerciali come Lawrence Welk e Guy Lombardo.

Secondo dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

La sottocultura hipster si ampliò rapidamente, assumendo nuove forme dopo la seconda guerra mondiale, quando al movimento si associò una fiorente scena letteraria. Jack Kerouac descrisse gli hipster degli anni quaranta come anime erranti portatrici di una speciale spiritualità[3]. Fu però Norman Mailer a dare una definizione precisa del movimento. In un saggio intitolato Il bianco negro (1967), Mailer descrisse gli hipster come esistenzialisti statunitensi, che vivevano la loro vita circondati dalla morte - annientati dalla guerra atomica o strangolati dal conformismo sociale - e che decidevano di «divorziare dalla società, vivere senza radici e intraprendere un misterioso viaggio negli eversivi imperativi dell'io»[4].

Frank Tirro, nel suo libro Jazz: a History (1977), definisce in questo modo gli hipster degli anni quaranta:

« Per l'hipster, Charlie Parker era il modello di riferimento. L'hipster è un uomo sotterraneo, è durante la seconda guerra mondiale ciò che il dadaismo è stato per la prima. È amorale, anarchico, gentile e civilizzato al punto da essere decadente. Si trova sempre dieci passi avanti rispetto agli altri grazie alla sua coscienza. Conosce l'ipocrisia della burocrazia e l'odio implicito nelle religioni, quindi che valori gli restano a parte attraversare l'esistenza evitando il dolore, controllando le emozioni e mostrandosi cool? Egli cerca qualcosa che trascenda tutte queste sciocchezze e la trova nel jazz. »

Aree geografiche[modifica | modifica sorgente]

Nel Regno Unito, Hoxton e Shoreditch sono rinomate aree hipster di Londra[5], dove gli hipster vengono indicati con il termine spregiativo di shoreditch twats.[6][7]

A Parigi va menzionato il quartiere di Belleville, mentre a Berlino la subcultura hipster fa da padrona a Prenzlauer Berg.[8]

Negli Stati Uniti, troviamo Williamsburg a Brooklyn,[9][10][11] Echo Park a Los Angeles,[12] Mission District a San Francisco,[13][14], Uptown a Minneapolis, Wicker Park a Chicago e la parte nordorientale di Portland, Oregon.[15] In Canada, il quartiere Mile End a Montreal.

Italia[modifica | modifica sorgente]

Il Sunday Times di Londra ha definito Bologna la città italiana degli hipster.[16] Grazie alla presenza di numerosissimi studenti italiani e stranieri, è facile incontrare per strada o nei locali notturni ragazzi inquadrabili con questo termine, in particolar modo in luoghi come la zona universitaria o la "bohemienne via del Pratello".[17]

A Roma, zone hipster per eccellenza sono il quartiere Pigneto, il Rione Monti e il quartiere Testaccio, nei pressi dell'ex gasometro[18].

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Hippie

Radical chic

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Urban Dictionary.
  2. ^ “The First Hip White Person” - Magazine - The Atlantic.
  3. ^ Sulla Beat Generation (1957) di Jack Kerouac.
  4. ^ Society: Hipster Subculture Ripe for Parody - TIME.
  5. ^ Tom Masters, Steve Fallon e Vesna Maric, Lonely Planet London City Guide, 7ª ed., Lonely Planet, 2010, p. 281. ISBN 1-74179-226-6.
    «"Hoxton and Shoreditch remain the absolute centre of London's hipster scene"».
  6. ^ Emine Saner, Are you a Hoxton hipster? in Evening Standard (London), 9 settembre 2004. URL consultato il 12 giugno 2010.
  7. ^ Meet the global scenesters: hip, cool and everywhere in Belfast Telegraph, 14 agosto 2008. URL consultato il 12 giugno 2010.
  8. ^ Se questo e' un HIPSTER | Dmemory numero 730 del 19 febbraio 2011 | D - la Repubblica
  9. ^ Sarah Ferguson, Hipsters Defend Brooklyn in Village Voice, 29 marzo 2005. URL consultato il 12 giugno 2010.
  10. ^ Robert Smith, New York's Hipsters Too Cool For The Census (radio story) in NPR, 10 aprile 2010. URL consultato il 12 giugno 2010.
  11. ^ Denny Lee, Has Billburg Lost Its Cool? in The New York Times, 27 luglio 2003. URL consultato il 12 giugno 2010.
  12. ^ Destination: Echo Park - Los Angeles Times.
  13. ^ Guy Trebay, The Tribes of San Francisco in The New York Times, 1º settembre 2010. URL consultato il 6 ottobre 2010.
  14. ^ Marsha Polovets, So, Who Is a Hipster? in Mission Local, 16 febbraio 2009. URL consultato il 6 ottobre 2010.
  15. ^ Portland Hipster
  16. ^ Enrico Franceschini, Sunday Times scopre Bologna e i suoi hipsters, La Repubblica, 14 febbraio 2011.
  17. ^ Enrico Franceschini, Grassa, dotta... e hipsters, la Repubblica.
  18. ^ http://culturahipster.com/descubriendo-la-roma-mas-hipster/

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]