Devoluzione

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Il termine devoluzione è un anglicismo del tipo calco linguistico (da devolution), tendente a soppiantare il termine italiano decentramento, utilizzato nella Costituzione italiana ma sempre meno usato sia nel linguaggio politico che in quello giornalistico.

Nozione[modifica | modifica sorgente]

Spesso i poteri devoluti o decentrati lo sono soltanto temporaneamente e perciò, in ultima analisi, rimangono in capo al governo centrale. In effetti, qualsiasi assemblea devoluta può essere abrogata dal governo centrale nello stesso modo in cui può essere abrogata una legge. I sistemi federali invece differiscono dal decentramento in quanto i poteri e le funzioni delle entità federate sono garantiti dalla costituzione, o comunque da norme di rango costituzionale, e per poterli modificare è necessario ricorrere a una procedura lunga, complessa e condivisa.

In realtà, l'applicazione dei modelli di governo "federali" o "accentrati" e le ripartizioni di competenze fra governo centrale ed enti a livello inferiore differiscono notevolmente nelle varie esperienze statali e ogni paese vanta peculiarità proprie. La devoluzione, per esempio, può essere principalmente finanziaria: in tal caso agli enti periferici vengono concesse fonti d'entrata e capitoli di spesa in precedenza amministrati dal governo centrale. In genere, la devoluzione implica anche il potere di legiferare su alcune materie.

La devoluzione in Italia[modifica | modifica sorgente]

Pur esistendo il termine italiano "decentramento", il vocabolo inglese devolution viene usato nell'attualità politica italiana per indicare il passaggio di attribuzione di poteri su talune materie (per esempio scuola e sanità) dallo stato alle regioni. È entrato nell'uso comune a seguito del dibattito suscitato dalla Lega Nord che, per la propria azione politica, ha preso ampio spunto dal termine utilizzato nel 1997 da giuristi e giornalisti per definire il passaggio di alcuni poteri dal Parlamento britannico di Londra a quello insediatosi nello stesso anno nella capitale della Scozia, Edimburgo.

Lo scopo di questo passaggio è attribuire i diritti e i doveri connessi alla gestione delle materie oggetto del processo di devoluzione ad organi dello stato più vicini ai cittadini che beneficiano di tali servizi, in applicazione del principio di sussidiarietà.

La riforma costituzionale del 2001[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Referendum costituzionale del 2001.

Nel 2001 è stata approvata una riforma al titolo V della Costituzione Italiana che ha notevolmente ampliato le competenze regionali. In precedenza le Regioni avevano competenza legislativa su determinate materie, nel quadro della legislazione statale. Per le materie non menzionate dall'articolo 117 della Costituzione, la competenza legislativa era di esclusiva pertinenza statale. Con la riforma del 2001 si è "capovolta la prospettiva": l'articolo 117 ora prevede, al secondo comma, una lista tassativa di materie soggette alla potestà legislativa statale e al terzo comma un elenco, altrettanto tassativo, di materie sottoposte alla legislazione concorrente (in cui la potestà legislativa spetta sempre alle regioni, ma nel quadro dei princìpi fondamentali posti dalla legge statale). Il quarto comma prevede infine che, per le materie di non esclusiva competenza statale o non sottoposte alla legislazione concorrente, la potestà legislativa sia esclusivamente regionale.

Il progetto di riforma costituzionale del 2005[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Referendum costituzionale del 2006 e Costituzione_della_Repubblica_italiana#Il progetto di riforma costituzionale del 2005 rigettato dal referendum del 25/26 giugno 2006.

Nel corso della XIV Legislatura era stato presentato un ampio disegno di legge di riforma della II parte della Costituzione (da parte del Ministro per le riforme e la devolution Umberto Bossi), cosiddetta devolution.[1]

Nel secondo referendum costituzionale della storia della Repubblica Italiana, svoltosi il 25 e 26 giugno 2006 (per il quale non era necessario il raggiungimento di un quorum di votanti.), la maggioranza dei votanti ha respinto la riforma.

Nel titolo I, dedicato al Parlamento, le novità principali includevano la trasformazione del Senato in Senato Federale, eletto contestualmente dai Consigli Regionali, e la modifica del "procedimento legislativo", delineandone tre tipi: uno a prevalenza Camera, l'altro a prevalenza Senato, il terzo in cui le due Camere sono poste in posizione paritaria.

Nel titolo III, dedicato al Governo, sarebbe stata modificata la figura del Presidente del Consiglio (che muta in primo ministro). Al primo ministro veniva riconosciuto il potere (oggi formalmente esercitato dal Presidente della Repubblica su sua proposta) di nominare e revocare i membri del governo e di indirizzarne il lavoro. In più, in forza delle cosiddette norme anti ribaltone (art. 94 cost. riformato) a seguito del voto di sfiducia espresso dalla Camera dei deputati, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto indire nuove elezioni, a meno che nella mozione approvata non si fosse dichiarato di voler continuare nell'attuazione del programma e si fosse indicato un nuovo primo ministro (cosiddetta sfiducia costruttiva).

La devoluzione si sarebbe concretizzata nella riforma del titolo V (dedicato alle regioni ed agli enti locali): Spetta alle Regioni la potestà legislativa esclusiva nelle seguenti materie:

  • assistenza e organizzazione sanitaria;
  • organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche;
  • definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione;
  • polizia amministrativa regionale e locale;
  • ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato.

Altre materie inquadrate nella legislazione concorrente dalla riforma del 2001, sarebbero tornate di esclusiva competenza statale (passando, in altre parole, dal terzo comma dell'art. 117 cost. al secondo):

  • la sicurezza del lavoro
  • le norme generali sulla tutela della salute
  • le grandi reti strategiche di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza
  • l'ordinamento della comunicazione (rimangono ambito della legislazione concorrente la "comunicazione di interesse regionale, ivi compresa l'emittenza in ambito regionale" e la" promozione in ambito regionale dello sviluppo delle comunicazioni elettroniche")
  • l'ordinamento delle professioni intellettuali
  • l'ordinamento sportivo nazionale (rimane alla legislazione concorrente l'ordinamento sportivo regionale)
  • la produzione strategica, il trasporto e la distribuzione nazionali dell'energia (alla legislazione concorrente rimane la produzione, trasporto e distribuzione dell'energia di rilevanza non nazionale).

Altre disposizioni costituzionali sarebbero state significativamente riformate (Consiglio Superiore della Magistratura, Corte Costituzionale).

Come riforma costituzionale non approvata in seconda lettura dai due terzi dei componenti di ciascuna Camera, la devoluzione è stata sottoposta a referendum popolare di conferma su richiesta di alcuno dei soggetti elencati all'art. 138, secondo comma, della Carta Costituzionale (ossia, almeno un quinto dei membri di una camera o cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali). Il referendum costituzionale, svoltosi il 25 e 26 giugno 2006, ne ha sancito la bocciatura.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Sito ufficiale del governo italiano nel 2005. URL consultato il 7 settembre 2009.

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