Tito Manlio Imperioso Torquato

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Tito Manlio Imperioso Torquato
Honnet Prix de Rome.JPG
Manlio Torquato condannò a morte suo figlio per aver avuto, nonostante la sua difesa, un duello prima della battaglia contro un campione dei Latini
Nome originaleTitus Manlius Imperiosus Torquatus
GensManlia
PadreLucio Manlio Capitolino Imperioso
Consolato347 a.C.
344 a.C.
340 a.C.
Dittatura353 a.C.
349 a.C.

Tito Manlio Imperioso Torquato (... – ...) fu condottiero delle truppe romane del periodo della guerra latina ed esempio di valore e di severità.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 362 a.C. difese il padre, Lucio Manlio Capitolino Imperioso dittatore nell'anno precedente, dall'accusa di crudeltà portata avanti dal tribuno della plebe Marco Pomponio, nonostante lui stesso ne avesse subito le conseguenze.

«Tra le altre imputazioni il tribuno lo accusava del comportamento tenuto nei riguardi del figlio: quest'ultimo, benché non fosse stato riconosciuto colpevole di alcun reato, era stato bandito da Roma, dalla casa paterna e dai penati; Manlio lo aveva allontanato dal foro, privato della luce del giorno e della compagnia dei coetanei, costretto a un lavoro da schiavo»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 4.)

«Dopo che a tutti i presenti venne ordinato di allontanarsi dalla stanza, (Tito Manlio Imperioso Torquato) afferrò il coltello e, fermo in piedi sopra il letto del tribuno con in mano l'arma pronta a colpire, minacciò di pugnalarlo lì sul momento, se Pomponio non avesse giurato, nei termini che egli stesso avrebbe imposto, di non aver alcuna intenzione di convocare un'assemblea popolare per mettere suo padre sotto accusa»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 5.)

Nel 361 a.C., durante la guerra contro i galli condotta dal dittatore Tito Quinzio Peno Capitolino Crispino, sfidò a duello un barbaro dall'enorme corporatura e, dopo avergli strappato la collana (torque) e averla messa al suo collo, prese per sempre il soprannome di "Torquato" per sé e per i suoi discendenti[1][2].

«Il Romano (Tito Manlio), tenendo alta la punta della spada, colpì col proprio scudo la parte bassa di quello dell'avversario; poi, insinuatosi tra il corpo e le armi di quest'ultimo in modo tale da non correre il rischio di essere ferito, con due colpi sferrati uno dopo l'altro gli trapassò il ventre e l'inguine facendolo stramazzare a terra, disteso in tutta la sua mole. Tito Manlio si astenne dall'infierire sul corpo del nemico crollato al suolo, limitandosi a spogliarlo della sola collana, che indossò a sua volta, coperta com'era di sangue.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 10.)

Nel 353 a.C., quando sembrò che Cere si fosse alleata con Tarquinia contro Roma, fu nominato dittatore[3]. Mentre Roma organizzava la campagna contro Cere, ambasciatori di questa città, giunsero a Roma, per implorare la pace, sostenendo che la causa dell'ira romana, era da ricercarsi in pochi cittadini, fattisi convincere dai tarquiniesi. Roma rinnovò quindi la pace con Cere, e rivolse l'esercito contro i Falisci, senza però che si arrivasse ad uno scontro in campo aperto[4].

Nel 349 a.C. fu nominato dittatore una seconda volta, perché presiedesse alle elezioni consolari[5].

Nel 347 a.C. fu eletto console assieme a Gaio Plauzio Venoce Ipseo[6]. Durante il consolato non si registrarono conflitti con altre città, mentre internamente si decise che i debiti sarebbero stati pagati subito per un quarto, mentre il resto sarebbe stato pagato in rate triennali.

Fu eletto console per la seconda volta nel 344 a.C. insieme al collega Gaio Marcio Rutilo[7], nell'anno in cui un evento prodigioso, portò alla nomina di un dittatore.

Fu eletto console per la terza volta nel 340 a.C. insieme al collega Publio Decio Mure[8], nell'anno in cui ebbe inizio la guerra latina.

Con l'altro console, arrulolati gli eserciti, attraversando i territori dei Marsi e dei Peligni, per evitare quelli controllati dai Latini, arrivò nei pressi di Capua, dove i romani fecero base per le successive operazioni di guerra.

Qui si inserisce l'episodio legato al figlio, Tito Manlio, che contravvenendo agli ordini del padre console, attaccò un manipolo di Latini, finendo per questo ucciso per ordine del padre[9].

«Poiché tu, Tito Manlio, senza portare rispetto né all'autorità consolare né alla patria potestà, hai abbandonato il tuo posto, contro i nostri ordini, per affrontare il nemico, e con la tua personale iniziativa hai violato quella disciplina militare grazie alla quale la potenza romana è rimasta tale fino al giorno d'oggi, mi hai costretto a scegliere se dimenticare lo Stato o me stesso, se dobbiamo noi essere puniti per la nostra colpa o piuttosto è il paese a dover pagare per le nostre colpe un prezzo tanto alto. Stabiliremo un precedente penoso, che però sarà d'aiuto per i giovani di domani. Quanto a me, sono toccato non solo dall'affetto naturale che un padre ha verso i figli, ma anche dalla dimostrazione di valore che ti ha fuorviato con una falsa parvenza di gloria. Ma visto che l'autorità consolare dev'essere o consolidata dalla tua morte oppure del tutto abrogata dalla tua impunità, e siccome penso che nemmeno tu, se in te c'è una goccia del mio sangue, rifiuteresti di ristabilire la disciplina militare messa in crisi dalla tua colpa, va, o littore, e legalo al palo»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VIII, 7.)

Tito Manlio, insieme al collega Decio Mure, condusse i romani alla vittoria nella sanguinosa Battaglia del Vesuvio, dove l'altro console trovò la morte[10].

Sconfitti nuovamente i Latini nella battaglia di Trifano[11], Manlio, tornato a Roma malato, nominò dittatore Lucio Papirio Crasso, perché combattesse contro gli anziati.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VII 9
  2. ^ Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, II,5
  3. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VII, 2 19
  4. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VII, 2, 20
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VII, 3, 26
  6. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, VII, 27.
  7. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 2, 28.
  8. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, VIII, 3.
  9. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, VIII, 7.
  10. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, VIII, 8-10.
  11. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, VIII, 11.

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