Stadium

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Stadium
Stadium Torino.jpg
Una veduta aerea dello Stadium
Informazioni
StatoItalia Italia
UbicazioneCorso Vinzaglio,
Torino
Inizio lavori1910
Inaugurazione1911
Chiusura1938
Demolizione1946
StrutturaStile eclettico, forma ellittica
con spalti in cemento armato
Coperturaparziale
Costo1 400 000 L[1]
Area dell’edificio73 644 
Area totale100 000 
ProprietarioS.A.E.S. (Società Anonima Esercizio Stadium)
(1911-1922)
Società Stadium Nazionale
(1922-1930)
Comune di Torino
(1930-1946)
ProgettoVittorio Ballatore di Rosana, Carlo Ceppi, Ludovico Gonella[2]
Uso e beneficiari
Atletica leggeraComune di Torino
Capienza
Posti a sedere40 000

Lo Stadium fu un grande edificio polifunzionale, utilizzato prevalentemente per uso sportivo, costruito a Torino nel 1911, al limite del quartiere Crocetta, proprio accanto alla vecchia Piazza d'Armi. Fu progettato dall'architetto Eugenio Vittorio Ballatore di Rosana, in seguito dismesso e demolito nel 1946.[3]

La struttura vantò molteplici primati: è stato considerato in assoluto il più grande stadio d'Italia e uno dei più grandi al mondo mai realizzati,[4] più vasto addirittura dei coevi stadi di Atene e di Londra.[5][6] Oltre a essere stato il primo stadio di Torino, fu anche il primo d'Italia a essere dotato di un impianto di illuminazione elettrica e a essere realizzato in cemento armato.

L'impianto occupava una vastissima area compresa tra gli l'attuali corso Duca degli Abruzzi, corso Einaudi, corso Castelfidardo e corso Montevecchio, dove attualmente sorgono alcuni edifici residenziali, la sede del Politecnico, quella dell'istituto tecnico "G. Sommeiller" e del liceo scientifico "Galileo Ferraris".

Storia[modifica | modifica wikitesto]

«Lo Stadium immenso, degno per la sua gigantesca ampiezza dei nuovi atleti, dovuto a un alacre comitato presieduto dal marchese Compans di Brichanteau, costituirà il punto di richiamo, di adunata delle folle e quasi il centro attorno a cui si svolgeranno le manifestazioni sportive.[7]»

Il manifesto dell'esposizione del 1911.

Fino al XIX secolo una delle attività sportive più popolari era il pallone elastico che, a Torino come nelle maggiori città d'Italia, era praticato nei vari sferisteri. Tuttavia, verso la fine dell'Ottocento si diffuse il calcio e Torino fu la prima città d'Italia in cui si formarono delle federazioni sportive ben distinte di questo nuovo sport importato dalla Gran Bretagna. La sua crescente popolarità rese necessaria la presenza di adeguati spazi e dal 1872 la nuova piazza d'armi, compresa tra gli attuali corsi Galileo Ferraris, Einaudi, Castefidardo e Montevecchio, divenne luogo prediletto per praticarlo pubblicamente.
Questa collocazione esistette fino ai primi anni del Novecento e, insieme al velodromo "Umberto I", fu il luogo dove nacque il calcio agonistico del capoluogo piemontese.

La genesi del progetto e l'inaugurazione[modifica | modifica wikitesto]

Costruito in concomitanza dell'Esposizione Internazionale di Torino del 1911 svoltasi al parco del Valentino in occasione del cinquantenario dell'unità d'Italia[5], lo Stadium venne realizzato interamente con fondi privati confluiti nella S.A.E.S. - Società Anonima Esercizio Stadium presieduta dall'onorevole Carlo Compans de Brichanteau de Challant. Esso sorgeva su un'area attigua alla piazza d'armi e rappresentò il primo impianto sportivo della città a vocazione polifunzionale; la grande enfasi con la quale venne accolto il progetto e la rapidità con cui fu realizzato malgrado la vastità della struttura, gli valsero l'affermazione di «grande attrattiva dell'esposizione del 1911».[8]

Il cantiere fu caratterizzato da tempi rapidi e in soli dieci mesi si conclusero i lavori.[9] L'impianto fu sontuosamente inaugurato il 29 aprile 1911, ospitando la serata d'onore a seguito dell'inaugurazione dell'Esposizione Internazionale di Torino, con la rappresentazione di un saggio ginnico eseguito da seimila allievi delle scuole municipali di Torino, alla presenza delle autorità e del re Vittorio Emanuele III.[10]

Un'immagine di una competizione motociclistica degli anni venti.

Le rappresentazioni[modifica | modifica wikitesto]

Lo Stadium rappresentò un primo esempio di spettacolarizzazione degli eventi sportivi e, date le grandi dimensioni e la versatilità della struttura, divenne presto consueto luogo di svolgimento anche dei maggiori eventi pubblici della città per i primi trent'anni del Novecento.

A seguito dei fasti inaugurali dell'Esposizione Internazionale di Torino, nella primavera del 1911 la struttura ospitò svariate competizioni ginniche nazionali e internazionali con partecipazioni definite a detta del Corriere della Sera superiori a quelle dei Giochi Olimpici,[11] seguite da un concorso militare a cui parteciparono tutti i corpi del Regio Esercito. Il 27 maggio dello stesso anno si svolse il Concorso ippico internazionale, mentre nel 1913 e nel 1915 lo Stadium fu teatro di due vittorie della nazionale italiana di calcio.[12][13] Nello stesso 1913 il complesso fu interamente affittato dalla Savoia Film, una delle maggiori case di produzione cinematografica torinesi del tempo, per girarvi in hoc signo vinces, un colossal di 3 000 metri diretto da Nino Oxilia e per il quale vennero scritturati come comparse numerosi operai in sciopero, il che provocò qualche tensione sociale.[14]

Un'immagine del Carosello storico sabaudo svoltosi allo Stadium nel 1928. Sullo sfondo si nota il palco reale.

Al contrario, nel complesso furono poche le competizioni calcistiche che vi si svolsero: oltre al succitato paio di incontri della nazionale azzurra, lo Stadium ospitò appena due partite di campionato dei maggiori club locali, la Juventus e il Torino.[15] Le dimensioni così vaste della struttura, infatti, si rivelarono il suo maggior difetto; tale inconveniente si rese più evidente specialmente per le partite di calcio, il cui pubblico, seduto sui lontani spalti, riscontrava notevoli problemi di visibilità.[16]

Nel periodo del primo conflitto mondiale l'austerità economica impose una drastica riduzione di tutte le celebrazioni pubbliche e lo Stadium venne temporaneamente requisito dalle autorità militari: si dovette attendere la primavera del 1922, dopo non poche proteste, per riottenere l'apertura al pubblico. Tuttavia, nel 1927 la città si interrogò sul futuro dello Stadium e, alla luce delle problematiche dovute alle grandi dimensioni e alle ingenti spese di manutenzione, Maurizio Roccarino, presidente del nuovo ente di gestione Società Stadium Nazionale,[1] iniziò a considerare l'opportunità di restituire l'intera struttura al Comune di Torino.

Dagli anni 1920, infatti, le due principali squadre di calcio cittadine si erano nel frattempo dotate di altri impianti sportivi, il Campo Juventus per i Bianconeri e lo stadio Filadelfia per i Granata, più adatti alle loro esigenze; inoltre nel decennio seguente il fascismo promosse l'ulteriore realizzazione a Torino del nuovo stadio Municipale (poi Comunale dal secondo dopoguerra, e Olimpico dal 2006). In questo contesto, da allora lo Stadium venne utilizzato quasi esclusivamente per ospitare i più svariati eventi pubblici tra cui: gare di pallone elastico, serate pirotecniche, corride, corse ciclistiche e motociclistiche, gare automobilistiche, mostre d'arte, mostre di cani, circhi equestri, rappresentazioni teatrali, celebrazioni militari e religiose, proiezioni cinematografiche estive, addirittura una singolare caccia al cinghiale[17] e poi alcuni eventi espositivi, tra cui il primo Salone della Meccanica del 1923 e il Carosello storico sabaudo del 2 giugno 1928, svoltosi in occasione del quarto centenario della nascita di Emanuele Filiberto di Savoia.[18]

L'ex Gran Caffè Stadium sotto i portici di corso Vittorio Emanuele II, angolo corso Vinzaglio. L'insegna recante il nome storico è stata preservata.

Il progressivo abbandono e la demolizione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1930 lo Stadium venne acquisito dal Comune di Torino[19] ma, dopo essersi interrogati a lungo sul suo riutilizzo, cadde presto in disuso e fu definitivamente chiuso nel 1938.[20] La decisione venne presa a termine di una combattuta seduta del Consiglio comunale in cui il consigliere Adamo Levi affermò:

«[...] una costruzione che a nulla serve, un’opera la quale già a due anni dalla costruzione sentiva di Colosseo Flaviano e di odor di muffa, tanto ora appare frusto che l’imperfetta costruzione lo fa sembrare un rudere.[21]»

Durante la seconda guerra mondiale fu nuovamente adibito a scopi militari e nel 1946 venne infine demolito. L'area restò inutilizzata fino al 1951, quando venne lottizzata per edificare l'attuale area residenziale, gli edifici dell'istituto "G. Sommelier", del liceo scientifico "G. Ferraris" e la nuova sede della Facoltà di Ingegneria del Politecnico.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Una schematica planimetria esemplificativa dello Stadium.

Progettato dagli architetti Vittorio Eugenio Ballatore di Rosana e Carlo Ceppi, in collaborazione con l'ingegner Ludovico Gonella,[4][22] fu costruito dall'Impresa Edile Porcheddu[4][6] in stile eclettico, con un apparato decorativo ispirato all'architettura greco-romana e sculture allegoriche di Giovan Battista Alloati. L'edificio era caratterizzato da soluzioni d'avanguardia: fu uno dei primissimi esempi di largo uso del cemento armato secondo il «Systéme Hennebique», di cui l'impresa dell'ingegner Giovanni Antonio Porcheddu fu la prima licenzataria italiana[23][24] e passò alla storia anche per essere il primo stadio d'Italia a essere dotato di illuminazione elettrica; un altro suo primato era infine l'estensione complessiva della struttura, la cui intera area comprendeva circa 100 000 m².

La struttura a pianta ellittica presentava dimensioni imponenti: 361 metri di lunghezza per 204 metri di larghezza e un'area interna di oltre 73 000 m².[4] L'ingresso principale era segnalato da due monumentali obelischi ed era posto sul lato lungo affacciato su corso Vinzaglio[25] ma vi erano altri otto accessi secondari lungo tutto il perimetro. I due emicicli, divisi in dieci settori, ospitavano un palco reale posto sul lato lungo opposto all'ingresso e gradinate su cui, ogni tre scalini, era fissata una fila di sedili in legno, per un totale di 15 file. Complessivamente poteva ospitare oltre 40 000 posti a sedere e 30 000 in piedi[26] e in cima agli spalti vi era anche un camminamento coperto da cui si poteva ammirare il panorama della città e dell'arco alpino circostante.[27]

L'arena centrale, di circa 47 000 m²,[4] era suddivisa in due parti eguali: la prima metà ospitava un campo da calcio regolamentare e un attiguo campo per l'allenamento, l'altra metà era invece attrezzata per allestire una pista di pattinaggio su ghiaccio e comprendeva anche una piscina con trampolino mobile che poteva essere completamente svuotata e coperta. Attorno all'arena vi erano tre piste concentriche: una per gare di atletica, una per quelle ippiche e una, la più esterna, per gare ciclistiche.

Sotto le campate degli spalti trovavano posto un grande numero di locali che ospitavano la palestra utilizzata dalla Reale Società Ginnastica Torino, svariate sale destinate ad altre discipline sportive come scherma, ginnastica artistica, pugilato e una serie di altri locali: spogliatoi, docce, infermeria, una caffetteria con ristorante, sale da buffet, scuderie, autorimessa, magazzini, vani tecnici e anche un dormitorio per gli atleti delle squadre sportive da 5 000 posti letto.

Esternamente la struttura era circondata da un'aiuola recintata che percorreva tutto il perimetro e, sul lato corto affacciato su corso Peschiera,[28] vi era un'ampia area verde che ospitava campi da tennis e da bocce.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Lo Stadium di Torino: Il presidente della Società conviene nell'opportunità di restituire l'enorme edificio al Municipio, in La Stampa, 6 ottobre 1927. URL consultato il 19 aprile 2014.
  2. ^ Stadium, su museotorino.it. URL consultato il 19 aprile 2014.
  3. ^ A retaggio di questo edificio scomparso vi è ancora, al civico 98 di corso Vittorio Emanuele II, angolo corso Vinzaglio 35, l'insegna di un locale storico denominato Gran Caffé Stadium. Dalla fine del 2010, il locale ha cambiato gestione ma l'insegna, di valore storico, è stata conservata.
  4. ^ a b c d e Ermete Della Guardia, Lo Stadium di Torino, in Lettura Sportiva, nº 2, Milano, L.F. Cogliati, 8 gennaio 1911, pp. 26-27. URL consultato il 21 ottobre 2014.
  5. ^ a b (EN) Andrea Carosso, Urban Cultures Of/in the United States: Interdisciplinary Perspectives, Peter Lang, 2010, p. 75, ISBN 978-3-0343-0082-7. URL consultato il 29 novembre 2013.
  6. ^ a b Stadium 1911, una follia torinese, TorinoCuriosa.it. URL consultato il novembre 2013.
  7. ^ Tratto da: Le Esposizioni del 1911. Roma – Torino – Firenze.
  8. ^ E. F., Lo Stadium, in L'Esposizione di Torino 1911. Giornale ufficiale illustrato dell'Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro, I (1910), n. 7, p. 97.
  9. ^ Tratto da Torinosette di venerdì 22 novembre 1996.
  10. ^ Guida di Torino, Paravia, Torino 1912-1914.
  11. ^ (EN) Frank M. Snowden, Naples in the Time of Cholera, 1884-1911, Cambridge University Press, 2002, p. 346, ISBN 978-0-521-89386-2. URL consultato il 29 novembre 2013.
  12. ^ L'incontro Italia-Belgio del 1º maggio del 1913 (1-0) e quello Italia-Svizzera del 31 gennaio 1915 (3-1).
  13. ^ Guida di Torino, Paravia, Torino 1916, 1921.
  14. ^ Maria Adriana Prolo, il cinema muto italiano, Milano, Il poligono, 1951, p.109.
  15. ^ Pierluigi Capra, Torino città di primati, Edizioni Graphot, Torino, 2003.
  16. ^ Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, Il mistero di Torino, Mondadori, p. 159.
  17. ^ Allo Stadium, in La Stampa, 21 settembre 1926. URL consultato il 19 aprile 2014.
  18. ^ Il Carosello storico di Torino (1928), su araldicasardegna.org. URL consultato il 19 aprile 2014.
  19. ^ Domani lo Stadium sarà consegnato al Municipio, in La Stampa, 9 febbraio 1930. URL consultato il 19 aprile 2014.
  20. ^ L'ex commissario aggiunto, ing. Pellicciotti, dice: «utilizzarlo oggi per scopi pratici, demolirlo nell'avvenire», in La Stampa, 21 ottobre 1927. URL consultato il 19 aprile 2014.
  21. ^ Riportato in Luciano Re, Lo Stadium e le esposizioni del cinquantenario e in Lorenzo Matteoli, Gabriella Peretti e Luciano Re, Torino tra liberty e Novecento, Fondipiemonte, Torino 1988, p. 36.
  22. ^ Carla Bartolozzi, Vittorio Eugenio Ballatore di Rosana, su to.archiworld.it, Ordine Architetti Torino. URL consultato il 19 aprile 2014 (archiviato dall'url originale il 3 dicembre 2013).
  23. ^ B. Coda N., R. Fraternali, C. L. Ostorero, 2017, p. 14.
  24. ^ Le realizzazioni in cemento armato realizzate secondo il «Systéme Hennebique», ovvero il primo brevetto del cemento armato depositato dall'ingegnere francese François Hennebique, comprendevano: 820 pilastri e travature, 24 000 m² di solai orizzontali e 12 300 m² di solai inclinati. Tratto da La Stampa di domenica 9 febbraio 1930.
  25. ^ L'attuale corso Duca degli Abruzzi.
  26. ^ Vanni Lòriga, La domenica a Corso Vinzaglio, in Almanacco Gallurese 2003-04, Giovanni Gelsomino, Sassari, 2003, p. 175.
  27. ^ Daniele Donghi, Manuale dell'architetto, Torino, 1930.
  28. ^ L'attuale corso Einaudi.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA. VV., Le Esposizioni del 1911. Roma – Torino – Firenze, F.lli Treves, Torino, 1911.
  • Città di Torino (a cura di), Sport a Torino. Luoghi eventi e vicende tra Ottocento e Novecento nei documenti dell'Archivio Storico della Città., catalogo della mostra, Torino 19 dicembre 2005 - 3 marzo 2006, Torino, 2005.
  • Daniele Donghi, Manuale dell'architetto, Torino, 1930.
  • Augusto Sistri, cap. Sport, luoghi, architetture, in Archivio storico della Città di Torino (a cura di), Torino e lo sport. Storie luoghi immagini, Torino, 2005.
  • Maurizio Crosetti, cap. La città che inventò lo sport, in Archivio storico della Città di Torino (a cura di), Torino e lo sport. Storie luoghi immagini, Torino, 2005.
  • Riccardo Passoni (a cura di), Torino la città che cambia. Fotografie 1880-1930., catalogo della mostra (Torino, 9 aprile - 9 ottobre 2011), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), 2011.
  • Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, Il mistero di Torino, Mondadori, Milano, 1999.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]