Opere di Jacques Lacan

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Jacques Lacan.

Presentazione ragionata delle opere di Jacques Lacan edite in lingua italiana[modifica | modifica wikitesto]

L'insegnamento di Jacques Lacan ha avuto nella parola il suo canale privilegiato.

Dal 1953/54 -ma in realtà già da prima considerando i seminari precedenti, conservati in frammenti- fino al 1978/79 egli svolse un seminario periodico, di solito quindicinale: ininterrottamente, benché non nella medesima sede e non nel medesimo contesto.

Negli anni settanta Jacques-Alain Miller propose a Lacan di redigere e dare alle stampe l'intero corpus del suo Seminario, partendo dalle copie stenografate esistenti in circolazione. Lacan accettò, nominando Jacques-Alain Miller coautore dell'opera. L'impresa, tuttora in corso, ha portato finora alla pubblicazione in francese dei seguenti Seminari (I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, X, XI, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXIII), seguiti dalla relativa traduzione in italiano (Non sono ancora tradotti in italiano i Seminari XVI e XIX).

Tre degli ultimi seminari (RSI XXII, Il Sinthomo XXIII, L'insu que sait de l'une-bévue s'aile à mourre XXIV) erano già apparsi, sebbene non in forma integrale, ad opera di alcuni suoi allievi dell'École Freudienne de Paris sulla rivista Ornicar?, dove sono tuttora rinvenibili, anche nella versione italiana.

Ma il Seminario, anche se ne costituisce la parte preponderante, non esaurisce la vastità e la complessità di questo insegnamento. Bisogna aggiungere infatti, oltre ad alcuni testi da lui direttamente composti, innumerevoli conferenze, comunicazioni, discorsi, relazioni e rapporti pronunciati in occasione delle più svariate circostanze ufficiali come congressi, colloqui e raduni istituzionali, o informali come riunioni e inviti.

Gran parte di questi testi risultano da trascrizioni successive alla loro enunciazione, per quanto Lacan fosse solito prepararne una traccia più o meno elaborata. Alcuni testi invece erano composti direttamente da Lacan, soprattutto se commissionati appositamente per comparire su riviste o enciclopedie.

Negli anni 1960 l'editore François Wahl propose a Lacan di raccogliere i suoi testi più importanti in un'opera unica, che enucleasse i capisaldi e testimoniasse delle tappe salienti della sua ricerca. Lacan accettò l'invito e fu così che nel 1966 videro la luce gli "Scritti". Il titolo, come pure la selezione e l'ordine di successione dei testi, furono stabiliti direttamente da lui, il quale anche, oltre a revisionarli e a rimaneggiarli accuratamente, vi premise - ove lo ritenne- dei preamboli e delle introduzioni che servissero a legarli, a chiarificarli o a evidenziarvi retroattivamente aspetti di anticipazione sul seguito del suo insegnamento. J. Lacan chiese a Jacques-Alain Miller di redigere un "Indice ragionato dei concetti principali[1]".

Mentre i Seminari sono caratterizzati dalla tensione verso la ricerca, dall'addentrarsi in zone inesplorate, dall'incertezza delle conclusioni, dalla provvisorietà degli schemi costruiti, elementi tutti che conferiscono loro quell'inconfondibile stile di apertura e di discorsività, i testi scritti di Lacan -e dunque gli Scritti- appaiono piuttosto come dei momenti di ricapitolazione, densi, concentrati, e perciò di più ardua lettura.

Gli Scritti cercano insomma di fare il punto del cammino percorso fino a una certa tappa: tuttavia la veste di conclusività è solo apparente, essendo possibile isolare al di là di essa le antinomie ancora irrisolte, magari sapientemente occultate da soluzioni di lì a poco abbandonate come insoddisfacenti, antinomie che sono il vero propulsore dell'avanzata del suo insegnamento.

Il contrasto fra la ricapitolazione-riordinamento di quanto fin lì detto e la proiezione verso un al di là ancora da dischiudere si percepisce nettamente nel confronto fra gli Scritti e i Seminari coevi, dal quale emerge, assumendo una data qualunque come riferimento, l'attardarsi degli Scritti rispetto all'al di là già sfiorato dai Seminari. Da qui si può capire perché lo stesso Lacan considerasse i suoi Scritti alla stregua di scarti del suo insegnamento: se la tela di tale insegnamento veniva a tessersi principalmente attraverso i tornanti tortuosi del suo seminario, attraverso i giri vertiginosi della sua parola, gli scritti sono come i cascami che si depositano da questa lavorazione assidua e indefessa.

Alla pubblicazione degli Scritti, il cui successo portò il nome e l'opera di Lacan al di fuori dei confini della Francia, non fecero seguito iniziative analoghe, sicché i testi scritti di Lacan successivi al 1966 si trovano dispersi su riviste, opuscoli ed edizioni varie. I più indicativi (La svista del soggetto supposto sapere, Lo Stordito, ...) sono raccolti in Scilicet, la rivista dell'École Freudienne fondata dallo stesso Lacan, i cui primi numeri si trovano tradotti in italiano dall'editore Feltrinelli.

La bibliografia di Lacan in lingua italiana può quindi essere organizzata in tre aree: i Seminari, gli scritti e altre opere, i testi e interventi pubblicati in libri e sulle riviste italiane.

I testi maggiori pubblicati fino al 1966 sono negli Scritti, quelli dopo il 1966 su altre raccolte o edizioni singole. La bibliografia è sovrapponibile a quella francese, fatti salvi i Seminari e qualche altro testo non ancora tradotti. Tuttavia la rivista La Psicoanalisi, fondata nel 1987 dal JacquesAlain Miller e da Antonio Di Ciaccia, membri dell'École de la Cause freudienne di Parigi, ha pubblicato e tuttora continua a pubblicare in italiano interventi, discorsi e conferenze varie, inediti o già apparsi in francese. Altrettanto ha fatto un numero della rivista Agalma, la quale ha però cessato le pubblicazioni.

All'elenco delle opere segue qui un commento delle principali scansioni del suo insegnamento, costruito in rapporto a dei testi presentati nella loro successione cronologica: vengono accostati in parallelo, secondo un modello forse un po' insolito, i Seminari e gli Scritti con i testi maggiori successivi. Non sono inclusi nel commento i testi pubblicati su La Psicoanalisi o su Agalma, anche se il lettore, collocandoli nel loro contesto temporale, potrà ugualmente trarre da qui utili elementi di introduzione.

Opere di Lacan[modifica | modifica wikitesto]

I seminari[modifica | modifica wikitesto]

  • Libro I, Gli scritti tecnici di Freud, 1953-54; trad. di Antonello Sciacchitano e Irène Molina sotto la direzione di Giacomo B. Contri, Einaudi, Torino, 1978.
  • Libro II, L'io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, 1954-55; trad. di Alberto Turolla, Clementina Pavoni, Piero Feliciotti, Simonetta Molinari, sotto la direzione di Antonio Di Ciaccia, edizione a cura di Giacomo B. Contri, Einaudi Torino, 1991; seconda edizione: a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2006.
  • Libro III, Le psicosi, 1955-56; trad. di Ambrogio Ballabio, Piergiorgio Moreiro, Carlo Viganò sotto la direzione di Giacomo B. Contri, Einaudi, Torino, 1985; seconda edizione trad. di Antonio Di Ciaccia e Lieselotte Longato, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2010.
  • Libro IV, La relazione d'oggetto, 1956-57; trad. di Roberto Cavasola e Céline Menghi sotto la direzione di Antonio Di Ciaccia, Einaudi Torino, 1996; seconda edizione dal titolo "La relazione oggettuale", a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2007.
  • Libro V, Le formazioni dell'inconscio, 1957-58; trad. di Antonio Di Ciaccia (capp. I-XIX) e Maria Bolgiani (capp. XX-XXVIII e allegati), a cura di Antonio Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2004.
  • Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione, 1958-59; trad. di Antonio Di Ciaccia e Lieselotte Longato, a cura di Antonio Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2016.
  • Libro VII, L'etica della psicoanalisi, 1959-60; trad. di Maria Delia Contri, revisione e note di Roberto Cavasola, direzione di Antonio Di Ciaccia, edizione a cura di Giacomo B. Contri, Torino, Einaudi, 1994; seconda edizione revisione di Antonio Di Ciaccia, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2008.
  • Libro VIII, Il transfert, 1960-1961; trad. di Antonio Di Ciaccia, edizione a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi Torino, 2008.
  • Libro X, L'angoscia, 1962-1963; trad. di Antonio Di Ciaccia e Adele Succetti, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi Torino, 2007.
  • Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, 1964; trad. di Sciana Loaldi e Irène Molina sotto la direzione di Giacomo B. Contri, Einaudi Torino, 1979; seconda edizione trad. di Adele Succetti, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2003.
  • Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, 1969-70; trad.di Carlo Viganò e di Rosa Elena Manzett, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi Torino, 2001.
  • Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, 1971; trad. di Antonio Di Ciaccia e Michele Daubresse, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2010.
  • Libro XX, Ancora, 1972-73; trad. di Sergio Benvenuto e Mariella Contri sotto la direzione di Giacomo B. Contri, Einaudi, Torino 1983; seconda edizione trad. di Antonio Di Ciaccia e di Lieselotte Longato, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2011.
  • Libro XXIII, Il sintomo, 1975-76; traduzione e cura di Antonio Di Ciaccia, Astrolabio, Roma, 2006.
  • Seminari di Jacques Lacan (1956-1959), raccolti e redatti da J.-B. Pontalis; trad. di Lamberto Boni, Parma, Pratiche Editrice, 1978.

Gli scritti e altre opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Scritti, 2 volumi, traduzione a cura di Giacomo B. Contri, Einaudi Torino, 1974.
  • Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la personalità, seguita da Primi scritti sulla paranoia; trad. di Gabriella Ripa di Meana sotto la direzione di Giacomo B.Contri, Einaudi, Torino, Einaudi, 1982.
  • I complessi familiari nella formazione dell'individuo, 1938; postfazione di J.-A. Miller; trad. di Michelle Daubresse, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2005.
  • Radiofonia. Televisione; traduzione sotto la direzione di Giacomo B.Contri, Einaudi Torino, 1982.
  • La Cosa freudiana, e altri scritti, psicoanalisi e linguaggio (1955); traduzione di Giacomo B.Contri e Sciana Loaldi, Einaudi, Torino, 1972; 2ª edizione, 1979.
  • Freud per sempre. Colloquio con Emilia Granzotto. Pubblicato su Panorama, 21 novembre 1974, pp. 159 sg.; Ripubblicato su "La Psicoanalisi", n. 41, 2007.
  • Dei Nomi-del-Padre seguito da Il trionfo della religione (1953-1974); traduzione e cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2006.
  • Altri scritti, traduzione e cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2013.

Testi e interventi pubblicati in libri o riviste italiane[modifica | modifica wikitesto]

  • In Scilicet 1/4. Scritti di Jacques Lacan e di altri; trad. di Armando Verdiglione, Feltrinelli, Milano, 1977:
  • "Introduzione a Scilicet quale titolo della rivista dell'Ecole freudienne de Paris", pp. 9–18.
  • "Proposta del 9 ottobre 1967 intorno allo psicoanalista della Scuola", pp. 19–33.
  • "La svista del soggetto supposto sapere" (1967), pp. 34–43.
  • "Da Roma '53 a Roma '67: la psicoanalisi. Motivo di uno scacco" (1967), pp. 44–51.
  • "Intorno alla psicoanalisi nei suoi rapporti con la realtà" (1967), pp. 52–59.
  • "Liminare" (1970), pp. 131–134.
  • "Discorso pronunciato da Jacques Lacan il 6 dicembre 1967 all'Ecole freudienne de Paris", pp. 135–153.
  • "Radiofonia", pp. 154–191.
  • "Lo Stordito" (1972), pp. 349–392.
  • Nell'opera bilingue Lacan in Italia 1953-78; traduzione di Lamberto Boni (tranne "Direttive" tradotto da Giacomo B.Contri), La Salamandra, Milano, 1978:
  • In esergo brevissimo estratto di "Da Roma '53 a Roma '67: La psicoanalisi. Ragioni di uno scacco".
  • "Direttive", 1974, pp. 154–165.
  • "Del discorso psicoanalitico", 1972, pp. 186–201.
  • "La psicoanalisi nella sua referenza al rapporto sessuale", 1973, pp. 202–215.
  • "Excursus", 1973, pp. 216–229.
  • "All'Ecole freudienne", 1974, pp. 230–258.
  • Nell'opera Il mito individuale del nevrotico; traduzione sotto la direzione di Antonio Di Ciaccia, casa editrice Astrolabio, Roma, 1986.
  • "Il mito individuale del nevrotico", 1953, pp. 13–29.
  • "Discorso di Roma", 1953, pp. 30–58.
  • "Intervento al primo Congresso mondiale di psichiatria", 1950, pp. 59–62.
  • "Rendiconti d'insegnamento", 1964-66, pp. 63–69 (I."I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi", 1964, pp. 63–65; II."Problemi cruciali per la psicoanalisi", 1964-65, pp. 65–68; III."L'oggetto della psicoanalisi", 1965-66, pp. 68–69).
  • Nella rivista La Psicoanalisi - Studi internazionali del Campo Freudiano. Rivista Italiana della Scuola Europea di Psicoanalisi (denominazione apparsa dopo il nº 11), Roma, casa editrice Astrolabio, Roma.
  • La Psicoanalisi N° 1, aprile 1987: "Sul bambino psicotico" (1967), trad. di Antonio Di Ciaccia, pp. 11–21 (con una nota di Lacan del 1968, pp. 20–21); "Due note sul bambino" (1969), trad. di Antonio Di Ciaccia, pp. 22–23.
  • La Psicoanalisi N° 2, ottobre 1987: "Il sintomo" (1975), trad. di Antonio Di Ciaccia, pp. 11–34.
  • La Psicoanalisi N° 3, aprile 1988: "Introduzione all'edizione tedesca di un primo volume degli Scritti (Walter Verlag)" (1973), trad. di Antonio Di Ciaccia e Maria Luisa Lago, pp. 9–15; "Intervento" (1973), trad. di Antonio Di Ciaccia, pp. 16–28.
  • La Psicoanalisi N° 4, ottobre 1988: "La psichiatria inglese e la guerra" (1947), trad. di Maurizio Mazzotti, pp. 9–29.
  • La Psicoanalisi N° 5, aprile 1989: "Amleto, da Il Seminario Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione, 1958-1959": I."Il canovaccio" (4 marzo 1959), trad. di Marco Focchi, pp. 11–23; II."Il canovaccio" (11 marzo 1959), trad. di Marco Focchi, pp. 24–40; III."Il desiderio della madre" (18 marzo 1959), trad. di Riccardo Carrabino, pp. *41-56; IV."Non c'è Altro dell'Altro" (8 aprile 1959), trad. di Riccardo Carrabino, pp. 57–69; V."L'oggetto Ofelia" (15 aprile 1959), trad. di Silvia Lucchini, pp. 70–83; VI."Il desiderio e il lutto" (22 aprile 1959), trad. di Paola Francesconi, pp. 84–9; VII."Fallofania" (29 aprile 1959), trad. di Maurizio Mazzotti, pp. 101–114.
  • La Psicoanalisi N° 6, ottobre 1989: "Seminario su L'uomo dei lupi" (1952), trad. di Alberto Turolla, pp. 9–12; "Lettera a Winnicott" (1969), trad. di Annalisa Davanzo, pp. 13–16.
  • La Psicoanalisi N° 7, aprile 1990: "Prefazione al Risveglio di primavera di Wedekind" (1974), trad. di Roberto Cavasola, pp. 9–12.
  • La Psicoanalisi N° 8, luglio-dicembre 1990: "Omaggio a Marguerite Duras. Del rapimento di Lol V. Stein" (1965), trad. di Roberto Cavasola e Antonio Di Ciaccia, pp. 9–16.
  • La Psicoanalisi N° 9, gennaio-giugno 1991: "Dialogo con i filosofi francesi" (1957), trad. di Roberto Cavasola, pp. 9–25.
  • La Psicoanalisi N° 10, luglio-dicembre 1991: "Intervista" (1957), trad. di Piero Feliciotti e Rosa Alba Gentile, pp. 9–24.
  • La Psicoanalisi N° 11, gennaio-giugno 1992: "Considerazioni sull'Io" (1951), trad. dall'inglese di Riccardo Carrabino, pp. 11–25.
  • La Psicoanalisi N° 12, luglio-dicembre 1992: "La Terza" (1974), trad. di Roberto Cavasola, pp. 11–38. In copertina: il nodo borromeo de "La Terza" riprodotto da Salvatore Esposito.
  • La Psicoanalisi N° 13, gennaio-giugno 1993: "…ou pire" (1972), trad. di Roberto Cavasola, pp. 13–19.
  • La Psicoanalisi N° 14, luglio-dicembre 1993: "Intervento al primo Congresso Mondiale di Psichiatria 1950" (1950), trad. di Michelle Daubresse, pp. 9–13.
  • La Psicoanalisi N° 15, gennaio-giugno 1994: "Proposta del 9 ottobre 1967 (prima versione)" (1967), trad. di Silvana Eccher dall'Eco e Antonio Di Ciaccia, pp. 11–26.
  • La Psicoanalisi N° 16, luglio-dicembre 1994: "Conferenze sull'etica della psicoanalisi" (1960), trad. di Silvana Eccher dall'Eco, pp. 15–38.
  • La Psicoanalisi N° 17, gennaio-giugno 1995: "Una procedura per la passe" (1967), trad. di Michelle Daubresse e Antonio Di Ciaccia, pp. 13–19.
  • La Psicoanalisi N° 18, luglio-dicembre 1995: "Dell'insegnamento e i quattro discorsi" (1970), trad. di Michelle Daubresse e Antonio Di Ciaccia, pp. 11–23.
  • La Psicoanalisi N° 19, gennaio-giugno 1996: "Piccolo discorso all'O.R.T.F." (1966), trad. di Michelle Daubresse, pp. 9–14.
  • La Psicoanalisi N° 20, luglio-dicembre 1996: "Lituraterra" (1971), revisione della traduzione originaria di Maurizio Mazzotti ed Ettore Perrella a cura di Antonio Di Ciaccia e Chiara Mangiarotti, pp. 9–19.
  • La Psicoanalisi N° 21, gennaio-giugno 1997: "Forse a Vincennes…Proposta di Lacan" (1975), trad. di Riccardo Carrabino, pp. 9–11.
  • La Psicoanalisi N° 22, luglio-dicembre 1997: "Il complesso di svezzamento" (1938), trad. di Michelle Daubresse, pp. 9–15.
  • La Psicoanalisi N° 23, gennaio-giugno 1998: "Joyce il sintomo" (1975), trad. di Michelle Daubresse e Ippolita Avalli, pp. 11–19.
  • La Psicoanalisi N° 24, luglio-dicembre 1998: "Il fenomeno lacaniano" (1974), trad. di Michelle Daubresse, pp. 9–24.
  • La Psicoanalisi N° 25, gennaio-giugno 1999: "Presentazione delle Memorie del presidente Schreber nella traduzione francese" (1966), trad. di Michelle Daubresse e Antonio Di Ciaccia, pp. 11–15.
  • La Psicoanalisi N° 26, luglio-dicembre 1999: "Avviso al lettore giapponese" (1972), trad. di Michelle Daubresse, pp. 11–14.
  • La Psicoanalisi N° 27, gennaio-giugno 2000: "Il complesso d'intrusione" (1938), trad. di Michelle Daubresse, pp. 9–18.
  • La Psicoanalisi N° 28, luglio-dicembre 2000: "Il seminario di Caracas" (1980), trad. di Michelle Daubresse, pp. 9–13.
  • La Psicoanalisi N° 29, gennaio-giugno 2001: "Nota italiana" (1972), trad. di Michelle Daubresse, Antonio Di Ciaccia, Anna Zanon e Alfredo Zenoni, pp. 9–13.
  • La Psicoanalisi N° 30/31, luglio 2001-giugno 2002: "Atto di fondazione" (1964), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 9–16.
  • La Psicoanalisi N° 32, luglio-dicembre 2002: "Psicoanalisi e medicina" (1966), traduzione di Ezio De Francesco e Antonio Di Ciaccia, pp. 9–20.
  • La Psicoanalisi N° 33, gennaio-giugno 2003: "Nota sul padre e l'universalismo" (1968), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 9–10.
  • La Psicoanalisi N° 34, luglio-dicembre 2003: "Dio e il godimento de La donna" (1972), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 9–21.
  • La Psicoanalisi N° 35, gennaio-giugno 2004: "Sulla regola fondamentale" (1975), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 9–12.
  • La Psicoanalisi N° 36, luglio-dicembre 2004: "Prefazione all'edizione inglese del Seminario XI" (1977), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 9–11.
  • La Psicoanalisi N° 37, gennaio-giugno 2005: "Omaggio a Lewis Carroll" (1966), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 11–14.
  • La Psicoanalisi N° 38, luglio-dicembre 2005: "Sulla trasmissione della psicoanalisi" (1978), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 13–16.
  • La Psicoanalisi N° 39, gennaio-giugno 2006: "Struttura delle psicosi paranoiche" (1931), traduzione di Adele Succetti", pp. 10–24.
  • La Psicoanalisi N° 40, luglio-settembre 2006: "L'assassin musicien di Benoît Jacquot" (1976), traduzione di Antonio Di Ciaccia e Chiara Mangiarotti, pp. 9–10.
  • La Psicoanalisi N° 41, gennaio-giugno 2007: "Freud per sempre. Intervista a Jacques Lacan di Emilia Granzotto" (1974), pp. 11–21.
  • La Psicoanalisi N° 42, luglio-dicembre 2007: "Sull'esperienza della passe" (1973), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 11–18.
  • La Psicoanalisi N° 43/44, gennaio-dicembre 2008: "Psicoanalisi ed 'evento'" (1968), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 9–10.
  • La Psicoanalisi N° 45, gennaio-giugno 2009: "Il sogno di Aristotele" (1978), trad. di Antonio Di Ciaccia, pp. 9–11.
  • La Psicoanalisi N° 46, luglio-dicembre 2009: "Il potere degli impossibili" (1970), revisione di Antonio Di Ciaccia, pp. 9–23.
  • La Psicoanalisi N° 47/48, gennaio-dicembre 2010: "A proposito dell''oggetto a nella cura'" (1971), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 9-13.
  • La Psicoanalisi N° 49, gennaio-giugno 2011: "Risposte ad alcuni studenti di filosofia" (1966), traduzione di Michelle Daubresse, pp. 14-22.
  • La Psicoanalisi N° 50, luglio-dicembre 2011: "L'anoressica e il sapere" (1964), traduzione di Antonio Di Ciaccia, pp. 15-16.
  • La Psicoanalisi N° 51, gennaio-giugno 2012: "Premessa a ogni sviluppo possibile della criminologia" (1950), traduzione di Adele Succetti e Michelle Daubresse, pp. 9-13.
  • La Psicoanalisi N° 52, luglio-dicembre 2012: "Giornata di sciopero" (1974), traduzione di Michelle Daubresse, pp. 9- 12.
  • Nella rivista Agalma - Rivista di ricerca psicoanalitica pubblicata nell'ambito della Scuola Europea di Psicoanalisi, Milano
  • N°11, maggio 1994: "La psicoanalisi vera e quella falsa" (1958), traduzione di Marco Focchi, pp. 7–17.

Note sui testi[modifica | modifica wikitesto]

La prima sezione degli Scritti è interamente dedicata a "Il Seminario su La lettera rubata" con relativa introduzione, sviluppi e appendici. Se ne dirà qualcosa più oltre, a proposito del contesto teorico e temporale in cui esso si inscrive. Non approfondiremo neppure le ragioni che indussero Lacan a collocarlo a introduzione dei suoi Scritti, anche se questa scelta lascia intuire l'indubbio valore rappresentativo che gli assegnava.

"Dei nostri antecedenti" è il titolo della seconda sezione, comprendente buona parte dei lavori di Lacan anteriori al 1953: il 1953 è un riferimento fondamentale per il lettore di Lacan giacché segna -in quanto data del Discorso di Roma- l'inizio ufficiale del suo insegnamento. La sezione si apre con "Al di là del principio di realtà", un testo del 1936 che potremmo definire di pura fenomenologia psicoanalitica, essendo privo di riferimenti all'inconscio. In esso si annuncia una ripresa al rovescio dell'esperienza freudiana mentre si affrontano due questioni: la costituzione della realtà conosciuta e la costituzione dell'Io "Egli [Freud] pone un principio di realtà la cui critica nella sua dottrina costituisce il fine del nostro lavoro[2]", in effetti Lacan differenzia il reale dalla realtà e separa il soggetto dell'inconscio (Je), istanza simbolica, dall'Io (moi), istanza immaginaria.

Seguono due testi importanti: "Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell'Io", comunicazione per il XVI Congresso internazionale di psicoanalisi tenutosi a Zurigo nel luglio del 1949; "L'aggressività in psicoanalisi", relazione per l'XI Congresso degli psicoanalisti di lingua francese riunito a Bruxelles nel maggio del 1948. Ci si potrebbe domandare perché mai un lavoro del 1949 preceda in una serie annunciata come cronologica uno del 1948. In realtà, nonostante le apparenze ingannevoli, il primo precede effettivamente -e di molto- il secondo, trattandosi del rifacimento di un intervento originario presentato da Lacan nel 1936 al XIV Congresso internazionale dell'IPA a Marienbad.

"Lo stadio dello specchio" contiene i capisaldi della concezione dell'Io in quanto funzione immaginaria, ed espone la teoria dello stadio dello specchio quale matrice specifica dell'Io e modello generale dell'immaginario. "L'aggressività" articola invece alcune conseguenze della suddetta teoria integrandola con un aspetto che appare un suo naturale complemento, appunto la dinamica dell'aggressività.

Benché non molto citato, di grande interesse risulta il testo "Introduzione teorica alle funzioni della psicoanalisi in criminologia", comunicazione elaborata in collaborazione con Michel Cénac per il XIII Congresso degli psicoanalisti lingua francese del 1950: è qui infatti che vediamo differenziarsi il primo abbozzo di soggetto in opposizione all'Io. Bisogna precisare che il soggetto nasce in una dimensione propriamente dialettica: viceversa, è l'orizzonte dialettico a consentire l'emergenza del soggetto come istanza differenziata dall'Io, o meglio ad esso contrapposta. Si consideri a tal riguardo il titolo della prima parte "Del movimento della verità nelle scienze dell'uomo", che allude agli spostamenti e ai rilanci di senso -dialettici appunto perché scanditi da un movimento in tre tappe- che si producono una volta che si legge l'esperienza umana come animata e interamente attraversata dalla verità nel suo puro statuto simbolico.

Alle giornate psichiatriche di Bonneval di settembre 1946, promosse sotto il patrocinio di Henri Ey, figura eminente della psichiatria francese, Lacan presentò una relazione -pubblicata successivamente in un volume dedicato ai problemi della psicogenesi- incorporata negli Scritti come "Discorso sulla causalità psichica". In questo testo straordinario e di grande attualità -contemporaneo alla diffusione dell'esistenzialismo e di quella forma francese di fenomenologia che è la filosofia di Maurice Merleau-Ponty- Lacan, abbandonata definitivamente l'idea che i fatti psichici possano riconoscere una causalità di ordine organico, afferma con decisione l'esclusività della causalità psichica nella psicogenesi.

In maniera sintetica possiamo dire che per Lacan la causalità psichica si identifica con la libertà del soggetto. Al principio di causalità fisica e al modello dell'interazione molecolare egli contrappone la semantica e il senso: ammesso che un deficit possa causare eventuali fenomeni nucleari, registrabili da parte di un soggetto come altrettanti turbamenti, la follia si instaura solamente allorché il soggetto dà senso a questi stessi fenomeni che lo assediano e allorché decide di parlarne ad altri come di fenomeni che lo riguardano personalmente, che cioè fanno senso per lui. In altre parole, al cuore della follia c'è per Lacan un soggetto responsabile, responsabile quanto meno del senso attribuito al bruto dato reale.

Proprio questo punto segna un effettivo avanzamento rispetto alla sua Tesi di laurea del 1932. Lì infatti, se da un lato venivano evidenziate le insufficienze del modello organogenetico, al contempo venivano attaccate le teorie psicogenetiche. Qui invece Lacan sposa nettamente l'idea della psicogenesi ma nella versione specifica di una causalità semantica, ritrovandosi in tal modo molto vicino alle posizioni di De Clérambault, che adesso retrospettivamente può riconoscere come suo "unico maestro in psichiatria" (Scritti, pag. 61). L'omaggio verso il maestro di un tempo unito alla dichiarata convergenza con la sua visione possono apparire paradossali se si tiene conto dello spiccato meccanicismo di De Clérambault. Ma il fatto è che adesso egli era nelle condizioni migliori per poterne apprezzare il metodo: tenace assertore della causalità fisica, per situarla con esattezza De Clérambault si vedeva condotto ad esplorare le significazioni della follia così da coglierne i limiti. In altre parole, per isolare la causa meccanica doveva utilizzare necessariamente un metodo di comprensione del senso. In quel punto estremo, in quel confine semantico in cui De Clérambault poneva una causa organica, Lacan installa una decisione del soggetto, del soggetto in quanto libero.

Segue poi una terza sezione dove abbiamo due importanti articoli: nel primo, "Il tempo logico e l'asserzione di certezza anticipata. Un nuovo sofisma" -composto appositamente per la rivista "Les cahiers d'Art" alla ripresa del suo ciclo dopo la parentesi bellica- attraverso le forme semplificative dell'apologo dei tre prigionieri Lacan espone la sua teoria del tempo logico, una teoria che rimarrà praticamente immutata lungo tutto il corso del suo insegnamento e che fungerà da base per alcune elaborazioni successive, valga per tutte la concezione dell'atto analitico; mentre il secondo, intitolato "Intervento sul transfert", pronunciato al Congresso degli psicoanalisti di lingua romanza del 1951, oltre a svolgere riflessioni preziose ancorché datate sull'isteria di Dora e sul transfert, ci presenta un soggetto ormai compiutamente delineato nel suo statuto dialettico e nettamente distinto dall'Io. La preoccupazione di Lacan in questa fase è il soggetto: che statuto conferirgli per non appiattirlo sull'Io? Ne fa fede l'espressione "addomesticare le orecchie al termine di soggetto" (Scritti, pag. 208), adoperata nella breve premessa a questo testo per l'edizione degli Scritti del 1966, che si risolve nel titolo della quarta sezione "Del soggetto finalmente in questione", la sezione che raccoglie per l'appunto i testi maturi della prima fase dell'insegnamento di Lacan, col soggetto in primo piano.

Negli Scritti mancano due testi importanti: la Tesi di laurea di Lacan del 1932, pubblicata separatamente dall'editore Einaudi col suo titolo originale "Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la personalità", insieme ad alcuni lavori giovanili di Lacan sulla paranoia; e poi "I complessi familiari nella formazione dell'individuo" del 1938 -sempre pubblicato separatamente da Einaudi- un articolo commissionato a Lacan da Henri Wallon per l'enciclopedia che stava curando col titolo "La famiglia, la scuola e la professione".

La Tesi di laurea articola le osservazioni e valutazioni di un Lacan giovane e brillante psichiatra a partire dal famoso caso Aimée, classificato come "paranoia di autopunizione": vi si avverte chiaramente l'impronta dello spirito surrealistico e dei classici della psichiatria, per quanto egli collochi proprio in questo periodo l'incontro con la psicoanalisi. Il testo sui complessi familiari costituisce invece una stupefacente anticipazione del futuro strutturalismo lacaniano: pur in assenza di concetti strutturali, ma semplicemente ricorrendo a spunti tratti dalla sociologia e dall'etnologia, Lacan -oltre ad articolare con molta lucidità l'incidenza determinante e deformante della cultura nella sfera umana fino al completo svuotamento e annullamento delle caratteristiche naturali- costruisce la nozione di complesso, le cui proprietà di fissazione e di condizionamento sono quasi del tutto sovrapponibili a quelle di un'unità strutturale nella sua tipicità.

Il Seminario I[modifica | modifica wikitesto]

Il Seminario I "Gli scritti tecnici di Freud" (1953/54), affronta questioni di tecnica analitica attraverso una rivisitazione accurata e originale dei corrispettivi testi freudiani. Sono da rilevare due punti.

1) L'impianto del Seminario risponde a una finalità precisa benché non espressamente dichiarata. Lacan intende dimostrare come non si possa fare a meno della distinzione da lui introdotta fra registro immaginario e registro simbolico se si desiderano chiarire i punti oscuri e gli aspetti controversi riscontrabili nell'opera freudiana. A questa conclusione si perviene progressivamente attraverso un percorso teorico e critico che vuole avere come unico e solo punto di partenza l'esperienza analitica nella sua pura cornice clinica. Grazie al commento sapiente e penetrante di Lacan, sotto gli occhi del lettore prende gradualmente consistenza la dimensione simbolica propriamente detta, differenziandosi man mano dall'ambito immaginario: nello stesso movimento, dal concetto freudiano di "imago" -la cui ambiguità tradisce la contaminazione di una nozione immaginaria da parte del simbolico- Lacan estrae quello di "parola" come sua vera radice. Tale bipartizione preliminare gli consente di operare, all'interno dell'istanza soggettiva ereditata dalla psicologia classica e chiamata in causa anche dalla psicoanalisi, l'altra consequenziale distinzione fra l'Io (immaginario) e il Soggetto (simbolico). In maniera correlativa e simmetrica, sul versante dell'alterità -versante fondamentale in quanto "altro" polo di ogni intersoggettività- si introduce la differenziazione fra altro (immaginario) e Altro (simbolico).

2) Incontriamo inoltre in questo Seminario un tema capitale, di chiara derivazione hegeliana, che attraversa tutto il suo insegnamento: il simbolico uccide la cosa assoggettandola. Il simbolo introdotto nella realtà mortifica il dato naturale.

Anche il Rapporto di Roma, al pari del Seminario I, verte sulla tecnica analitica: non si ispira cioè tanto alla clinica quanto piuttosto alla pratica clinica. Si tratta della celebre relazione presentata da Lacan al Congresso svoltosi presso l'Istituto di Psicologia dell'Università di Roma il 26 e 27 settembre 1953. Nell'edizione degli Scritti si trova pubblicato col titolo "Funzione e Campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi". È giudicato unanimemente il testo programmatico che inaugura l'insegnamento lacaniano, in un certo senso il suo manifesto ufficiale. Lacan vuole innanzitutto fissare una sorta di punto preliminare -ossia definire la psicoanalisi come un'esperienza di parola ("funzione della parola") supportata dalla struttura del linguaggio ("campo del linguaggio")- e quindi procedere, alla luce di tali rinnovate e solide fondamenta teoriche, a una rifondazione radicale della tecnica analitica. Due considerazioni.

1) Il testo, preceduto da una prefazione e da una introduzione, è diviso in tre parti. La prima parte, intitolata "Parola vuota e parola piena nella realizzazione psicoanalitica del soggetto", si sviluppa intorno al concetto di sintomo: nella prima metà, con parola vuota si designa il discorso che rimane ancorato all'immaginario laddove la parola piena sarebbe la sola che, operando nel simbolico, può dirsi veramente efficace; nella seconda metà, come diretta conseguenza della valorizzazione della parola piena, troviamo una riformulazione dell'inconscio freudiano concepito come storia e come verità accanto a un parallelo declassamento della teoria dello sviluppo e degli stadi libidici. Nella seconda parte, intitolata "Simbolo e linguaggio come struttura e limite del campo psicoanalitico", si analizzano i rapporti fa simbolo e linguaggio, si rileva la potenza combinatoria dei simboli e la loro onnipresenza nell'esperienza umana, si formula -con l'autorevole avallo de "Le strutture elementari della parentela" di Claude Lévi-Strauss- che la legge è identica a un ordine del linguaggio, e che il soggetto è soggetto a un debito simbolico derivante dalla sua inscrizione in questo stesso ordine del linguaggio. La terza parte, intitolata "Le risonanze dell'interpretazione e il tempo del soggetto nella tecnica psicoanalitica", ruota intorno all'interpretazione: ivi si addita nella parola che evoca senza informare lo strumento capace di trasformare il soggetto, conferma inequivocabile che le preoccupazioni di Lacan in questo frangente sono di natura tecnica e non clinica.
2) I termini di realizzazione e di costituzione del soggetto -che vediamo ricorrere con una certa frequenza- sono pertinenti a un'idea di soggettività interamente imperniata sulla dialettica. Tuttavia occorre precisare che questo testo, anche se celebra il primato della dialettica, è già un testo strutturale, che anzi manifesta la sua maggiore fecondità nei punti in cui massima è la tensione fra dialettica e struttura: si pensi alla triade ivi presentata di "sintomo, follia e scienza", interamente costruita sul punto di giunzione fra dialettica e struttura. A tal riguardo si può ben dire che l'originalità di Lacan nel panorama culturale della sua epoca consiste nel condurre una ricerca in cui coesistono, in cui convivono queste due prospettive -dialettica e struttura- da tutti ritenute alternative e inconciliabili.

"Varianti della cura-tipo" è un articolo pubblicato nel 1955 benché commissionato a Lacan nel 1953. Henri Ey, responsabile per la sezione psichiatrica della redazione di una Encyclopédie médico-chirurgicale, aveva trasmesso a un comitato di psicoanalisti di diverse tendenze il compito di curare il capitolo sui metodi terapeutici in psichiatria: a Lacan era stato affidato l'incarico di trattare il tema, complementare a quello della cura-tipo, delle varianti della cura-tipo. Lacan, per quanto lontano da questa impostazione, accetta la proposta soprattutto perché vi vede un'occasione propizia per criticare severamente, in quanto aberrante e deviazionistica, la concezione di cura-tipo e quella immediatamente derivata di variante rispetto alla cura-tipo. In questo testo, correlativo di Funzione e Campo, Lacan sviluppa la prima teoria sulla funzione della parola in psicoanalisi. Distingue innanzitutto fra dire e voler dire: il dire è l'insieme delle parole adoperate dal locutore mentre il voler dire è ciò che il locutore non dice. Dipenderà pertanto dall'ascoltatore, cioè dal suo potere discrezionale, non solo il messaggio che il locutore intende veramente trasmettergli con il discorso a lui indirizzato, ma anche ciò che attraverso questo discorso gli comunica in quanto a lui direttamente concernente. Questa prospettiva che muove dalla distinzione fra dire e voler dire, comporta come specifico della funzione della parola che ciò che il soggetto parlante vuol dire non è deciso dallo stesso ma da colui che lo ascolta: ora, se il senso ultimo della parola è deciso dal ricevente, Lacan può ben affermare che all'origine del messaggio è il ricevente e non l'emittente. Tali presupposti, che ritroveremo come piedistallo della futura costruzione del grafo, introducono di fatto un sovvertimento radicale nella concezione tradizionale della comunicazione, come attesta la ben nota formula di Lacan: "Il linguaggio umano costituisce dunque una comunicazione in cui l'emittente riceve dal ricevente il proprio messaggio in forma invertita" (Scritti, pag. 38).

I due testi "Introduzione al commento di Jean Hyppolite sulla Verneinung di Freud" e "Risposta al commento di Jean Hyppolite sulla Verneinung di Freud" sono introdotti negli Scritti da una lunga presentazione alla quale Lacan ha dato il titolo di "Un disegno". È nel corso del suo Seminario I, esattamente nella seduta del 10 febbraio 1954, che Lacan affidò al filosofo Jean Hyppolite il commento del testo di Freud sulla negazione -commento che è riportato integralmente in appendice negli Scritti. La relazione di Hyppolite fu preceduta e seguita da interventi di Lacan in funzione rispettivamente di preambolo e di replica: interventi che furono poi inseriti nell'edizione degli Scritti, non senza essere stati preventivamente rivisti e rimaneggiati. Mi limiterò a sottolineare solamente un aspetto. Il commento di Hyppolite fornisce a Lacan l'occasione per riformulare secondo la sua prospettiva la teoria dell'interpretazione delle resistenze, molto in auge nella dottrina psicoanalitica dell'epoca. Un lettore accurato potrà rilevarvi gli elementi fondamentali della concezione di Fenichel, uno psicoanalista della prima generazione che molti contributi aveva dato a questa tematica: così vi si incontrano frequentemente le espressioni "allusione", "distorsione dell'enunciato", "discordanza dell'enunciato", tipiche del lessico fenicheliano. Ma a parte questa mutuazione di termini, la tesi proposta da Lacan risulta assolutamente originale, riposando sulla sua distinzione e contrapposizione fra immaginario e simbolico. Lacan ammette nell'esperienza concreta dell'analisi il sorgere di momenti cosiddetti di resistenza. Tali momenti sono per l'appunto l'incontro con un impossibile a dirsi in quel dato momento: in altre parole, di momento in momento ci sono dei possibili a dirsi e degli impossibili a dirsi, individuabili questi ultimi in quanto arresti della parola nel corso dell'esperienza. Secondo Lacan, quando l'elaborazione simbolica incontra una difficoltà, cioè un impossibile a dirsi, il soggetto salta automaticamente sull'asse immaginario e in quel preciso momento si accorge della presenza dell'analista come piccolo altro, avvertendo tensioni aggressive. Lacan raccomanda espressamente che l'interpretazione in queste occasioni faccia in modo di rapportarsi al discorso come tale, raccomanda cioè di interpretare questo momento di resistenza immaginario in funzione della sua posizione sul simbolico. In opposizione a Fenichel che ricercava nella resistenza la difesa contro la pulsione e le tracce della pulsione stessa, Lacan giudica tale ricerca come un'operazione immaginaria. Di contro a Melanie Klein che spingeva a interpretare sulla pulsione, Lacan sostiene che occorre puntare sull'interpretazione simbolica.

Il Seminario II[modifica | modifica wikitesto]

Il Seminario II (1954/55) costituisce, nonostante il suo titolo "L'Io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi" possa riuscire fuorviante, un'elaborazione sul simbolico da poco isolato. Ne estrapolerò i seguenti tre punti.

1) Vi si riconosce anzitutto che la parola può assolvere la sua funzione di dare senso solo grazie all'azione del significante. A questo proposito, se il primo passo di Lacan -rilevato nel Seminario precedente- è stato quello di estrarre, distinguendole, la parola dall'imago, quasi contemporaneamente comincia un processo di riduzione del simbolico al significante, un processo di "disimmaginarizzazione" del simbolo: in confronto al rigore lacaniano l'uso freudiano del termine simbolo appare viziato da una certa confusione (appunto tra immaginario e simbolico) che può aver giustificato, almeno in parte, la deriva junghiana. Si potrebbe quindi tracciare in Lacan una traiettoria che va dall'imago alla parola e dalla parola al significante. Questo movimento, che giunge al suo compimento alcuni anni dopo, cioè nel 1957 con lo scritto "L'istanza della lettera", spiana la strada sin dai suoi primordi all'introduzione della linguistica, della logica e della topologia in psicoanalisi.

2) Vi si afferma poi la preminenza del simbolico sull'immaginario che, in quanto sede di "tutta la fantasmatizzazione messa in luce nell'esperienza analitica" (Scritti, pag 50), viene ridotto in posizione subalterna. L'immaginario, già chiamato in causa nello sviluppo dell'aggressività e dei conflitti interindividuali, appare ora, con le sue caratteristiche di inerzia e di passività, come il vero ostacolo della cura analitica, unico fattore di intralcio verso gli effetti benefici di trasformazione ascrivibili unicamente all'azione del simbolico: simbolico che, nonostante le resistenze immaginarie, alla fine prende comunque il sopravvento. Da qui la critica serrata verso la psicoanalisi dell'epoca che ignorava tale fondamentale distinzione.

3) Vi troviamo infine costruita e legittimata l'autonomia dell'ordine simbolico. L'ordine simbolico, identificato con il concetto di grande Altro, è da intendere come il luogo dell'insieme degli elementi significanti, nonostante a questa data permanga una certa ambiguità dovuta all'idea non ancora dismessa di intersoggettività, idea che fa oscillare l'Altro da partner simbolico del Soggetto a luogo dei significanti ("il tesoro dei significanti" dice Lacan). Se l'ordine simbolico, identificato con l'Altro, è il luogo dell'insieme dei significanti, qual è la legge che governa questo insieme, al tempo stesso strutturandolo? Bisogna notare che, diversamente dal Seminario I che muoveva da considerazioni tecniche, questo prende spunto dalla metapsicologia freudiana. L'intento qui è di arrivare a spiegare l'automatismo di ripetizione freudiano come ripetizione simbolica, e di giungere alla formulazione delle leggi logiche -cioè in definitiva della sintassi- che regolano le permutazioni dei significanti. Il legame fra ripetizione -concetto eminentemente clinico- e logica formale, di non immediata evidenza, si radica appunto nell'idea che la ripetizione sia l'espressione di un automatismo: è questo automatismo che prescrive ad ogni elemento di una serie definita un ritorno periodico, regolato secondo una sequenza perfettamente dimostrabile e prevedibile. L'automatismo altro non sarebbe che la manifestazione di una legge di successione intrinseca alla serie stessa, che non ha bisogno di essere posta dall'esterno poiché si istituisce rigorosamente e in maniera permanente a partire dalle prime casuali associazioni di elementi. L'automatismo di ripetizione, posto su queste inedite basi teoriche, dà finalmente uno statuto proprio tanto alla memoria freudiana -in quanto rimemorazione concepibile solo nell'ordine simbolico (cioè il luogo in cui sono racchiusi tutti gli elementi che compongono la storia del soggetto)- sia al desiderio freudiano, caratteristicamente inestinguibile, che solo nella catena simbolica può trovare adeguato ancoramento e giustificazione.

In parallelo col Seminario II va letto "Il Seminario su La lettera rubata", un testo costruito a commento del racconto omonimo di Edgar Allan Poe. Si tratta di una lezione del Seminario II, pronunciata il 26 aprile 1955 benché la sua redazione rechi la data del maggio-agosto 1956. Qui, oltre alla nozione embrionale di lettera, troviamo una prima elaborazione completa della logica del significante. La trama della narrazione si presta particolarmente a esemplificare come i soggetti siano determinati per intero dallo spostamento dei significanti: infatti nella vicenda il ruolo e il destino di un certo personaggio dipende per intero dal significante (nel caso concreto una lettera compromettente) sotto cui casualmente si trova a cadere. Il risultato di questi due testi (il Seminario II e il Seminario su La lettera rubata) è lo schema L (raffigurato a pag.309 del Seminario II e a pag.50 degli Scritti), uno schema che illustra, partendo rigorosamente dall'esperienza analitica, la scissione tra immaginario e simbolico.

Sempre a questo stesso periodo appartiene "La cosa freudiana. Senso del ritorno a Freud in psicoanalisi", una conferenza pronunciata alla clinica neuropsichiatrica di Vienna il 7 novembre 1955 e pubblicata per la prima volta sul primo numero della rivista "L'Evolution psychiatrique" nel 1956. Anche questo testo, al pari di molti altri, al momento di essere inserito nella raccolta degli Scritti fu sottoposto ad amplificazioni e revisioni. La cosa freudiana è il nome che Lacan dà alla verità. Questo testo in effetti può esser considerato come una celebrazione della verità, come l'elogio della verità, ed è sicuramente nota ai più la famosa prosopopea in esso contenuta: "Io, la verità, parlo...". La verità, che è la categoria sotto le cui insegne Lacan fa il suo ingresso nel discorso psicoanalitico, possiede un potere tutto suo: quello di mettere in questione il dato di realtà, potremmo dire -forzando un po' rispetto a questo momento della riflessione lacaniana- il reale. Essa è anche all'origine del potere della cura: si potrebbe anzi dire che la cura psicoanalitica mette in primo piano il potere della verità su un soggetto, potere che si esercita perfino sulla sua carne. L'inconscio stesso è definito a partire dalla verità poiché esso è, sic et simpliciter, la verità in quanto rimossa. Anche la pulsione viene ripensata secondo questo schema. Tuttavia, per uscire dall'ovvietà di una tradizione secolare, è opportuno rimarcare alcuni aspetti di questa verità lacaniana. Innanzitutto essa si presenta come marginale, "umile dei suoi uffici", assimilata allo scarto e al rifiuto, nascosta in dettagli secondari: questo punto costituisce una vera e propria costante sulla quale Lacan effettuerà nel tempo solamente delle modulazioni. In secondo luogo essa non è affatto oggetto di contemplazione ma piuttosto una verità dialettica, che si acquisisce cioè attraverso un cammino. In terzo luogo questa verità, qualificata come "piuttosto inumana" e "parente della morte", non è quella dell'umanesimo ma una verità ancorata al significante e pertanto correlativa della mortificazione che il significante apporta nella realtà e correlativa dell'aldilà del principio di piacere che del significante è lo specifico. Infine la qualificazione di "estranea alla realtà" ci dice di una discontinuità strutturale fra verità e realtà, allontanandoci molto dall'accezione classica che vuole la verità come corrispondenza tra rappresentazione e cosa. Si tratta dunque di una verità che non ha il suo contrario, dato che si istituisce per il solo fatto che "ciò" parla; si tratta di una verità che si sottrae alla dicotomia tra vero e falso proprio perché non può essere riferita a un criterio esterno al discorso stesso in cui essa si pone. A questa verità di cui non si può dire il contrario Lacan attribuisce la struttura di finzione, intendendo precisamente con finzione che non si può considerare la realtà esterna come criterio di verifica di quanto viene detto.

"La psicoanalisi e il suo insegnamento"[modifica | modifica wikitesto]

"La psicoanalisi e il suo insegnamento" è il testo di una Comunicazione presentata alla Societé Française de Philosophie il 23 febbraio 1957.

Si è soliti ripetere che nel primo periodo del suo insegnamento Lacan non abbia contemplato l'istanza del godimento, che comincerebbe a farsi strada propriamente a partire dal Seminario VII. Non è esatto: in realtà l'istanza del godimento -benché non del tutto corrispondente alla concezione matura articolata successivamente da Lacan- è presente, allocata sull'asse immaginario, già dai primi seminari come una sorta di piacere più intenso. L'assunzione giubilatoria della propria immagine allo specchio ci attesta un godimento dell'immagine di sé -il che non vuol dire del proprio corpo- e assimila l'identificazione immaginaria già a un atto: un atto in cui il soggetto assume un'immagine capace di arrecargli godimento e di trasformarlo. In quest'epoca dunque il godimento, molto simile al piacere, fa un tutt'uno con l'omeostasi e col medesimo (l'io gode della sua stessa immagine) mentre il significante appare dell'ordine del desiderio e dell'eteronimo (la dimensione del significante include strutturalmente il rapporto all'Altro, come luogo dei significanti).

Ciò che fa tutto l'interesse di questo breve scritto è una presentazione della clinica delle nevrosi perfettamente congruente con le premesse teoriche di questo periodo: tuttavia le difficoltà e gli ostacoli in cui essa inciampa ci additano in controluce ciò che manca nell'arsenale teorico e che Lacan introdurrà nel Seminario successivo, cioè il fallo. Molto sinteticamente ecco lo schema tracciato da Lacan: in primo luogo c'è per questo soggetto sul piano immaginario un difetto di identificazione e quindi una carenza di godimento; in secondo luogo -e come immediata conseguenza di questo difetto- sul piano simbolico si pone una questione, specifica e distinta per il versante isterico e per il versante ossessivo, che da quel momento non cessa più di formularsi con insistenza; in terzo luogo si sviluppano delle strategie di inganno sul piano immaginario -sul piano quindi del godimento- che sono altrettanti tentativi di risposta: il fatto che queste siano le stesse formazioni che giungono all'attenzione clinica attesta che si tratta di strategie fallimentari, cioè non riuscite. Il limite di questa pur interessante presentazione è la mancanza di un raccordo fra il piano della questione e il piano della risposta, fra il piano della difettosa identificazione immaginaria e il piano della questione simbolica. Questo punto di connessione, che sarà il fallo, Lacan l'ha già in parte messo in campo alla fine del caso Schreber nel Seminario III, più o meno coevo. L'identificazione al fallo comporta già una rivisitazione radicale della teoria dello stadio dello specchio, ma sarà soltanto nel Seminario IV dell'anno seguente che il fallo verrà debitamente valorizzato come operatore. Ciò che bisogna cogliere è che ponendo il fallo al cuore dell'identificazione si ottiene un'intrusione del significante nel godimento così che il fallo diventa un punto di capitone tra simbolico e immaginario-godimento, oltre che il cuore stesso della clinica. Si tratta peraltro di una tappa provvisoria, giacché presto Lacan dovrà rinunciare all'idea ambiziosa che il simbolico possa assorbire interamente l'immaginario e con ciò il godimento.

"Situazione della psicoanalisi e formazione dello psicoanalista nel 1956" è una satira pungente e spietata indirizzata all'Associazione psicoanalitica internazionale (IPA) e alla pratica dell'analisi didattica. Rappresenta il momento negativo o pars destruens, che avrà una sorta di naturale completamento, quale momento positivo o pars construens, nella "Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola" di cui si parlerà oltre.

I Seminari III e IV[modifica | modifica wikitesto]

A differenza dei primi due Seminari, aventi come cornice rispettivamente l'esperienza clinica e la metapsicologia freudiana, il III e il IV hanno come cornice l'esame e il commento di strutture cliniche.

Il Seminario III (1955/56) "Le psicosi" è dedicato appunto alla psicosi. Il quadro di riferimento è la distinzione tra significante e significato in quanto richiama sempre e necessariamente un punto di capitone, identificato in un significante primordiale. Ebbene questo significante primordiale sarebbe assente nella psicosi in conseguenza di un'operazione di rigetto. Bisogna notare che Lacan in questo Seminario illustra il meccanismo di esclusione prima ancora di avere un'idea precisa dell'oggetto colpito dall'esclusione stessa. Non è un caso infatti che, per fare qualche esempio di oggetto escluso, chiami in causa l'isteria: appoggiandosi infatti sull'assenza di simbolizzazione del sesso della donna in quanto tale, può dimostrare come la mancanza di materiale simbolico, e quindi di significante, sia perfettamente concepibile. È solo verso la fine del Seminario che Lacan metterà in campo la funzione del significante "essere padre". Ai soggetti che ne sono privi resta un rapporto all'immagine della potenza, un rapporto di inibizione o di imitazione che ricopre la privazione di questo significante primitivo.

Il Seminario IV (1956/57) "La relazione d'oggetto" analizza la fobia a partire dal caso del piccolo Hans e la perversione a partire dal caso della giovane omosessuale. Raggrupperò le mie considerazioni in quattro punti.

1) Anzitutto non si può dire che nella fobia vi sia assenza del significante paterno: c'è piuttosto un difetto nell'incarnazione di questo significante. Una carenza di incarnazione dunque, anche se questo concetto di carenza non trova almeno qui adeguata esplicazione. Sappiamo soltanto che interviene qualcosa in funzione di sostituto del Nome-del-padre: è l'oggetto fobico, un significante chiamato a rimpiazzare la suddetta carenza di incarnazione.

2) In questo Seminario entra in scena il fallo. Il fallo ha una provenienza autonoma rispetto al padre -con cui normalmente va in coppia nelle costruzioni lacaniane- poiché nasce da una clinica ben precisa: solo successivamente verrà integrato nella metafora paterna, integrazione che infatti eclisserà parzialmente le sue origini. Col Seminario IV ci troviamo in questo momento primordiale della sua emergenza. Ebbene le origini del fallo sono dal lato della donna. Lacan afferma esplicitamente che è la mancanza del pene nella madre ciò in cui si rivela la vera natura del fallo. Dunque il fallo come elemento immaginario, ma con l'importante aggiunta di essere ciò che precisamente manca all'immagine del corpo. Il fallo nasce dunque nell'orizzonte della mancanza, ciò che ne preannuncia i successivi investimenti simbolici. Il fallo si inserisce come terzo elemento nella coppia madre-bambino, generando tutta una serie di conseguenze di incalcolabile portata clinica. Il soggetto -messo a confronto con questa mancanza, che può assumere i connotati di voragine o di abisso- può ricorrere a due soluzioni fondamentali: la difesa, che è la soluzione fobica, e il velo, che è la soluzione feticistica. Il feticcio lacaniano è un'immagine proiettata su un velo, velo che occulta la mancanza del fallo.

3) Lacan afferma di essere spinto da Freud ad arguire il legame stretto fra Edipo e castrazione, legame certo non esplicitato ma implicato ovunque nell'opera freudiana. Da ciò discende la tesi innovativa che la relazione d'oggetto -che è poi il titolo di questo Seminario- ha come sua base la castrazione. L'oggetto, che fino a quel momento era la a dell'asse immaginario in quanto simmetrica ad a'(l'io) -oggetto quindi completamente immaginario e preso nella relazione narcisistica- ora, pur rimanendo ancora tale, appare legato al simbolico come suo effettivo fondamento, altro modo di avanzare che ha come sua base la castrazione. La tesi della castrazione come fondamento della relazione d'oggetto produce contraccolpi dichiaratamente polemici nei confronti della teoria della relazione oggettuale, molto in voga nella dottrina psicoanalitica di quegli stessi anni. L'intento polemico è evidente anche nel punto di svolta che questo Seminario segna quanto al metodo utilizzato. Già prima del 1953, data che segna -ripetiamolo- l'inizio ufficiale del suo insegnamento col Discorso di Roma ma anche col Seminario I tenuto a Sant'Anna[3], Lacan aveva condotto dei seminari privati presso il suo domicilio di cui, non essendo state conservate versioni stenografate, abbiamo solo qualche traccia nei suoi primi scritti. Si trattava di commenti su testi freudiani: il caso di Dora, di cui abbiamo chiari riflessi in "Intervento sul transfert" del 1951, il caso dell'Uomo dei topi su cui ruota "Il mito individuale del nevrotico" del 1953, e il caso dell'Uomo dei lupi, ampiamente ripreso in "Funzione e Campo" sempre del 1953. Questo orientamento continua ancora ad informare i primi tre seminari ufficiali: il primo infatti commenta gli scritti freudiani sulla tecnica analitica, il secondo "Al di là del principio di piacere", il terzo il caso del presidente Schreber. Con il Seminario IV si registra un'inversione di tendenza: anche se una buona metà di esso è ancora dedicata a un commento di testi freudiani -in particolare il caso del piccolo Hans e il caso della giovane omosessuale- l'interlocutore privilegiato non è più Freud ma gli scritti contemporanei dei suoi avversari della Société Psychanalytique de Paris, la cui opera manifesto intitolata "La psicoanalisi al giorno d'oggi" non è mai da Lacan esplicitamente nominata, anche quando citata.

4) Infine uno dei cardini della teoria lacaniana, la dialettica amore-desiderio, trova in questo seminario la sua prima articolazione. Molto schematicamente si può dire che dal momento in cui la madre simbolica, rappresentata dal Fort-Da e detentrice degli oggetti reali, non risponde più con regolarità, essa si trasforma in reale -che resiste al simbolico- mentre l'oggetto da reale diventa simbolico. Notiamo di sfuggita che il reale, qui definito come ciò che resiste al ritorno periodico del simbolico, si discosta dal reale del Seminario I, definito come ciò che ritorna sempre allo stesso posto assegnatogli dal simbolico. Si verifica dunque un incrocio: la madre da simbolica diventa reale, mentre l'oggetto da reale diventa simbolico. Che cosa si intende per oggetto simbolico? Si intende per l'esattezza che il valore dell'oggetto non dipenderà dalle sue qualità o dalla sua natura ma dal fatto di essere un dono della madre che, come potenza reale, ha totale facoltà di concederlo oppure di non concederlo. L'oggetto varrà in quanto dono, in quanto segno dell'amore della madre, quale prototipo dell'Altro per il bambino. Più esattamente bisognerà distinguere due oggetti e due domande corrispettive: oggetto del bisogno e relativa domanda, oggetto simbolico e domanda d'amore. La prima domanda mira all'elargizione dell'oggetto richiesto, la seconda alla presenza-assenza dell'Altro, cioè alla presenza simbolica dell'Altro anche se assente materialmente. Parallelamente bisognerà distinguere due Altri: l'Altro che ha, in grado di soddisfare il bisogno, e l'Altro che non ha, che può dare solamente il segno del proprio amore. Donde la celebre definizione lacaniana dell'amore: amare è far dono di quello che non si ha.

Nello stesso periodo del Seminario IV è da collocare "L'Istanza della lettera dell'inconscio o la ragione dopo Freud", il testo della piena maturità strutturale di Lacan. Si tratta di una conferenza pronunciata alla Sorbona il 9 maggio 1957. Sottolineo due momenti di questo scritto intenso e ricchissimo.

1) Segnalo l'espressione con cui Lacan esplicita ciò che si attende da una scienza linguistica e cioè "...uno studio esatto dei legami propri del significante e dell'ampiezza della loro funzione nella genesi del significato" (Scritti, pag. 492). Queste parole configurano un effettivo avanzamento rispetto a quanto egli stesso diceva di derivare dalla linguistica negli anni immediatamente precedenti, cioè sin dal 1953: allora si limitava a pretendere da essa la posizione primordiale del significante e del significato in quanto ordini distinti e separati inizialmente da una barra resistente alla significazione. Si vede quindi chiaramente che Lacan vuole passare da questo parallelismo, il parallelismo di una primordialità doppia, a uno studio esatto della causalità significante, cioè del modo in cui i rapporti fra significante e significante generano effetti di significazione. Lacan individua due tipi distinti di rapporto fra un significante e l'altro, e cioè metafora e metonimia, che sono causa di due effetti distinti di significazione: nel primo caso di significazione rilasciata, nel secondo caso di significazione trattenuta. Il significante dunque come causa del significato: è in questo che consiste l'effettivo avanzamento. Benché infatti Lacan già prima di questa data fosse consapevole che il sintomo era da ricondurre a un'articolazione di linguaggio, tuttavia -definendo il sintomo come il significante di un significato rimosso- è come se avesse detto che il rimosso è un significato e che il ritorno del rimosso, cioè l'effetto correlativo, è un significante. È come se in definitiva il significato rimosso generasse un significante sintomatico come ritorno del rimosso, cioè come se il significante rispondesse della sua esistenza in quanto rappresentante di una significazione qualsiasi. Ora nell'"Istanza della lettera" Lacan intende liquidare definitivamente questa illusione, ponendo l'assoluta priorità del significante come causa della significazione. Dice infatti Lacan: "...finché non ci si sarà staccati dall'illusione che il significante risponda alla funzione di rappresentare il significato, o meglio: che il significante debba rispondere della propria esistenza in nome di qualsivoglia significazione" (Scritti, pag. 493). Ciò significa inoltre piegare la teoria della causa, in quanto tradizionalmente appannaggio delle scienze esatte, a una concezione scientifica della genesi della significazione; e, così facendo, assestare un colpo magistrale alla partizione fra scienze della natura e scienze del senso elaborata dallo storicismo tedesco di fine Ottocento.

2) Ma non è tutto: avendo già posto il soggetto al posto del significato, Lacan dovrà necessariamente porre che anche il soggetto risulta essere un effetto di significazione generato dall'articolazione significante.

La risultante della combinazione del Seminario III e del Seminario IV è il testo con cui si apre la V Sezione degli Scritti "Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi" -redatto fra il dicembre 1957 e il gennaio 1958 per essere pubblicato sul vol. IV de La Psychanalyse- nel quale appare per la prima volta la formula della metafora paterna. Erroneamente si sostiene infatti che questa appaia nel Seminario III, mentre lì si tratta semplicemente dell'introduzione del significante Nome-del-padre: perché si costituisca la metafora paterna occorrono due altri elementi che Lacan ricava rispettivamente dal Seminario IV (il concetto di fallo in quanto correlato col significante paterno: siamo qui in presenza della connessione stretta ricercata da Lacan fra complesso di castrazione -cap.XIII del Seminario IV- e complesso di Edipo -cap.XII del Seminario IV-, in quanto il primo perno del secondo) e da un articolo di Jakobson sulla metafora e la metonimia. Il secondo contributo gli fornisce l'apparecchiatura della metafora laddove il primo gli fornisce il pezzo mancante da articolare col significante paterno, identificato nelle ultime pagine del Seminario III. Grazie all'uso della metafora paterna, resa possibile dall'apporto determinante dello studio della fobia, "Una questione preliminare" consente una prima messa a punto completa della teoria della psicosi iniziata nel Seminario III.

Il Seminario V[modifica | modifica wikitesto]

Il Seminario V (1957/58) "Le formazioni dell'inconscio" è una sorta di crocevia.

1) Da un lato suggella il nuovo statuto del desiderio, non più situato sull'immaginario ma sul simbolico, statuto già delineatosi nel Seminario IV. Fino a quella data infatti il desiderio era rimasto sdoppiato tra immaginario e simbolico: da una parte il desiderio come potere incantatore dell'immagine, riedizione lacaniana del narcisismo freudiano; dall'altra il desiderio come desiderio di desiderio, cioè come fattore operante nella dialettica della parola, dialettica in cui l'Altro è chiamato a riconoscere la parola del soggetto. L'unico ponte fra questi due ordini del desiderio stava nel fatto che il secondo, data la sua priorità, avrebbe ratificato l'assunzione di immagini operata dal primo. Tuttavia il rigore teorico non può tollerare questa doppia natura del desiderio e si può dire che sia proprio questo il problema specifico che tormenta Lacan all'inizio del Seminario IV. La soluzione prenderà forma nel corso dell'anno e la troviamo formulata nel testo coevo al Seminario IV, già presentato, "L'istanza della lettera dell'inconscio o la ragione dopo Freud". Il desiderio, in questa versione definitiva, diventa investimento della struttura di rinvio dei significante, cioè in definitiva un'istanza reperibile nell'interstizio fra un significante e l'altro.

2) Contemporaneamente in questo Seminario vengono poste le fondamenta del grafo del desiderio. Il grafo è una sorta di crogiolo in cui vanno a confluire tutti i concetti che hanno formato la riserva teorica di Lacan fino a questo momento, in genere con qualche implicita modifica, talora conservati in modo integrale: dialettica e struttura, linguistica e teoria della comunicazione, logica e topologia, ecc. Il grafo si presenta dunque come una sorta di compendio, di messa a punto complessiva dell'elaborazione teorica fino a quella data. Ciò che mi sembra importante sottolineare tuttavia è una certa improprietà nella denominazione stessa di "grafo del desiderio", dato che questo grafo non ha tanto a che fare col desiderio quanto piuttosto col sovvertimento della nozione di Altro causato dal desiderio. Infatti fino a quel momento si aveva a che fare con un Altro simbolico consistente: l'inconscio come discorso dell'Altro, in cui si articolano le questioni, anzi le "messe-in-questione essenziali" del soggetto -si veda al riguardo la "Questione preliminare"- disegna un Altro come sede delle questioni ma anche delle risposte. È vero che nell'Altro si articolano delle questioni, ma se lo si interroga, si possono trovare le risposte relative. Dunque un Altro consistente. Il momento culminante della consistenza dell'Altro è l'introduzione del Nome-del-Padre che, lungi dall'essere un sintomo come più tardi nel Seminario su Joyce, è qui piuttosto un elemento che assicura la tenuta dell'insieme, a un tempo punto di consistenza e punto di capitone. Di conseguenza questo Altro è non solo consistente ma anche autoinclusivo, giacché il Nome-del-Padre è un raddoppiamento dell'Altro, in quanto significante speciale che nell'Altro come luogo dei significanti rappresenta l'Altro come luogo della legge. Ebbene, proprio nel momento di maggiore gloria di questo Altro il desiderio, che pure indubbiamente è parte integrante di questa superba costruzione, di soppiatto come un tarlo ne incrina la consistenza aprendovi una faglia. Tutto questo si delinea soprattutto con il Seminario VI ed è interessante cogliere come tutti i seminari che seguiranno, dal VII fino all'XI, siano degli sviluppi delle conseguenze comportate dall'inconsistenza che il desiderio inscrive nell'Altro. Il primo a denunciare questa trasformazione nell'Altro è il Seminario VII sull'Etica della psicoanalisi: non si potrebbe infatti parlare di etica in presenza di un Altro consistente, ove tutto è già prestabilito.

"La significazione del fallo" è il testo di una conferenza pronunciata in tedesco da Lacan il 9 maggio 1958 all'Istituto Max-Planck di Monaco su invito del professor Paul Matussek. Abbiamo già detto che il fallo viene introdotto nel Seminario IV con uno statuto intermedio fra immaginario e simbolico. Da un lato infatti il fallo è un oggetto immaginario come tutti gli altri, dall'altro ha un valore simbolico grazie al quale diventa il denominatore comune di tutti gli oggetti, degli oggetti in quanto significantizzati e quindi negativizzati: l'oggetto insomma nel Seminario IV è un significante.

In "Una questione preliminare" il fallo è ripreso, ma in una sostanziale ambivalenza: da un lato in quanto effetto di significazione della metafora paterna è immaginario, dall'altro in quanto significante sotto cui deve fissarsi la significazione del soggetto è pienamente simbolico. È appunto con "La significazione del fallo" che questa ambiguità si dissolve con l'affermazione esplicita che il fallo è un significante. A dire la verità il fallo appare più precisamente come un algoritmo. Il nome fallo serve cioè a disegnare l'operazione stessa che uccide la cosa e la trasforma in significante. Ovunque interviene il significante si ha la morte della cosa al punto che la significazione può essere vista come una mortificazione di quel che nella cosa c'è di vivente. Ma da questo destino della cosa non è escluso in primo luogo il fallo stesso: occorre cioè l'annullamento del fallo immaginario per ottenere il fallo simbolico, così che la castrazione è anche concepibile come il sacrificio del fallo stesso in quanto immaginario. Stante quanto sopra possiamo dire che il fallo è l'operazione dell'annullamento della cosa e del suo innalzamento a significante, operazione che esso stesso inaugura attraverso la propria sparizione. Poiché il fallo al contempo è il nome dell'oggetto mortificato, del significante ottenuto e dell'operazione stessa, Lacan si ritiene autorizzato a dedurre in via teorica il primato del fallo, convalidando ciò che Freud aveva sempre asserito. A questo punto Lacan può lanciarsi in una prima teoria della differenza fra i sessi, analizzando le conseguenze diverse per ciascun sesso del rapporto col significante fallico. Tuttavia c'è un passaggio decisivo che va assolutamente evidenziato: che dire a proposito dell'instaurazione del soggetto attraverso il significante? Si può estendere al soggetto quanto si è articolato a proposito della cosa? Lacan sembra negarlo nel momento in cui parla di complementarità: come a dire che il processo di significantizzazione, apportatore di morte, non esaurisce la soggettività, dato che nonostante l'operazione mortificante del significante l'individuo continua a essere animato da desideri e pulsioni. È questo resto vivente dell'operazione significante che Lacan, avendo già preventivamente stabilito il primato del fallo, propone di connotare con il fallo: il fallo diventa così il marchio di quel che resta vivo dopo l'operazione significante che instaura il soggetto. Tale fallo, che appare inevitabilmente come rimosso, rappresenta per ambedue i sessi il significante della libido.

Quanto abbiamo finora detto non solo non esaurisce la teoria del fallo, notoriamente una delle più complesse di Lacan, ma addirittura può passare inosservata nella trama del testo, visto che Lacan vi fa giocare contemporaneamente per così dire altri falli che, al di là della comunanza nominale, non vanno confusi col fallo significante della libido che abbiamo appena isolato. Ad esempio, bisognerà distinguere ancora il fallo di appartenenza, cioè quello che si ha o non si ha, e il fallo di identificazione, quello che il soggetto cerca di essere e che alla fine della cura scoprirà di non essere.

Il risultato della combinazione del Seminario IV e del Seminario V è lo scritto "La direzione della cura e i principi del suo potere", il testo che trae le conseguenze cliniche dell'"Istanza della lettera". Apparso sul vol. VI de "La Psychanalyse", costituisce la relazione del colloquio di Royaumont del 10-13 luglio 1958, riunito su invito della Société Française de Psychanalyse.

1) È uno dei testi più importanti di Lacan sulla clinica: vi troviamo infatti una strutturazione che, lungi dall'essere datata, è tuttora un quadro di orientamento indiscusso per la direzione della cura in ambito lacaniano. Lacan, utilizzando lo schema nell'arte della guerra elaborato dal generale prussiano von Clausewitz secondo i tre assi della politica, della strategia e della tattica, assimila l'interpretazione alla tattica, il transfert alla strategia, la politica all'essere dell'analista, essere dell'analista che -come dice Lacan- farebbe meglio a trovare il suo punto di riferimento nel non-essere.

2) Uno dei punti più rilevanti di questo testo, fra i tanti che meriterebbero una riflessione, è la dottrina dell'interpretazione. Lacan si chiede a quali condizioni l'interpretazione eserciti i suoi effetti, giacché è indubbio che debba esercitarli, a meno di ridurre tutta l'operazione analitica a mera illusione. Secondo Lacan, il fatto che nel mondo psicoanalitico, soprattutto kleiniano, l'interpretazione sia stata sempre concepita come una traduzione secondo il codice fondamentale della pulsione, ha fatto dimenticare quello che è il veicolo fondamentale dell'interpretazione, cioè il significante. Detto questo, Lacan ripensa la teoria dell'interpretazione per proporre una soluzione più confacente, che si impone per la sua straordinaria semplicità: l'interpretazione è fondamentalmente dell'ordine del significante e se il soggetto è sensibile all'interpretazione è perché è esso stesso dell'ordine del significante. Pertanto il soggetto, come subiectum, è il minimo indispensabile di supposizione che occorre introdurre nel vivente a partire dall'incidenza del simbolico; mentre il discorso analitico è quello che concerne questo soggetto, come "ciò di cui si tratta", in quanto modificato, cambiato, trasmutato dall'interpretazione. Oltretutto, se il soggetto è trasmutato dall'interpretazione significante ne segue che esso è subordinato al significante, è cioè effetto del significante -che conferma la tesi ardita e rivoluzionaria già avanzata nell'"Istanza della lettera". Dunque l'interpretazione deve essere del significante e non del significato: cioè è la parola del soggetto che dev'essere scandita, puntualizzata e rinviata.

"Giovinezza di Gide o la lettera e il desiderio" apparve sul nº131 della rivista "Critique" nell'aprile 1958. Negli Scritti è incluso insieme a "Kant con Sade" nella VI Sezione. Jean Delay aveva pubblicato una psicobiografia su Gide e a Lacan era stato chiesto di stenderne la presentazione. A quell'epoca Lacan era in obbligo con Delay, che ospitava il suo Seminario a S. Anna: perciò non vi troviamo critiche o polemiche, nonostante il lavoro di Delay si prestasse a sollevarne. Non mi addentrerò nella questione della perversione di Gide -argomento che richiederebbe una complessa articolazione sulle tematiche del fallo e della dialettica amore-desiderio a partire dalla sua storia familiare (appunto dalla "giovinezza" di Gide), ben al di là dei limiti imposti dagli scopi della presente trattazione. Detto questo occorre però aggiungere che proprio la datazione del 1958, inscrivendo questo testo in un periodo dominato dall'elaborazione sul fallo, fa di queste tematiche l'asse principale del lavoro su Gide. Scelgo invece di illustrare brevemente, seguendo le indicazioni di Jacques-Alain Miller, le implicazioni della seconda parte del titolo, "la lettera e il desiderio". Di fatto questo testo, insieme al "Seminario su La lettera rubata" che lo precede di soli due anni, precorre gli sviluppi degli anni settanta sul tema della lettera. Miller fa notare l'improprietà della congiunzione lettera-desiderio. Per quanto questa coppia possa essere ricorrente nei testi di questo periodo, occorre a suo giudizio discriminare di volta in volta il contesto in cui si situa il binomio: non si può non pensare a "La Direzione della cura" in cui Lacan invita a "prendere il desiderio alla lettera", ma in quel contesto l'associazione lettera-desiderio ha un'altra valenza. Nel caso specifico di Gide occorrerebbe sostituire godimento a desiderio. C'è in effetti una questione sottintesa sin da "La lettera rubata": qual è il destino della lettera, ammesso che ce ne sia uno, al di là della sua funzione? Si sa che le sue funzioni sono quella di messaggio, riducibile alla genesi della significazione, e quella di indurre una circolazione, di attivare cioè un circuito secondo i principi di una strategia logica intersoggettiva. Per queste due funzioni si potrebbe parlare del versante significante della lettera. Orbene, al di là di queste due funzioni la lettera si segnala come resto, un resto individuabile a partire dagli effetti di femminilizzazione che la sua giacenza provoca in colui che ne è il detentore: si veda al riguardo il commento fatto da Lacan sulle movenze effeminate del ministro dopo che ne è venuto in possesso. Resto femminilizzante che anticipa qualcosa del reale. Questo vuol dire dunque che nella lettera, quale veicolo del significante, sussiste una dimensione indipendente da quella di messaggio o di circuito. Lettera e significante sono cioè da disgiungere, anche se in questo periodo prevale piuttosto un aspetto -e cioè l'unità di essere e di luogo- che tende a sovrapporle fino eventualmente a confonderle indebitamente. Ma in fondo la lettera, già in questo testo, è del reale.

Anziché restituire le lettere d'amore -come vuole una vecchia tradizione che faremmo bene a rivalutare- Maddalena, al momento in cui svanisce l'ideale del loro matrimonio, brucia le lettere appassionate del suo Andrea, e nel bruciarle scava in lui un vuoto inconsolabile. In questo Maddalena non è dissimile da Medea che, abbandonata da Giasone per un'altra donna, uccide e fa a pezzi i figli avuti da lui: non è un caso che sia proprio una citazione della Medea di Euripide a far da esergo a questo testo. Pertanto qui non c'è soltanto un'illuminante anticipazione della lettera ma anche della tematiche della donna: Maddalena infatti appare come una vera donna perché sacrifica quello che ha di più prezioso, le lettere di Andrea, per scavare nell'Altro una mancanza incolmabile, alla stregua di Medea che sacrifica i suoi stessi figli per colpire Giasone di una ferita irreparabile. La vera donna si riconosce da questo atto: saper colpire il più-di-godere in quanto mascherante l'assenza di rapporto sessuale e, ciò facendo, colpire non solo quello del partner ma il proprio stesso più-di-godere. Le lettere hanno dunque uno statuto di oggetto, di feticcio -dice Lacan in quest'epoca in cui non ha ancora messo in campo l'oggetto- come ben sapeva Andrea che le aveva predisposte, non diversamente da Joyce, per quel destinatario speciale, che è l'Altro della posterità. Bruciando le lettere Maddalena colpisce anche questo Altro della posterità che verrà ad ereditare solo una raccolta lacunosa: ci voleva proprio una donna per andare al di là dell'ideale dell'Altro.

"Appunti direttivi per un Congresso sulla sessualità femminile" è del 1958, in anticipo di due anni rispetto al Congresso cui era destinato: apparve sull'ultimo numero de "La Psychanalyse". Il Congresso infatti si tenne col nome di "Colloque international de psychanalyse" dal 5 al 9 settembre 1960 all'Università municipale di Amsterdam.

Anche questo testo porta la marca della sua inscrizione in questo periodo: tale marca è il fallo, termine intorno al quale si snodano le varie considerazioni in esso articolate. La tesi di Lacan è che esiste un legame fra sessualità femminile e fallo. A pagina 732 degli Scritti leggiamo: "…la sessualità femminile appare anzi come lo sforzo di un godimento avvolto nella propria contiguità [...] per realizzarsi in gara col desiderio che la castrazione libera del maschio dandogli nel fallo il suo significante". Si tratta di espressioni del 1958 che anticipano gli sviluppi sulla sessualità femminile degli anni settanta. Analizzando in dettaglio la frase si notano i due termini utilizzati per qualificare la sessualità femminile, sforzo e rivalità: essi si impongono all'attenzione, il primo perché esula da considerazioni di struttura, il secondo perché implicando l'idea di sfida e di rilancio evoca uno spirito di emulazione tra i sessi -quasi che il godimento femminile tentasse di realizzarsi secondo il modello di quello maschile, cioè rivaleggiando con esso. Tuttavia rimane una sorta di disparità essenziale nell'espressione "godimento avvolto nella propria contiguità", cioè fondamentalmente godimento non spezzato, non decomposto, non articolato nel significante alla stregua del desiderio maschile, che invece trova nel fallo il suo significante. Riprendendo la frase in uno sguardo d'assieme se ne coglie la strutturazione: Lacan oppone il godimento, che sarebbe proprio della sessualità femminile, al desiderio, che sarebbe proprio della sessualità maschile; e nell'opposizione si staglia un godimento che si sforza di realizzarsi come in gara col desiderio, nel tentativo di assumerne il sembiante. Ma è come se, al termine di questa gara, non tutto del godimento femminile contiguo a sé stesso, venisse esaurito dal sembiante del desiderio maschile.

"In memoria di Ernest Jones: sulla teoria del Simbolismo" è del gennaio-marzo 1959. Qui Lacan addita in Jones il rischio di un ritorno al misticismo lungo la via di un simbolismo fondato sulle idee concrete, che pure era stato promosso per arginare con un taglio più scientifico la deriva junghiana. Anche questo è un testo ricco di spunti e di stimoli: mi limito a sottolinearne uno. Per Lacan il simbolo si distingue nettamente dal significante perché nel primo non c'è discontinuità fra il senso e il suo supporto -senso e supporto essendo solidali l'uno con l'altro- mentre nel significante vi è discontinuità, discontinuità tra l'ordine del significante e l'ordine del senso. Finché era la parola, col suo statuto dialettico, ad avere effetti di senso, era in qualche modo il senso ad agire sul senso, ma quando dopo il 1957 si afferma che è il significante ad avere effetti di senso allora si insinua una discontinuità dato che fra i due ordini c'è eterogeneità. Ora, lì dove c'è discontinuità c'è causalità, donde discende che il significante genera il significato. È a partire da qui che si può differenziare rigorosamente la psicoanalisi da qualunque ermeneutica: infatti la nozione di simbolo è strettamente compatibile col sistema del senso e quindi con la direzione ermeneutica, mentre la discontinuità è quella che si inscrive tra significante e significato, facendo lo specifico della psicoanalisi.

Il Seminario VI[modifica | modifica wikitesto]

Non mi soffermerò molto sul Seminario VI (1958-59) "Il desiderio e la sua interpretazione", ancora inedito in francese e quindi non disponibile in italiano, salvo la parte dedicata al commento di Amleto pubblicata sul volume V de La Psicoanalisi. Tuttavia, come già dicevo a proposito del Seminario V, è possibile farsene un'idea in un compendio dei seminari IV, V e VI realizzato da G.B. Pontalis e tradotto in italiano. Mi limiterò a evidenziare i seguenti due punti fondamentali, che fanno da ponte con il seguito.

  1. Innanzitutto la tesi del Seminario V secondo cui il desiderio non è articolabile nella parola (da cui discendeva sia il principio che la verità è situata tra le righe -anticipazione del godimento che circola nel discorso- sia che la fine analisi non è compatibile con una parola ultima, sia che l'interpretazione non può essere che allusiva), questa tesi di un desiderio non articolabile nella parola e quindi non soddisfatto dal riconoscimento come era stato fino al 1956, spinta alle estreme conseguenze, conduce Lacan agli esiti, peraltro già balenati nel Seminario precedente, dell'inconsistenza dell'Altro, cioè della barra sull'Altro. È questa inconsistenza dell'Altro che il velo del fantasma ricopre: fantasma che, già presentato come articolazione tra il soggetto e l'oggetto, esibisce tuttavia un oggetto non ancora del tutto reale ma preso in un duplice statuto, immaginario e simbolico. Pertanto la fine analisi è già da questo momento concepita come una traversata del fantasma, cioè come la liberazione del desiderio trattenuto nel cerchio per fantasma, liberazione della metonimia del desiderio dai limiti ad essa imposti dal fantasma. In definitiva, il desiderio articolato nel linguaggio ma non articolabile nella parola fa franare la consistenza dell'Altro e pone in primo piano la funzione del fantasma.
  2. In secondo luogo, ma strettamente concatenato al primo punto, comincia a tramontare la grande illusione di Lacan, quella in cui aveva creduto sin dal Seminario IV, cioè la possibilità di assorbire per intero la libido sotto il significante, in particolare sotto il segno del fallo. Se a questo proposito il Seminario V, rispetto al Seminario IV che si concludeva con un'apparente ratifica a quest'ambizione, avanzava qualche perplessità, il Seminario VI attraverso il commento ad Amleto non dice altro -partendo dalla figura della regina madre, e quindi dalla figura della donna- che non tutta la libido arriva ad essere compresa sotto il significante fallico.

Pertanto ambedue questi punti sono in fondo riducibili a uno solo: una faglia si insinua nella consistenza dell'Altro con effetti devastanti, così che il significante non basta più a dire tutto il desiderio e ad assorbire tutta la libido.

Il Seminario VII[modifica | modifica wikitesto]

Il Seminario VII (1959-60) "L'etica della psicoanalisi" è noto anche per il celebre commento su Antigone, che si estende per un'ampia parte. Di questo Seminario Lacan fece menzione a più riprese designandolo come l'unico che avrebbe voluto scrivere di suo pugno.

1) Di fatto il Seminario VII segna una svolta decisiva. Fino a quel momento infatti il reale era stato una sorta di "precondizione all'inserzione del simbolico nella vita umana e nella realtà psichica. Il reale presenta dei pori all'azione del simbolico e al tempo stesso appare negativizzato dall'azione del simbolo" (La psicoanalisi nº 23, pag. 53). In maniera del tutto coerente a questa premessa lo sforzo teorico di Lacan consiste nella disgiunzione fra simbolico e immaginario: se il reale fa parte a sé stesso, l'immaginario diventa la dimora della libido mentre il simbolico si qualifica come la dimensione appropriata a fornire le coordinate dell'inconscio strutturale e quindi come lo strumento principe dell'azione analitica.
Dal Seminario VII in poi invece il reale acquisisce una considerevole dignità in conseguenza di quella speciale traslazione voluta da Lacan che trasferisce la libido dall'immaginario al reale. Questa variazione, lungi dall'essere casuale, si inscrive a pieno titolo in una riconsiderazione radicale della teoria della libido lungo due filoni.
a) Innanzitutto, ormai a noi è noto che all'inizio la libido è da Lacan ricondotta al narcisismo freudiano, tradotto nella sua teoria dello stadio dello specchio. In un secondo tempo Lacan ha tentato di trascinare la libido nell'ordine simbolico, facendone un significato speciale chiamato desiderio: significato variabile secondo la modulazione della catena significante, quindi significato metonimico, ma anche significato speciale di un significante particolare, il fallo. Quel che accade con il Seminario VII -e siamo già in un terzo momento- in particolare quel che accade in seguito all'introduzione del concetto di Cosa (das Ding), mutuato da Freud ma intriso di risonanze heideggeriane, è l'affermazione della priorità del godimento: in altre parole, la libido lungi dall'essere sottomessa al simbolico è primaria, e da questa priorità bisogna derivare il soggetto. Proprio perché primaria occorre trasporla dal piano immaginario, che rimane per definizione subordinato al simbolico, al piano reale, preordinato al simbolico.
b) In secondo luogo, accanto all'affermazione di questo primato Lacan intende distinguere il godimento dal desiderio, dicendo a chiare note che il godimento è qualcosa di più del desiderio, col quale aveva fino ad allora identificato la libido freudiana.
Inoltre se prima, con il reale relativamente eclissato, la vera opposizione si dispiegava fra simbolico e immaginario adesso, una volta entrato in scena il reale, l'opposizione si istituisce tra reale da un lato e simbolico-immaginario dall'altro: ciò vuol dire anche che, venendosi a stemperare le differenze, simbolico e immaginario si avviano a una sorta di parziale omologazione nella categoria del sembiante.
2) Tutto questo spiega anche la mutata posizione nei confronti del godimento. All'inizio Lacan metteva in guardia dal godimento, invitando a non indugiarvi poiché ogni indugio sul godimento era una rottura di equilibrio, dell'equilibrio in quanto per eccellenza simbolico. Invece nel Seminario VII troviamo celebrata una specie di etica della trasgressione, in quanto capace di raggiungere l'al di là del principio di piacere: è in questi luoghi dell'opera lacaniana che si possono incontrare echi di Bataille e di Klossowski. In effetti quel che Lacan vede incarnato nella figura di Antigone è la volontà eroica di oltrepassare il principio entro cui l'umanità mediocre si rassegna a vivacchiare. Lacan in questo Seminario descrive il luogo del godimento come nascosto in un campo centrale, con caratteri di inaccessibilità, di oscurità e di opacità, contornato da una barriera che vi rende l'accesso al soggetto oltremodo difficile. Notiamo, coerentemente a quanto facevamo rilevare nel punto precedente, che qui l'immaginario da sede del godimento è diventato barriera tra il piacere, suo al di qua, e il godimento, suo al di là: sono queste le pagine in cui Lacan parla della funzione del bello come ultima barriera, come punto estremo dell'immaginario che protegge e impedisce l'accesso al luogo remoto del godimento. Ma non è questa l'ultima parola di Lacan sull'etica: sarà nel Seminario XVII che egli denuncerà la finzione dell'etica così concepita. Infatti -come egli ivi dirà- l'al di là del principio di piacere sussiste da solo e in modo continuo: non occorre farne un'etica dato che costantemente il godimento deborda il principio di piacere violandone le regole.

"Nota sulla relazione di Daniel Lagache: Psicoanalisi e struttura di personalità" è la trascrizione di un intervento audioregistrato, successivamente redatto e rivisto, esattamente nell'aprile del 1960. Anche in questo testo ritornano echi a noi familiari in quanto inconfondibilmente legati all'elaborazione in corso in questo periodo. Tuttavia ci sono due aspetti che mi preme evidenziare. Anzitutto una certa articolazione tra simbolico e immaginario intorno alla coppia io-ideale (immaginario) e Ideale dell'io (simbolico). Viene ripresa la teoria dello stadio dello specchio con un'importante aggiunta, aggiunta che fa legame tra i due registri: è sempre l'Altro -l'Altro materno almeno in questa esperienza primordiale dello specchio- che è chiamato a convalidare l'assunzione dell'immagine speculare, così che l'immaginario, pur nella sua specificità, non risulta del tutto autonomo, del tutto autosufficiente proprio in quanto rimanda a un al di là che è simbolico. Si capisce l'importanza di questa articolazione per la teoria dell'identificazione: immaginaria sì ma con un sostegno, con un'architettura simbolica che la sottende.

L'altro aspetto che intendo sottolineare è la distinzione fra affermazione e certezza, una distinzione capitale che pone le premesse della futura teoria dell'atto analitico e della distinzione tra Es e Inconscio (alludo precisamente al Seminario sulla logica del fantasma). Qui Lacan rimprovera a Lagache di confondere affermazione e certezza: propriamente parlando, l'affermazione diventa certezza solo come conseguenza di un atto, di un atto in quanto momento di verifica. Ciò vuol dire che nell'inconscio il corrispettivo dell'affermazione è una indeterminazione, che solo un processo di verifica -perché no, il processo analitico!- può trasformare in certezza. Va da sé che questa articolazione nucleare necessiterà di sviluppi ulteriori, sviluppi non consentiti dall'attuale cornice di questo testo. Primo fra questi sviluppi sarà la necessità di pensare due posti distinti, uno per l'affermazione, che è l'Es dove alberga il silenzio delle pulsioni, l'altro per l'indeterminazione, che è l'inconscio. Affiora anche l'opposizione netta fra inconscio e atto, in quanto non si può uscire dall'indeterminazione dell'inconscio e approdare alla certezza se non con un atto.

La VII e ultima sezione degli Scritti si apre con un testo complesso ma decisamente straordinario. Il suo titolo è di ampio respiro: "Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell'inconscio freudiano". Si tratta di una comunicazione presentata da Lacan al Congresso di Royaumont sul tema della dialettica, tenutosi nel settembre 1960 per iniziativa dei Colloqui filosofici internazionali. Lo presenterò attraverso due assi fondamentali.

  1. Il primo riguarda il soggetto. Il soggetto è stata una preoccupazione costante di Lacan. Innanzitutto è opportuno sottolineare la particolarità del suo strutturalismo: in un contesto culturale, quello degli anni sessanta, in cui l'avvento della struttura aveva decretato "la morte dell'uomo" (Foucault), o "la dissoluzione del soggetto" (Lévi-Strauss), in un contesto che aveva teorizzato "il processo senza soggetto" (Althusser), Lacan osa avanzare la soluzione scandalosa di una struttura articolata a un soggetto. Bisogna cogliere non solo la stravaganza ma anche il paradosso di questo abbinamento visto che, in quel periodo almeno, parteggiare per il soggetto significava schierarsi per la dialettica e pertanto contrapporsi alla struttura, che invece lo annullava: dialettica e struttura configurano due prospettive strettamente antinomiche. Come mai Lacan è potuto pervenire a una soluzione tanto originale? Forse ciò deriva dall'originalità del suo percorso: egli non è partito dalla struttura per poi dover in seguito ritagliare un posto al suo interno per il soggetto, ma al contrario dapprima ha incontrato il soggetto, ed esattamente il soggetto dialettico, e solo in un secondo tempo è stato condotto da questo soggetto verso la struttura. È stato il soggetto dialettico che gli ha fatto incontrare la struttura, che gli ha spianato la strada verso la struttura. Il soggetto dialettico è esattamente il soggetto che "si costituisce" nel processo dialettico, il soggetto che "si realizza" attraverso le tappe di un riconoscimento mediato dall'Altro: in questo senso il soggetto è una dimensione totalmente eterogenea a quella dell'io che invece "si forma" nella dinamica speculare dello stadio dello specchio. Tuttavia questo soggetto dialettico, che è poi il soggetto che occupa il suo insegnamento dal 1953 al 1956, viene messo in crisi dal linguaggio, che arriva a soppiantare la parola nel processo della genesi del senso. Ne consegue che nel momento in cui la catena significante si sostituisce alla parola, prende forma un nuovo soggetto, un soggetto inedito, un soggetto sconosciuto prima di Lacan, un soggetto compatibile con la struttura di linguaggio che è propria dell'inconscio. Ora, questo soggetto è sovvertito, nel senso che viene presentato come effetto di significazione: in altre parole viene ridotto a essere nulla di più che un punto di significazione, una variabile connessa alle modulazioni della catena significante. A partire da questa tesi ardita e innovativa seguiranno dei passaggi che ci descriveranno questo soggetto come discontinuità nel reale, come mancanza di un significante, come soggetto dell'enunciazione e non dell'enunciato, come rappresentato da un significante per un altro significante, come affiorante nei punti di vacillamento di questa catena, ecc. Dire che il nuovo statuto del soggetto è strutturale e non più dialettico significa ridimensionare lo spazio della dialettica nella teoria di Lacan: tuttavia essa non è definitivamente estromessa -lo sarà nel testo "Posizione dell'inconscio": qui viene semplicemente confinata in uno spazio più ristretto che è appunto quello del desiderio. La dialettica rimane appannaggio del desiderio nel suo rapporto all'Altro.
  2. Il secondo asse ruota intorno alle pulsioni. L'osservazione di partenza di Lacan è che nella psicoanalisi deciframento dell'inconscio e teoria delle pulsioni risultano embricate: in una cura analitica infatti si procede nell'operazione di deciframento per raggiungere il fondo pulsionale di un soggetto. Per Lacan è necessario districarle, distinguerle nettamente per poi eventualmente riarticolarle, ma in modo nuovo. Si suole dire che la teoria di Lacan nega le pulsioni: è falso. In realtà Lacan nega la visione ingenua di un'energetica delle pulsioni, per proporre una teoria delle pulsioni in chiave esclusivamente simbolica. All'interno dell'orizzonte appena tratteggiato si possono poi individuare diverse scansioni. Nel 1953 la pulsione appare connessa al senso e alla soggettivazione, come recita la famosa frase di "Funzione e Campo": "…gli stadi istintuali già quando sono vissuti sono organizzati in soggettività" (Scritti, pag. 255). È di tutta evidenza che collegare la pulsioni al soggetto significava per Lacan contrastare apertamente la teoria della maturazione istintuale, quale processo organico senza soggetto -come vuole la dottrina canonica dell'ortodossia freudiana fissata da Karl Abraham. Quando più tardi, dal 1957, il significante soppianterà la parola, assisteremo a una radicalizzazione significante della pulsione, presentata esattamente come rapporto fra il significante, nella forma specifica della domanda, e il soggetto, in quanto questa volta barrato dal significante: $<>D. Ma tutto questo è ancora parziale finché non si coglie la finezza di Lacan nel tentativo di render conto di quel che Freud denominava ne "L'Io e l'Es" il silenzio delle pulsioni: infatti Lacan farà della pulsione una domanda speciale, il cosiddetto punto zero della domanda, un punto in cui la domanda, spinta all'estremo, non trova più come dirsi. La pulsione, nella più assoluta fedeltà a Freud, è dunque domanda silenziosa, è silenzio nel campo del linguaggio e limite estremo della parola: in maniera conseguente e rigorosa, nella pulsione si ha lo svanimento del soggetto, venendogli a mancare il supporto della parola. Questa teoria, che trova il suo momento culminante ne "La direzione della cura", da un lato si impone per la sua originalità, giacché definire la pulsione a partire dal significante non è definirla a partire dall'oggetto, punto di convergenza indiscusso delle teorie analitiche a partire da Freud e da M. Klein. Occorre però aggiungere che anche Lacan arriverà a includere l'oggetto nella pulsione, ma solo in un secondo momento, a partire cioè dal 1964 col Seminario XI. In "Sovversione del soggetto" ci troviamo in un chiaro momento di transizione: da un lato la concezione della pulsione come domanda silenziosa -cioè come domanda speciale che, pur in assenza di parole, continua nondimeno a essere pienamente domanda, in quanto conserva il taglio della catena significante- è quella che scaturisce dalla teoria del significante, e come tale trova collocazione nel grafo, utilizzato da Lacan come griglia per dare sistemazione unitaria ai suoi concetti; dall'altro fa già capolino l'oggetto, a cui però nel grafo non riesce a trovare un posto e neppure riesce a darne adeguata definizione. Definisce infatti l'oggetto parziale come quello che reca il "tratto del taglio", ancorché questa espressione appartenga alla prospettiva della totalità significante, adatta non a dar posto all'oggetto ma al contrario a riassorbirlo completamente nel significante.

I Seminari VIII e IX[modifica | modifica wikitesto]

Il Seminario VIII (1960-61) "Il transfert" è disponibile in traduzione italiana dal 2008. Non mi soffermerò sulla sua curiosa vicenda editoriale in Francia, che ne ha visto la pubblicazione seguita a breve distanza dal ritiro delle copie circolanti. Poco dirò anche del suo contenuto, che pure meriterebbe una presentazione molto articolata e non solamente della parte relativa al commento del Convito di Platone. Mi limiterò esclusivamente a sottolineare come in questo seminario Lacan indichi il fondamento simbolico dell'amore, in quanto al di là dell'effetto di cattura da parte di forme immaginarie: c'è un fondamento simbolico dell'amore -fenomeno principe del transfert- e questo fondamento è un oggetto, un oggetto prezioso, che sorge presso l'Altro come effetto di significazione del fatto di "trattenere il niente". È quello che accade nella seduta analitica, dove l'analista mantiene la posizione di trattenere il nulla, posizione che produce come effetto di significazione il sorgere dell'oggetto, oggetto a cui si aggancia il desiderio del soggetto. Per Lacan il modello di questa struttura è la coppia Alcibiade-Socrate.

"Kant con Sade", originariamente preparato come prefazione a "La philosophie dans le boudoir" nel settembre del 1962, fu poi pubblicato sul nº 191 della rivista "Critique" nell'aprile 1963. Si tratta indubbiamente di uno dei testi più difficili e più ricchi di spunti. Metterò in evidenza la tesi principale di Lacan, audace e provocatoria, che intende articolare l'opera di Sade con l'etica kantiana, quale troviamo sviluppata nella "Critica della ragione pratica". In effetti lo specifico di ogni etica consiste nell'imporre all'Altro una certa forma di divisione soggettiva. Ogni etica pone davanti a una scelta, e quindi davanti a una divisione tra passioni da un lato e valori, principi o ideali dall'altro. Ora, il perverso è attestato su una posizione simile, in quanto, all'opposto ad esempio dell'ossessivo che porta dentro di sé il dubbio dilaniante della scelta, egli tende a riversarlo sull'Altro per ricavarne un indubbio guadagno: sarà l'Altro a portare in sé la divisione del dover scegliere mentre al soggetto perverso rimarrà il vantaggio saldo e confortevole della certezza. Da qui la ben nota formula che il perverso, contrariamente a un'ingenua apparenza fenomenologica che ne farebbe il soggetto di un godimento sfrenato, si fa strumento del godimento dell'Altro.

Per quanto riguarda il Seminario IX (1961-62) "L'identificazione" (inedito) e il Seminario X (1962-63) "L'angoscia", mi limiterò a riferire che essi, come pure l'VIII che li precede, possono essere considerati alla stregua di sviluppi rigorosi del Seminario VII. Per sviluppi rigorosi intendo il loro situarsi in stretta successione come altrettante conseguenze delle premesse poste in quel Seminario, e cioè la barra sull'Altro e la concomitante promozione di das Ding: il IX trae tali conseguenze dal lato del significante, il X sul versante dell'oggetto.

Il Seminario inesistente[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 1963 Lacan stava per dare inizio al suo ennesimo Seminario, passato alla storia del suo insegnamento come il Seminario inesistente. Esso era stato annunciato come il Seminario sul Nome-del-padre. Tuttavia dopo la lezione di apertura, Lacan presentava le sue dimissioni da Sant'Anna e interrompeva il Seminario senza aggiungere altro. Sono note le vicende esterne che lo spinsero a questa sofferta decisione: le vicissitudini politiche con l'IPA che lo videro oggetto di una scomunica, di una radiazione dalle file degli analisti legittimati e dalle liste dei didatti autorizzati, rappresentano la censura esterna a cui egli avrebbe fatto corrispondere un effetto di autocensura con la sospensione forzata del suo Seminario. Nel seguito del suo insegnamento Lacan non cesserà di fare allusioni a quel fatto -che amava considerare un passaggio all'atto dei suoi colleghi- dicendo fra l'altro che non era stato un caso che la censura e la scomunica si fossero abbattuti su di lui proprio mentre si apprestava a tenere un seminario sul padre, un seminario dunque potenzialmente blasfemo: "Non riprenderò mai più questo tema, vedendo qui il segno che non sarebbe ancora possibile togliere questo sigillo per la psicoanalisi" -dirà espressamente ne "La svista del soggetto supposto sapere", a pag. 41 dell'edizione italiana di Scilicet. Sappiamo anche che dopo qualche mese di interruzione, esattamente nel gennaio 1964, Lacan riprendeva il suo Seminario, cambiando uditorio -dato che non si rivolgerà più soltanto a specialisti- e cambiando argomento: "I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi", l'XI della serie.

Ciò che è censurato in un modo o nell'altro non può essere tuttavia annullato, ed è per questo che è possibile reperire qua e là nel suo insegnamento successivo delle tracce occasionali di questo Seminario annunciato ma non tenuto, e perciò giustamente detto "inesistente". A posteriori possiamo ricostruire che era sua intenzione collegare la funzione del Nome-del-padre con lo studio della Bibbia o, per meglio dire, di relativizzare il Nome-del-padre a partire dallo studio della tradizione biblica: il primo dei Nomi-del-padre è proprio quello di Dio-Padre e dietro il padre dell'Edipo si profila Dio-Padre. Questa relativizzazione è solidale, come abbiamo già accennato, con la faglia apertasi nel grande Altro a partire dal Seminario VI. Come suggerisce Jacques-Alain Miller, un buon surrogato di quel che avrebbe potuto essere questo Seminario può essere il testo "La svista del soggetto supposto sapere", già citato, una conferenza programmata per il 14 dicembre 1967 a Napoli ma che non fu pronunciata in quanto sostituita da una improvvisazione di cui non rimane traccia. In questo testo Lacan distingue in modo preciso due discorsi su Dio, la teologia e la diologia. La prima è una teoria -il greco si addice ad accentuarne l'aspetto contemplativo- e come ogni teoria ha come correlato essenziale il soggetto supposto sapere: Dio nella teologia occupa il posto del soggetto supposto sapere. Viceversa, poiché ogni teoria ha un soggetto supposto sapere, non esiste teoria atea. La diologia, per suffragare la quale egli evoca non i padri della Chiesa ma quelli dell'anti-Chiesa, quali Mosè o Maestro Eckhart, è un discorso non sul Dio-soggetto supposto sapere ma sul Dio dell'oggetto (a). Si tratta di quella famosa distinzione fra il Dio dei filosofi e il Dio di Abramo brillantemente illuminata da Pascal. Lacan dimostra come il Nome-del-padre e l'Edipo della psicoanalisi appartengano alla tradizione della diologia.

Il Seminario XI[modifica | modifica wikitesto]

Il Seminario XI (1964) "I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi" è sicuramente uno dei più importanti oltre che dei più famosi. Lacan si proponeva esplicitamente con questo Seminario di riassumere l'esperienza dei suoi primi dieci anni di insegnamento. I quattro concetti risultano da una selezione effettuata a partire da quelli enunciati da Freud. La serie è ben nota: inconscio, ripetizione, transfert, pulsione.

Lacan non li ha selezionati per mantenerli ma piuttosto, dopo averne dimostrato la struttura comune, per superarli. Approda tuttavia a questa riduzione finale passando per due disgiunzioni sorprendenti: la prima, fra transfert e ripetizione, già delineata nel Seminario VIII e destinata ad approfondirsi; la seconda, fra ripetizione e pulsione, destinata a richiudersi.

1) La nozione di transfert ci appare carica di una notevole complessità: da una parte il transfert è motore della cura e cornice dell'interpretazione, dall'altra è un potenziale fattore di ostacolo. Nel Seminario XI il transfert è tratteggiato come un momento di chiusura dell'inconscio, riecheggiando la tesi del 1951 dell'"Intervento sul transfert": anche allora il transfert, a causa dello statuto immaginario che Lacan gli attribuiva, era definito negativamente quale inciampo del processo dialettico secondo cui si scandivano i vari passaggi della cura. Nel Seminario XI l'effetto di chiusura dipende dal rapporto che il transfert intrattiene con la realtà inconscia in quanto sessuale. Se il transfert rappresenta la chiusura, la ripetizione è invece il momento dell'apertura dell'inconscio. La ripetizione nella sua purezza è l'espressione elettiva della struttura significante in quanto struttura ripetitiva, struttura che offre il suo statuto all'inconscio. Certo, successivamente in seno a questa struttura prenderà posto il soggetto come discontinuità, cosicché sarà nel vacillamento della ripetizione che dovremo andare a ricercare l'indice del soggetto.

Inizialmente transfert e ripetizione si oppongono perché il transfert, come stagnazione libidica è immaginario, mentre la ripetizione incarna il pieno dispiegamento della catena simbolica con quelle leggi sintattiche che ne condizionano la ripetizione periodica. Tuttavia la ripetizione va anche situata in relazione all'oggetto: essa infatti, oltre alla sua valenza sintattica, appare come uno sforzo per ritrovare l'oggetto perduto. Tuttavia mentre all'inizio l'oggetto perduto è completamente annullato dalla coppia significante così che la soddisfazione che esso poteva offrire è rimpiazzata dalla medesima ripetizione significante adesso, nel Seminario XI, si stagliano due statuti distinti della ripetizione, giacché l'oggetto non è semplicemente annullato. È vero che l'oggetto rimane perduto, ma è altrettanto vero che la ripetizione continua a puntarlo e, nel puntarlo, a mancarlo. Ne deriva che questo resto dell'oggetto annullato è in qualche modo il motore stesso della ripetizione al punto che la ripetizione è in ultima analisi un automatismo che se da un lato cerca di scansare dall'altro richiama incessantemente l'incontro con quel reale iniziale del trauma, che è sempre di natura sessuale. È esattamente quel che la ripetizione è destinata a mancare che si ritroverebbe invece messo in atto nel transfert. In altre parole, la disgiunzione accurata fra transfert e ripetizione serve in realtà a metterne in un rilievo la comunanza, cioè l'oggetto (a).

2) Notiamo che nel Seminario XI al posto del concetto di godimento troviamo quello equivalente di sessuale. Infatti, se la ripetizione è la funzione simbolica che eviterebbe il cattivo incontro con la realtà sessuale, il transfert è quella che al contrario la presentificherebbe. La pulsione appare come l'articolazione della ripetizione col transfert, cioè come una ripetizione significante in grado di produrre un godimento. E infine l'inconscio può essere definito come animato da una pulsazione che scaturisce dalla sua realtà sessuale: l'inconscio diviso fra automatismo di ripetizione e presentificazione della realtà sessuale. In tal modo è evidente come i quattro concetti siano inquadrati e annodati intorno all'oggetto. È a questo punto e solo a questo punto, dopo aver dimostrato cioè la centralità dell'oggetto, che il Seminario può sfociare nello schema dell'alienazione e della separazione, quale relazione tra il soggetto dell'inconscio e l'oggetto (a).

Si può dire pertanto che questo Seminario comincia dai quattro concetti freudiani e termina nell'unico concetto lacaniano, ricavato in quanto sottostante a tutti e quattro: il concetto di oggetto (a). È assolutamente congruente con quanto finora detto il fatto che da questo momento in poi Lacan non prenderà più come tema i concetti freudiani.

"Posizione dell'inconscio" compendia gli interventi di Lacan al Congresso di Bonneval, organizzato da Henry Ey fra il 30 ottobre e il 2 novembre 1960 sul tema dell'inconscio freudiano. Su invito di Ey Lacan li riprese nel marzo 1964 per farne un testo unico destinato alla pubblicazione insieme con tutte le altre comunicazioni del Congresso.

C'è un problema che assilla Lacan dall'inizio del suo insegnamento, quello del rapporto fra significante e godimento, fra ordine simbolico e sfera pulsionale, problema che si ripresenta con maggiore urgenza soprattutto dopo aver situato il soggetto dell'inconscio come effetto del significante. Jacques-Alain Miller nel suo Seminario "Donc" ha ricostruito questo difficile cammino di articolazione, individuandovi sette tappe fondamentali. "Posizione dell'inconscio", che Lacan stesso indicava come il vero prosieguo del suo Rapporto di Roma, costituirebbe per l'appunto la sesta tappa. Ora, la questione soggiacente di Lacan, per quanto implicita, è tuttavia quanto mai precisa: come si articolano i due ordini eterocliti del linguaggio e della pulsione? Nel periodo in cui si inscrive questo testo Lacan tenta di elaborare una risposta utilizzando le due operazioni fondamentali della teoria degli insiemi, e cioè l'operazione di riunione, che consiste nel prendere contemporaneamente tutti gli elementi di due insiemi, e l'operazione di intersezione, che consiste nel prenderne solo gli elementi comuni. Non è possibile entrare nei dettagli per via della natura schematica e sommaria nella presente trattazione. Tuttavia è opportuno quanto meno mettere in rilievo il vantaggio offerto a Lacan da questa soluzione, ciò che giustifica il fatto di esservisi a lungo soffermato. Ebbene il vantaggio è esattamente la possibilità di precisare, di stabilire in che modo a un'operazione significante possa corrispondere un'operazione che riguarda il godimento: infatti riunione e intersezione sono due operazioni strettamente correlative l'una dell'altra e ciò può rispondere alla preoccupazione analoga di Lacan di dimostrare come l'istituzione del soggetto del significante possa essere correlativa del simultaneo instaurarsi di un rapporto col godimento e, più precisamente, con l'oggetto.

Nell'operazione di riunione Lacan può esprimere al meglio il suo concetto di alienazione, intesa come una scelta forzata: se si sceglie il senso (S2) si perde una parte di non-senso, per cui il soggetto dell'inconscio sarà destinato a sfuggire. Viceversa, scegliendo il non-senso (S1) si sceglie la pietrificazione. Tuttavia quello che più in generale Lacan mira a dimostrare è che ogni emergenza di senso si paga con la rimozione. Ciò differenzia nettamente la metafora di Lacan dalla metafora linguistica: in quest'ultima la correlazione di un significante con un altro nella sostituzione conduce verso una significazione; nella metafora dell'inconscio invece l'emergenza del senso si paga con una rimozione. Nell'operazione di intersezione Lacan illustra il concetto complementare di separazione. Qui egli intende mostrare come il soggetto dell'inconscio, in quanto vuoto, possa trovare un'equivalenza nella mancanza dell'Altro.

"Del Trieb di Freud e del desiderio dello psicoanalista" riassume alcuni interventi di Lacan a un Colloquio di psicoanalisi promosso dal prof. Enrico Castelli, tenutosi all'Università di Roma nel febbraio 1964.

Questo piccolo testo è strutturato per accentuare la disgiunzione fra pulsione e desiderio. Bisogna notare infatti che nel titolo vengono distinte, e quindi indirettamente contrapposte, la pulsione di Freud e il desiderio dello psicoanalista: infatti il desiderio è omogeneo all'ordine significante e al luogo dell'Altro, mentre il godimento è afferrato attraverso il concetto freudiano di das Ding, rimaneggiato nel Seminario VII. Questo testo contraddice in parte "La significazione del fallo", in cui regna una certa confusione fra pulsione e desiderio. La pulsione freudiana, che come tale è da distinguere da qualunque istinto, non è inscritta nel rapporto fra i sessi: il che vuol dire che la pulsione per soddisfarsi non passa attraverso l'Altro sesso. Per contro il desiderio vaga entro i limiti del principio di piacere, prigioniero del principio di piacere, impigliato nelle sue stesse impossibilità: il desiderio, istituito dal principio di interdizione del godimento, giace sempre dallo stesso lato della legge. Il desiderio sottomesso alla legge è il desiderio dell'Altro e appare alquanto diverso dal desiderio ribelle degli esordi del suo insegnamento. Per quanto trasgressivo possa essere il fantasma, il desiderio non oltrepassa mai un certo limite. All'opposto il godimento, quale principio di soddisfacimento della pulsione, non incontra alcuna impossibilità. Soggetto e desiderio sono divisi, soggetto e pulsione non lo sono: donde il fatto che il soggetto nella pulsione è felice, nel desiderio è mancante. Ciò fa sì che in qualche modo il desiderio subisca in questa fase una certa svalutazione, parallela alla sopravvalutazione del fantasma, istanza quest'ultima nella quale si congiungono al meglio significazione e soddisfazione. Per Lacan a questo punto si tratta di levare il fantasma come disconoscimento della pulsione, levare il fantasma su cui il desiderio si sostiene per ignorare la direzione indicatagli dalla pulsione. È il momento della fine analisi, della cosiddetta traversata del fantasma. Levata del fantasma che equivale a una messa a nudo del godimento perché il soggetto vi possa acconsentire.

"La Scienza e la verità"[modifica | modifica wikitesto]

"La Scienza e la verità", ultimo della raccolta degli Scritti altro non è che la trascrizione della lezione inaugurale del Seminario "L'oggetto della psicoanalisi", tenuto da Lacan nell'anno 1965-66 all'École normale supérieure in qualità di Chargé de conferences della VI Sezione dell'École pratique des hautes études. Prima di apparire sugli Scritti fu pubblicato -auspice Louis Althusser- sui Cahiers pour l'analyse, editi a cura del Cercle d'épistémologie dell'Ecole Normale Superieure. In accordo con l'epistemologo Alexandre Koyré, Lacan sostiene la tesi che all'origine della Scienza moderna occorre situare una certa modificazione della posizione del soggetto, occorre cioè situare la nuova posizione del soggetto cartesiano. Secondo questa visione la Scienza moderna sarebbe impensabile senza questo correlato essenziale che è il soggetto cartesiano, soggetto puntuale che emerge nel punto di giunzione tra verità e sapere: occorre infatti respingere il sapere tradizionale per approdare alla verità del cogito, per poi lanciarsi da questa base solida alla costruzione di un nuovo tipo di sapere, appunto il sapere scientifico, completamente difforme dal sapere dell'epoca pre-scientifica. Pertanto il soggetto cartesiano porta nel suo cuore una divisione tra verità e sapere, divisione intrinseca che costituisce anche la caratteristica del soggetto della psicoanalisi, come Freud ha messo bene in luce. Da qui l'altra tesi straordinaria che la psicoanalisi si colloca nel solco della Scienza moderna, e che addirittura sarebbe impensabile senza di essa.

Il passo successivo è quello di sbaragliare la distinzione fra Scienze della natura e Scienze dello spirito: al loro posto Lacan installa l'unicità del discorso scientifico, rispetto al quale la psicoanalisi si pone come un discorso effettivamente alternativo ma al tempo stesso omogeneo perché ne condivide le premesse. Ad esempio, è vero che il soggetto della psicoanalisi è lo stesso soggetto della scienza ma mentre quest'ultimo è perfettamente determinato e calcolabile, in quello della psicoanalisi c'è spazio per quell'al di là del significante, che nondimeno è parte integrante dell'istanza soggettiva. Ciò equivale a dire che nel discorso scientifico il soggetto sacrifica una parte importante della sua dimensione soggettiva, quella parte che Lacan denomina la verità in posizione di causa. Ed è esattamente a questa parte preclusa dal discorso scientifico che la psicoanalisi, nel quadro generale del discorso della scienza, è chiamata ed è in grado di far posto. Il testo nella sua parte finale elabora la famosa articolazione fra psicoanalisi, religione, magia e scienza, quattro campi differenziati in maniera strutturale in base al loro rispettivo rapporto con la verità come causa. Quel che ne risulta comunque è una presentazione inedita e originale dei rapporti fra scienza e psicoanalisi: superando la loro tradizionale contrapposizione, Lacan stabilisce la preminenza del discorso scientifico, all'interno del quale situa la psicoanalisi, per fare infine di quest'ultima addirittura un complemento ad esso indispensabile in rapporto alle esigenze della soggettività.

Chiudono gli Scritti due testi in appendice, che mi limito a citare: "Commento parlato sulla Verneinung di Freud di Jean Hyppolite" -da mettere in serie con le relative "Introduzione" e "Risposta", già menzionate- e "La metafora del soggetto" -trascrizione del giugno 1961 di un intervento tenuto da Lacan il 23 giugno 1960 in risposta a Perelman che discuteva su "L'idea di razionalità e la regola di giustizia" davanti alla Societé de philosophie.

La Scuola[modifica | modifica wikitesto]

L'"Atto di fondazione" del 21 giugno 1964 e la "Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola", pubblicato su Scilicet nº 1- la rivista dell'Ecole Freudienne fondata da Lacan, meritano una presentazione congiunta. Il primo riguarda in effetti la Scuola, il secondo propriamente lo psicoanalista della Scuola, il primo precedendo il secondo di circa tre anni. Con il primo testo Lacan si rivolgeva ai lavoratori decisi, non necessariamente agli psicoanalisti, quali candidati a entrare nella sua Scuola: quel che era importante in quel momento era l'estensione del concetto di Scuola e stabilire che la condizione per far parte di questa estensione non era l'essere analisti ma il requisito di lavoratori decisi, concetto che non si confonde con il possesso di diplomi o di titoli accademici. Questa è per Lacan la condizione sufficiente per essere membri della sua Scuola, almeno nel 1964: fondamentalmente una promessa di lavoro che si concretizza nel Cartel. Sappiamo peraltro che più tardi, nella "Nota agli italiani" del 1972, Lacan proporrà come criterio di ammissione la passe all'entrata.

Con il secondo testo, in un momento successivo, Lacan si adopera a introdurre delle differenziazioni interne alla Scuola, proponendo uno strumento originale: la passe. È qui che Lacan propone la pratica della passe come momento logico per sancire la fine di un'analisi e ne fissa la procedura. È nominato Analista della Scuola (AE) chi, sottopostosi alla procedura della passe, ha testimoniato della fine della propria analisi. Il testo è in verità molto complesso ed è lì tra l'altro che ritroviamo la celebre frase secondo cui "l'analista non si autorizza che da sé", fonte di interminabili equivoci e di pericolosi fraintendimenti che hanno fatto pensare alla Scuola di Lacan come priva di istanze di garanzia. È falso tanto più che in quelle pagine Lacan introduce anche un'altra figura, quella di analista membro della Scuola (AME), che si regge esclusivamente su una garanzia fornita dalla Scuola intorno all'affidabilità del suo operare.

Il Seminario XVII[modifica | modifica wikitesto]

Del Seminario XVII "Il rovescio della psicoanalisi" (1968-69), disponibile nell'edizione francese, è prossima la pubblicazione in italiano. È qui che troviamo la teoria dei quattro discorsi, ma non è su questa che intendo soffermarmi. Vorrei piuttosto sottolineare in che cosa questo Seminario segni una svolta nell'itinerario teorico di Lacan.

La tendenza di tutta la prima fase del suo insegnamento, sia che il simbolico venga confrontato all'immaginario o al reale, è di trascinare l'immaginario o il reale verso il simbolico, cioè di sottometterlo interamente al simbolico. L'operazione, ambiziosa nei suoi presupposti, tuttavia non riesce, incontra uno scacco in un resto non assimilabile, che si palesa soprattutto nel momento in cui il simbolico cerca di assorbire il reale. Lacan è così alle prese con un problema: come rendere conto di un godimento che non si lascia significantizzare o, per meglio dire, come rendere conto di quel che resta dopo che il simbolico ha significantizzato il reale del godimento. La promozione del simbolo Phi maiuscola, poi abbandonato in favore della nozione di oggetto (a), risponde a tale scopo. Ora, questo oggetto (a) è definito da Lacan come un elemento del reale e, per quanto non si contino le precisazioni che (a) non è un significante, lo si vede funzionare di fatto come un significante, se non altro perché sostituibile e permutabile con altri elementi propriamente significanti. Sin dal Seminario VII Lacan non ha potuto fare del godimento che un elemento del sistema, della struttura, ancorché esso stesso non significante. Più egli ha cercato di distinguere il resto dall'articolazione significante, più si è trovato involontariamente a riscontrare la comunanza di struttura fra l'oggetto e il significante, fino al punto da integrarlo nella stessa permutazione significante.

Dopo il 1964 Lacan cercherà di prendere le distanze da questa elaborazione ed esattamente il Seminario XVII è un momento importante di questo sforzo, inteso com'è a dimostrare che il resto è non solo il motivo della ripetizione ma il motivo stesso dell'articolazione significante: contemporaneamente il godimento viene situato in quello che era sempre stato il posto della verità, la verità arrivando ad essere identificata col godimento. Il significato, il desiderio e il soggetto barrato sono accomunabili per il fatto di essere degli effetti variabili in funzione del significante. L'oggetto (a) al contrario non può essere incluso in questa serie, essendo un effetto costante. Ciò lo rende particolarmente appropriato a presentificare l'inerzia del godimento e a far risaltare per contrasto la mobilità e la variabilità del significante. È anche per questo, per differenziarlo nettamente cioè da ciò che rimane dell'ordine dell'effetto, che Lacan lo designa come prodotto. Dunque l'articolazione significante genera da un lato un effetto variabile, dall'altro un prodotto costante. Orbene, questo Seminario trae le conseguenze di queste premesse asserendo che il prodotto non è solamente un prodotto ma anche una causa, una causa vera e propria che anima la ripetizione significante. La ripetizione appare così in questo Seminario come un rapporto primitivo del significante al godimento, significante che è sempre fallimentare, sempre in perdita quando si mette al servizio del godimento. Qualcosa si capovolge: il significante ha sempre avuto rapporto con qualcosa di eterogeneo, ad esempio inizialmente il significato e il desiderio come effetti, ma ora qualcosa di eterogeneo -in forza della sua costanza- diviene la causa stessa del significante.

Dal Seminario XX in poi[modifica | modifica wikitesto]

Il Seminario XX "Ancora" fu tenuto nell'anno 1972-73. In "Posizione dell'inconscio" Lacan sviluppava compiutamente l'equivalenza fra soggetto e oggetto (a). Il soggetto, colpito da una mancanza, trova la sua identità nell'Altro sotto le specie di quell'oggetto perduto, che l'Altro bensì riveste e a cui il soggetto in definitiva anela. In poche parole questa equivalenza tra il soggetto e l'oggetto (a) è ben acquisita a questa data. Viceversa, nel Seminario Ancora Lacan introduce la corrispondenza tra il grande Altro e l'oggetto (a), sicché quegli oggetti (a) che prima erano equivalenti al soggetto barrato sono ora sostituti del grande Altro. Ciò comporta che il partner del soggetto, considerato dal punto di vista del godimento, non è più l'Altro ma ciò che ad esso si sostituisce intanto che oggetto (a). C'è dunque come un prelevamento di godimento dal lato dell'Uno che si ritrova poi in questo condensatore di godimento che è l'oggetto (a).

Sicuramente Lacan si era interessato da tempo al rapporto fra la domanda e l'oggetto: ad esempio, in "Sovversione del soggetto" aveva avanzato che nel nevrotico l'oggetto fantasmatico è la domanda dell'Altro. Qui, nel Seminario XX, troviamo come l'inverso di questa formula, cioè che il vero oggetto della domanda del nevrotico è l'oggetto (a). Da ciò deriva tutta una serie di conseguenze. Innanzitutto che il godimento fallico, per quanto modello del godimento, non è tutto il godimento. In secondo luogo che il desiderio non è più tanto il desiderio dell'Altro quanto il desiderio dell'oggetto (a). In terzo luogo non c'è più una pulsione genitale, cioè non c'è più rapporto pieno con l'Altro come tale. Pertanto la vera natura del partner è l'oggetto (a), costituito della stessa perdita di godimento del soggetto e sostituto dell'Altro al livello del godimento.

Date queste premesse Lacan si interessa alla sessualità femminile, spinto dalla seguente domanda: se il vero partner al livello del godimento è l'oggetto (a) cosa può esserci con l'Altro con la A maiuscola? In effetti, ciò che lo attira nella sessualità femminile è che ivi, a dispetto di questa formula appena enunciata -che rimane assolutamente valida per l'uomo, c'è un rapporto diretto fra il godimento e il grande Altro. Dunque si può dire che questo Seminario è centrato sul godimento e sui rapporti distinti con questo godimento da parte di entrambi stessi. Mentre il godimento fallico, assunto come modello di godimento, è autistico e chiuso, il godimento femminile presenta una configurazione speciale tale che, andando al di là dello statuto fallico, svela un rapporto all'Altro nel godimento, a un Altro che non è più semplicemente il luogo della parola, ma esso stesso il godimento: donde l'espressione che il godimento femminile è radicalmente Altro.

Più tardi, nello "Stordito", dirà qualcosa che attesta una elaborazione ulteriore scrivendo due rapporti differenti al significante fallico, cioè riproponendo in una nuova versione lo schema di fondo de "La significazione del fallo", in cui mostrava convergenza e divergenza fra amore e desiderio nei due sessi.

"Radiofonia" è il testo di un'intervista radiofonica in quattro puntate del giugno 1970 rilasciata alla radio belga, poi ripresa da quella francese; "Televisione" è il testo di una trasmissione in due puntate intitolata Psychanalyse del gennaio 1974 realizzata dalla televisione francese per iniziativa di Benoit Jacquot: Lacan rispondeva con dei monologhi a delle domande poste da Jacques-Alain Miller, che non appariva sulla scena. Il primo testo si presenta con un'immagine piana ed esplicativa, il secondo con un'immagine assiomatica e turbante. Entrambi sono pubblicati in italiano da Einaudi, riuniti in un unico volumetto. Data la loro natura è difficile o forse impossibile darne una visione sintetica globale. Mi limiterò pertanto a mettere in rilievo due punti relativi a "Radiofonia".

Nel Seminario XVII -tra l'altro- si compie una sostituzione, una sostituzione importante: il godimento si installa nel posto della verità; cioè il posto tradizionale della verità, in cui avevamo visto sfilare il senso, il desiderio e il soggetto, è ora occupato dal godimento. Tutto ciò comporta una serie di conseguenze che effettivamente troviamo sviluppate in "Radiofonia": ed esattamente una riformulazione dei concetti di metafora e di metonimia congruente con la natura specifica di questa nuova dimensione, assolutamente non linguistica, ubicata nel luogo della verità. Vedendo le cose all'opposto si percepisce come il concetto stesso di godimento viene infiltrato dei tratti caratteristici, cioè delle proprietà, della verità.

Altro elemento importante è la variazione intervenuta nel concetto dei rapporti tra la morte e la cosa: pur rimanendo indiscusso l'elemento introdotto da Lacan negli anni cinquanta, e cioè che la morte è apportata dal simbolico, mentre prima questa morte -che colpisce la carne trasformandola in corpo, corpo cadaverizzato- generava l'eternità del desiderio, adesso segna la separazione dal godimento. Il corpo allora, in quanto cadaverizzato, appare come il luogo dell'Altro: non si tratta più dunque dell'Altro della chiacchiera o del discorso universale ma dell'Altro desertificato in cui sono inscritti dei geroglifici da decifrare. Così se nel Seminario XVIII "Di un discorso che non sarebbe del sembiante", inedito, le nubi -in cui gli Antichi leggevano il destino dei grandi e delle città- venivano assimilate appunto al sembiante, in "Radiofonia" le nubi vengono evocate per illustrare il godimento in quanto separato dal corpo significantizzato: dopo che il significante marca la carne, sulla terra resta questo cadavere che è il corpo dell'essere parlante, da cui si sprigionano le nubi del godimento che si condensano. Tuttavia un anno dopo Lacan utilizzerà le nubi per un altro apologo ancora, che andava in una direzione completamente differente. Le nubi sono i significanti da cui si produce uno scorrere di acque: il significante non è sulla terra con il corpo cadaverizzato ma nel cielo da dove piove a ruscello, mentre sulla terra si formano dei solchi profondi. Dalla nube del significante piove significato e godimento e sulla terra si scavano dei solchi pronti a riempirsi di significato e di godimento, mentre il solco scavato dallo scorrere delle acque è la scrittura.

"Lo stordito" è uno dei testi più complessi e difficili di Lacan. Reca la data del luglio 1972 e fu preparato per celebrare il cinquantesimo anniversario dell'ospedale Henri-Rousselle, dove molti dei suoi allievi operavano e avevano operato. Metterò in rilievo un aspetto, soltanto uno. Nella "Questione preliminare" Lacan aveva isolato i cinque pilastri che a suo giudizio costituivano l'armatura essenziale su cui si reggeva l'intera clinica freudiana. Eccoli enumerati: a) il fallo, o meglio l'equivalenza della funzione immaginaria del fallo nei due sessi; b) il complesso di castrazione, inteso come fase normativa dell'assunzione del proprio sesso da parte del soggetto; c) l'uccisione del padre, concepita come complemento necessario del complesso di Edipo -questi tre elementi, complesso di castrazione, complesso di Edipo, uccisione del padre, saranno incessantemente rimaneggiati da Lacan in una riorganizzazione volta a trovarne la logica comune fino al Seminario XVII, che proprio per questo può anche essere visto come un trattamento dell'armatura della clinica freudiana; d) l'effetto di raddoppiamento introdotto nella vita amorosa dall'istanza dell'oggetto, sempre da ritrovare in quanto unico; e) il carattere fondamentalmente dissidente della nozione di pulsione.

Ora, a quasi quindici anni di distanza da quel testo, ne "Lo Stordito" Lacan rispetto a quell'edificio ci proporrà una nuova semplificazione, riducendo a tre i cardini della clinica freudiana, dopo aver eliminato il primo e l'ultimo termine della serie precedente, chiaramente assorbiti in altri concetti accresciuti di estensione. La nuova serie dei fondamenti della clinica freudiana è: a) la castrazione; b) l'amore, che ha a che fare con l'incesto -nuova versione dell'effetto di sdoppiamento nella vita amorosa; c) la funzione del padre, precisamente l'Edipo raddoppiato dalla commedia di Totem e Tabu, la commedia del padre orango.

Il Seminario XXII "RSI" è dell'anno 1974-75. È pubblicato in parte su Ornicar? nnº 2-5 e tradotto in italiano. Diremo soltanto che questo Seminario rappresenta il crollo del binarismo lacaniano. Finora tutte le costruzioni di Lacan erano sostenute da un binarismo, che ora è sostituito da modelli ternari. Inoltre al posto dell'articolazione, che era il legame specifico istituito fra i due campi che venivano a distinguersi, interviene l'annodamento: nasce da qui la teoria del nodo borromeo. Modelli di articolazione noi ritroviamo nello schema L, costruito secondo una logica di opposizione, o nel Grafo del desiderio, costruito secondo una logica di sovrapposizione. Ma l'annodamento è effettivamente inedito. Ciò che distingue l'articolazione dall'annodamento è quanto segue. Finora Lacan aveva considerato come effetto della struttura simbolica il significato, il senso, il soggetto barrato, e come prodotto il resto di godimento. Adesso assistiamo a una inversione completa: l'effetto del simbolico diventa il godimento -sicuramente l'effetto maggiore, dato che esiste anche un altro effetto, relegato nell'immaginario e preparato da alcune teorie antecedenti, che è l'effetto di senso. Così, mentre l'effetto di senso è proprio dell'immaginario, troviamo un effetto di non-senso che è proprio del reale, il non-senso del rapporto sessuale.

Il Seminario XXIII "Il sinthomo" è dell'anno 1975-76. È pubblicato in parte su Ornicar? nnº 6-11 e tradotto in italiano. È questo il celebre Seminario dedicato a James Joyce: attraverso un'analisi innovativa e penetrante della sua opera, soprattutto di Finnegans Wake, Lacan ricostruisce la psicosi di Joyce e la funzione compensativa che per lui ha avuto la scrittura letteraria, in particolare quel tipo di scrittura originale a cui deve la sua notorietà. Sin dal Seminario III conosciamo il Nome-del-padre come un apparecchio che permette al soggetto di recuperare un certo piacere, di stemperare le tensioni, di intrattenere un rapporto più o meno corretto con il godimento, di moderare il rapporto con la lingua. Il fatto di avere un rapporto con la lingua può rendere folle l'animale umano: ebbene, il Nome-del-padre è reso necessario per arginare l'irruzione del significante, per addomesticare il godimento, per legare significato e significante.

Solo che questa sorta di rimedio universale rappresenta al tempo stesso la guarigione e la malattia: è cioè un sintomo esso stesso. Un sintomo necessario così che quando è carente occorrono delle alternative efficaci -esse stesse rimedio e malattia- le cosiddette supplenze, forme varianti di quel sintomo maggiore che è il Nome-del-padre. In Joyce la supplenza è stata esercitata dalla sua scrittura, che gli ha consentito di stabilizzarsi. Il suo autentico Nome-del-padre è stato il suo nome stesso di scrittore. La sua produzione letteraria, quale punto di capitone, gli ha consentito di liberarsi dagli echi minacciosi del significante catturandoli sulla carta: non avendo a disposizione il Nome-del-padre ha dovuto fissare nella scrittura la relazione del suono e del senso per potersi proteggere dai ritorni del significante.

Il Seminario XXIV "L'insu que sait de l'une-bévue s'aile à mourre" è dell'anno 1976-77. È pubblicato in parte su Ornicar? nnº 12-15 e tradotto in italiano. Si tratta di un Seminario molto complesso: è indicativo il celebre auspicio formulatovi da Lacan nelle prime pagine di voler andare al di là dell'inconscio.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Administrator, Jacques-Alain Miller, su www.lapsicoanalisi.it. URL consultato il 18 marzo 2018.
  2. ^ Jacques Lacan, Scritti, I, 2002ª ed., Einaudi, 1936, p. 86.
  3. ^ Con Sant'Anna si intende l'Ospedale Sant'Anna, sito nel 14° arrondissement di Parigi