Nones

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.
Nones (Nònes)
Parlato in Italia Italia
Regioni Trentino-Alto Adige Trentino-Alto Adige
Persone ~30.000
Classifica non nelle prime 100
Filogenesi Lingue indoeuropee
 Lingue italiche
  Lingue romanze
   Lingue italo-occidentali
    Lingue romanze occidentali
     Lingue gallo-iberiche
      Lingue galloromanze
       Lingue gallo-retiche
        Lingue retoromanze
         Lingua ladina

Il nones[1] (pron. nònes) o noneso o anaunico è un dialetto romanzo in uso nella Val di Non in Trentino, da cui prende il nome. Secondo alcuni linguisti, esso è una variante del ladino dolomitico. Presenta numerose varianti, a seconda del villaggio in cui viene parlato. Sotto il profilo linguistico è molto affine al solandro della adiacente bassa Val di Sole e della Val di Rabbi, tanto che Graziadio Isaia Ascoli, uno dei maggiori studiosi di linguistica ladina, qualifica entrambe le parlate come "nonese".

Le origini retiche[modifica | modifica sorgente]

Antichissime sono le tracce di insediamenti umani in Val di Non; la stessa toponomastica rivela molte radici preindoeuropee. Tuttavia l'ultimo popolo insediatosi sui due versanti delle Alpi Centrali e anche in Val di Non prima della conquista romana fu il popolo dei Reti, da cui questa parte delle Alpi prese il nome: una popolazione di origine ignota, anche se per molteplici segni essa rivela elementi di comunanza con la civiltà etrusca. Gli storici concordano sul fatto che le popolazioni retiche che abitavano la valle non furono oggetto di conquista da parte dei Romani, ma accettarono la loro egemonia almeno un secolo prima delle guerre retiche, acquisendo gradualmente lingua, ordinamenti politici, religioni e costumi del popolo dominante. Il riconoscimento della cittadinanza romana agli Anauni, che risale al 46 d.C. (Tavola Clesiana), costituisce il segno dell'avvenuto innesto, sancendo la nascita di una popolazione retoromana nell'arco alpino.

Il nones in rapporto alle lingue retoromanze[modifica | modifica sorgente]

Secondo il fondatore della dialettologia retoromanza, il linguista friulano Graziadio Isaia Ascoli, venne così a crearsi a cavallo delle Alpi centrali una estesa regione geopolitica dell'Impero Romano, in cui le popolazioni romanizzate mantenevano però un sostrato linguistico, etnico e culturale proprio della componente retica. Questa vasta area retoromanza si sgretolò con la fine dell'Impero Romano e con le invasioni barbariche; fu poi in gran parte assimilata dalle culture delle altre popolazioni, per cui solo alcune "isole" nell'arco alpino centrale mantengono ancora le caratteristiche retoromanze, che l'Ascoli chiama ladine.[senza fonte] È ancora l'Ascoli nei suoi Saggi Ladini a identificare queste aree residue, che vanno dalla Svizzera romanza ai ladini del Gruppo di Sella, a quelli che egli chiama i ladini occidentali e cioè ai nonesi e ai solandri.

Va sotto il nome di "questione ladina" un lungo dibattito (protrattasi per oltre cent'anni) circa la posizione del retoromanzo nell'ambito delle lingue sorte dal latino: dibattito dai toni anche aspri, ove talvolta la linguistica trovava supporto in forti motivazioni nazionalistiche. Di seguito si riportano le principali tappe del percorso storico che definisce la ladinità nonesa e solandra come riassunte dallo studioso Fabrizio Da Trieste, poeta noneso contemporaneo.

  • 1855 In ambito locale, Giorgio Sulzer colloca il "dialetto della Val di Non in Tirolo (Nones)" nell'elemento celto-vallico tra i dialetti consimili al Ladino della Engadina.[2]
  • 1873 Con Graziadio Isaia Ascoli di Gorizia iniziano sia la "Questione ladina" che gli studi dialettologici. Lo studioso dimostra che i dialetti retoromanzi formavano in origine una unità linguistica autonoma da collocare alla pari dello spagnolo, del francese, del romeno. Denomina tale parlata "ladino" dalla parola ladins che aveva trovato in Marebbe. Individua pure tre "anfizone" ladine di cui una comprendente le Valli di Non e di Sole qualificandone la parlata come "nonese".[3]
  • Vigilio Inama di Fondo sostiene la tesi ascoliana e parla di romanizzazione dell'antica lingua retica.[4]
  • 1917 Per Carlo Salvioni i ladini sono da collocare nel sistema gallo-padano in cui gli alpino-tridentini costituiscono il gruppo dei "dolomitici". La nuova tesi accende forti polemiche sull'italianità o meno delle parlate alpine.[5]
  • 1935 Tagliavini sviluppa ancor più lo studio dei dialetti ladini che considera strettamente connessi con l'alto italiano. Per le valli del Noce parla di varietà ladineggianti del Trentino occidentale.
  • 1938 Per reazione dei linguisti svizzeri alle tendenze nazionalistiche dei seguaci del Salvioni il retoromanzo viene riconosciuto come quarta lingua ufficiale della Confederazione Elvetica.
  • 1940 Bertoni confuta le tesi battistiane affermando che il ladino può o deve essere considerato come lingua. Anche i linguisti esteri e l'italiano Merlo si contrappongono alle tesi battistiane.[senza fonte]
  • 1953 Carlo Battisti afferma che il ladino è intimamente collegato con l'italiano settentrionale di tipo arcaico.[senza fonte]
  • 1962 G.B. Pellegrini, attraverso la toponomastica e testi antichi, individua caratteristiche ladine in aree più ampie.[senza fonte]
  • 1964 Enrico Quaresima di Tuenno edita il "Vocabolario anaunico e solandro". Evidenzia le concordanze con le altre parlate ladine, ma aggiunge qualche cosa in più: "l'anaunosolandro presenta anche spiccate caratteristiche sue proprie che lo distaccano nettamente dai dialetti ladini".[6]
  • 1965 Barbagallo ammette l'unità del ladino concepita dall'Ascoli.[senza fonte]
  • 1982 G.B. Pellegrini scrive: "Essi sono assai poco conosciuti poiché non hanno mai fatto tanto chiasso, non hanno avuto buoni maestri circa la loro ”latinità” e mancano per lo più di un adeguato appoggio politico, in Italia essenziale per qualsiasi decisione (finora esso è stato chiesto, ma sotto voce). Ben s'intende che tale osservazione è valida se “ladino“ continuasse ad essere, come pel passato, un concetto linguistico. In tal caso (... ) dovrebbero essere giudicati ”ladini” - non so ancora se come una minoranza non riconosciuta - buona parte dei Bellunesi, Cadorini, Agordini e Zoldani, ai quali potrebbero aggregarsi altri ”Ladini” ascoliani della provincia di Trento: Fiammazzi, Cembrani, Nonesi, Solandri."[senza fonte]

È perseguendo questo obiettivo che alcune associazioni culturali della valle, hanno promosso negli ultimi anni, numerosi convegni e serate sulla ladinità nonesa, al fine di sensibilizzare e informare la popolazione sulla possibilità di vedere realizzarsi il riconoscimento della propria identità con il Censimento generale delle popolazioni linguistiche tenutosi lo scorso 21 ottobre 2001. Fino ad ora, infatti, alcune norme di attuazione riconoscevano come popolazioni ladine solo quelle residenti nei sette comuni della Valle di Fassa.

Gli abitanti della Valle di Non e di Sole hanno potuto pertanto dichiararsi appartenenti al gruppo linguistico ladino. Nonostante la poca propaganda e lo scarso interesse di molte amministrazioni locali, il risultato del censimento è stato sorprendente. Più di 7500 fra nonesi e solandri si sono dichiarati infatti appartenenti al gruppo ladino.

Quello che segue è un breve elenco di citazioni di autori che hanno messo in risalto la contiguità del dialetto nones con il ladino dolomitico e con le altre lingue retoromanze:

  • Vigilio Inama (Storia delle Valli di Non e di Sole nel Trentino dalle origini fino al Secolo XVI): “Una sezione è costituita dal ladino … dei Grigioni, col versante settentrionale delle Alpi... La seconda sezione o centrale abbraccia le varietà ladine del trentino, ed è divisa a sua volta in due gruppi costituiti dai parlari delle Valli del Noce... La terza sezione, la orientale o friulana.”[7]
  • Ascoli (Saggi Ladini): “La sezione centrale della zona ladina, quale oggi ridotta, si estende pei seguenti territori: le valli del Noce e dell'Avisio, nel circolo di Trento; la valle della Gardena, nel circolo di Bolzano.”[3]
  • John W. Cole e Eric R. Wolf (La Frontiera Nascosta): "Nella misura in cui il noneso continua a essere lingua parlata in famiglia, e fornisce quindi una base per un senso di identità comune, gli abitanti romanzi (o ladini, n.d.r.) della val di Non ricordano un'altra popolazione montana del Mediterraneo".[senza fonte]
  • Giulia Maistrelli Anzilotti (I caratteri di tipo ladino nei dialetti dell'Alta Val di Non): "Nell'alto nònes sono presenti diverse voci che sono estranee allo stesso trentino (e al veneto come al lombardo) e che si trovano invece nelle parlate ladine".[8]
  • Ilaria De Biasi (Analisi linguistica del dialetto anaunico sulla base di testi): "Il ladino che dopo le compressioni dal Nord ad opera del tedesco e a sud dell'italiano si parla ancora oggi nell'Italia settentrionale, è diviso in tre gruppi: … il ladino centrale… con le Valli del Noce (Non e Sole)".[9]

Caratteristiche del dialetto nones[modifica | modifica sorgente]

  • Palatalizzazione della c e della g davanti alla a, come ciaval (ital. cavallo, vedi francese cheval); giat (gatto) ecc. In alcuni villaggi della Valle di Non, nella bassa Valle di Sole e Rabbi la palatizzazione è parziale come avviene nel Friulano (es: cjaval, gjat).
  • 2a persona del verbo con -s (ti ciantes = tu canti)
  • Mantenimento dei gruppi di consonanti PL, BL, FL, CL, GL (p.e. plàser - ital. piacere, flà - fiato, blanć - bianco, glêsia - chiesa, clamar- chiamare)
  • Perdita delle vocali finali non accentate -o e -e (man - mano, braz - braccio) al termine delle parole.
  • Presenza del dittongo "uê" es. fuêr (fuori), cuêr (cuore), ancuêi (oggi), scuêla (scuola). Questa caratteristica è particolarmente viva soprattutto nell'alta valle e a Vervò. Nei paesi Coredo-Tavon-Smarano-Sfruz troviamo il dittongo "uò" (fuòr, cuòr, ancuòi, scuòla). Nel resto della valle abbiamo "ô" aperta /ɔ/ o chiusa /o/ (fôr, côr, ancôi, scôla), che diviene /ø/ oppure /œ/ nella zona Solandra.
  • Trasformazione di -al- latina in -au- . Es: altus (Lat) > AUT (Nones), con "alto" in Italiano; calidus (lat) > CIAUT (nones) con "caldo" in Italiano, alter (lat) > AUTER (nones), con "altro" in Italiano
  • Diverse particolarità della sintassi e del vocabolario estranee sia alla lingua italiana, che ai dialetti lombardi e trentini. Esse sono state trasmesse nel nones da lingue preromane (retiche) e dal tedesco.

Tabella di comparazione del Nones con alcune lingue neolatine[modifica | modifica sorgente]

latino nones trentino friulano occidentale francese italiano spagnolo occitano catalano portoghese romeno sardo còrso veneto
clave(m) clao/clau ciave clâf clef chiave llave clau clau chave cheie crae/crai chjave ciave
nocte(m) not not gnot nuit notte noche nuèit/nuèch nit noite noapte note/noti notte/notti note
cantare cjantar cantar cjantâ chanter cantare cantar cantar cantar cantar cânta cantare/cantai cantà cantar
capra(m) cjaura caura cjavra chèvre capra cabra cabra cabra cabra capra cabra capra cavra
lingua(m) lenga (léinga) lengua lenga langue lingua lengua lenga' llengua língua limbă limba/lingua lingua lengoa
platea(m) plaz piaza plaza place piazza plaza plaça plaça praça piaţă pratha/pratza piazza piasa
ponte(m) pònt pònt puint pont ponte puente pònt pont ponte pod' ponte/ponti ponte ponte
ecclesia(m) glesia ciesa glesia église chiesa iglesia glèisa església igreja biserică creia/cresia ghjesgia cexa
hospitale(m) ospedal ospedal ospedâl hôpital ospedale hospital espital hospital hospital spital ispidale/spidali spedale/uspidali ospedal
caseu(m)
lat.volg.formaticu(m)
formai formai formadi fromage formaggio/cacio queso formatge formatge queijo brânză casu casgiu formajo

Numeri in nones[modifica | modifica sorgente]

  • 1: un
  • 2: doi
  • 3: trei
  • 4: cater
  • 5: zinć (cinć)
  • 6: sièi (sei)
  • 7: sèt
  • 8: òt
  • 9: nueu (nuou / nou / nof / néo)
  • 10: diês (dés)
  • 11: undes
  • 12: dódes
  • 13: trédes
  • 14: catòrdes
  • 15: chindes
  • 16: sédes
  • 17: desesèt
  • 18: desdòt
  • 19: desnueu (desnuou / desnòu / desnof / desnéo)
  • 20: vinti

Giorni della settimana in nones[modifica | modifica sorgente]

Dì de la senmana en Nònes

  • Lunedì: luni
  • Martedì: marti
  • Mercoledì: mèrcol
  • Giovedì: zuebia (zuòbia / giuebia / giobia / zóbia / zòbia)
  • Venerdì: vènder
  • Sabato: sabo
  • Domenica: doméngja (doméngia)

Mesi dell'anno in nones[modifica | modifica sorgente]

Mesi da l'an en nones

  • Gennaio: Zenar (Genar)
  • Febbraio: Feorar (Feurar)
  • Marzo: Marz
  • Aprile: Aoril (Auril)
  • Maggio: Mać (Maz)
  • Giugno: Zugn (Giugn)
  • Luglio: Lui
  • Agosto: Agost
  • Settembre: Setèmber
  • Ottobre: Otóber
  • Novembre: Novèmber
  • Dicembre: Dizèmber (Dezember)

Esempio: En lode de la lénga nònesa / In lode della lingua nonesa (tratta da "Poesie ladino-nonese" di Sergio de Carneri)[modifica | modifica sorgente]

La va via plana la parola nònesa,

la cjamina col pass de l aradór

ch'el tègn ben drit el sólć e no l s'encjanta

né mplànta el plòu en mèz ala vanégia.

La muda sòn de cà e de là de l'aca

ntel Mezalón, n la Media e Bassa Val,

'tra paesi persin nt'la stessa plagja,

ma stamp e cóndem resta sèmper chéi.

La lénga nònesa l'é n parlar frasà,

de tiritere e de bezgolamenti

no' la gje n'sènt e nancja en ciantilène

come i le usa da autre mande en do

canche i se parla mpar ch'i ntòna i Salmi.

Le parole le é curte e concentrade

e pù le é curte pù le sona ben,

ma pò ogni una la gjâ l so perché.

Enzì, sonora e spiza, la cór ladina

con en bel costrut, come en bon formai

su 'nt una spiatada de pasta. Però

l'è tant polita

ancja perché con el tamìs dei sècoi

s'é separà la pula dal formént.

Zènto generazion de nònesi i

à suclà l nònes en un col lat matèrn,

zènto generazión de spóse gióne

ninànt le crìe ntel brać o su le gjàide

le gj' nonesava co' parole tèndre

che canch' le séntes le cjaréza el côr.

Zènto generazión de nòne e nòni

i à contà nonesànt tute che storie

de prinzipesse, prìnzipi e ncjantésmi

e de romiti cjavalcjant su l órs

entant che i òcli dele crìe sgranadi

plan plan passava da la faula al sòn.

Canti che i vio o che i mantègn raìs

ntrà Cjavedać e i passi col Sudtiròl

entrà i planòri de la Revèna e le

gole davèrte envèrs el côr del Brenta,

i déo rènderte onor, favèla nònesa,

testimoni vivànt de la nòssa storia.

Ti às tegnù a un i genitori e i fiôi

nte na cjadéna de doimili ani,

ti às salvà i nomi, le regole, i valori

el nòs parlar e tut le tradizion perché

la stirpe nònesa la se desferènzia

da tut le autre che à butà l Trentin.

L è grazie a ti se la cossiènza fonda

de cji despéra su pontare érte

parla la vós de chéi che gjèra prima

e la gjé mét davanti come n spègjel

i patimenti e la vertù dei vècli.

Fintànt che parleràs dal laver de la gènt

podrén ben star seguri ch'ancja la Val

la tègn e che i so zènto paesi e pù

strucjadi ntórn a cjampanii ben spizi

ntra l vért entat de pradi e de pomari

postadi al sol e co' la frónt ben auta

segjiterà a smirar la tèra nònesa.

Incede piana la parola nonesa

cammina con il passo di chi ara

che tien ben dritto il solco e non si svia

né abbandona l'aratro in mezzo al campo.

Cambia pronuncia da una sponda all'altra

nel Mezalòn, in media e in bassa valle,

nei paesi perfino confinanti,

ma impronta e ritmo restan sempre quelli.

La lingua nonesa è un parlar conciso,

rifugge da lungaggini e balbuzie

e pur da certe cantilene insulse

che sono usate da altre parti dove

la gente parla e sembra intoni i salmi.

Le parole sono corte e spesso contratte

ma più son corte e più sono armoniose,

e ognuna ha un proprio senso nel discorso.

Così armoniosa e arguta procede piana

con un bel costrutto. Ed è tanto polita

anche perché, sotto il vaglio dei secoli,

la pula si è divisa dal frumento.

Cento generazion di nonesi han succhiato

assieme al latte la lor lingua materna,,

cento generazion di spose giovani

cullando i figli in braccio o sui ginocchi

gli nonesavan con parole dolci

che nell'udirle intenerisce il cuore.

Cento generazion di nonne e nonni

han raccontato nonesando storie

di principesse, principi incantesimi

e di romiti assisi in groppa agli orsi

infin che gli occhi dei piccoli sgranati

non reclinavan dalla fiaba al sonno.

Quanti oggi vivon o tengon radici

fra Cavedago e i Passi con il Sudtirolo

fra i pascoli di altura del Roèn,

e le gole protese sul profondo Brenta,

rendano onore a te favela nonesa,

testimone vivente della nostra storia.

Tu hai sempre unito genitori e figli

in un percorso di duemila anni,

tu hai preservato i nomi, le regole, i valori

la nostra lingua ed ogni tradizion per cui

la gente nonesa tanto si distingue

da tutte l'altre che il Trentino nutre.

È grazie a te se alla coscienza fonda

di chi dispera su salite erte,

parla la voce dei predecessori

che gli metton davanti come specchio

i patimenti e le virtù dei padri.

Finché tu parlerai dal labbro della gente

potrem ben star sicuri che la valle

resisterà e che i suoi cento paesi e più

serrati attorno a campanili aguzzi,

nel verde intatto di meleti e prati,

saldi nel suolo e con la fronte al sole

rimireranno ancor la terra nonesa.

La volpe e il corvo: esempio nelle diverse varianti ladine[modifica | modifica sorgente]

Ladin dla Val Badia (Badiot)
La olp ê indô n iade afamada. Te zël vëighera n corf che tignî n tòch de ciajó te so bech. "Chël me savess bun", s’àra ponsè, y à cherdè le corf: "Tan bel che t’es! Sce to ciantè é tan bel co to ciarè fora, spo este dessigü tö le plü bel vicel de düc."
Ladin de Gherdëina (Gherdëina)
La bolp fova inò n iede arfameda. Te ciel vëijela n corf che tën n tòch de ciajuel te si bech. "Chël me savëssa bon", se ala mpensà y à cherdà l corf: "Ce bel che te ies! Sce te ciantes tan bel coche te cëles ora, pona ies dessegur tu l plu bel ucel de duc."
Ladin de Fascia (Fascian)
La bolp era endò famèda. Te ciel la veit n corf con n toch de formai tel bech. "Chel, vé, me saessa bon", la se peissa e la ge disc al corf: "Che bel che t’es! Se tie ciantèr l'é scì bel che tia parbuda dapò t’es de segur tu l più bel anter duc i ucìe."
Ladin Nones (Nones - Soratòu)
La bólp l'era amò famada. 'Nte zél la vet en grol con en toć en formai ntel beć. "Chel iu, vè, el me saverues bon", la se 'mpensa 'ntra de ela, e la gi dis al grol: „Che bel che es! Se 'l to ciantar el fus bel come che vardes fuera, de sigur es el pu bel de tut i auzièi!"
Ladin Nones (Nones - Media Anaunia, Tuenno)
La bolp la era amò famada. Nte l cél la vet en gròl con en tòç en formai nte l bèç. "Chel io, veh, el me savrôs bon", la se mpensa entra de ela, e la ge dis al gròl: “Che bel che ses! Se l to ciantar l é nzì bel come che vardes fôra, de segur ses el pu bel de tuti i aucèi!"
Landin Nones (Nones - Val di Non Settentrionale [Brez, Cloz (dialèt de sòra), Tregiovo])
La bolp l'era amò famada. En tal ziél la ve en grol con en toć(et) de formai en tal beć. "Chel iu, vè, el me saruès bon", la se a empensada, e la ge dis al grol: "Che bel che es! Se el to ciantàr l'è enzì bel come che vardes fuera (come che empàres), de segur es el pu bel de tut i auzièi!"
Ladin Àut Solandro (Solandro - Solander)
La bolp l'èra amò famada. Ntel ciel la vet en còrf con 'n toc de fromai (stavél) 'ntél bèch. "Quèl if, vè, el me savrós bòn", la pensà entrà de ela, e la ghe dis al còrf: "Che bèl che ses! Se 'l tó cantar l'é ausì bèl come che vardes for, de segur ses 'l pù bèl de tuti i auciéi!"
Ladin et Rabi
La bolp la erå amò famadå. Ntal cel la ve n corf con n toch et formai ntal (ntel) bech. "Quel if vè, l m saverò (savorò) bòn", la s'mpenså 'ntrà de elå e la ji dis al corf:"Che bel chje es! Se l to chjantar l fûs si bel come chje vardes fôr del sejûr sorosti l pû bel et tût i aucjei!"
Ladin de Fodom (Fodom)
La volp l'eva ndavò afamada. Nte zela la veiga n còrf che l se tegniva n tòch de formai ntel bech. "Chël l me savëssa ben bon", la s'à pensé ntra de dëla, e l'à clamé l còrf: "Cotánt bel che t'es! Se tuo cianté l é bel coche ti te ciale fòra, nlouta t'es segur ti l plu bel de duc cánc i uciei!"
Ladin d’Ampez (Ampezan)
Ra volpe r’èa danoo infamentada. Ete zeila ra vede un cròo, che ‘l aéa inze ‘l bèco un tòco de forméi. "Chel sì che el me piajaràe", ra s’à pensà ra volpe, e r’à ciamà el croo: "Cé un bel che te sos! Se te ciantes polito cemodo che te se vede, de seguro te sos el pì bel de dute i uziéi!"

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  2. ^ Sulzer Giuseppe Giorgio, Dell'origine e della natura dei dialetti romanici a confronto coi dialetti esistenti nel Tirolo (Trento, 1855). In-8, pp. 321, tavv. 10 f.t., br.
  3. ^ a b Ascoli Graziadio Isaia, Saggi ladini, Archivio Glottologico Italiano, I, 1873.
  4. ^ Virgilio Inama, Storia delle Valli di Non e di Sole nel Trentino – Dalle Origini fino al secolo XVI, La Grafica Anastatica, Mori, 1984
  5. ^ Carlo Salvioni, Ladinia e Italia, 1938
  6. ^ Enrico Quaresima, Vocabolario anaunico e solandro, Firenze, Leo S. Olschki, 1964 (rist. 1991). ISBN 8822207548
  7. ^ STORIA DELLE VALLI DI NON E DI SOLE NEL TRENTINO – Dalle Origini fino al secolo XVI di Vigilio Inama La Grafica Anastatica Mori 1984
  8. ^ Giulia Mastrelli Anzilotti, "I caratteri di tipo ladino nei dialetti dell'Alta Val di Non", in Ladinia et Romania, Festschrift für Guntram A. Plangg zum 65. Geburtstag, XXI (1997), pp. 491-501
  9. ^ Ilaria Di Biasi, Grammatica Noneso-Ladina, Trento: Regione Autonoma Trentino-Alto Adige, 2006.
  10. ^ Fabrizio Bartaletti, Geografia e cultura delle Alpi, Milano,FrancoAngeli, 2004.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]