Mariegola di Collio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Le miniature ai fogli 1v e 2r, attribuite all'ambito di Floriano Ferramola.

La mariegola di Collio è un codice miniato realizzato nel 1523 con testi e miniature di varie epoche, conservato nel Museo diocesano di Brescia.

Nato per contenere lo statuto della Confraternita dei santi Antonio Abate, Faustino e Giovita attiva a Collio, spicca particolarmente per le miniature delle prime due pagine, realizzate da un artista nell'ambito di Floriano Ferramola.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il codice è datato 25 marzo 1523 e viene eseguito su commissione della Confraternita dei santi Antonio Abate, Faustino e Giovita attiva nella chiesa di Sant'Antonio Abate a Memmo, frazione di Collio[1].

Il codice, propriamente una mariegola, cioè un testo contenente lo statuto della confraternita, assolve alla sua funzione per tutti i secoli successivi fino alla prima metà del Novecento, quando cessa di essere utilizzato e viene trasferito nella Biblioteca Queriniana di Brescia, dove rimane fino agli anni '70[1].

Dalla fine del secolo si trova esposto presso il Museo diocesano cittadino, nella sezione riservata ai codici miniati.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di un manoscritto membranaceo di pergamena di media qualità, misurante 28,4×19,6 cm, suddiviso in questo modo[1]:

  • Fogli 1r-8r: miniature e testo dal 25 marzo 1523. Vi è redatto l'originale statuto della confraternita;
  • Fogli 8v-50v: testi di varie epoche dall'11 marzo 1580 al 1949, con molti fogli bianchi. Vi si trovano altri documenti manoscritti relativi alla vita devozionale della comunità.

Ogni foglio è suddiviso in 32 linee e presenta una numerazione tarda nell'angolo superiore destro. I fogli più antichi sono redatti in scrittura gotica libraria italiana, con presenza di varie mani, mentre i successivi sono in scrittura corsiva umanistica. L'inchiostro utilizzato è sempre il nero, ma i titoli e le rubriche sono in rosso[1].

Il codice presenta due grandi miniature nelle prime pagine, ognuna suddivisa in due riquadri, uno maggiore al centro e uno minore alla base, contornati da una spessa cornice decorata a candelabre con altri ornamenti ai quattro angoli: il foglio 1v è decorato da una Crocifissione al centro e da una Orazione dei santi Sebastiano e Cristoforo in basso, mentre ai quattro angoli vi sono i simboli degli Evangelisti, mentre il foglio 2r presenta i Santi Antonio Abate, Faustino e Giovita al centro, le Tentazioni di sant'Antonio in basso e i Padri della chiesa agli angoli. Il resto dell'ornamentazione del codice, invece, riguarda principalmente iniziali e capilettera[1].

La legatura è originale cinquecentesca, in legno ricoperto di pelle, con motivi romboidali e floreali impressi a secco. La carta di guardia presenta la vecchia segnatura "K*.III.21.w", apposta durante la permanenza del codice nella Biblioteca Queriniana[1].

Stile[modifica | modifica wikitesto]

Gaetano Panazza, in due successivi studi del 1964 e del 1979, affronta per primo l'analisi tecnica e artistica delle miniature del volume: lo studioso vede, nella prima iniziale A miniata, la vicinanza decorativa, definita da "un gusto quasi ancora romanico, ad alcuni corali di San Giuseppe in Brescia"[2], in riferimento ai codici miniati del monastero di San Giuseppe, oggi anch'essi al Museo diocesano[3].

Il parere è stato accolto dalla critica successiva, che trova affinità tra la cromia oro-vermiglio dell'iniziale miniata, abbinata all'uso minuzioso degli inchiostri rosso e azzurro, e alcuni esempi di ornamentazione di manoscritti coevi di ambito locale, in particolare alcuni codici di San Giuseppe databili tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo[4].

A proposito delle due grandi miniature, il Panazza sottolinea gli elementi decorativi e figurativi ricollegabili a esperienze coeve della pittura monumentale bresciana del periodo, soprattutto all'ambito di Floriano Ferramola, ma con influssi anche del linguaggio del Romanino e di quello nordico[4][3]. Il Panazza cita, come esempi più vicini alle candelabre della cornice, quelle utilizzate dal Ferramola negli affreschi dell'aula superiore della chiesa di Santa Maria in Solario, mentre i profili caricaturali delle Tentazioni di sant'Antonio ricordano quelli dei soldati nella Visione di san Paolo nella stessa chiesa[3][2].

Evidenti affinità cromatiche e compositive sono inoltre riscontrabili tra la Crocifissione miniata e i vari affreschi di stesso soggetto del Ferramola, in particolare quello sulla parete di fondo della cappella della Vergine nella chiesa di San Salvatore a Brescia. L'attribuzione proprio al Ferramola delle miniature, però, è da escludere[4].

La mariegola, quindi, si presenta come un'importante testimonianza delle profonde interazioni tra pittura e miniatura locali tra il XV e il XVI secolo, nonché uno dei più pregevoli esempi della produzione decorativa bresciana nel campo della miniatura ormai tarda[4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f Bonfadini, p. 110
  2. ^ a b Panazza 1979, p. 41-44
  3. ^ a b c Panazza 1964, p. 690
  4. ^ a b c d Bonfadini, p. 111

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Paola Bonfadini, Mariegola della Confraternita dei santi Antonio Abate, Faustino e Giovita in AA.VV., Nel lume del Rinascimento, catalogo della mostra, Edizioni Museo diocesano di Brescia, Brescia 1997
  • Gaetano Panazza, Le arti applicate connesse alla pittura del Rinascimento in Storia di Brescia, vol. III, Treccani, Brescia 1964
  • Gaetano Panazza, La confraternita dei santi Antonio Abate, Faustino e Giovita a Memmo di Collio, Gardone Val Trompia, 1979