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Lavoro di cura

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Una domestica tiene in braccio un bambino piccolo mentre la madre, vestita alla moda, gli tocca il viso mentre esce. Incisione su legno di J. Thompson, 1840, da D. Wilkie.
Una domestica tiene in braccio un bambino piccolo mentre la madre, vestita alla moda, gli tocca il viso mentre esce. Incisione su legno di J. Thompson, 1840, da D. Wilkie.

Il lavoro di cura include le pratiche di lavoro domestico non formale svolte a favore di soggetti non autosufficienti, come bambini, anziani e disabili[1][2]. Questo particolare tipo di lavoro comprende una serie di attività che spesso non vengono riconosciute socialmente né economicamente (per questo viene anche considerato un "lavoro invisibile") e che hanno luogo nell'ambito delle relazioni familiari. Il concetto di lavoro di cura si sovrappone parzialmente con quello di lavoro riproduttivo, termine usato in sociologia, demografia ed economia per indicare un insieme di pratiche necessarie alla riproduzione della società umana.

Lavoro di cura come lavoro riproduttivo

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In sociologia, il lavoro riproduttivo comprende una vasta gamma di significati che vanno dal lavoro domestico, necessario per la cura degli spazi abitativi, alla riproduzione della specie attraverso processi come la gravidanza, il parto e l'allattamento, l'accudimento e l'educazione dei figli, e anche le relazioni di cura, cioè le interazioni di supporto verso altri esseri umani, sia in forma materiale che psicologica (emotività, affetto e sessualità).[3][4]

La cura degli ammalati, da 'L'Abbaye De Port-Royal', circa 1710
Un'assistenza efficace ai malati consente alle persone di rimanere produttive e di continuare a contribuire alla società (Nell'immagine La cura degli ammalati, da 'L'Abbaye De Port-Royal', circa 1710).

Il lavoro di cura è utile per il benessere individuale e collettivo e rappresenta una componente centrale dello sviluppo sociale ed economico. Senza adeguate forme di cura, attenzione e nutrimento, i bambini possono incontrare maggiori difficoltà nel raggiungere un pieno sviluppo delle proprie capacità e, in età adulta, nel mantenere o accrescere il proprio benessere e la propria produttività. La cura dell'infanzia, quando è attenta e partecipata, sia all'interno della famiglia sia attraverso i servizi pubblici o privati, contribuisce in modo significativo alla crescita di bambini sani, autonomi e capaci di partecipare pienamente alla vita sociale ed economica. Analogamente, un'assistenza adeguata alle persone malate o fragili può favorirne il recupero, preservarne l'autonomia e, quando possibile, consentire loro di mantenere la propria partecipazione alla vita lavorativa e sociale. Il lavoro di cura è quindi strettamente connesso al funzionamento della società e al suo sviluppo economico. Investire nella cura significa investire nelle persone: individui che ricevono un'adeguata assistenza e sostegno sono maggiormente in grado di sviluppare le proprie capacità e di contribuire alla costruzione e all'accrescimento del capitale umano e sociale. In questa prospettiva, la cura non costituisce soltanto un'attività necessaria al benessere delle persone, ma rappresenta anche un elemento fondamentale per la prosperità e la sostenibilità della società nel suo complesso[5][6].

Nel XV secolo, i monaci francescani si prendevano cura dei malati di peste. Miniatura tratta dal manoscritto quattrocentesco La Franceschina (circa 1474).
Nel XV secolo, i monaci francescani si prendevano cura dei malati di peste. Miniatura tratta dal manoscritto quattrocentesco La Franceschina (circa 1474).

Prendersi cura degli altri comporta spesso costi significativi, sia in termini di tempo e risorse sia, più in generale, di opportunità. Il lavoro di cura è infatti associato a una cosiddetta "penalità di cura", poiché le attività di assistenza e accudimento, pur essendo essenziali per il benessere individuale e collettivo, sono frequentemente non remunerate o insufficientemente riconosciute sul piano economico. Alcuni studi hanno inoltre suggerito che la capacità di prendersi cura degli altri sia strettamente legata alla possibilità stessa di garantire la continuità della vita e delle generazioni. Gli individui, infatti, necessitano a loro volta di cure e assistenza durante le prime fasi della vita per poter raggiungere l'età e le condizioni necessarie a diventare, a loro volta, soggetti capaci di prendersi cura degli altri. La cura si configura quindi come un processo intergenerazionale e circolare, nel quale chi riceve cura può, nel corso della propria vita, diventare colui o colei che la offre[7][8].

Sebbene una concezione tradizionale dell'economia consideri il nucleo familiare principalmente come un soggetto che distribuisce la ricchezza anziché crearla, è stato sottolineato come il settore delle famiglie svolga in realtà un ruolo fondamentale nella sua produzione. A differenza di quella generata dal settore delle imprese, la ricchezza prodotta all'interno delle famiglie non assume prevalentemente una forma finanziaria e deriva, in larga misura, da attività non remunerate. Si tratta, in particolare, di una forma di ricchezza sociale e relazionale, alla cui produzione contribuisce in modo significativo il lavoro di cura. L'educazione e l'accudimento forniti dai genitori, ad esempio, favoriscono lo sviluppo delle capacità cognitive, relazionali e sociali dei figli, accrescendone la possibilità di partecipare pienamente alla società nel corso della vita. Gli individui che beneficiano di adeguate forme di cura e sostegno tendono, infatti, a essere maggiormente in grado di sviluppare le proprie competenze e di ottenere risultati positivi nei contesti educativi e sociali. Tali capacità possono successivamente tradursi in una maggiore partecipazione economica, nella produzione di ricchezza finanziaria e nel rafforzamento del capitale sociale. In questa prospettiva, il lavoro di cura non rappresenta un'attività marginale rispetto ai processi economici, ma una delle condizioni che ne rendono possibile il funzionamento. Come sostiene Sabine O'Hara[9] (economista presso la University of the District of Columbia), "tutto ha bisogno di cure": la cura costituisce quindi una dimensione fondamentale dell'attività economica e, più in generale, la base su cui può svilupparsi e funzionare un'economia di mercato[6][10].

Famiglia e comunità

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Un valletto in India, c. 1870
Un valletto in India, c. 1870

Prima della rivoluzione industriale, il lavoro di cura (comprendente, tra le altre attività, la gestione della casa, l'accudimento e l'educazione dei figli) era svolto prevalentemente all'interno della famiglia e, in molti contesti, con il contributo della comunità di appartenenza. La sfera domestica non era concepita come nettamente separata dalle attività economiche e dagli scambi quotidiani, come sarebbe avvenuto progressivamente con la modernizzazione economica. La distinzione tra attività produttive e riproduttive, così come quella tra sfera familiare e sfera di mercato, era infatti meno definita rispetto a quella affermatasi con l'industrializzazione e con la crescente separazione tra luogo di produzione e luogo di vita familiare.

Effetti dell'industrializzazione

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Mary Cassatt, Nurse Reading to a Little Girl, 1895
Mary Cassatt, Nurse Reading to a Little Girl, 1895

Con l'avvento dell'industrializzazione, la separazione tra la sfera domestica e quella produttiva divenne progressivamente più marcata. Gli uomini si allontanarono sempre più dall'ambiente domestico per lavorare nelle fabbriche e in altre attività esterne alla casa, mentre alle donne venne attribuito principalmente il ruolo di responsabili dell'accudimento dei figli e del lavoro domestico, sulla base dell'idea che fossero naturalmente più predisposte alla cura. Questa divisione dei ruoli contribuì all'affermazione, nella società statunitense, del modello familiare caratterizzato dal padre come principale percettore di reddito, dalla madre dedita al lavoro domestico e alla cura dei figli e dalla presenza dei figli all'interno del nucleo familiare. Tuttavia, tale modello non rappresentava l'esperienza di tutte le famiglie e deve essere interpretato anche alla luce delle differenze razziali e socioeconomiche. A differenza delle donne bianche appartenenti ai gruppi sociali per i quali si consolidò il modello della donna prevalentemente dedita alla casa, le donne nere erano più frequentemente impegnate nel lavoro retribuito anche al di fuori dell'ambiente domestico. Nel 1880, quasi l'80% delle donne nere non sposate risultava occupato al di fuori della casa, rispetto al 23,8% delle donne bianche non sposate. Inoltre, mentre tra le donne bianche la partecipazione alla forza lavoro diminuiva significativamente dopo il matrimonio, per le donne nere essa rimaneva relativamente stabile. Di conseguenza, all'interno di molte famiglie nere, sia gli uomini sia le donne contribuivano al reddito familiare. La divisione del lavoro tra produzione e cura che si affermò con l'industrializzazione, pertanto, non fu un processo uniforme, ma risentì profondamente delle condizioni economiche, della razza e della posizione sociale delle famiglie. Il modello del "breadwinner" maschile e della donna casalinga rappresentò soprattutto un ideale sociale, la cui applicazione concreta variò considerevolmente tra diversi gruppi della popolazione[11].

Philip Richard Morris (1836-1902) - The Breadwinner
Philip Richard Morris (1836-1902) - The Breadwinner

Il lavoro domestico divenne progressivamente una componente importante di una forza lavoro stabile e, con l'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, le donne nere furono sempre più impiegate come lavoratrici domestiche. La storia del lavoro domestico negli Stati Uniti è quindi profondamente intrecciata alle dinamiche di genere, razza, cittadinanza e classe sociale. Sebbene il lavoro domestico fosse, in molti casi, un'attività retribuita, per lungo tempo non venne pienamente riconosciuto come lavoro né sul piano giuridico né sul piano sociale. Il suo svolgimento all'interno della sfera privata e la sua associazione prevalentemente con il ruolo femminile contribuirono a renderne invisibile il valore economico. Le attività di cura, pulizia, accudimento e gestione della casa venivano infatti spesso rappresentate come espressione di una naturale disposizione femminile, come un "atto d'amore" o come attività dotate di una gratificazione intrinseca, piuttosto che come una forma di lavoro che produce valore e merita un adeguato riconoscimento e compenso. Questa concezione contribuì a mantenere il lavoro domestico ai margini della definizione tradizionale di attività economica, nonostante il suo ruolo essenziale nel garantire il funzionamento quotidiano delle famiglie e, più ampiamente, della società e del mercato del lavoro[12].

Questa concezione del lavoro domestico contribuì a giustificare la sua limitata tutela sul piano giuridico. Un esempio significativo è rappresentato dall'esclusione delle lavoratrici domestiche dal National Labor Relations Act, che garantisce ai lavoratori il diritto di organizzarsi e di formare sindacati. Analogamente, le lavoratrici domestiche conviventi, come tate e governanti, sono state a lungo escluse dalle principali tutele previste dalla legislazione sul lavoro, tra cui quelle relative al pagamento degli straordinari ai sensi del Fair Labor Standards Act[13]. La marginalizzazione del lavoro domestico era legata anche alla concezione dei ruoli di genere prevalente all'epoca. Che le donne svolgessero un'attività lavorativa retribuita al di fuori della casa oppure si dedicassero prevalentemente alla gestione domestica e alla cura della famiglia, i loro contributi tendevano a essere considerati parte dei loro "doveri naturali" piuttosto che come una forma di lavoro produttivo. Di conseguenza, il lavoro svolto dalle donne, sia all'interno sia all'esterno della sfera domestica, rimase a lungo scarsamente riconosciuto e in larga misura invisibile sul piano economico e sociale[6].

Una domestica che stira un centrino di pizzo con un ferro da stiro, 1908.
Una domestica che stira un centrino di pizzo con un ferro da stiro, 1908.
Alonzo Fields (1900-1994), maggiordomo della Casa Bianca per 21 anni, al servizio dei presidenti Hoover, Roosevelt, Truman ed Eisenhower.
Alonzo Fields (1900-1994), maggiordomo della Casa Bianca per 21 anni, al servizio dei presidenti Hoover, Roosevelt, Truman ed Eisenhower.

Il lavoro svolto all'interno della casa può avere un elevato costo di sostituzione, poiché affidare a terzi le attività domestiche e di cura può risultare economicamente molto oneroso. Per molte famiglie, pertanto, è più conveniente sostituire il costo monetario di tali servizi con il proprio tempo e il proprio lavoro. Nonostante il valore economico di queste attività, il lavoro domestico e di cura non retribuito rimane in gran parte escluso dalle tradizionali misure della produttività e della produzione economica. La distinzione tra lavoro di cura retribuito e non retribuito evidenzia questa contraddizione. Quando le medesime attività vengono svolte da un lavoratore remunerato, esse sono riconosciute come occupazione e contribuiscono formalmente all'attività economica. Quando, invece, vengono svolte gratuitamente dai membri della famiglia, il loro valore produttivo non viene generalmente registrato nelle principali statistiche economiche e può non essere considerato ai fini della determinazione dello status occupazionale. Di conseguenza, una parte significativa del lavoro necessario al funzionamento quotidiano delle famiglie e alla riproduzione della forza lavoro rimane invisibile nei tradizionali indicatori economici[7].

Rispetto all'inizio del Novecento, la partecipazione delle donne alla forza lavoro è aumentata significativamente, anche attraverso forme di occupazione a tempo parziale, e il tradizionale "culto della domesticità", che nel XIX e XX secolo associava fortemente l'identità femminile alla sfera domestica, è oggi considerato da molti superato. Tuttavia, la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro non ha comportato il completo superamento della tradizionale divisione di genere del lavoro. Le donne continuano infatti a essere sovrarappresentate nelle professioni legate alla cura, tra cui l'insegnamento, l'assistenza all'infanzia, l'infermieristica e i servizi sociali. Si tratta di occupazioni essenziali per il funzionamento della società, ma che sono spesso caratterizzate da livelli retributivi inferiori rispetto a quelli di molte professioni a prevalenza maschile. Questo fenomeno riflette, almeno in parte, la persistente svalutazione economica e sociale delle attività associate tradizionalmente al ruolo femminile. Inoltre, l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro non ha determinato una corrispondente redistribuzione del lavoro domestico e familiare. Molte donne continuano a farsi carico, oltre al lavoro retribuito, di una quota significativa delle attività domestiche e della cura dei figli, dando luogo al fenomeno della cosiddetta "doppia presenza". Di conseguenza, il lavoro di cura continua a essere considerato economicamente meno rilevante rispetto ad altre forme di attività produttiva, mentre le donne incontrano ancora ostacoli nel superare i ruoli e le aspettative di genere tradizionali. La persistenza di queste dinamiche mostra come la trasformazione della partecipazione femminile al mercato del lavoro non sia stata accompagnata da una completa ridefinizione del valore attribuito alla cura e dalla conseguente redistribuzione delle responsabilità domestiche e familiari[6].

All'inizio degli anni ottanta in Italia, come in altri paesi occidentali, l'aumento della scolarizzazione femminile e l'introduzione della flessibilità ha aperto alle donne un'ampia fetta del settore terziario del mercato del lavoro. L'aumento dell'occupazione femminile, e deboli politiche di sostegno, hanno causato un'urgente domanda di lavoro di cura, ampiamente svolta dall'immigrazione femminile. Colf, badanti, baby-sitter: sono queste ed altre le donne che svolgono il lavoro di cura, in questo caso lavoro di mercato e fortemente mercificato.

Era quindi normale che le donne lavorassero principalmente a casa, svolgendo mansioni familiari e di cura; queste però erano ovviamente attività che non prevedevano un guadagno. Agli uomini, invece, erano riservate mansioni riconosciute sia a livello economico, che sociale.

"Penalità di cura"

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L'espressione "penalità di cura" (care penalty) indica l'insieme dei costi e dei sacrifici sostenuti dalle persone che si assumono responsabilità di cura. Il concetto è stato approfondito, tra gli altri, dall'economista Nancy Folbre nel volume The Invisible Heart, nel quale la cura viene analizzata anche in relazione alle sue conseguenze economiche e sociali[14]. La penalità di cura può manifestarsi in diverse forme, tra cui la riduzione del tempo disponibile per sé, la perdita di reddito e di opportunità professionali, nonché una minore possibilità di partecipare ad attività sociali, formative o ricreative. Questi costi possono derivare dall'assistenza prestata a bambini, anziani, persone malate o con disabilità e, più in generale, a individui che necessitano di un sostegno continuativo.

L'assunzione di responsabilità di cura può quindi limitare la capacità di una persona di partecipare pienamente al mercato del lavoro e di competere, in termini di reddito, carriera e opportunità professionali, con coloro che non hanno analoghi obblighi di assistenza. La penalità di cura non riguarda pertanto soltanto il tempo direttamente impiegato nelle attività di assistenza, ma anche le opportunità economiche e sociali a cui si rinuncia per svolgerle. In questo senso, il costo della cura ricade non solo sul singolo individuo, ma può contribuire a perpetuare disuguaglianze economiche e di genere.

Folbre afferma che la care penalty porta a lotte distributive che sono rilevanti per i ruoli di genere. Quando due persone hanno un figlio, nella maggior parte dei casi un genitore sacrifica più dell'altro in modo che l'altro possa provvedere alla famiglia. Nella maggior parte dei casi, il genitore che resta a casa e si prende cura dei bambini è la madre[15]. Secondo il rapporto del 2012 dell'US Census Bureau, c'erano 189.000 case con papà casalinghi e 5.091.000 case con mamme casalinghe[16]. Prendendosi del tempo libero dal lavoro, queste donne sono svantaggiate per gli anni a venire.

Questo declino a lungo termine dei guadagni è chiamato da Folbre divario familiare o divario di maternità[17]. La riduzione della retribuzione non è attribuibile al fatto di lavorare meno ore; le madri con famiglia sono spesso trascurate per le opportunità di avanzamento di carriera. La penalizzazione della maternità (motherhood penalty) è aumentata, in parte, a causa della maggiore parità di retribuzione tra uomini e donne. Nel 1991, si stimava che il divario di maternità rappresentasse il 60% della differenza tra la retribuzione di uomini e donne[17].

La genitorialità rappresenta una delle forme più significative e diffuse di penalità di cura. La crescita e l'educazione dei figli comportano infatti costi economici sempre più elevati, ai quali si aggiungono i costi indiretti derivanti dal tempo e dalle opportunità a cui i genitori devono rinunciare. Le responsabilità legate alla cura dei figli possono incidere profondamente sulle scelte individuali e familiari, influenzando, ad esempio, il luogo in cui vivere, le modalità di impiego del tempo libero e le opportunità professionali che si è disposti ad accettare. In particolare, la necessità di conciliare le responsabilità genitoriali con quelle lavorative può portare i genitori a modificare il proprio percorso professionale, limitando la disponibilità ad accettare determinati impieghi, trasferimenti o orari di lavoro. La penalità di cura associata alla genitorialità non si manifesta quindi esclusivamente attraverso le spese sostenute per crescere un figlio, ma anche attraverso le opportunità economiche, professionali e personali alle quali i genitori possono essere costretti a rinunciare[18].

La genitorialità può essere la fonte più comune di penalità per l'assistenza, ma anche l'assistenza agli anziani impone dei costi al caregiver. A differenza della genitorialità (che implica una certa scelta), un individuo non può scegliere se avere membri anziani di una famiglia come i genitori. L'assistenza agli anziani non è legalmente richiesta a un figlio o una figlia, a differenza della responsabilità genitoriale legale di prendersi cura dei figli. Tuttavia, c'è un'aspettativa sociale che i figli adulti si prendano cura dei loro genitori. La possibilità di un'eredità può anche influenzare il comportamento dei figli adulti[19].

La care penalty ricevuta dai caregiver degli anziani può essere costosa quanto quella ricevuta dai genitori di bambini piccoli. Le penalità possono essere emotive ed economiche. La ricerca ha dimostrato che oltre il 60% dei caregiver degli anziani soffre di depressione[19]. La ricerca della Brandeis University ha dimostrato che circa il 66% dei caregiver ha perso opportunità di carriera, come la formazione, a causa degli obblighi di assistenza[19].

La care penalty, in una certa misura, è modellata dalle politiche pubbliche. Negli Stati Uniti, il Family Medical Leave Act prevede che le madri abbiano diritto a 24 settimane di congedo e che sia loro consentito di tornare alla loro precedente posizione[17]. La legge, tuttavia, prevede solo un congedo non retribuito e non affronta la riduzione a lungo termine dei guadagni o l'avanzamento di carriera[20]. La prevalenza dell'occupazione part-time spesso influenza la severità della care penalty; è più severa nel Regno Unito, poiché l'occupazione part-time è più comune[21].

Crescere e educare figli capaci di partecipare pienamente alla vita sociale ed economica produce benefici che si estendono oltre la famiglia e ricadono sulla società nel suo complesso. I datori di lavoro beneficiano, ad esempio, della presenza di lavoratori competenti e produttivi, mentre le generazioni più anziane possono beneficiare, attraverso il sistema previdenziale, dei contributi versati dalle generazioni più giovani. La genitorialità può inoltre essere interpretata secondo una logica di reciprocità intergenerazionale. I genitori sostengono i figli durante le prime fasi della vita, fornendo loro risorse, educazione e cura; in una fase successiva, i figli adulti possono a loro volta contribuire al benessere dei genitori, anche attraverso forme di assistenza e cura. La cura si configura così come un investimento a lungo termine, i cui benefici non si esauriscono all'interno del nucleo familiare, ma possono estendersi alle generazioni successive e alla società nel suo complesso[22].

Visita ad una vecchia signora, 1997
Visita ad una vecchia signora, 1997

Un'economia può essere articolata in quattro settori principali: il settore delle imprese, il settore delle famiglie, il settore pubblico e il settore non profit. Sebbene il settore delle imprese sia generalmente considerato il principale motore della produzione e della creazione di ricchezza, tutti e quattro i settori contribuiscono alla generazione di valore e sono strettamente interdipendenti. Il funzionamento dell'economia nel suo complesso dipende infatti dalle relazioni e dagli scambi che si instaurano tra queste diverse sfere.

Una delle ragioni per cui il lavoro di cura non retribuito è stato a lungo trascurato risiede nella concezione secondo cui le famiglie non producano vera e propria ricchezza, ma svolgano principalmente una funzione di consumo e di preparazione degli individui alla partecipazione agli altri settori dell'economia. In questa prospettiva, il lavoro domestico e di cura viene considerato esterno ai principali processi produttivi e, di conseguenza, rimane in gran parte escluso dalle tradizionali misure della produzione economica.

Tuttavia, questa interpretazione non considera il contributo fondamentale delle famiglie alla formazione e alla riproduzione del capitale umano e sociale. Attraverso l'educazione, l'accudimento, il sostegno e il lavoro domestico, le famiglie svolgono infatti attività indispensabili affinché gli individui possano partecipare alla vita economica e sociale. Il lavoro di cura costituisce quindi una componente essenziale, sebbene spesso invisibile e non remunerata, del funzionamento degli altri settori dell'economia.

Sebbene il lavoro di cura sia stato tradizionalmente associato al lavoro domestico non retribuito svolto all'interno delle famiglie, esso comprende in realtà un'ampia varietà di attività che vengono svolte anche nell'ambito di rapporti di lavoro retribuiti. Il settore della cura include infatti professioni e servizi quali l'assistenza all'infanzia, l'infermieristica, l'assistenza agli anziani, i servizi sociali e l'educazione. La cura costituisce quindi una componente significativa del mercato del lavoro, anche se il suo valore economico e sociale rimane spesso inferiore a quello attribuito ad altre forme di occupazione[5]. Questo cambiamento ha implicazioni per il lavoro di cura e per la società nel suo complesso. Poiché il lavoro di cura è sempre più commercializzato, coloro che hanno bisogno di cure (malati, anziani e bambini) non saranno in grado di permettersi le cure di cui hanno bisogno[23]. La qualità delle cure può diminuire in risposta al movente del profitto[23].

La mercificazione del lavoro di cura è oggetto di un ampio dibattito sia in ambito accademico sia nel discorso pubblico. L'attenzione si concentra, in particolare, sulla persistente bassa remunerazione delle professioni di cura, sugli effetti delle logiche di mercato sulla qualità dell'assistenza e sulle conseguenze che la mercificazione può avere sulle condizioni di lavoro e sul benessere degli operatori della cura. Per analizzare queste dinamiche, la letteratura accademica ha sviluppato diversi approcci teorici. Tra i principali rientrano la teoria della svalutazione, la teoria del bene pubblico, la teoria del "prigioniero dell'amore', la teoria della mercificazione delle emozioni e l'approccio "amore e denaro". Queste prospettive, pur partendo da presupposti differenti, cercano di spiegare le ragioni per cui il lavoro di cura tende a essere scarsamente remunerato e socialmente sottovalutato, nonché le tensioni che emergono quando attività tradizionalmente associate alla sfera privata, agli affetti e alle relazioni vengono trasformate in servizi acquistabili sul mercato[1].

Teoria della svalutazione

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La teoria della svalutazione mira a spiegare i bassi livelli retributivi tipicamente associati al lavoro di cura mettendo in relazione la struttura salariale con la persistente segregazione di genere nel mercato del lavoro. Poiché molte professioni di cura sono caratterizzate da una forte presenza femminile, il loro basso riconoscimento economico viene interpretato anche come conseguenza della persistente svalutazione sociale delle attività tradizionalmente associate alle donne. Secondo questa prospettiva, i responsabili delle organizzazioni tendono a sottostimare il contributo dei lavori a prevalenza femminile al raggiungimento degli obiettivi organizzativi, inclusa la generazione di profitti. Tale sottovalutazione può tradursi in salari più bassi e in minori opportunità di carriera per le lavoratrici e i lavoratori impiegati nelle professioni di cura. La teoria evidenzia quindi come le disuguaglianze di genere possano essere incorporate nelle strutture occupazionali e retributive, contribuendo alla persistente svalutazione economica del lavoro di cura[1].

La teoria della svalutazione trova sostegno anche in diversi studi sociologici. Nel 2002, la sociologa Paula England condusse uno studio volto ad analizzare la relazione tra le caratteristiche delle occupazioni di cura e i livelli retributivi. Dopo aver tenuto conto di fattori quali le competenze richieste, il livello di istruzione, il settore di attività e il genere dei lavoratori, lo studio evidenziò una penalità salariale netta compresa tra il 5% e il 10% per chi svolgeva un'occupazione caratterizzata da attività di cura. Questo risultato suggerisce che la minore remunerazione delle professioni di cura non possa essere spiegata esclusivamente dalle caratteristiche individuali dei lavoratori o dai requisiti delle diverse occupazioni, ma sia almeno in parte associata alla natura stessa del lavoro di cura e alla sua persistente svalutazione. Un'eccezione rilevante era rappresentata dall'assistenza infermieristica, che non sembrava presentare la stessa penalità salariale osservata in altre professioni di cura. Tale eccezione evidenzia come il riconoscimento economico del lavoro di cura possa variare significativamente in funzione del tipo di professione, delle competenze richieste e dello status occupazionale[1].

Teoria del bene pubblico

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Il lavoro di cura genera una serie di benefici sociali indiretti che presentano caratteristiche proprie dei beni pubblici, ossia beni i cui benefici possono estendersi anche a persone che non hanno contribuito direttamente alla loro produzione o al loro finanziamento. L'istruzione, che costituisce una delle principali forme di lavoro di cura, rappresenta un esempio significativo: gli effetti positivi dell'educazione non si limitano infatti al singolo individuo, ma possono produrre benefici per l'intera società[1]. Il lavoro di cura presenta una particolare rilevanza in questo ambito perché contribuisce allo sviluppo delle capacità, delle competenze, dei valori e delle abitudini dei destinatari della cura. Questi effetti non si esauriscono nel rapporto tra chi presta e chi riceve assistenza, ma possono generare ricadute positive anche su altri individui e sulla collettività. Una persona adeguatamente educata, sostenuta e accudita può infatti contribuire in misura maggiore alla vita economica e sociale, producendo benefici che si estendono oltre il rapporto originario di cura. In questo senso, il lavoro di cura può essere considerato una fonte di benefici sociali che eccedono il valore immediato dello scambio tra prestatore e destinatario, contribuendo alla formazione del capitale umano e sociale e al benessere della società nel suo complesso.[24]

Questa teoria può contribuire a spiegare i bassi livelli retributivi tipici di molte professioni di cura. Secondo l'argomentazione economica tradizionale, i beni pubblici tendono a essere forniti in misura insufficiente dai mercati, poiché una parte dei loro benefici ricade su soggetti diversi da coloro che li producono o li acquistano direttamente. Di conseguenza, non è sempre possibile appropriarsi pienamente di tali benefici e trasformarli in ricavi o profitti. Lo stesso meccanismo può essere applicato al lavoro di cura. I benefici derivanti dall'educazione, dall'assistenza e dall'accudimento non riguardano esclusivamente il destinatario diretto della cura, ma possono estendersi alla famiglia, alla comunità e alla società nel suo complesso. Poiché una parte di questi benefici non viene incorporata nel prezzo del servizio e non può essere facilmente monetizzata dal prestatore, il mercato può non offrire incentivi economici sufficienti a remunerare adeguatamente il lavoro di cura. La sua bassa retribuzione potrebbe quindi riflettere, almeno in parte, la difficoltà di appropriarsi privatamente di un valore che è in larga misura sociale e collettivo[1].

Teoria del prigioniero d'amore

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Il lavoro di cura è stato definito come un'attività che consiste nella fornitura di servizi basati su un'interazione personale continuativa e che è motivata, almeno in parte, dalla preoccupazione per il benessere del destinatario. Questa particolare natura del lavoro di cura può influenzarne sia le modalità di svolgimento sia il livello di remunerazione. Secondo la teoria economica, quando gli operatori della cura attribuiscono un valore intrinseco al proprio lavoro e traggono soddisfazione dal contribuire al benessere degli altri, possono essere maggiormente disposti ad accettare livelli retributivi inferiori rispetto a quelli che richiederebbero in assenza di tale motivazione. Il significato personale e sociale attribuito al lavoro di cura può quindi ridurre, almeno in parte, la pressione esercitata dai lavoratori per ottenere una maggiore remunerazione. Questo particolare legame con il proprio lavoro può tuttavia determinare una posizione contrattuale più debole. La disponibilità a svolgere il lavoro anche in presenza di salari relativamente bassi può infatti ridurre il potere negoziale dei lavoratori della cura, contribuendo a mantenere basse le retribuzioni e a perpetuare la sottovalutazione economica di queste professioni[1].

La mercificazione della teoria delle emozioni

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La teoria della mercificazione delle emozioni si concentra sugli effetti che la commercializzazione del lavoro di cura può avere sulle esperienze, sulle condizioni di lavoro e sul benessere degli stessi lavoratori della cura. Questa prospettiva evidenzia come molte professioni appartenenti all'economia dei servizi richiedano ai lavoratori non solo di svolgere determinate attività, ma anche di gestire ed esprimere le proprie emozioni in funzione delle esigenze del lavoro. In particolare, ai lavoratori può essere richiesto di manifestare emozioni che non corrispondono a ciò che provano realmente, ad esempio mostrando disponibilità, empatia, gentilezza o entusiasmo anche in situazioni in cui tali sentimenti non sono spontanei. Questo processo, spesso definito "lavoro emotivo", può comportare un costo psicologico per i lavoratori, soprattutto quando la distanza tra le emozioni realmente provate e quelle richieste dal ruolo è significativa o prolungata nel tempo. La mercificazione delle emozioni solleva quindi interrogativi sul rapporto tra esigenze del mercato, qualità dell'assistenza e benessere dei lavoratori. Quando le emozioni diventano parte integrante del servizio venduto, anche aspetti profondamente personali dell'esperienza lavorativa possono essere trasformati in una componente della prestazione economica[1].

Teoria "amore-e-denaro"

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La teoria "amore-e-denaro" cerca di superare la tradizionale contrapposizione tra il lavoro svolto per motivazione intrinseca e quello svolto in cambio di una remunerazione. Secondo questa prospettiva, la concezione del genere come sistema di categorie contrapposte ha contribuito alla formazione di una visione dualistica, nella quale le donne, l'amore, l'altruismo e la famiglia vengono collocati da una parte, mentre gli uomini, la razionalità, l'interesse individuale, il lavoro e lo scambio di mercato vengono collocati dall'altra. Questa contrapposizione ha alimentato l'idea che il lavoro di cura, proprio perché associato all'affetto e all'altruismo, non dovrebbe essere remunerato. Secondo tale concezione, introdurre una ricompensa economica potrebbe infatti compromettere la motivazione intrinseca di chi presta cura, trasformando un'attività percepita come espressione di attenzione e responsabilità in una semplice prestazione di mercato. La ricerca empirica ha tuttavia messo in discussione la rigidità di questa distinzione. Il riconoscimento economico non sembra necessariamente compromettere la motivazione intrinseca; al contrario, una ricompensa può comunicare al destinatario che il lavoro svolto è riconosciuto, rispettato e apprezzato. In particolare, quando la remunerazione è accompagnata da fiducia, riconoscimento e apprezzamento, sembra meno probabile che essa comprometta la motivazione intrinseca, un elemento particolarmente rilevante nelle professioni di cura. Da questa prospettiva, amore e denaro non devono necessariamente essere considerati come elementi incompatibili. Il problema principale del lavoro di cura può risiedere, piuttosto, nella sua insufficiente domanda e nella conseguente difficoltà di ottenere una remunerazione adeguata attraverso il mercato. Secondo i teorici di questo approccio, una maggiore valorizzazione economica del lavoro di cura potrebbe quindi contribuire a riconoscerne il valore senza necessariamente comprometterne la dimensione relazionale e motivazionale.[1][25]

Effetto Baumol

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I costi dei servizi e delle attività necessari alla cura sono aumentati nel tempo, mentre una parte significativa del lavoro di cura continua a essere svolta senza remunerazione. Questo fenomeno può essere analizzato anche alla luce del cosiddetto effetto Baumol, descritto dagli economisti William Baumol e William Bowen, secondo cui i costi relativi dei servizi caratterizzati da un'elevata intensità di lavoro possono aumentare nel tempo, soprattutto quando le possibilità di sostituire il lavoro umano con la tecnologia sono limitate. L'assistenza all'infanzia e, più in generale, i servizi di cura rappresentano esempi particolarmente rilevanti di questo fenomeno. La pressione sui costi della cura è ulteriormente accentuata dai cambiamenti demografici. L'aumento dell'aspettativa di vita comporta un periodo più lungo durante il quale può essere necessario fornire assistenza alle persone anziane. Allo stesso tempo, la riduzione delle dimensioni delle famiglie e il minor numero di fratelli rispetto alle generazioni precedenti riducono il numero di persone tra cui è possibile distribuire le responsabilità di cura. L'aumento dei costi della cura e la crescente domanda di assistenza possono quindi gravare in modo particolare sulle persone che assumono volontariamente responsabilità di cura per i propri familiari o per altri membri della comunità. Coloro che sono maggiormente disposti a offrire tempo e risorse per prendersi cura degli altri possono sostenere costi economici e personali significativi, soprattutto quando il lavoro di cura non viene adeguatamente riconosciuto o remunerato[8].

Divario sociale

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La maggior parte del lavoro di cura retribuito è svolto da membri della classe operaia, prevalentemente donne[26]. La forza lavoro domestica degli Stati Uniti è composta da circa 2,2 milioni di persone, di cui una schiacciante maggioranza (91,5%) è costituita da donne. La metà si identifica come nera, ispanica o asiatico-americana delle isole del Pacifico, e le donne nere e ispaniche sono sovra-rappresentate nella forza lavoro domestica[13]. Circa il 35% delle lavoratrici domestiche non è nato negli Stati Uniti, molte delle quali sono donne di colore[13]. Gli studiosi hanno descritto questo fenomeno come la "divisione internazionale del lavoro riproduttivo" o la "catena di cura"[27]. In questa "catena", il lavoro domestico è mercificato; le donne che possono permetterselo pagano altre donne, solitamente donne immigrate di colore, per svolgere i loro lavori domestici. Nel loro paese d'origine, altre donne svolgono i loro lavori domestici. Il lavoro di cura non è necessariamente faccia a faccia; nel suo studio sui matrimoni transnazionali vietnamiti, Hung Cam Thai considera le rimesse dei migranti una forma di lavoro di cura[28].

Divario di genere

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Donne e lavoro non retribuito

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Gli studi hanno evidenziato che le donne continuano a svolgere una quota significativa del lavoro di cura non retribuito, in particolare per quanto riguarda l'assistenza e l'educazione dei figli. Alcune ricerche hanno inoltre rilevato differenze nella distribuzione delle responsabilità di cura tra uomini e donne, mostrando, in determinati contesti, una maggiore propensione degli uomini a fornire assistenza alle persone anziane rispetto alla cura quotidiana dei bambini. La maggiore disponibilità delle donne a svolgere lavoro di cura non retribuito ha contribuito, secondo questa prospettiva, alla persistente svalutazione economica delle attività e delle professioni legate alla cura. L'aspettativa sociale secondo cui le donne dovrebbero fornire gratuitamente tali servizi all'interno della famiglia ha infatti contribuito a ridurre il riconoscimento del loro valore economico anche quando le medesime attività vengono svolte professionalmente e dietro compenso. Di conseguenza, molte professioni basate sulla cura sono state storicamente caratterizzate da livelli retributivi inferiori rispetto ad altre occupazioni che richiedono livelli comparabili di formazione, competenze e responsabilità, ma che non sono direttamente associate ai tradizionali compiti domestici. La svalutazione del lavoro di cura non riguarda quindi soltanto le attività non remunerate svolte all'interno della famiglia, ma può estendersi anche al mercato del lavoro, contribuendo alla persistenza di differenze salariali nelle professioni a prevalenza femminile[7][29].

Le donne continuano a sostenere, in media, una quota maggiore del lavoro di cura domestico rispetto agli uomini. Questa differenza può essere ricondotta in larga misura ai processi di socializzazione di genere e alla persistenza di tradizioni e norme culturali e storiche che hanno associato la cura prevalentemente al ruolo femminile. Fin dall'infanzia, infatti, alle ragazze possono essere trasmessi valori e aspettative che le incoraggiano maggiormente rispetto ai ragazzi a sviluppare comportamenti orientati all'accudimento, all'empatia e alla responsabilità verso gli altri[30]. Ciò non implica, tuttavia, che le donne siano biologicamente predisposte al lavoro di cura o che possiedano una naturale maggiore capacità di prendersi cura degli altri. La distribuzione delle responsabilità di cura deve essere piuttosto interpretata alla luce dei processi sociali e culturali che, nel corso della storia, hanno attribuito alle donne un ruolo privilegiato nella gestione della casa, nell'educazione dei figli e nell'assistenza ai familiari. Le tradizioni storiche e culturali hanno così contribuito alla formazione e alla diffusione dell'ideologia secondo cui la cura degli altri costituisce una responsabilità prevalentemente femminile. Questa concezione continua a influenzare le aspettative sociali e la divisione del lavoro domestico, contribuendo alla persistenza delle disuguaglianze di genere nel lavoro di cura[8]. Le differenze nella distribuzione del lavoro domestico e di cura tra uomini e donne sono evidenti anche a livello internazionale. In Nepal, le donne dedicano complessivamente circa 21 ore settimanali in più al lavoro rispetto agli uomini, mentre in India la differenza è di circa 12 ore. In Kenya, le ragazze di età compresa tra gli 8 e i 14 anni trascorrono circa cinque ore settimanali in più dei coetanei maschi nelle attività domestiche. Una parte significativa di questo tempo aggiuntivo è dedicata ad attività di cura e assistenza non retribuite[5]. Questa distribuzione diseguale del tempo di cura ha importanti conseguenze per le donne, poiché la maggiore quantità di lavoro domestico non retribuito riduce il tempo disponibile per il lavoro remunerato, la formazione, il riposo e altre attività personali e sociali. Il maggiore carico di cura rende quindi più difficile conciliare le responsabilità familiari con la partecipazione al mercato del lavoro, contribuendo a perpetuare le disuguaglianze di genere sia all'interno delle famiglie sia nel mondo del lavoro[31].

La progressiva separazione tra una sfera pubblica e una sfera privata, affermatasi nel corso del XIX secolo, contribuì a consolidare l'idea che il lavoro di cura fosse incompatibile con il lavoro retribuito e dovesse essere svolto principalmente all'interno della famiglia. La storica associazione delle donne alle attività di cura, combinata con la loro persistente prevalenza nelle professioni legate all'assistenza, ha contribuito alla concezione contemporanea del lavoro di cura come attività prevalentemente, se non intrinsecamente, femminile[32]. Tuttavia, il lavoro di cura non è un'attività esclusivamente femminile ed è svolto anche dagli uomini, sia all'interno delle famiglie sia nel mercato del lavoro. La sua progressiva femminilizzazione ha però contribuito alla formazione di uno stigma nei confronti degli uomini che scelgono di intraprendere professioni o attività associate alla cura. Tale stigma può scoraggiare la partecipazione maschile a questi ambiti e, al tempo stesso, rafforzare l'idea che la cura costituisca un lavoro "naturalmente" femminile, creando così un circolo di riproduzione degli stereotipi di genere[23]. Infine, l'equazione tra lavoro femminile e lavoro di cura rischia di nascondere le differenze esistenti tra le donne stesse. Le esperienze e le responsabilità di cura non sono infatti determinate esclusivamente dal genere, ma sono influenzate anche da fattori culturali, politici, economici, razziali ed etnici. Considerare le donne come un gruppo omogeneo può quindi oscurare la varietà delle loro esperienze e il modo in cui differenti condizioni sociali e storiche modellano la distribuzione e la percezione del lavoro di cura[12].

Esistono significative differenze di reddito associate al livello di istruzione, particolarmente rilevanti nel determinare le opportunità occupazionali di uomini e donne. Le persone con un livello di istruzione più basso possono incontrare maggiori difficoltà nell'accesso al mercato del lavoro retribuito, poiché non possiedono i requisiti formativi richiesti per molte professioni. In questo contesto, le donne possono essere maggiormente esposte al rischio di rimanere escluse dal lavoro remunerato e di assumere, in alternativa, una quota più elevata di responsabilità di cura non retribuite all'interno della famiglia. L''accesso all'istruzione stessa può inoltre essere condizionato dalle responsabilità di cura. In molte aree del mondo, infatti, le persone, e in particolare le donne, possono essere costrette a interrompere o limitare il proprio percorso scolastico per occuparsi di familiari anziani, malati o non autosufficienti. Si crea così un possibile circolo vizioso: le responsabilità di cura possono limitare l'accesso all'istruzione e, di conseguenza, ridurre le opportunità di entrare nel mercato del lavoro retribuito; allo stesso tempo, la difficoltà di accedere a un'occupazione remunerata può aumentare la probabilità che l'individuo assuma responsabilità di cura non retribuite.

Il lavoro di cura può quindi incidere sulle opportunità economiche lungo l'intero ciclo di vita, influenzando sia la possibilità di acquisire capitale umano attraverso l'istruzione sia quella di trasformarlo successivamente in reddito e occupazione[8].

Un numero crescente di imprese dichiara di offrire servizi riconducibili alla cura e all'assistenza, comprese aziende appartenenti a settori apparentemente lontani da quello assistenziale, come il trasporto aereo. Un esempio è rappresentato da Lufthansa, che in una propria campagna pubblicitaria descriveva il proprio servizio come "affidabile come una spalla su cui appoggiarsi". L'immagine associata allo slogan raffigurava una donna addormentata con la testa appoggiata sulla spalla di un uomo, anch'egli profondamente addormentato. Un messaggio analogo era presente in una pubblicità di British Airways, che promuoveva il nuovo sedile Club World con lo slogan "Ninna nanna non inclusa". L'immagine mostrava una donna con un bambino in braccio. Questi esempi evidenziano come il linguaggio e le immagini tradizionalmente associate alla cura possano essere utilizzati dalle imprese per comunicare affidabilità, sicurezza, comfort e attenzione al cliente. La cura diventa così anche una componente simbolica dell'offerta commerciale, utilizzata per costruire una relazione di fiducia tra l'impresa e il consumatore[33].

In tutto il mondo il 75% del lavoro non retribuito è svolto dalla donna[34][35][36]. Il tempo dedicato ogni giorno al lavoro gratuito va dalle tre alle sei ore, contro una media maschile che varia da trenta minuti a due ore.

La distribuzione del lavoro non retribuito presenta differenze significative anche tra i Paesi nordici. In Danimarca, dove gli uomini dedicano più tempo al lavoro non retribuito rispetto agli uomini di altri Paesi considerati, il numero di ore di lavoro gratuito svolte dagli uomini rimane comunque inferiore a quello svolto dalle donne in Norvegia. Quest'ultima, tuttavia, è il Paese in cui le donne dedicano complessivamente meno tempo al lavoro non retribuito tra quelli presi in esame. Questi dati evidenziano come una maggiore partecipazione maschile al lavoro domestico e di cura non elimini necessariamente le differenze di genere nella distribuzione del lavoro non retribuito. Mostrano inoltre che il tempo dedicato alla cura varia significativamente tra i diversi contesti nazionali, in relazione alle norme sociali, alle politiche familiari e alla struttura del mercato del lavoro.

Il carico e la responsabilità del lavoro di cura sono raramente distribuiti in modo equo tra i diversi membri della famiglia. Nella maggior parte dei casi, la presenza di una persona anziana non autosufficiente, di un bambino piccolo o di una persona con disabilità rappresenta una fonte significativa di difficoltà per il nucleo familiare, che può incontrare notevoli ostacoli nel far fronte alle esigenze assistenziali e organizzative connesse alla situazione. La capacità di affrontare tali responsabilità è fortemente condizionata dalle risorse umane ed economiche disponibili, che possono determinare differenze significative nelle possibilità di condividere o esternalizzare il lavoro di cura. Inoltre, anche quando gli uomini aumentano la propria partecipazione al lavoro domestico e di cura non retribuito, tale partecipazione non implica necessariamente una redistribuzione equilibrata delle responsabilità. Gli uomini tendono infatti, in alcuni contesti, a concentrarsi maggiormente su attività considerate più piacevoli o flessibili, come l'accudimento e il tempo trascorso con i figli, mentre le donne continuano a farsi carico di una quota maggiore delle attività domestiche routinarie, ripetitive e meno visibili, che costituiscono una parte consistente del lavoro necessario alla gestione quotidiana della famiglia.

Ne deriva che la semplice quantità di ore dedicate dagli uomini al lavoro di cura non è sufficiente a valutare l'effettiva condivisione delle responsabilità. È necessario considerare anche la tipologia delle attività svolte, la loro frequenza e il grado di responsabilità richiesto nella loro organizzazione e gestione.

Uno studio statunitense condotto da Londa Schiebinger e Shannon K. Gilmartin e pubblicato nel 2010 ha analizzato la distribuzione del lavoro domestico non retribuito tra un campione di ricercatori e ricercatrici di 13 importanti università di ricerca statunitensi. I dati, raccolti nel 2006-2007, mostrano che le donne scienziate che vivevano con un partner svolgevano il 54% delle principali attività domestiche (tra cui cucinare, fare la spesa, fare il bucato e pulire) contro il 28% svolto dagli uomini. Questo lavoro rappresentava per le donne più di dieci ore aggiuntive alla settimana, mentre per gli uomini ammontava a circa 5 ore. Parallelamente, entrambi i gruppi dichiaravano di lavorare professionalmente quasi 60 ore alla settimana come scienziati, con una media di 56,3 ore per le donne e 56,4 per gli uomini[37].

Il lavoro domestico svolto dalle donne all'interno della famiglia costituisce una forma di lavoro non remunerato che, non essendo oggetto di uno scambio sul mercato, rimane in larga misura escluso dalle tradizionali misure della produzione economica e non riceve un riconoscimento sociale equivalente a quello attribuito al lavoro retribuito. Tuttavia, esso rappresenta un investimento significativo in termini di tempo e risorse e contribuisce direttamente al funzionamento quotidiano della famiglia e alla riproduzione della forza lavoro.

La necessità di conciliare il lavoro retribuito con le responsabilità domestiche e di cura costituisce inoltre uno dei fattori che possono contribuire al persistere delle differenze salariali tra uomini e donne. Il maggiore carico di lavoro non retribuito può infatti limitare il tempo e la disponibilità delle donne per l'occupazione remunerata, influenzando le scelte professionali, le ore lavorate, la continuità della carriera e l'accesso a opportunità di avanzamento. In questo senso, quella che può apparire come una scelta individuale rispetto alla distribuzione del lavoro familiare è spesso condizionata da norme sociali, vincoli economici e aspettative di genere, con conseguenze che possono tradursi in una significativa penalizzazione economica delle donne.

Uno studio dell'OCSE del 2014 ha evidenziato una relazione significativa tra la distribuzione del lavoro di cura non retribuito e le disuguaglianze nel mercato del lavoro[38]. Nei Paesi in cui le donne dedicano una quota maggiore di tempo al lavoro domestico e di cura rispetto agli uomini, il divario salariale di genere tende infatti a essere più ampio. L'OCSE sottolinea come la maggiore responsabilità femminile per il lavoro non retribuito possa limitare sia il tempo che le donne possono dedicare al lavoro remunerato sia le loro opportunità di progressione professionale. Le responsabilità di cura possono inoltre influenzare la quantità e la tipologia di lavoro retribuito svolto dalle donne. La necessità di conciliare occupazione e responsabilità familiari può infatti favorire il ricorso al lavoro a tempo parziale, ridurre la disponibilità ad accettare determinati orari o condizioni lavorative e limitare le possibilità di avanzamento di carriera. Questi meccanismi contribuiscono ad ampliare le differenze di reddito lungo l'intero arco della vita lavorativa. Nel caso italiano, il divario di genere nel mercato del lavoro rimane particolarmente legato alla distribuzione diseguale del lavoro retribuito e non retribuito. Secondo l'OCSE, il gender pay gap in Italia è pari al 9% per i lavoratori a tempo pieno, un valore inferiore alla media OCSE; tuttavia, questo dato non tiene conto dell'intero differenziale di reddito annuo derivante, tra gli altri fattori, dalla diversa partecipazione al mercato del lavoro, dal ricorso al part-time e dal numero complessivo di ore lavorate.[39][40][41]

Politica pubblica

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Il dibattito sul lavoro di cura presenta importanti implicazioni sul piano delle politiche pubbliche. Le questioni coinvolte riguardano, tra le altre, la struttura del mercato del lavoro, le condizioni e gli ambienti di lavoro, i sistemi di incentivi, i requisiti normativi e la necessità di garantire un adeguato sostegno finanziario ai servizi di cura. La regolamentazione e il finanziamento del lavoro di cura assumono quindi un ruolo centrale nel determinare sia la qualità dei servizi offerti sia le condizioni economiche e professionali di chi li svolge. Un ulteriore ambito di intervento riguarda l'integrazione della prospettiva di genere nella definizione e nella valutazione delle politiche economiche. L'analisi di genere consente infatti di considerare come le decisioni in materia di occupazione, fiscalità, welfare e servizi pubblici possano produrre effetti differenti su uomini e donne, anche in ragione della diversa distribuzione del lavoro domestico e di cura non retribuito. In questa prospettiva, riconoscere il valore economico e sociale della cura diventa un elemento essenziale per elaborare politiche volte a ridurre le disuguaglianze di genere e a sostenere una più equa distribuzione delle responsabilità di cura[42][43].

Alcune prospettive critiche interpretano determinate politiche pubbliche come strumenti che possono contribuire alla riproduzione di strutture familiari di tipo patriarcale, soprattutto quando penalizzano le famiglie monogenitoriali o favoriscono implicitamente un modello fondato sulla presenza di un principale percettore di reddito e di un secondo adulto responsabile prevalentemente del lavoro domestico e di cura non retribuito. Negli Stati Uniti, ad esempio, il Personal Responsibility and Work Opportunity Reconciliation Act del 1996 includeva tra i propri obiettivi la riduzione delle nascite al di fuori del matrimonio e la promozione della formazione e del mantenimento di famiglie con due genitori. Tali obiettivi sono stati oggetto di un ampio dibattito, in particolare per le loro possibili implicazioni sulla condizione economica delle famiglie monogenitoriali e sulla distribuzione delle responsabilità familiari. Anche il sistema fiscale statunitense può influenzare gli incentivi economici associati alla struttura familiare. Il trattamento fiscale congiunto dei coniugi può infatti produrre effetti differenti a seconda della distribuzione dei redditi all'interno della coppia: le famiglie caratterizzate da una forte disparità di reddito tra i coniugi possono beneficiare di un trattamento fiscale più favorevole rispetto alle coppie in cui entrambi i partner percepiscono redditi simili. Questi meccanismi mostrano come le politiche fiscali e sociali possano incidere indirettamente sulla distribuzione del lavoro retribuito e non retribuito all'interno delle famiglie[44][45].

Assistenza non retribuita

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L'Unremunerated Work Act del 1993 proponeva di incaricare il Bureau of Labor Statistics di condurre rilevazioni sistematiche sul lavoro non retribuito, con l'obiettivo di renderne visibile il valore economico e di considerarne il contributo nell'ambito delle misure della produzione nazionale. La proposta fu sostenuta da diversi economisti femministi, ma suscitò anche critiche all'interno dello stesso dibattito femminista. Secondo i sostenitori, misurare il lavoro domestico e di cura non retribuito avrebbe permesso di rendere visibile una componente significativa dell'attività economica che rimane esclusa dalle statistiche tradizionali. I critici, invece, temevano che attribuire un valore economico al lavoro di cura potesse contribuire a romanticizzarlo e, paradossalmente, rafforzare gli stereotipi di genere che associano le donne alla cura e alla famiglia. Un'ulteriore critica riguardava il rischio di valutare il lavoro di cura principalmente secondo criteri di efficienza economica. Se le attività domestiche e assistenziali fossero considerate soprattutto in termini di produttività e costi, si potrebbe infatti privilegiare l'idea che esse debbano essere trasferite al mercato ogni volta che possono essere svolte in modo più efficiente da soggetti esterni alla famiglia. Secondo questa prospettiva, una simile impostazione rischierebbe di trascurare dimensioni fondamentali della cura, quali l'affetto, la relazione personale e la qualità dell'assistenza, che non sono facilmente quantificabili attraverso indicatori economici. Il dibattito sull'Unremunerated Work Act evidenzia quindi una tensione centrale negli studi sul lavoro di cura: da un lato, la necessità di rendere economicamente visibile il lavoro non retribuito; dall'altro, il rischio che la sua monetizzazione riduca un'attività complessa e relazionale a una semplice misura di produttività o di valore di mercato[46].

La misurazione del tempo dedicato al lavoro di cura non retribuito presenta diverse difficoltà, anche perché si tratta spesso di attività caratterizzate da un forte coinvolgimento emotivo e da confini poco definiti. Una delle principali criticità è rappresentata dal cosiddetto bias di desiderabilità sociale: poiché prendersi cura degli altri è generalmente considerato un comportamento positivo e socialmente apprezzato, gli intervistati possono essere portati a sovrastimare il tempo dedicato alle attività di cura. Le percezioni del tempo dedicato possono inoltre differire tra i membri della stessa famiglia: ad esempio, un coniuge può dichiarare di dedicare una quantità di tempo alla cura maggiore rispetto a quella che il partner gli attribuirebbe. Una metodologia utilizzata per ridurre questi problemi è rappresentata dal diario del tempo (time-use diary). In questo tipo di rilevazione, agli intervistati viene chiesto di registrare in modo dettagliato le attività svolte nel corso di una giornata, spesso con riferimento al giorno precedente e a intervalli temporali specifici. Le informazioni raccolte vengono successivamente codificate e standardizzate secondo categorie comuni, consentendo di confrontare le risposte e di ottenere una misurazione più sistematica del tempo dedicato al lavoro domestico e di cura. L'utilizzo dei diari del tempo può quindi contribuire a ridurre gli errori di memoria e le distorsioni legate alla percezione soggettiva delle proprie attività, rendendo più accurata la misurazione del lavoro di cura non retribuito[47].

Il valore economico del lavoro di cura non retribuito è considerevole, nonostante rimanga in larga parte invisibile nelle tradizionali misure della produzione economica. Uno studio del 2022 ha stimato che, nei 32 Paesi analizzati, il lavoro di assistenza sanitaria non retribuito svolto prevalentemente dalle donne rappresenti un valore economico complessivo di circa 1,5 trilioni di dollari all'anno[48][49]. Anche le stime del McKinsey Global Institute del 2015 evidenziano l'enorme valore economico del lavoro di cura non retribuito. Secondo l'istituto, se tutto il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne nel mondo fosse remunerato al salario minimo, il prodotto economico globale potrebbe aumentare di circa 12 trilioni di dollari, equivalenti a circa l'11% della produzione economica mondiale e a un valore paragonabile all'intera produzione economica annuale della Cina[50][51]. Queste stime, pur basandosi su ipotesi di valorizzazione monetaria e non rappresentando un incremento effettivo e immediato del PIL, mostrano la rilevanza economica di un'attività che rimane in gran parte esclusa dalle statistiche ufficiali[52]. Il lavoro di cura non retribuito costituisce infatti una componente essenziale della riproduzione sociale e contribuisce indirettamente alla formazione del capitale umano, alla partecipazione al mercato del lavoro e al funzionamento dell'economia nel suo complesso[53].

Parità salariale

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Una seconda linea di intervento nelle politiche relative al lavoro di cura riguarda l'aumento dei salari e il miglioramento delle condizioni economiche di chi svolge professionalmente attività di cura. I sostenitori di questa prospettiva ritengono che, in assenza di una remunerazione adeguata, le persone che assumono responsabilità di cura possano subire una significativa penalizzazione economica rispetto a coloro che svolgono attività maggiormente remunerate. La scarsa retribuzione può inoltre ridurre l'attrattività delle professioni di cura e rendere più difficile il reclutamento e la permanenza dei lavoratori nel settore. Secondo alcuni economisti, se il lavoro di cura continua a essere caratterizzato da bassi salari e da un riconoscimento economico insufficiente, anche l'offerta complessiva di assistenza, compresa quella fornita informalmente e non retribuita, potrebbe diventare progressivamente più fragile. L'aumento della remunerazione e il miglioramento delle condizioni di lavoro possono quindi essere considerati strumenti per riconoscere il valore sociale ed economico della cura e per garantire la disponibilità di servizi assistenziali adeguati nel lungo periodo[42].

Diversi modelli teorici relativi all'organizzazione del lavoro di cura prendono in considerazione la sua storica femminilizzazione e cercano di individuare modalità per rendere più equa la distribuzione delle responsabilità di cura tra donne, uomini, famiglia, mercato e Stato. Tra questi rientrano il modello del capofamiglia universale (universal breadwinner model) e il modello della parità del caregiver (caregiver parity model).

Il modello del capofamiglia universale mira a promuovere l'uguaglianza di genere attraverso la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro e il loro avvicinamento al modello occupazionale tradizionalmente maschile. In questa prospettiva, una parte delle attività di cura precedentemente svolte all'interno della famiglia viene trasferita al mercato o allo Stato attraverso servizi pubblici e privati di assistenza.

Il modello della parità del caregiver, invece, riconosce il valore del lavoro di cura svolto all'interno della famiglia e propone di sostenerlo attraverso politiche pubbliche, quali trasferimenti economici, congedi e servizi di assistenza. Può inoltre favorire forme di occupazione più flessibili, come il lavoro a tempo parziale, che consentano di conciliare più facilmente l'attività remunerata con le responsabilità di cura.

I due modelli affrontano quindi la distribuzione diseguale del lavoro di cura in modi differenti. Il primo tende a ridurre la dipendenza dalla cura familiare trasferendo una parte delle attività al mercato e allo Stato; il secondo mantiene maggiormente la cura all'interno della famiglia, compensandone o sostenendone i costi attraverso l'intervento pubblico. Tuttavia, nessuno dei due modelli elimina necessariamente la dimensione di genere della cura: il primo può non modificare la distribuzione delle responsabilità domestiche all'interno della famiglia, mentre il secondo rischia di consolidare l'associazione tra cura e ruolo femminile.

Questa contrapposizione ha portato allo sviluppo di un terzo modello, quello del caregiver universale (universal caregiver), che mira a una più radicale redistribuzione delle responsabilità: sia gli uomini sia le donne dovrebbero partecipare al lavoro retribuito e, allo stesso tempo, assumere responsabilità di cura. In questa prospettiva, l'obiettivo non è semplicemente trasferire la cura dalle donne al mercato o allo Stato, ma rendere la cura una responsabilità condivisa tra i generi.[31][54]

Un altro modello è quello del matrimonio a doppio reddito e della genitorialità condivisa (shared earning/shared parenting model). Questo modello non prevede il trasferimento di risorse pubbliche alle donne come compensazione per il lavoro di cura, ma mira a una più equilibrata distribuzione delle responsabilità all'interno della famiglia. Gli uomini dovrebbero assumere una quota pari, o almeno sostanziale, del lavoro domestico e di cura, mentre le donne dovrebbero partecipare in misura equivalente al sostegno economico della famiglia. L'obiettivo del modello è superare la tradizionale divisione dei ruoli, secondo cui l'uomo è principalmente responsabile del reddito familiare e la donna della cura domestica. In questo modo, sia il lavoro retribuito sia quello di cura vengono considerati responsabilità condivise tra i partner. Il modello mira inoltre a contrastare alcune conseguenze della storica femminilizzazione della cura, tra cui forme di eccessiva identificazione tra madre e figlio, talvolta definite "maternità simbiotica", e il ridotto coinvolgimento dei padri nelle attività di cura, indicato come "negligenza paterna". L'obiettivo è quindi favorire una genitorialità maggiormente condivisa, nella quale entrambi i genitori partecipino sia alla cura dei figli sia al sostegno economico della famiglia[55][56].

Una revisione sistematica pubblicata nel 2020 da Jenny Young e colleghi ha evidenziato come la ricerca sui caregiver familiari sia ancora fortemente sbilanciata verso l'esperienza femminile. Analizzando 82 studi e 14.352 partecipanti, gli autori hanno rilevato che gli uomini rappresentavano soltanto il 35,5% dei partecipanti, contro il 64,5% delle donne, sottolineando la necessità di comprendere meglio le esperienze degli uomini che svolgono attività di cura. Questa invisibilità degli uomini nel lavoro di cura non è un fenomeno recente[57]. Già nel 1989 Sara Arber e G. Nigel Gilbert pubblicavano l'articolo "Men: The Forgotten Carers", nel quale, attraverso l'analisi dei dati del General Household Survey del 1980, mostravano che gli uomini fornivano una quantità di assistenza alle persone anziane non autosufficienti maggiore di quanto fosse generalmente riconosciuto[58].

Analisi di genere

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Il lavoro di cura, svolto ancora oggi in misura sproporzionata dalle donne e frequentemente senza remunerazione, mette in evidenza l'importanza della dimensione di genere nell'analisi della politica economica. La distribuzione diseguale del lavoro domestico e di cura può infatti influenzare la partecipazione al mercato del lavoro, i redditi, le opportunità professionali e la sicurezza economica nel corso della vita. Per questo motivo, diversi economisti e studiosi di economia di genere sostengono che la prospettiva di genere dovrebbe essere integrata nella formulazione, nell'attuazione e nella valutazione delle politiche economiche. Tale approccio consente di individuare gli effetti differenti che una stessa politica può produrre su uomini e donne e di tenere conto anche del contributo economico del lavoro di cura non retribuito[43].

Politica economica globale

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Il lavoro di cura assume forme differenti nei diversi contesti del mondo, in funzione di fattori quali la disponibilità di servizi domestici e assistenziali, la diffusione dell'economia informale e i flussi di migrazione internazionale. Queste differenze incidono sia sulla distribuzione delle responsabilità di cura all'interno delle famiglie sia sulle possibilità di partecipazione al mercato del lavoro, con conseguenze particolarmente rilevanti per le donne. Gli economisti sottolineano inoltre l'esistenza di significative differenze tra i Paesi del Nord e quelli del Sud globale, che rendono necessario adattare le politiche pubbliche alle specifiche condizioni economiche e sociali dei diversi contesti. Nei Paesi del Sud globale, tra gli interventi proposti rientrano l'ampliamento della disponibilità di servizi per l'infanzia, il miglioramento dell'accesso all'istruzione e all'assistenza sanitaria, il potenziamento dei trasporti pubblici e una maggiore diffusione delle tecnologie di comunicazione, compreso l'accesso ai telefoni cellulari. Queste misure possono contribuire a ridurre il tempo e le risorse necessari per svolgere il lavoro domestico e di cura, aumentando al contempo le opportunità di istruzione, occupazione e partecipazione economica, soprattutto per le donne. In questa prospettiva, gli investimenti nei servizi e nelle infrastrutture di cura non rappresentano soltanto una forma di sostegno alle famiglie, ma possono costituire anche uno strumento di politica economica e di riduzione delle disuguaglianze di genere[31].

Sovra-rappresentazione delle donne

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La biologia evolutiva interpreta l'investimento femminile nella cura come una risposta razionale volta a massimizzare le probabilità di successo della gravidanza e della sopravvivenza della prole. In questa prospettiva, il maggiore investimento femminile nella gestazione e nella cura dei figli si accompagna, sul versante maschile, a strategie orientate alla diversificazione delle opportunità riproduttive, attraverso la ricerca di più partner e la distribuzione del proprio investimento riproduttivo, al fine di aumentare la probabilità di trasmettere i propri geni. L'economia istituzionale, tuttavia, mette in discussione una spiegazione esclusivamente biologica di tali differenze, sottolineando il ruolo delle istituzioni e delle strutture sociali nel rafforzare e amplificare asimmetrie di potere che possono avere anche una componente biologica. Tali istituzioni possono, per esempio, garantire agli uomini maggiore autonomia rispetto alle attività riproduttive e di cura, liberandoli in misura maggiore dai vincoli legati alla gravidanza, alla procreazione e all'allevamento dei figli. Gli assetti sociali che ne derivano tendono a perpetuarsi nel tempo e possono essere interiorizzati dagli individui sotto forma di preferenze, aspettative e comportamenti apparentemente autonomi. In questa prospettiva, ciò che viene percepito come una «preferenza individuale» può essere, almeno in parte, il risultato di norme e istituzioni socialmente costruite e reiterate[59].

Economia della cura

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L'economia della cura è un ambito dell'economia femminista che analizza il lavoro necessario alla cura delle persone e alla riproduzione della vita quotidiana, comprendendo sia le attività retribuite sia quelle non retribuite svolte all'interno delle famiglie. Rientrano in questo lavoro la cura dei figli, l'assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti, le attività domestiche e il sostegno emotivo. Sebbene gran parte di queste attività non venga remunerata e rimanga quindi poco visibile nelle statistiche economiche tradizionali, essa svolge una funzione essenziale per il funzionamento dell'economia, poiché consente agli altri membri della famiglia di partecipare al mercato del lavoro e alla vita sociale. L'economia della cura mette inoltre in evidenza come la distribuzione di queste attività sia fortemente influenzata dai rapporti di genere e dalle istituzioni sociali. In particolare, la prevalente attribuzione del lavoro di cura alle donne può limitarne la partecipazione al mercato del lavoro, ridurne l'accesso alle risorse economiche e, di conseguenza, indebolirne il potere contrattuale all'interno della famiglia[60][61].

La ricerca di Gerda Lerner sulla storia delle donne identifica il patriarcato, inteso come forma istituzionalizzata di dominio maschile, come un'istituzione sociale sviluppatasi nel corso dell'età del bronzo. Secondo Lerner, anche la produzione del sistema di idee e di conoscenze, inclusa la storiografia, si è sviluppata all'interno di un ordine sociale patriarcale e ne è stata profondamente influenzata. La storia è stata pertanto prevalentemente costruita e trasmessa attraverso prospettive che hanno marginalizzato o sottovalutato i contributi delle donne alla società. Questa rappresentazione parziale del passato non si limita a oscurare il ruolo delle donne al di là della sfera domestica, ma contribuisce anche a definire i confini delle loro possibilità nel presente e nel futuro. La sistematica invisibilizzazione delle esperienze (il processo sociale, culturale o politico attraverso cui persone, gruppi, problemi o dinamiche vengono resi invisibili, ignorati o esclusi dal dibattito pubblico e dalla percezione comune) e dei contributi femminili può infatti influenzare le aspettative sociali e individuali, limitando le aspirazioni delle donne al di fuori dell'ambito familiare e domestico. In questo senso, la rappresentazione della storia diventa essa stessa un meccanismo attraverso cui il sistema patriarcale si riproduce: ciò che viene escluso dalla narrazione storica rischia di apparire come meno possibile anche nel presente, contribuendo così a rafforzare le norme e le aspettative che lo avevano originariamente escluso[62].

Il patriarcato ha storicamente escluso le donne dalla produzione e dalla trasmissione della storia scritta, limitandone al contempo l'accesso alla rappresentanza politica, all'istruzione e ai diritti di proprietà. La legge e le politiche pubbliche hanno contribuito a consolidare e perpetuare questa struttura sociale, istituzionalizzando forme di disuguaglianza tra uomini e donne. Negli Stati Uniti, fino all'approvazione del XIX emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America, alle donne era negato il diritto di voto a livello federale. In questo contesto, prevaleva l'idea che gli interessi delle donne potessero essere rappresentati indirettamente attraverso la partecipazione politica degli uomini, rafforzando così la loro esclusione dalla sfera pubblica e decisionale. Analogamente, i diritti di proprietà delle donne iniziarono a essere progressivamente riconosciuti dai singoli Stati soprattutto nel periodo successivo alla guerra civile americana. Tuttavia, anche quando tali diritti cominciarono a essere formalmente riconosciuti, permanevano significative limitazioni alla loro autonomia economica: in particolare, le donne sposate continuavano a non godere di pieni diritti giuridici sui redditi prodotti dai mariti. Questi vincoli legali ed economici contribuirono a mantenere la dipendenza delle donne all'interno dell'ordine patriarcale[63][64].

Il patriarcato istituzionalizzato ha storicamente limitato l'agenzia delle donne nella sfera pubblica, concentrando il potere politico ed economico prevalentemente nelle mani degli uomini. Braunstein e Folbre (due economiste femministe studiose dell'economia della cura) richiamano il cosiddetto «teorema del bambino marcio» di Gary Becker per mettere in discussione l'idea che gli interessi di una donna possano essere adeguatamente rappresentati dal marito o, più in generale, da un unico capofamiglia. Secondo questa prospettiva, se tutti i membri di una famiglia agissero sistematicamente nell'interesse collettivo del nucleo familiare, sarebbe razionale per ciascun individuo coordinare le proprie decisioni con quelle della famiglia nel suo complesso. Tuttavia, questa condizione non è necessariamente soddisfatta. Lo stesso Becker mostra, attraverso l'esempio della ribellione dei figli, che i membri di una famiglia possono avere interessi individuali divergenti rispetto a quelli collettivi. Il riconoscimento del «patriarca non benevolo» mette quindi in discussione l'ipotesi secondo cui le donne possano essere adeguatamente rappresentate da un unico capofamiglia. La famiglia, infatti, non costituisce necessariamente un'unità decisionale omogenea: al suo interno coesistono interessi, preferenze e obiettivi differenti, che non vengono necessariamente espressi nelle decisioni del membro che detiene maggiore potere. Di conseguenza, assumere che il marito rappresenti automaticamente gli interessi della moglie rischia di occultare le disuguaglianze di potere all'interno della famiglia e di trasformare una scelta individuale in una presunta preferenza dell'intero nucleo familiare[65][64].

Secondo Braunstein e Folbre, la relazione gerarchica prodotta dal sistema patriarcale contribuisce ad assegnare prevalentemente alle donne il lavoro di cura. Partendo dall'idea che il controllo delle risorse economiche accresca il potere contrattuale all'interno della famiglia, le autrici sostengono che gli uomini, avendo storicamente detenuto una quota maggiore delle risorse, possano avere un incentivo a favorire la specializzazione femminile nelle attività di cura e domestiche. Tale specializzazione limita la partecipazione economica delle donne e, di conseguenza, il loro potere contrattuale, contribuendo a preservare l'autorità maschile all'interno della famiglia. In questa prospettiva, il controllo delle risorse finanziarie non garantisce necessariamente che le decisioni siano orientate al benessere dell'intero nucleo familiare. Chi dispone di una maggiore capacità economica e decisionale può infatti avere un interesse a preservare la propria posizione di potere, anche quando ciò non coincide pienamente con gli interessi degli altri membri della famiglia. Braunstein e Folbre mostrano inoltre che le famiglie caratterizzate da una distribuzione più equilibrata delle risorse economiche tra uomini e donne tendono a organizzare il lavoro di cura in modo più efficiente rispetto alle strutture patriarcali, nelle quali il potere e le risorse sono distribuiti in maniera asimmetrica. Una maggiore parità nell'accesso alle risorse, quindi, non rappresenta soltanto una condizione di equità tra i membri della famiglia, ma può anche favorire una distribuzione più equilibrata ed efficiente delle responsabilità di cura[66][64].

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Voci correlate

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Collegamenti esterni

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  • Organizzazione internazionale del lavoro, Economia della cura
  • Istituto europeo per la parità di genere, Economia della cura
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