Funzionalismo (sociologia)

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Il funzionalismo ha ricoperto per diversi anni una posizione dominante tra le teorie sociologiche contemporanee.

Nel funzionalismo la società è concepita come un insieme di parti interconnesse tra di loro. Nessuna di esse, quindi, può essere intesa isolata dalle altre, ma solamente nel suo contesto. Le relazioni che intercorrono tra le parti della società sono di tipo funzionale, ovvero ogni elemento svolge un particolare compito che, unito a tutti gli altri, concorre a creare e mantenere funzionante quell'apparato che noi chiamiamo società. Esiste dunque, per il funzionalismo, uno stato di equilibrio nella società, che si ha quando ogni parte svolge correttamente il proprio compito. Per questo motivo possiamo affermare che il funzionalismo è basato sul modello del sistema organico che troviamo nelle scienze biologiche.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto fondamentale del funzionalismo sociologico è lo studio della società, intesa come una globalità di strutture sociali e culturali (costumi, credenze, riti, tecniche, azioni sociali, ecc.), relazionate fra loro, la cui funzione è quella di contribuire a preservare quelle condizioni essenziali per l'esistenza del sistema sociale indagato.
Lo scopo dell'analisi è quello di verificare la natura di quelle condizioni e il loro rapporto con le strutture; di studiare i meccanismi in base ai quali l'alterazione di una struttura può trascinare tutto il sistema ad un mutamento.[1]

Il funzionalismo si è diffuso nell'ambito sociologico a partire dagli anni quaranta del Novecento, grazie al lavoro di Talcott Parsons, Robert K. Merton e Marion J. Levy, inquadrabili nel cosiddetto "macrofunzionalismo", che si fonda sul funzionamento del sistema piuttosto che sull'individuo, diversamente dal "microfunzionalismo" proposto da Kurt Lewin.[2]

Le radici del funzionalismo: autori[modifica | modifica wikitesto]

Il funzionalismo moderno: autori[modifica | modifica wikitesto]

  • Robert K. Merton che, a partire dalla fine degli anni '40, distingue già le funzioni manifeste degli oggetti dell'analisi sociologica dalle loro funzioni latenti (o inconsce), non intenzionali e non esplicite che spesso forniscono la reale spiegazione sottostante la fenomenologia sociale di questi oggetti: ad esempio, una ”danza della pioggia“ non si spiega con l'intento manifesto di far piovere, bensì con quello rituale, ovverosia con la funzione latente di integrazione e coesione sociale che tale danza svolge per la tribù;[3]
  • Jeffrey Charles Alexander, che ha introdotto la corrente del neofunzionalismo;
  • Talcott Parsons, la cui impostazione teorica, risalente ai primi anni '50, è più correttamente definita struttural-funzionalismo. Per Parsons, che riprende le linee del funzionalismo di Radcliffe-Brown, i principi funzionali basilari e costitutivi di ogni sistema sociale umano sono: l'adattamento all'ambiente naturale, il perseguimento di comuni scopi a fine collettivo, l'integrazione ed il mantenimento della struttura latente (o inconscia) dei valori e delle norme interiorizzati con l'educazione, il controllo delle tensioni psicologiche. Nessun gruppo od organizzazione sociale potrà mai sussistere se esso non esplica adeguatamente ed non integra opportunamente queste basilari funzioni economiche, politiche, culturali e psicologiche dei propri membri.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. L. Gallino, La sociologia, Indirizzi, specializzazioni, rapporti con altre scienze, UTET, Torino, 1989, p. 11.
  2. ^ Cfr. L. Gallino, La sociologia. Indirizzi, specializzazioni, rapporti con altre scienze, UTET, Torino, 1989, p. 12.
  3. ^ Cfr. Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Garzanti, Milano, 1993.
  4. ^ Cfr. R. Collins, Sociologia, Zanichelli, Bologna, 1980; Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Garzanti, Milano, 1993.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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