Flexicurity

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La flessicurezza[1] (in inglese, flexicurity) intende assicurare che i cittadini dell'Unione europea possano beneficiare di un livello elevato di sicurezza occupazionale, vale a dire poter trovare agevolmente un lavoro in ogni fase della loro vita attiva e di avere buone prospettive di sviluppo della carriera in un contesto economico in rapido cambiamento. La flessicurezza vuole inoltre incentivare sia i lavoratori che i datori di retribuzione a cogliere appieno le opportunità che la globalizzazione presenta loro. Essa crea quindi una situazione in cui la sicurezza e la flessibilità possono rafforzarsi reciprocamente.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine flessicurezza risale a un dibattito politico nei Paesi Bassi, nei primi anni '90. In questa area la deregolamentazione del mercato del lavoro coincide con il miracolo olandese, nel quale il tasso di disoccupazione è diminuito considerevolmente. In modo simile la Danimarca ha praticato con successo la deregolamentazione del mercato del lavoro, che ha spinto gli studiosi e i politici a credere che la flessibilità dell'occupazione migliori la competitività delle aziende come anche il tasso di produzione, che a sua volta anima il mercato del lavoro. A livello europeo il libro verde ha promosso l'idea di partnership sociale e bilanciamento tra flessibilità e sicurezza. Questo libro ha provocato reazioni molto forti specialmente dai sindacati francesi e tedeschi, perché temevano minacciasse la loro indipendenza e che non tenesse conto della posizione dei lavoratori, specialmente a livello di impresa. Alcuni dubbi sono anche stati espressi in una relazione pubblicata dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro, la quale conclude che “la flessibilità del mercato del lavoro ha portato a una significativa erosione dei diritti dei lavoratori in aree fondamentali riguardanti il loro lavoro e la loro sicurezza economica e relativa stabilità delle condizioni di lavoro e di vita”[2].

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

Per affrontare il problema che l'aumento della flessibilità dell'occupazione porta a una minore sicurezza lavorativa e anche a una minore idoneità ai benefici sociali, la nozione di flessicurezza diventa un' importante strategia politica. Considerando le esperienze olandesi e danesi la definizione di flessicurezza più citata è la seguente: “La flessicurezza è una strategia politica che tenta, in modo consapevole e sincronico, di migliorare la flessibilità dei mercati del lavoro, delle organizzazioni lavorative e dei rapporti di lavoro da una parte, e di migliorare la sicurezza sociale e dell'occupazione, in particolare per i gruppi deboli dentro e fuori dal mercato del lavoro dall'altra parte”[3].

L'ONLI (Osservatorio Neologico della Lingua Italiana del CNR) definisce la flessicurezza come la strategia politica che si propone di favorire, nello stesso tempo, la flessibilità del mercato del lavoro e la sicurezza sociale, soprattutto a vantaggio delle categorie più deboli dei lavoratori. Un intero capitolo del Libro verde [dell'Unione Europea sulla riorganizzazione del diritto del lavoro] è […] dedicato alla flexsecurity, tradotto in italiano con un brutto neologismo, flessicurezza, in pratica il saper concedere flessibilità alle aziende, ma anche sicurezza, quindi certezza, ai lavoratori. (Massimo Mascini, Sole 24 Ore, 24 novembre 2007, p. 20, Economia e Imprese).

In sostanza, attraverso la flessicurezza si cerca di operare una sorta di scambio tra minore tutela dal rischio di perdita del posto di lavoro -- conseguenza appunto della deregolamentazione -- e aumento delle possibilità occupazionali. Il circolo virtuoso che si pensa di attivare con tale approccio potrebbe essere così riassunto: se da un lato la maggiore libertà concessa agli imprenditori in materia di assunzioni temporanee e di licenziamenti fa sì che i lavoratori possano più facilmente perdere il posto, dall'altro a questi ultimi viene reso più agevole trovare una nuova occupazione, attraverso una serie di servizi e di strumenti di protezione. (Paolo Gargiulo, Repubblica, 29 luglio 2011, Napoli, p. XII).

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

La Danimarca[4] o la Svezia possono essere considerati come gli esempi migliori nei Paesi europei, perché hanno sviluppato una combinazione coordinata di mercati del lavoro flessibili senza creare problemi di esclusione sociale su livelli differenti. Specialmente i rappresentanti dei Paesi Bassi e della Danimarca hanno dato inizio al dibattito internazionale sulla flessicurezza, ma l'idea di bilanciare flessibilità e sicurezza si è diffusa in tutta Europa. Il concetto è stato anche riconosciuto al Congresso di Lisbona nel 2000, durante il quale la Commissione europea vi ha fatto riferimento.

Le quattro componenti politiche[modifica | modifica wikitesto]

Nello specifico la flexicurity può essere definita quale strategia integrata volta a promuovere contemporaneamente la flessibilità e la sicurezza sul mercato del lavoro. La flessibilità, ha a che fare con i movimenti di passaggio che contraddistinguono la vita di un individuo, comportando maggiore libertà per le imprese e maggiori risposte efficaci ai nuovi bisogni e alle nuove competenze richieste dalla produzione. Mentre la sicurezza, è qualcosa di più che la semplice sicurezza di mantenere il proprio posto di lavoro: essa significa dotare le persone delle competenze che consentano loro di progredire durante la loro vita lavorativa e le aiutino a trovare un nuovo posto di lavoro. Ha anche a che fare con adeguate indennità di disoccupazione per agevolare le transizioni. Comprende inoltre opportunità di formazione per tutti i lavoratori, soprattutto per quelli scarsamente qualificati e per i lavoratori anziani. Le imprese e i lavoratori secondo questa impostazione, possono quindi beneficiare sia della flessibilità sia della sicurezza. La Commissione e gli Stati membri dell'Europa, in base all'esperienza e ai risultati dell'evidenza empirica, hanno raggiunto un consenso sul fatto che è possibile concepire e attuare politiche di flessicurezza attraverso quattro componenti politiche:

I. Forme contrattuali flessibili e affidabili (nell'ottica del datore di lavoro e del lavoratore, degli insider e degli outsider) mediante una normativa del lavoro, contrattazioni collettive e un'organizzazione del lavoro moderne;

II. Strategie integrate di apprendimento lungo tutto l'arco della vita per assicurare la continua adattabilità e occupabilità dei lavoratori, in particolare di quelli più vulnerabili;

III. Efficaci politiche attive del mercato del lavoro che aiutino le persone a far fronte a cambiamenti rapidi, riducano i periodi di disoccupazione e agevolino la transizione verso nuovi posti di lavoro;

IV. Sistemi moderni di sicurezza sociale che forniscano un adeguato supporto al reddito, incoraggino l'occupazione e agevolino la mobilità sul mercato del lavoro. Questo include un'amplia copertura delle prestazioni sociali che aiutino le persone a conciliare il lavoro con le responsabilità private e familiari, come per esempio la cura dei figli.

L'analisi economica dimostra che queste quattro componenti possono rinforzarsi l'una con l'altra e migliorare l'occupazione complessiva come anche quella delle donne, dei giovani e dei lavoratori anziani, i tassi di coloro che sono a rischio povertà e il capitale umano. Negli ultimi anni il dibattito sulla flessicurezza si è ispirato ai risultati positivi in termini occupazionali e socioeconomici registrati in alcuni Stati membri, come indicato dalla rilanciata job strategy dell'OCSE. Il coinvolgimento attivo delle parti sociali è la chiave per far sì che la flessicurezza vada a vantaggio di tutti. È altresì essenziale che tutti gli attori interessati siano pronti ad accettare il cambiamento e ad assumersene la responsabilità. Strategie integrate di flessicurezza sono spesso applicate in Paesi in cui il dialogo, e soprattutto la fiducia, tra le parti sociali e le autorità pubbliche ha svolto un ruolo importante. Il sostegno delle parti sociali agli obiettivi centrali della strategia di Lisbona è un elemento importante: tradurre questo sostegno in iniziative politiche concrete rientra ugualmente nelle responsabilità dei governi e delle parti sociali. L' esperienza insegna che un approccio di partenariato è il più idoneo per sviluppare una politica di flessicurezza. Spetta ovviamente a questi attori, in quanto organizzazioni autonome, decidere per conto loro in che modo partecipare, nell'ambito del dialogo sociale, alle politiche di flexicurity (Antonio Panzeri e Filippo Di Nardo 2008). Se da un lato le politiche e le misure di flessicurezza devono rispecchiare le più svariate situazioni nazionali, tutti gli Stati membri della UE si trovano ad affrontare la stessa sfida della modernizzazione e dell'adattamento alla globalizzazione e al cambiamento. Per tale motivo, onde agevolare i dibattivi nazionali nell'ambito degli obiettivi comuni della strategia per la crescita e l'occupazione, appare opportuno raggiungere un consenso a livello UE su una serie di “principi comuni di flessicurezza”. Questi principi comuni, contenuti nella risoluzione del Parlamento europeo del 29 novembre 2007, potrebbero costituire un utile riferimento per realizzare mercati del lavoro più aperti e reattivi e posti di lavoro più produttivi. Essi possono aiutare gli Stati membri a definire e attuare strategie di flessicurezza che tengano pienamente conto delle sfide, delle opportunità e delle circostanze specifiche cui sono confrontati, con la partecipazione attiva delle parti sociali. L'attuazione dei principi comuni di flessicurezza negli Stati membri richiede la definizione di combinazioni e sequenze di politiche e misure pianificate e negoziate adeguatamente. Poiché gli Stati membri presentano un contesto socioeconomico, culturale e istituzionale estremamente variegato, le combinazioni e sequenze specifiche saranno anch'esse diverse. Le buone pratiche raccolte in tutta la UE forniscono ampie opportunità agli Stati membri di apprendere l'uno dall'altro e di analizzare ciò che può funzionare meglio nella loro situazione specifica. Nei Paesi in cui esiste già un sistema di indennità di disoccupazione e queste sono generose, l'applicazione del principio dei diritti e doveri dovrebbe contribuire all'efficacia dei costi che il sistema comporta. Nei Paesi in cui i sistemi di indennità sono meno sviluppati, le autorità possono contemplare l'eventualità di assegnare le risorse in modo da potenziare le politiche di flessicurezza e ripartire gli eventuali costi addizionali tra gettiti diversi, agendo sulla leva fiscale o su quella contributiva. I costi finanziari della flessicurezza andrebbero però sempre valutati alla luce dei vantaggi finanziari derivanti da un accresciuto dinamismo del mercato del lavoro, dall'aumento dell'occupazione e della produttività. Uno studio stima che un aumento del 10% della spesa per le politiche attive del mercato del lavoro per ciascun disoccupato riduce dello 0,4% il tasso di disoccupazione. Un intervento tempestivo riduce i costi di lungo periodo della disoccupazione e le relative conseguenze negative in termini di salute e di esclusione sociale. Le politiche di flessicurezza comportano spesso costi e devono rimanere pienamente compatibili con sane politiche di bilancio sostenibili sul piano finanziario. In certi Paesi la spesa legata alla flessicurezza è di per sé sufficientemente elevata, ma se ne deve accrescere l'efficacia, in particolare migliorando la struttura dell'apprendimento permanente e delle politiche attive del mercato del lavoro. In altri Paesi vi è un chiaro bisogno di risorse supplementari con conseguente aumento della spesa pubblica e privata se non altro nel breve termine. Tutte le misure che rientrano negli orientamenti per l'occupazione sono finanziabili dal Fondo sociale europeo, che nel periodo di programmazione 2007-2013 metterà a disposizione degli Stati membri circa 70 miliardi di euro. Da un punto di vista politico ed economico l'approccio della flessicurezza cerca di promuovere la flessibilità nelle aziende e al tempo stesso di diminuire il rischio sociale per i lavoratori. Perciò dovrebbero essere create delle situazioni di reciproco vantaggio, affinché sia le aziende sia i lavoratori siano in grado di beneficiare dello stimolo produttivo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Enciclopedia in linea Treccani, Definizione di "flessicurezza" dal sito dell'Enciclopedia Treccani., treccani.it.
  2. ^ (Ozaki 1999, cit. in Antonio Panzeri e Filippo Di Nardo 2008)
  3. ^ (Wilthangen, Tros 2004, p 169)
  4. ^ Trotta, Flexicurity in Danimarca. Un modello esportabile?, 2009

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Tutte le informazioni sono state prese dal testo di:

  • Panzeri A. e Di Nardo F. Nuovi lavori, flexicurity e rappresentanza politica, Jaca Book, Milano, 2008.
  • Trotta Luigi. "Flexicurity in Danimarca. Un modello esportabile?", Tesi di Laurea Specialistica, Università degli Studi di Firenze, 2009.
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