Correlativo oggettivo

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Il correlativo oggettivo è un concetto poetico elaborato nel 1919 da Thomas Stearns Eliot, che lo definì come

« una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un'emozione particolare[1] »

Origine della terminologia[modifica | modifica wikitesto]

Reso celebre da T. S. Eliot nel saggio "Amleto e i suoi problemi",[2] (del 1919), il termine era già stato usato da Washington Allston intorno al 1840 nel discorso introduttivo delle sue Lectures on Art:[3]

Eliot dice che come l'acqua e la terra sono i correlativi predeterminati di un'emozione, cioè cose la cui presenza permette l'esistenza di un'emozione, così esistono dei correlativi oggettivi di un'emozione, cioè oggetti la cui presenza permette la nascita di una certa emozione. Aggiunge che trovare dei correlativi oggettivi di un'emozione è l'unica maniera di descrivere l'emozione letterariamente.

La critica attribuisce a Eugenio Montale l'uso di questo concetto, specialmente nella sua raccolta Ossi di seppia, il cui titolo è un esempio di correlativo oggettivo: gli ossi di seppia abbandonati su una spiaggia assolata evocano sensazioni di morte, macerie abbandonate provenienti dalle profondità marine. A differenza del simbolo, il cui significato viene spiegato nel testo a cui appartiene, il correlativo oggettivo ha un significato che non viene esplicitato direttamente dall'autore. Le immagini non hanno semplicemente un valore soggettivo, individuale: il poeta infatti riesce a conferire loro un significato universale e a comunicare quindi idee e sentimenti ai lettori. Ad esempio il tema del "male di vivere", del pessimismo esistenziale del poeta, nella poesia Meriggiare pallido e assorto è evocato, nei versi finali, dall'immagine della vita come "una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia".

Né Eliot né Montale vollero chiarire la distinzione che può e deve passare fra le situazioni o gli oggetti suscitatori di emozioni involontarie, inattese, sorprendenti il poeta, e le situazioni o gli oggetti che il poeta s'ingegna viceversa a ricercare per tentare di esprimere le proprie emozioni spontanee (stati d'animo, reminiscenze involontarie, meditazioni e simili). Nel caso di Eliot l'omissione teorica della distinzione fu reticenza, perché egli volle dissimulare l'abilità intellettualistica dei suoi montaggi con la scoperta più antica del mondo. Nel caso di Montale (per il quale, come divulgatore, l'approfondimento teorico sarebbe stato invece doveroso) l'omissione teorica si spiega forse con un'onesta tutela della poesia nei confronti delle pretese categorizzanti delle poetiche. La distinzione non sancita, o comunque insondata, fra il correlativo oggettivo trovato (l'osso di seppia, Esterina al trampolino) e il correlativo oggettivo ricercato (la casa dei doganieri), o persino appositamente fabbricato (il vento che suona attento), lascia nelle fondamenta della poesia del Novecento un equivoco teorico che sarà foriero di sviluppi neoavanguardistici - specialmente allorché a correlativo oggettivo della parola fu promossa la parola stessa.

Montale seppe riconoscere gli sviluppi autoreferenziali impliciti nell'enunciato eliotiano, che aveva contribuito a divulgare, allorché trattando dell'ermetismo nel 1940 scrisse: "Il supposto poeta oscuro è, nell'ipotesi a lui più favorevole, colui che lavora il proprio poema come un oggetto, accumulandovi d'istinto sensi e soprasensi, conciliandovi dentro gl'inconciliabili, fino a farne il più fermo, il più irripetibile, il più definito correlativo della propria esperienza interiore".[4]

Dovrebbe logicamente restare esclusa dalle poetiche del cosiddetto "correlativo oggettivo" tutta quanta l'assai incerta nozione di poesia metafisica, che in un'intervista del 1960 Montale definì in questi termini: "Tutta l'arte che non rinunzia alla ragione, ma nasce dal cozzo della ragione con qualcosa che non è ragione, può anche dirsi metafisica. La poesia religiosa occupa un territorio molto vicino: spesso i confini si confondono. Anche certe forme di espressionismo appartengono allo spazio metafisico. Meglio che di poesia metafisica potrebbe parlarsi - per una parte della poesia moderna - di una poesia che trova in se stessa la sua materia".[5] Queste ultime parole ribadiscono il giudizio del 1940 sull'autoreferenzialità di buona parte della poesia contemporanea, come a farne una garanzia di quella fedeltà alla ragione che è stata spesso giudicata caratteristica della poesia italiana. Se ne può desumere che la poetica del correlativo oggettivo, come l'intese Montale, abbia avuto lo scopo di riportare la poesia entro i limiti certi della ragione e delle forme finite dell'esperienza proprio facendo della poesia l'oggetto correlato a se stesso dopo il "cozzo della ragione con qualcosa che non è ragione". L'autoreferenzialità recupera dunque un orizzonte metafisico che sarebbe logicamente escluso: perché imbattersi in un osso di seppia, fantasticare o rimpiangere un amore incipiente o trascorso, agognare reami ultraterreni attraverso malchiuse porte, temere la morte, e simili, non possono essere definiti esperienze se non diventano altrettante scritture dotate dei caratteri della poesia.

Per Eliot i caratteri stilistici della poesia sono i suoi "correlativi". Essi sono "oggettivi" nel senso che si trovano sedimentati nel tesoro della tradizione, alla quale il poeta deve sapere attingere furtivamente ("I poeti immaturi imitano, i poeti maturi rubano"). Per Montale "il metodo eliottiano del correlativo obiettivo" consiste nel "fornire un oggetto (la poesia) in cui il motivo sia incluso in forma di suggerimento, non però spiegato o commentato in termini psicologici [riferiti all'autore]".[6] È evidente la differenza: Eliot pensava ad un'oggettività storica di repertorio erudito, esterna alla composizione, mentre Montale pensava ad un'oggettività di contenuto. Egli preferì divulgare la formula eliotiana come un'etichetta, sebbene conoscesse una definizione della poesia più estesa, più precisa, più attinente alla sua propria concezione e del tutto corrispondente, del resto, alla poetica del misterioso "correlativo oggettivo". Essa fu dovuta a Théodor de Banville, che nella premessa ad una scelta di liriche ronsardiane esaltò la poesia come "una magia ... una stregoneria" grazie alla quale delle idee ci vengono comunicate in modo certo "attraverso parole che tuttavia non le esprimono".[7] A causa d'una certa indolenza teorica caratteristica dei poeti, e dell'opposto gusto specialistico dei critici, il teoricismo eliotiano della "formula di un'emozione" ha avuto maggior successo della "magia" o "stregoneria" di Banville.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Thomas Strearns Eliot, The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism, Londra, Methuen, 1920.
  2. ^ http://www.bartleby.com/200/sw9.html "Hamlet and His Problems"
  3. ^ http://www.gutenberg.org/files/11391/11391.txt Lectures on Art
  4. ^ Parliamo dell'ermetismo in "Primato" n. 7, 1940 (ora in Eugenio Montale, Sulla poesia, a cura di Giorgio Zampa, Mondadori, Milano 1976, p. 560).
  5. ^ Dialogo con Montale sulla poesia in "Quaderni milanesi" n. 1, 1960 (Sulla poesia, cit., p. 581).
  6. ^ Prefazione alla traduzione delle Poesie a cura di Gösta Andersson, Italica, Stockholm-Roma 1960 (Sulla poesia, p. 89).

7. Variazioni, in "Il mondo" n. 2, 1945 (Sulla poesia, p. 104).

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