Corona de Logu

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La Corona de Logu riuniva i poteri, in età giudicale, della Corte di giustizia, del Consiglio dei maggiorenti (magiorendes o majorales, rappresentanti dei distretti amministrativi detti curatorie, Curadorias) e di alti prelati (pìscamos), nominati dal giudice-sovrano (Judiche) che attribuiva loro la somma potestà, mantenendo tuttavia il potere di ratificare gli atti e gli accordi che riguardassero l'intero territorio (su Logu). L'istituzione, pertanto, deteneva il possesso del giudicato ed era depositaria della sovranità.

La Corona de Logu come organo politico[modifica | modifica wikitesto]

Oristano, "capitale" dell'Arborea

Supremo magistrato della corona era lo stesso giudice-sovrano che, talvolta, poteva essere sostituito da un curadore (capo delle curatorie] o dal majore (presiedeva le ville). Le assemblee venivano convocate nella "capitale" (dove comunque dimorasse il giudice) o nei paesi in cui esistevano seri problemi, caratterizzandosi come corte itinerante. Questo accadde durante il 1146 nella chiesa di Santa Maria a Bonarcado, dove si riunirono i quattro giudici sardi (Barisone I di Arborea, Costantino II Salusio III di Cagliari, Costantino III de Lacon-Gunale di Gallura, Gonario II di Torres), unitamente agli arcivescovi e maggiorenti.[1]

Come organo politico la Corona aveva il compito di nominare il giudice e di controllare il suo operato. Durante su Collectu (il collegio) si riunivano nella "capitale" un rappresentante di ciascuna curatoria, i più autorevoli membri della gerarchia ecclesiastica, i castellani, due rappresentanti del capoluogo eletti da jurados delegati dalla Coronas de Curadoria (precedentemente radunata nella principale villa distrettuale); quindi lo Judex sive rex era investito con un sistema misto elettivo-ereditario seguendo la linea diretta maschile e, solo in via alternativa, quella femminile (portatrice di titolo).[2]

Il giudice governava sulla base di un patto col popolo (il bannus-consensus), venuto meno il quale il sovrano poteva essere esautorato ed anche, nei casi di gravi atti di tirannide e di sopruso, legittimamente giustiziato dal popolo medesimo, senza che questo incidesse sulla trasmissione ereditaria del titolo all'interno della dinastia regnante: è storicamente attestato che ciò sia avvenuto nei giudicati di Arborea e di Torres.[3]

Il patrimonio del regno era diviso da quello personale del giudice che reggeva il governo, assistito da un cancelliere (solitamente un prelato) e dai majores.

La Corona de Logu come organo di giustizia[modifica | modifica wikitesto]

L'amministrazione della giustizia era delegata ai majores de bidda (paese), de scolca (per la vigilanza delle zone campestri), de armentos (per il controllo dell'allevamento del bestiame): ogni cosa, però, faceva capo alla Corona de Logu e al giudice che seguivano le norme giuridiche stabilite dalle Carte de Logu, delle quali la più nota e completa fu quella del giudicato di Arborea, emanata da Mariano IV e aggiornata dai figli Ugone III e Eleonora. La Corona de Logu arborense, massimo organo politico collegiale, si riuniva a Oristano nella chiesa di San Francesco[4]

Gli stemmi dei quattro giudicati sardi[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Salvi, pag. 20
  2. ^ Fais, pag. 4
  3. ^ Soddu, pag. 12
  4. ^ Fais, pag. 11

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV.,La Grande enciclopedia della Sardegna, La Nuova Sardegna, Sassari 2007.
  • Valerio Fais, Corona de Tottu Su Logu de Sardigna, S'Alvure, Oristano 2003.
  • Donatella Salvi, La chiesa di Santa Maria di Bonarcado, Iskra, Ghilarza 2014.
  • Alessandro Soddu, I vandali, Bisanzio e il Medioevo dei Giudici, nella collana "La Sardegna. Tutta la Storia in mille domande", a cura di Manlio Brigaglia, La Nuova Sardegna, Sassari 2011.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]