Catenaccio

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Il catenaccio è uno stile di gioco del calcio. Consiste in uno schieramento che si caratterizza per una spiccata propensione difensiva. Sotto la definizione di catenaccio ricadono una serie di moduli e schemi contraddistinti dall'atteggiamento del reparto difensivo di una squadra, volto essenzialmente a evitare di subire gol, chiudendo a chiave, appunto, la propria porta. Il termine catenaccio ha dato origine all'aggettivo catenacciaro (al giorno d'oggi utilizzato con accezione per lo più dispregiativa) per indicare l'allenatore o la squadra dediti alla difesa a oltranza, alla distruzione del gioco altrui e alla rinuncia a costruire qualsiasi trama di gioco d'attacco pur di non permettere che gli attaccanti avversari giungano a tirare in porta.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante il nome italiano con cui è ormai noto anche nelle altre lingue, il catenaccio ebbe le sue origini negli anni trenta in Svizzera, per iniziativa del tecnico austriaco Karl Rappan (1905-1996). Egli propose per la prima volta il catenaccio nel 1932 quando sedeva sulla panchina del Servette. Nel modulo cosiddetto del "sistema", in auge nel calcio di allora, i difensori erano tre (due terzini e un difensore centrale, detto stopper), generalmente impegnati in una marcatura a uomo. Per ottenere maggiore copertura difensiva Rappan ebbe l'idea di togliere un mediano da centrocampo che veniva arretrato dietro la linea dei difensori, rendendolo "libero" da qualsiasi compito di marcatura fissa. Il libero era infatti destinato a eventuali raddoppi di marcatura e a recuperare i palloni sfuggiti ai compagni di reparto. Rappan ripropose il catenaccio allorché si trovò a guidare la nazionale elvetica al campionato del mondo del 1938 in Francia. Con questa variazione del sistema, che fu battezzata in francese, verrou cioè, appunto, "catenaccio", la modesta nazionale Svizzera ben figurò nel torneo, eliminando la Germania al primo turno e arrivando fino ai quarti di finale, nei quali cedette all'Ungheria, futura finalista.

Il catenaccio in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Denominato inizialmente come Neometodo per adattare al calcio italiano della seconda metà del ventesimo secolo i principi introdotti durante il periodo interbellico dal Metodo di Pozzo e Carcano,[1] il catenaccio si affaccia in Italia come schema tattico usato per correggere difetti inerenti alla fase difensiva del Sistema[1] nel campionato di Serie A 1941-42 con Mario Villini, allenatore della Triestina[2]. Nel Campionato Alta Italia del 1944, Ottavio Barbieri fa adottare il catenaccio alla sua squadra, VV. FF. La Spezia, che sorprendentemente vincerà la competizione, imponendosi sul Torino di Valentino Mazzola[2]. Giuseppe "Gipo" Viani schiera la sua Salernitana con il "Vianema", tattica da cui poi derivò il "catenaccio all'italiana", che nacque in origine da un'idea del capitano Antonio Valese, ottenendo alcune vittore e preziosi pareggi nella Serie A 1947-1948.[2] Alfredo Foni nel campionato di Serie A 1952-53 applica questa tattica all'Internazionale, schierando il terzino destro Blason nel ruolo di libero e arretrando l'ala destra Armano a terzino[2]. Ma i più grandi interpreti del catenaccio in Italia furono Nereo Rocco ed Helenio Herrera.

Nereo Rocco fu tra i primi ad applicare il catenaccio in Italia, fin dal 1946-47, sua prima stagione come tecnico della Triestina. Il modulo di Rocco, cui talora ci si riferisce come il "vero" catenaccio, prevedeva comunemente una formazione del tipo 1-3-3-3 con un atteggiamento rigidamente difensivo. Alcune variazioni sul tema prevedevano schemi come l'1-4-4-1 e 1-4-3-2. Valendosi di questo schema Rocco riuscì addirittura a portare la squadra giuliana ad un sorprendente secondo posto finale nel campionato 1947-48, ripetendosi dieci anni dopo col Padova, giunto terzo nella stagione 1957-58. Una volta passato sulla panchina del Milan, riuscì a vincere nel decennio dei sessanta due titoli italiani, due Coppe dei Campioni, una Coppa intercontinentale e una Coppa delle Coppe.

Negli anni sessanta Helenio Herrera vinse tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali con l'Internazionale. Il modulo di Herrera prevedeva lo schieramento di tre difensori cui erano assegnati compiti di stretta marcatura sull'uomo con un libero alle loro spalle. Davanti al pacchetto arretrato si posizionava un regista capace di lunghi e precisi passaggi, per superare il centrocampo avversario e servire così i centrocampisti avanzati e le punte.

Il catenaccio è ritenuto lo schema tattico che diede inizio al cosiddetto «calcio all'italiana», una dottrina di gioco basata nella fisicità delle manovre, coperture ferree e contropiedi efficaci.[1]

Evoluzione schematica[modifica | modifica wikitesto]

Il Catenaccio di Karl Rappan

Come accennato in precedenza, il Catenaccio derivava direttamente dal Sistema, mutuandone le rigide marcature ad uomo. Tuttavia differiva da esso per l'aggiunta di un quarto difensore, generalmente prelevato dal centrocampo che pertanto passava da quattro uomini a tre.

Catenaccio Anni 60

Questo spostamento poneva in inferiorità numerica a centrocampo le squadre che giocavano col Catenaccio, soprattutto contro quelle che adottavano il Sistema. Pertanto, alla fine degli anni 50, si iniziò ad arretrare la posizione di una delle due ali, in genere quella destra, allo scopo di riequilibrare le forze e la densità in mezzo al campo. Iniziava così l'era dell'"ala tattica" o "ala tornante" e gli attaccanti veri e propri da tre passavano a due. L'arretramento dell'ala destra provocò conseguentemente l'avanzamento del terzino che l'aveva in marcatura. Il terzino sinistro diventava quindi "fluidificante" e sempre più propenso alle scorribande verso l'area avversaria. Massimi esponenti di questa evoluzione furono l'Inter di Helenio Herrera e il Milan di Nereo Rocco nei primi anni 60.

Nella seconda metà degli anni 70 inizia ad affermarsi la tattica della marcatura a zona. Tuttavia il Catenaccio resiste seppure con la contaminazione della marcatura a zona nel solo settore del centrocampo. Questa evoluzione del catenaccio prenderà nome di Zona mista e verrà praticata con molto successo principalmente dalla Juventus di Giovanni Trapattoni e dalla Nazionale Italiana di Enzo Bearzot e di Azeglio Vicini.[3]

Numerazione e ruoli[modifica | modifica wikitesto]

Numerazione del Catenaccio di Karl Rappan

In un'epoca calcistica oramai lontana, quando nel calcio non c'erano sponsor, e non c'era neanche la regolamentazione di aggiungere il nome dietro le maglie, le squadre seguivano la numerazione tradizionale derivata dalla piramide. Nonostante la regola sia ferrea, non era raro per un giocatore importante chiedere (e ottenere) l'assegnazione di un numero "affezionato" diverso da quello che rappresentava il suo ruolo. In genere il numero 1 era assegnato al portiere, il 2 e il 3 rispettivamente ai terzini destro e sinistro, il 4 al mediano, il 6 al libero (anche se a volte troviamo questi due numeri a ruoli invertiti) e il 5 allo stopper. Il numero 8 era assegnato al centrocampista e il 10 al fantasista o regista. Infine i numeri 7 e 11 venivano assegnati rispettivamente alle ali destre e sinistre mentre il numero 9 al centravanti.

Nell'attualità[modifica | modifica wikitesto]

Oggi il catenaccio, almeno nella sua forma più rigidamente difensivistica, è caduto in disuso, sebbene venga adottato da un discreto numero di squadre più deboli per mascherare il divario tecnico che le separa dai grandi club. Al catenaccio possono però ricorrere squadre che nel corso della partita vengano a trovarsi in inferiorità numerica per infortuni o espulsioni. L'utilizzo del catenaccio può essere limitato a una particolare fase della partita o a tutto il corso della gara. In questo caso le possibilità offensive della squadra si riducono alla tattica di contropiede. L'adozione prolungata del catenaccio, tuttavia, richiede particolari doti tecniche di tutto il reparto difensivo, in particolare ottimi colpitori di testa, un affiatamento delle linee difensive per raddoppi di marcatura e per l'uso tattico del fuorigioco e pulizia e correttezza di gioco assoluta svolgendosi il gioco prevalentemente in area di rigore o nelle immediate vicinanze. Una visione stereotipata ma ancora molto diffusa internazionalmente attribuisce alle squadre italiane l'utilizzo del catenaccio[4], sebbene oramai molti club italiani preferiscano adottare moduli più moderni come il 4-4-2, con i difensori liberi di spostarsi in tutte le zone del campo. Lo schieramento del modulo completamente difensivo è estremamente raro tra squadre di pari livello tecnico e il ricorso allo schema difensivo puro può essere richiesto da particolari situazioni di gioco.

Squadre che hanno utilizzato il Catenaccio[modifica | modifica wikitesto]

Tra le squadre che guadagnarono alcuni successi giocando con il Catenaccio:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Carlo F. Chiesa, Le tattiche: Il 4-2-4, in Calcio 2000, 8 [22], agosto 1999, p. 158, ISSN 1122-1712.
  2. ^ a b c d Grandi storie. L'allenatore. Pp. 2. Storie di Calcio
  3. ^ (PT) Maurício Oliveira, Rodrigo Cerqueira e Thiago Correia, Escolas renovadas! Espanha e Itália mudaram estilos e fazem sucesso, in Lance, 27 giugno 2013. URL consultato il 10 febbraio 2014.
  4. ^ Vedi The Guardian, ZDNet.com.au, La Depeche, [1], [2], [3]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]