Sacertà

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La sacertà (lat. sacertas), secondo il diritto romano, era una sanzione a carattere giuridico-religioso inflitta a colui che determinava, con la propria condotta, un'infrazione della pax deorum; ad esempio disonorava i vincoli di carattere sociale e religioso che regolavano i rapporti tra patronus e cliens, o tra tribuno della plebe e gli altri magistrati.

Colui a cui veniva inflitta la sacertà, come sancito dalle cosiddette leges sacratae, era consacrato a Giove e il suo patrimonio era consacrato a divinità plebee. La consacrazione alla divinità, però, non avveniva con le modalità del sacrificio rituale, ma era conseguita in via indiretta, garantendo l'impunità a colui che uccidesse il colpevole di un comportamento contrario alle norme vigenti (scritte e no).

Il termine è usato sulla base del particolare significato che nella lingua latina assume l'aggettivo sacer (vale a dire "maledetto, colpito da un influsso negativo da parte degli dei"). Sacer esto ("sia maledetto") era la formula penale con cui si consacrava qualcuno agli dei inferi (formula presente nelle leggi delle XII Tavole).[1]

Lingua italiana[modifica | modifica wikitesto]

Nella lingua italiana, oltre a un significato specifico del lessico giuridico, il termine è usato anche come sinonimo di sacralità, a indicare l'aura di presenza del divino che rende una persona, un oggetto o un luogo sacro, cioè degno di venerazione.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

La sacertas, sebbene abbia conosciuto con le leges sacratae e l'attribuzione della sacrosanctitas ai tribuni della plebe, il momento di massima diffusione, ha origini estremamente antiche. Istituti a carattere giuridico-religioso dotati di aspetti pressoché identici alla sacertà compaiono già nel primitivo diritto germanico (Friedlosigkeit) e nella Grecia antica (ἀτιμία).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "sacer" in Vocabolario della lingua latina di Luigi Castiglioni e Scevola Mariotti, ed. Loescher.