Quinto Fabio Ambusto

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Quinto Fabio Ambusto
Nome originaleQuintus Fabius Ambustus
Morte389 a.C.
GensFabia
Tribunato consolare390 a.C.

Quinto Fabio Ambusto (Roma, ... – 389 a.C.) è stato un politico e militare romano.

Assedio di Chiusi[modifica | modifica wikitesto]

Quinto Fabio nel 391 a.C. fu inviato dal Senato romano, insieme ai due fratelli Cesone Fabio Ambusto e Numerio Fabio Ambusto, a Chiusi per trattare con i Galli Senoni, guidati da Brenno, nell'assedio della città etrusca.

Come gli altri fratelli non si distinse per le capacità diplomatiche, anzi contravvenendo alle regole delle ambascerie, con il suo intervento attivo nel conflitto, determinò tutta la serie di eventi che avrebbero portato, l'anno successivo, alla discesa dei Galli a Roma.

«Anzi, Quinto Fabio, spintosi al galoppo al di là delle prime linee, uccise trafiggendolo nel fianco con l'asta il comandante dei Galli che si stava lanciando impetuosamente contro le schiere etrusche. Mentre Fabio raccoglieva le spoglie del nemico abbattuto, i Galli lo riconobbero e la notizia che si trattava dell'ambasciatore romano fece il giro delle truppe.»

(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 3, 36.)

I Galli inviarono un'ambasciata a Roma, per ottenere la consegna di Quinto Fabio perché fosse giudicato per il suo crimine, ma il Senato per non dispiacere alla famiglia dei Fabii, lasciò la decisione al popolo che, non solo non condannò l'operato dei tre Fabii, ma li nominò alla massima magistratura romana, ottenendo così che i Senoni volgessero le loro armi contro Roma[1].

Tribunato consolare[modifica | modifica wikitesto]

Nel 390 a.C. fu eletto tribuno consolare con Quinto Sulpicio Longo, Cesone Fabio Ambusto, Numerio Fabio Ambusto, Quinto Servilio Fidenate e Publio Cornelio Maluginense[1].

A Quinto, ed agli altri Tribuni, Tito Livio addebita le maggiori responsabilità[2] della sconfitta romana alla battaglia del fiume Allia, prologo del Sacco di Roma ad opera dei Galli Senoni condotti da Brenno.

E Quinto, insieme agli altri Tribuni consolari, fu tra i più strenui sostenitori della proposta di lasciare Roma per stabilirsi a Veio, dopo che i Galli erano stati sconfitti.

«Dopo averla salvata in tempo di guerra, Camillo salvò di nuovo la propria città quando, in tempo di pace, impedì un'emigrazione in massa a Veio, non ostante i tribuni - ora che Roma era un cumulo di cenere - fossero più che mai accaniti in quest'iniziativa e la plebe la appoggiasse già di per sé in maniera ancora più netta»

(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 4, 49.)

Decaduto dalla carica, accusato dal tribuno della plebe Gneo Marcio, per avere violato il diritto delle genti, con il suo comportamento durante l'ambasciata a Chiusi, Quinto Fabio preferì il suicidio al processo[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 3, 36.
  2. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 3, 38.
  3. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 1.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]