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Decadenza

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La civiltà annientata, in un esempio di arte post-apocalittica.

Decadenza (dal latino decadere, cioè "decadere", e decadentia, "declino", "decadimento", in francese décadence) è un termine storico-filosofico usato per interpretare e denotare i cambiamenti nelle società e nelle culture verso una forma di regresso, declino o depravazione.

Fu utilizzato per la prima volta nella storiografia francese per descrivere specificamente il declino dell'impero romano. Nell'ambito della filosofia della storia rappresentò una categoria di pensiero volta a denotare la fine di un ciclo vitale relativo a una società, uno Stato, o un'istituzione, concepito in maniera organicistica, in analogia al decadimento fisico di un essere vivente.[1]

Nell'età contemporanea il termine decadenza è talora deprecato per le sue connotazioni morali.[2] Solo nella poesia decadente il termine ha assunto un significato positivo, mentre nel linguaggio quotidiano predomina il suo carattere dispregiativo.

Storia del concetto

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«La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio mondo sta morendo, e quello nuovo stenta a nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.»
I Romani della decadenza, dipinto di Thomas Couture (1847)

Già agli antichi Greci non era estranea l'idea di un regresso a partire da una mitica età dell'oro, descritta ad esempio da Platone, epoca di perfezione da cui l'umanità era decaduta per gradi; concezione riaffermata nell'ambito del perennialismo tradizionalista del Novecento da pensatori come René Guénon, che identificano la modernità con l'età oscura del Kali Yuga, seppure in vista di un ritorno all'origine.

Con l'avvento delle religioni monoteiste prevalse l'idea che l'antichità, connotata dal paganesimo, fosse stata un'epoca sostanzialmente immorale. Tali condanne erano peraltro già evidenti nella stessa letteratura latina della tarda Repubblica e del periodo imperiale. Nell'ambito della teologia cristiana, le Confessioni di Agostino d'Ippona e la sua Città di Dio contribuirono a questo giudizio negativo nei confronti della cultura romana, ritenuta da superare. Esso tuttavia si attenuò nel corso del Medioevo.[4] Il discorso del declino culturale e morale si ritrova anche nella sfera d'influenza islamica, ad esempio in Ibn Khaldun nel XIV secolo, che riprese alcune rifessioni dell'antichità greco-romana in merito.[5]

A partire dal Rinascimento, fu il Medioevo a venir rappresentato come un'epoca di decadenza, metre l'antichità venne stata progressivamente rivalutata, fino a culminare nel neoclassicismo francese, che presentava il periodo imperiale romano come un modello culturale e politico insuperabile, non più realizzabile per il presente. Il primo Illuminismo, a partire dalla Querelle des Anciens et des Modernes (1687-94), tentò successivamente di liberare l'era contemporanea da questo ruolo subordinato, rivalutandola rispetto al passato ma senza ricadere nella retorica della vittoria del cristianesimo sul paganesimo.[6]

In una fase ulteriore di sviluppo concettuale della decadenza, che ebbe luogo anch'essa in Francia e culminò nel saggio di Jean-Jacques Rousseau, Discorso sulle scienze e le arti (1750), l'epoca presente, ormai esaltata dai philosophes illuministi come l'apice della civiltà, venne di nuovo svalutata, ma stavolta a favore di uno stato di natura primordiale, svincolato da ideali religiosi. Il significato rousseauiano di decadenza presupponeva che le condizioni precedenti fossero oggettivamente migliori o più desiderabili. Egli criticò le scienze e le arti del suo tempo come corruttrici della natura umana e promotrici di disuguaglianza, contribuendo a ridefinire la modernità in un senso diverso dalla vanitas religiosa tardomedievale, come ritorno all'autenticità della natura.

Il termine acquisì il suo significato determinante grazie a Montesquieu e Edward Gibbon,[7] che nei loro studi si occuparono della caduta dell'Impero romano. Entrambi utilizzarono il termine con un duplice scopo: consideravano la décadence (declino) un fenomeno storico e, allo stesso tempo, rivalutavano la propria epoca.

Il tema della decadenza è stato quindi affrontato, tra gli altri autori, da Nicolas Boileau (in Réflections critiques sur quelques passages du Rhéteur Longin), e nell'Ottocento da Georges Sorel, Friedrich Nietzsche (che definiva Richard Wagner l'«artista della decadenza»), Rainer Maria Rilke, Arthur Schnitzler, Thomas Mann, fino ai movimenti letterari come il simbolismo e l'impressionismo, affini alla più generale tendenza del decadentismo.

Col movimento letterario avviato da Baudelaire (I fiori del male) e Verlaine, caratterizzato da un lato da un rifiuto bohémien del mondo borghese e, dall'altro, da esotismo, ebbrezza e ipersensibilità, la decadenza fu in un certo senso elevata a condizione esistenziale e artistica della modernità; costoro si identificarono con essa per meglio rappresentare il male di vivere (lo spleen), la crisi spirituale della società e le contraddizioni dell'uomo moderno.

Come Nietzsche, anche Arnold Gehlen nel XX secolo denunciava lo stato di decadenza in cui sarebbe sprofondata la società occidentale. Potere e decadenza sono poi due concetti chiave nel pensiero storico di Oswald Spengler, che trattò il tema del declino nelle culture e nelle società, da lui ritenuto inevitabile, nel celebre Il tramonto dell'Occidente.

Nel linguaggio del nazionalsocialismo, il termine "degenerato" divenne di uso comune, parallelo e sinonimo dell'attributo "decadente", per descrivere e svalutare idee sociali e ideologie, nonché opere artistiche, che contraddicevano l'ideologia e l'estetica nazionalsocialiste.

Analogamente negli ambienti di orientamento marxista, la designazione di un artista come "decadente" spesso serviva a denigrarlo. Nel suo trattato L'imperialismo come fase suprema del capitalismo,[8] Lenin aveva già utilizzato metafore biologiche come "decadenza" e "parassitismo" per denigrare il capitalismo, talora tacciato anche di "formalismo".

Tra gli altri, Georg Lukács descrisse il modernismo occidentale come decadente, mentre Theodor W. Adorno ha sottoposto il termine a un'analisi ideologico-critica, cercando di salvare dialetticamente il concetto di decadenza utilizzando l'esempio dei leitmotiv wagneriani, considerando il lato opposto della "debolezza" dell'Io, dei tormenti psicologici dei suoi personaggi, l'abisso della profondità e l'ambiguità, trasformandoli in sorgenti di valore estetico per l'opera d'arte.

Nella scuola di Francoforte, la critica del carattere debole e lascivo come sintomo di decadenza si spostò più nettamente sullo stereotipo dell'inconsistente e dell'avido, avvicinandosi così alla critica marxista del capitalismo.

In Italia Antonio Gramsci, riprendendo la concezione organicistica tipica dello storicismo idealistico, ha coniato il termine «crisi organica» per definire lo stadio di instabilità e decadenza di un sistema sociale, politico ed economico, tale che le sue istituzioni hanno perso credibilità e legittimità davanti ai cittadini. Introducendo questo termine egli distingueva tra una semplice crisi economica e una crisi completa di tutto lo Stato.[9]

  1. Leonardo Morlino, Decadenza, in Enciclopedia delle scienze sociali, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1992.
  2. Helmut G. Koenigsberger, Sinn und Unsinn des Dekadenzproblems in der europäischen Kulturgeschichte der frühen Neuzeit, in Johannes Kunisch (curatore), Spätzeit. Studien zu den Problemen eines historischen Epochenbegriffs, Berlino, Duncker & Humblot, 1980, pp. 137–157.
  3. Citazione riportata da Diego Fusaro, in Demofobia, pag. 181, Rizzoli, 2023.
  4. A Bernardo di Chartres è infatti attribuita la metafora dei «nani sulle spalle dei giganti», che esprime la convinzione dei pensatori medievali di ritenersi minuscoli rispetto ai grandi sapienti del passato, eppure di poterli sopravanzare e progredire proprio in virtù delle acquisizioni di quest'ultimi.
  5. Benjamin Biesinger, Römische Dekadenzdiskurse. Untersuchungen zur römischen Geschichtsschreibung und ihren Kontexten, Stoccarda 2016.
  6. Edward Gibbon arrivò persino a incolpare il Cristianesimo del declino della tarda romanità.
  7. Gibbon fu autore di Storia della decadenza e caduta dell'Impero romano.
  8. Capitolo VIII, "Parassitismo e decadenza nel capitalismo".
  9. (EN) James Martin, Antonio Gramsci: Marxism, philosophy and politics, Routledge, 2002, ISBN 0-415-21749-0.

Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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  • Leonardo Morlino, Decadenza, in Enciclopedia delle scienze sociali, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1992.
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