I capricci

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Caprichos)
Jump to navigation Jump to search
I capricci
Museo del Prado - Goya - Caprichos - No. 01 - Autorretrato. Francisco Goya y Lucientes, pintor.jpg
Capricho n. 1: Autoritratto di Francisco Goya
AutoreFrancisco Goya
Data1799
Tecnicaacquaforte e acquatinta su carta
UbicazioneMuseo del Prado, Madrid

I capricci[1] (Los Caprichos) sono una serie di ottanta incisioni eseguite ad acquaforte e acquatinta con episodici interventi a bulino o puntasecca dal pittore spagnolo Francisco Goya durante gli anni novanta del XVIII secolo. Le lastre misuravano tutte circa 21,5 x 15 cm.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La raccolta è un acido tour-de-force visivo della Spagna del XVIII secolo e dell'umanità in genere. Le ottanta opere, infatti, furono eseguite con l'intento di mettere a nudo con immagini lucide, aspre e taglienti altrettante varietà di vizi, bassezze, aberrazioni e superstizioni diffusi in Spagna, così da denunciarne la brutalità e promuoverne la sconfitta. Ciascun Capriccio, inoltre, è debitamente corredato di una didascalia che commenta adeguatamente il vizio raffigurato. I soggetti raffigurati nei Capricci, pertanto, saranno amori tragici, stregonerie, folletti, persone inutili e sterili galanterie, e naturalmente anche feroci satire di natura politica, clericale ed erotica.

La prima edizione dei Capricci venne pubblicata il 6 febbraio 1799 e messa in vendita lo stesso giorno in un negozio di liquori e profumi di calle Desengaño, a Madrid. Lo stesso giorno, nel Diario de Madrid, Goya si preoccupò di ribadire che i Capricci erano un'opera di pura fantasia, e che pertanto tutti i personaggi, luoghi, eventi e fatti narrati erano il frutto della sua immaginazione e libera espressione artistica:

«Poiché la maggior parte delle cose rappresentate in quest'opera è di natura mentale, non sarà temerario credere che gli intenditori scuseranno forse le loro mancanze, tanto più che l'autore non ha seguito esempi altrui, né ha potuto copiare la natura. E se l'imitazione della natura è già abbastanza difficile e ammirevole quando riesce, guadagnerà certo un po' di stima anche colui che, allontanandosi del tutto da essa, fu costretto a esibire forme che fino a quel momento esistevano solo nello spirito umano, oscurato e confuso dalla mancanza di rischiaramento o surriscaldato dalla sfrenatezza delle passioni»

(Francisco Goya[2])

Niente di tutto questo, ovviamente, era vero. Basti pensare che il Capriccio n. 55 raffigura una vecchia e orribile megera che rimira la sua immagine riflessa nello specchio: le sue fattezze, tuttavia, ricordavano quelle della regina Maria Luisa di Borbone-Parma, con la laconica didascalia che recita «fino alla morte!». Lo stesso Charles Baudelaire avrebbe poi colto la carica ferocemente eversiva del ciclo:

«Frati che sbadigliano, frati che gozzovigliano, facce squadrate di assassini che si preparano a mattutino, facce astute, ipocrite, aguzze e malvagie come profili di uccelli rapaci [...] streghe, sabba, diavolerie, bambini arrostiti allo spiedo, che so? Tutte le dissolutezze del sogno, tutte le iperboli dell'allucinazione, e poi tutte quelle spagnole bianche e slanciate che certe vecchie perpetue lavano e preparano per il sabba, o per la prostituzione della sera, il sabba della nostra civiltà!»

(Charles Baudelaire[3])

Nonostante l'annuncio sul Diario de Madrid, le opere suscitarono un grandissimo scandalo nella società spagnola, che non esitò a vedervi lo specchio di alcune insigni personalità di corte. Quest'eco giunse pure al Tribunale dell'Inquisizione che, l'8 febbraio, decise di ritirare l'opera dalla circolazione, dal commercio e dalla disponibilità per il pubblico. Lo stesso Goya, ormai messo con le spalle al muro, nel 1803 donò le copie residue dei Capricci e le relative lastre al Re.[1]

Galleria[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Francisco Goya (PDF), su Braque (archiviato dall'url originale il 18 gennaio 2017).
  2. ^ Reinhard Brandt, 2003, p. 356.
  3. ^ Silvia Borghesi e Giovanna Rocchi, 2003, pp. 48-52.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Silvia Borghesi e Giovanna Rocchi, Goya, in I Classici dell'Arte, vol. 5, Rizzoli, 2003.
  • Reinhard Brandt, Filosofia nella pittura. Da Giorgione a Magritte, Pearson, 2003, ISBN 8842495603.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN177420847 · GND (DE4209959-6 · BNE (ESXX3383591 (data) · BNF (FRcb119599654 (data)
  Portale Pittura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di pittura