Caprichos

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Vicente López y Portaña, Ritratto di Francisco de Goya (1826); olio su tela, 95,5×80,5 cm, museo del Prado, Madrid

I Caprichos sono un ciclo di ottanta tavole eseguite con le tecniche di acquetinte e acquaforte dal pittore spagnolo Francisco Goya durante gli anni novanta del XVIII secolo.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La raccolta è un illuminato tour-de-force visivo della Spagna del XVIII secolo e dell'umanità in genere. Le ottanta opere, infatti, furono eseguite con l'intento di mettere a nudo con immagini lucide, aspre e taglienti altrettante varietà di vizi, bassezze, aberrazioni e superstizioni diffusi in Spagna, così da denunciarne la brutalità e promuoverne la sconfitta. Ciascun Capriccio, inoltre, è debitamente corredato di una didascalia che commenta adeguatamente il vizio raffigurato. I soggetti raffigurati nei Capricci, pertanto, saranno amori tragici, stregonerie, folletti, persone inutili e sterili galanterie, e naturalmente anche feroci satire di natura politica, clericale ed erotica.

La prima edizione dei Capricci venne pubblicata il 6 febbraio 1799 e messa in vendita lo stesso giorno in un negozio di liquori e profumi di calle Desengaño, a Madrid. Lo stesso giorno, nel Diario de Madrid, Goya si preoccupò di ribadire che i Capricci erano un'opera di pura fantasia, e che pertanto tutti i personaggi, luoghi, eventi e fatti narrati erano il frutto della sua immaginazione e libera espressione artistica:

« Poiché la maggior parte delle cose rappresentate in quest'opera è di natura mentale, non sarà temerario credere che gli intenditori scuseranno forse le loro mancanze, tanto più che l'autore non ha seguito esempi altrui, né ha potuto copiare la natura. E se l'imitazione della natura è già abbastanza difficile e ammirevole quando riesce, guadagnerà certo un po' di stima anche colui che, allontanandosi del tutto da essa, fu costretto a esibire forme che fino a quel momento esistevano solo nello spirito umano, oscurato e confuso dalla mancanza di rischiaramento o surriscaldato dalla sfrenatezza delle passioni »
(Francisco Goya[1])

Niente di tutto questo, ovviamente, era tutto vero. Basti pensare che il Capriccio n. 55 raffigura una vecchia e orribile megera che rimira la sua immagine riflessa nello specchio: le sue fattezze, tuttavia, ricordavano quelle della regina Maria Luisa di Borbone-Parma, con la laconica didascalia che recita «fino alla morte!». Lo stesso Charles Baudelaire avrebbe poi colto la carica ferocemente eversiva del ciclo:

« Frati che sbadigliano, frati che gozzovigliano, facce squadrate di assassini che si preparano a mattutino, facce astute, ipocrite, aguzze e malvagie come profili di uccelli rapaci [...] streghe, sabba, diavolerie, bambini arrostiti allo spiedo, che so? Tutte le dissolutezze del sogno, tutte le iperboli dell'allucinazione, e poi tute quelle spagnole bianche e slanciate che certe vecchie perpetue lavano e preparano per il sabba, o per la prostituzione della sera, il sabba della nostra civiltà! »
(Charles Baudelaire[2])

Nonostante l'annuncio sul Diario de Madrid, le opere suscitarono un grandissimo scandalo nella società spagnola, che non esitò a vedervi lo specchio di alcune insigni personalità di corte. Quest'eco giunse pure al Tribunale dell'Inquisizione che, l'8 febbraio, decise di ritirare l'opera dalla circolazione, dal commercio e dalla disponibilità per il pubblico. Lo stesso Goya, ormai messo con le spalle al muro, nel 1803 donò le copie residue dei Capricci e le relative lastre al Re.[3]

Galleria[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Reinhard Brandt, Filosofia nella pittura: da Giorgione a Magritte, Pearson, 2003, p. 356, ISBN 8842495603.
  2. ^ Silvia Borghesi, Giovanna Rocchi, Goya, in I Classici dell'Arte, vol. 5, Rizzoli, 2003, p. 48-52.
  3. ^ Francisco Goya (PDF), braque.it. URL consultato il 16 gennaio 2017.

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