Analfabetismo di ritorno

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L'analfabetismo di ritorno è quel fenomeno attraverso il quale un individuo che abbia assimilato nel normale percorso scolastico di alfabetizzazione le conoscenze necessarie alla scrittura e alla lettura, perde nel tempo quelle stesse competenze a causa del mancato esercizio di quanto imparato. Un analfabeta di ritorno, dunque, dimentica via via quanto assimilato perdendo di conseguenza la capacità di utilizzare il linguaggio scritto o parlato per formulare e comprendere messaggi e, in senso più ampio, di comunicare con il prossimo e con il mondo circostante.[1]

Per definizione l'analfabetismo di ritorno differisce dall'analfabetismo, che è invece determinato dal non avere mai assimilato alcuna competenza di scrittura e di lettura.

Il 98,6% degli italiani è alfabetizzato, ma sfiora il 30% la quota di cittadini tra i 25 e i 65 anni con limitazioni nella comprensione, lettura e calcolo. A tal proposito da un’indagine denominata ‘Istruzione e futuro: un gap da colmare’ realizzata per la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli dall’Istituto Carlo Cattaneo emerge che i bassi livelli di istruzione generano ingenti costi di seguito elencati:

  • Costi a livello individuale: esclusione sociale, insicurezza, mancanza di autonomia, precarietà.
  • Costi sociali: scarsa partecipazione al processo democratico, criminalità, maggior spesa per la salute.
  • Costi economici: livello di sviluppo limitato, bassa propensione all’innovazione, scarsa produttività.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Analfabetismo di ritorno, in Lessico del XXI secolo, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012-2013. URL consultato l'8 giugno 2014.
  2. ^ Aldo Domenico Ficara, Analfabetismo di ritorno: i bassi livelli di istruzione generano costi, su Tecnica della Scuola, 27 giugno 2019. URL consultato il 5 luglio 2019.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]