Bardo (buddhismo)

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In alcune scuole del buddismo con il termine bardo (tibetano བར་ དོ་ Wylie: bar do) o antarabhva (sanscrito) si intende uno stato intermedio, di transizione o liminale tra la morte e la rinascita, diffuso nel Buddhismo Mahayana e Vajrayana.

È un concetto nato poco dopo la morte del Buddha, con diversi gruppi buddisti delle origini che accettavano l'esistenza di un tale stato intermedio, mentre altre scuole lo respingevano. Nel Buddhismo tibetano, il bardo è il tema centrale del Bardo Thodol, il Libro tibetano dei morti, in cui viene descritto dettagliatamente nelle sue fasi.

Descrizione secondo il buddhismo tibetano[modifica | modifica wikitesto]

Il lama Ole Nydahl descrive così le varie fasi dello stato intermedio:

«Un evento condiziona il successivo e così, quando il corpo muore, le capacità sensoriali e l’oggetto di identificazione di questo flusso di esperienze viene perso. (...) In primo luogo, la coscienza si ritrae dalla pelle e dagli altri organi sensoriali nel canale centrale di energia, l’asse magnetico che attraversa il nostro corpo. Mentre la consapevolezza diminuisce, si perde il controllo delle parti solide e liquide del corpo, il suo calore e il respiro. Quindi gradualmente le energie — dalla sommità e dall’estremo inferiore del canale di energia — si spostano contemporaneamente verso il livello del cuore, mentre la mente vive forti esperienze di chiarezza e gioia. Dopo venti, trenta minuti che si è esalato l’ultimo respiro, si sperimenta una totale oscurità e successivamente una luce molto chiara appare al livello del cuore. A questo punto si presenta un’occasione unica: se si è meditato a lungo, se si sono mantenuti i legami con la pratica, se si è stati completamente onesti con se stessi, c’è la possibilità di riconoscere e mantenere questa luce raggiungendo di fatto l’illuminazione. (...) Se tuttavia si diventa incoscienti a causa della troppa intensità della luce – come accade nella maggior parte dei casi – questo stato di incoscienza dura circa tre giorni e al risveglio non si sa di essere morti e non lo si vuole riconoscere. Per circa una settimana la mente rimane nella continuazione della vita appena conclusa. Si ritorna nei posti e dalle persone conosciute, le quali, logicamente, non possono vederci. Questa condizione è molto confusa anche perché, a causa della perdita del corpo, si appare immediatamente in qualsiasi posto pensiamo. Dieci giorni dopo la morte, dopo una settimana in questa condizione, si riconosce infine di essere morti. Questa consapevolezza è un tale shock che si sviene nuovamente e quando la mente si riprende da questo secondo stato di incoscienza, il mondo abituale è scomparso e il proprio subconscio si attiva. Le profonde impressioni immagazzinate appaiono e, entro non più di cinque settimane e mezza, esse maturano in rigide strutture psicologiche che esprimono le più forti tendenze mentali sviluppate durante l’ultima vita. Sia orgoglio o gelosia, attaccamento o rabbia, avidità o confusione, la tendenza predominante colora la mente e al tempo stesso la attrae verso luoghi e esseri che corrispondono al suo contenuto. Così azioni positive conducono a rinascite favorevoli in paesi piacevoli, mentre le azioni nocive generano rinascite in condizioni di sofferenza che rendono la vita difficile nella maggior parte del mondo al giorno d’oggi.[1]»

Dopo circa sei settimane avviene la rinascita. Il bodhisattva, cioè l'illuminato che rinuncia al Nirvana per beneficio degli esseri senzienti, può scegliere, sempre dopo questo tempo, ma restando in stato di consapevolezza dopo aver riconosciuto la "chiara luce", la sua prossima rinascita, di solito come un tulku lama un maestro o un praticante che in questo caso si è reincarnato volontariamente.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tony Dylan, Intervista a Ole Nydahl, Death and Rebirth and the power of Phowa, 1994, in Buddhism Today, vol. 2, 1996, traduzione italiana
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