Guru

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Samuele Di Benedetto (2003) gurù del paramparā del sampradāya kṛṣṇaita fondato da Caitanya nel XV secolo. Il segno che corre dalla fronte lungo il naso corrisponde al tilaka ed è un marchio che lo identifica come appartenente al suo sampradāya, esso è composto da argilla bianca detta gopīcandana proveniente dalla città di Dwarka, e rappresenta i due piedi di Kṛṣṇa (le linee parallele) che terminano con una foglia di Tulasī (Ocimum tenuiflorum) pianta sacra al dio e a lui offerta. I devoti al dio Kṛṣṇa disegnano dodici tilaka sul proprio corpo prima di avviare le attività devozionali quotidiane.

Guru[1] è un termine maschile sanscrito (devanāgarī गुरू, gurū) che presso la religione induista ha il significato di «maestro spirituale», ed è riferito in particolar modo a colui che impartisce la dīkṣā al suo discepolo. Si tratta dunque di una figura molto importante in questa religione,[2] comune a tutte le scuole filosofiche e devozionali dell'Induismo, avente diritto al massimo rispetto e alla venerazione al pari del padre, della madre e dell'ospite.

Così la Taittirīya Upaniṣad riporta:

(SA)

«Mātṛ devo bhava pitṛ devo bhava ācārya devo bhava atithi devo bhava»

(IT)

«Per te sia divinità la madre, divinità il padre, divinità il maestro, divinità sia l'ospite»

Secondo l'interpretazione della tarda Advaya tāraka Upaniṣad (14-18), il termine guru origina dalle radici gu («oscurità») e ru («svanire»), significando quindi «colui che disperde l'oscurità».

Il rapporto che si crea tra guru e discepolo è molto profondo: il guru diviene responsabile della crescita spirituale dell'aspirante, istruendolo e fornendo le istruzioni più adatte a lui, e soprattutto indicandogli tempi e modalità di esecuzione delle pratiche spirituali.

Nel Mahābhārata e in altre Itihāsa, viene spiegato che alla figlia di un bramino non è consentito di sposare i discepoli dello stesso; il rapporto tra questi ultimi e il maestro risulterebbe così forte che una simile unione verrebbe considerata al pari di un incesto con la sorella.

In quasi tutte le opere religiose induiste ricorre la figura del guru; ad esempio, nella Bhagavadgītā, l'eroe Arjuna si sottomette interamente al consiglio di Kṛṣṇa, il quale, impartendogli una serie di insegnamenti spirituali, diviene a tutti gli effetti il suo guru.

In modo simile, il Vivekacūḍāmaṇi – il trattato metafisico che può considerarsi una sorta di manifesto della scuola dell'Advaita Vedānta – è narrato nella forma di dialogo tra un guru e il suo discepolo.

Il termine guru viene utilizzato in campo informatico per indicare il grande esperto a cui si appoggiano gli esperti bravi.

In altri campi, il termine è sempre più spesso usato per definire, anche ironicamente, chi svolge o si attribuisce la funzione di guida spirituale, di maestro intellettuale [3]: capo, guida, maestro, ispiratore, santone, faro, lume...[4]

  1. ^ Gurù in italiano; cfr. Bruno Migliorini et al., Scheda sul lemma "gurù", in Dizionario d'ortografia e di pronunzia, Rai Eri, 2010, ISBN 978-88-397-1478-7.
  2. ^ Stefan Pertz (2013), The Guru in Me - Critical Perspectives on Management, GRIN Verlag, ISBN 978-3638749251, pag. 2-3
  3. ^ Dizionario Treccani, di punto di riferimento di un gruppo di persone e simili
  4. ^ Treccani Sinonimi e Contrari.

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