Classificazione delle lingue romanze

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Una possibile classificazione delle lingue romanze basata esclusivamente sul confronto degli elementi strutturali, in contrapposizione alle suddivisione tradizionale.

La classificazione interna delle lingue romanze è un argomento complesso e spesso controverso che può non avere una risposta univoca. Sono state proposte varie classificazioni, basate su diversi criteri.

Problemi di classificazione

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La classificazione delle lingue è, in generale, problematica. In particolare le lingue romanze (così come altre famiglie diffusesi su aree non molto frazionate) formano un vasto continuum dialettale attraversato da numerosi e divergenti fenomeni lessicali, strutturali e fonetici. Tale continuità linguistica tra le varie parlate implica necessariamente, oltre alla succitata difficoltà nell'identificare una precisa realtà linguistica locale distinta dalle circostanti, che sia sempre difficile (se non in certi casi impossibile) dare una precisa classificazione di tutte le parlate romanze. Infatti, anche raggruppando queste parlate per analogie basandoci su criteri unicamente glottologici, non si possono tracciare confini netti e dunque trovare un criterio linguistico che possa distinguere senza sfumature o transizioni delle sottofamiglie della famiglia romanza. Per queste ragioni già H. Schuchardt (Über die Klassification der romanischen Mundarten, 1900) mostrò l'impossibilità di dare una classificazione del tutto scientifica dei dialetti romanzi.

Nelle zone di transizione tra una famiglia all'altra si ricorre dunque a criteri di tipo culturale o sociolinguistico (come i concetti di “orbita culturale” o “lingua tetto”), che però possono variare a seconda degli autori. Dunque possono coesistere classificazioni divergenti delle lingue di uno stesso continuum dialettale senza che queste siano fra loro in contraddizione, poiché basate su diversi criteri. Ad esempio, alcuni tendono a voler considerare occitano e catalano come varianti di una stessa lingua, afferente a un potenziale raggruppamento linguistico occitano-romanzo, osservando che il guascone, considerato un idioma affine all'occitano, sembra essere più discosto da quest'ultimo di quanto non lo sia il catalano; secondo altri, invece, l'occitano andrebbe classificato come idioma gallo-romanzo, afferente al gruppo d'oc, mentre il catalano come ibero-romanzo.

Le lingue gallo-italiche, parlate nella maggior parte dell'Italia settentrionale, sono incluse da molti linguisti nel gruppo italo-romanzo mentre altre classificazioni (principalmente quelle di Ethnologue o dell'UNESCO) le includono nel gallo-romanzo in virtù dei fenomeni di transizione con le parlate occitane. In Italia, quasi nessun linguista oggi si avventura - su basi scientifiche - nell'affermare che il gallurese (alquanto affine alla variante meridionale della lingua còrsa) sia afferente alla lingua sarda, dalle cui varianti logudoresi pure è stato influenzato. Esempi notevoli di dialetti (o lingue) di transizione sono il sassarese, l'istrioto e il nizzardo.

A volte si ha pure il caso di lingue con un alto grado di intelligibilità inserite in diversi gruppi linguistici (es. italiano-occitano-valenciano) e di lingue scarsamente intelligibili tra loro (guascone/occitano) o affatto inintellegibili tra loro (francese/catalano) inserite nel medesimo ramo delle lingue romanze.[senza fonte]

Criteri di classificazione

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Poiché due varietà linguistiche geograficamente vicine hanno in comune una gran parte del lessico, che è il settore di ogni lingua più soggetto alla variazione, per la classificazione delle lingue è opportuno fondarsi su altri criteri. Si tiene in particolare conto della tipologia linguistica: le lingue romanze sono, entro un certo grado, tipologicamente diverse tra loro; vale a dire, bisogna tener conto di una loro diversa base tipologica. A tal fine vengono messi a confronto fenomeni (fonetici, morfologici, sintattici, lessicali) di conservazione con i rispettivi fenomeni di innovazione. Questi fenomeni si presentano perlopiù indipendentemente gli uni dagli altri, dunque le loro distribuzioni spesso non coincidono. Di conseguenza, nel redigere una classificazione, gli autori devono stabilire una gerarchia tra i fenomeni linguistici.

La maggior parte degli autori (ad esempio C. Tagliavini, W. von Wartburg, A. Vàrvaro, M. Dardano) danno maggiore importanza ai livelli morfologico e sintattico, che rappresentano le strutture fondamentali di una lingua in quanto strutture interne, nelle quali dunque i fenomeni di conservazione e innovazione assumono maggior rilievo. Altri autori invece (ad esempio P. Bec) prediligono la fonetica, intesa - in quanto settore più conservativo di una lingua - come strumento di indagine sul sostrato e sullo stato più antico dello sviluppo della lingua.

Schemi di classificazione

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Vi sono vari schemi di classificazione.

Schema del Tagliavini

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Carlo Tagliavini propose la seguente classificazione delle lingue neolatine:[8]

  • dominio balcano-romanzo
    • rumeno
  • dominio italo-romanzo
    • dalmatico (con elementi propri del dominio balcano-romanzo)
    • italiano
    • sardo
    • ladino
  • dominio gallo-romanzo
    • francese
    • franco-provenzale
    • provenzale (e guascone)
    • catalano (con elementi propri del dominio ibero-romanzo)
  • dominio ibero-romanzo
    • spagnolo
    • portoghese

Schema del Bec

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Lo schema proposto da Pierre Bec per le lingue neolatine, che divide le lingue in due grandi ramificazioni (Romània occidentale e Romània orientale), è invece il seguente:[9]

  • Romània occidentale
    • gallo-romanzo
      • gallo-romanzo "francese" / "d'oïl"
        • francese
        • franco-provenzale
      • gallo-romanzo "occitano" / "d'oc"
        • occitano classico
        • guascone (tendente all'ibero-romanzo)
        • catalano (tendente all'ibero-romanzo)
      • gallo-romanzo "italiano" / "cisalpino"
        • reto-friulano
        • gallo-italiano
    • ibero-romanzo
      • spagnolo
      • portoghese
  • Romània orientale
    • italo-romanzo
      • italiano
      • sardo
    • balcano-romanzo
      • romeno
      • dalmata (tendente all'italo-romanzo)

Schema Ethnologue

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Secondo Ethnologue (16ª ed.) le lingue neolatine (che sarebbero 43) si differenziano in tre rami principali, a loro volta ancora sottolivellati:[10]

Tra parentesi tonde, è indicato il numero di lingue di ogni gruppo e la zona dove vengono parlate; tra parentesi quadre, è invece riportato il codice di classificazione internazionale linguistico.

Gruppi di classificazione incerta

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  1. ^ In lombardo la formazione del plurale al giorno d'oggi spesso non è più vocalica, anche se è chiaramente derivata da questo tipo. In molti idiomi lombardi, infatti, si ha la formazione del plurale dei sostantivi in -t cambiando la -t in -c' (palatalizzazione dovuta a un suono /i~j/ ora caduto, e non per un presunto /s/, che avrebbe comportato un esito /t͡s/ e infine /s/, anziché /c/ > / t͡ʃ /), p.e. punt, punc' (scritto anche puncc). Esistono anche altri casi: l-j (/li/ > /lj/ > /ʎ/ > /j/), p.e. cavèll, cavèi; n-t[senza fonte]; nn-gn (/ni/ > /nj/ > /ɲ/), p.e. pann, pagn. In buona parte degli altri casi le due forme sono identiche, a seguito della caduta delle vocali finali (p.e. el liber, i liber), la forma plurale perde la vocale "debole" finale (p.e. la scarpa, i scarp), o la vocale finale "forte" o in contesto particolare si mantiene (p.e. el piangina, i piangina; el Navili, i Navili). Da notare come l'articolo plurale è di tipo vocalico (p.e. milanese i, maschile e femminile). Nel lombardo esistono anche plurali metafonetici (e.g. mes, mis), sempre dovuti all'influenza di un suono vocalico finale palatale, poi caduto. È per esempio tipico del dialetto bolognese, di quello ferrarese e di quelli romagnoli, che presentano per i nomi maschili un plurale metafonetico, p.e. váider, vîder. Similmente a molti dialetti lombardi, e per gli stessi motivi, nel dialetto mirandolese i plurali rimangono inalterati rispetto ai singolari, con l'eccezione dei nomi maschili in -l che al plurale terminano in -i (al giurnàli giurnài, al gati gat) e quelli femminili in -a che conservano -i (la gataal gati, la manal man).
  2. ^ In napoletano, l'indebolimento della vocale finale in ə non rende visibile tale fenomeno; pertanto, il plurale napoletano è deducibile o dall'articolo determinativo che introduce il sostantivo (fattore spesso determinante, specialmente per i sostantivi femminili, in cui la metafonesi è pressoché assente), oppure dall'esito della metafonesi. Es.: 'o guagglionə → 'e guaggliunə.
  3. ^ In friulano la maggior parte dei nomi forma il plurale aggiungendo /+s/, ma alcuni nomi maschili lo formano aggiungendo /+j/
  4. ^ In ladino la maggior parte dei nomi forma il plurale aggiungendo /+s/, ma alcuni nomi maschili lo formano aggiungendo /+j/, /+gn/. I plurali dei termini che finiscono in "t" formano il plurale cambiando la "t" finale in "c"
  5. ^ In romancio i nomi formano il plurale aggiungendo /+s/, ma se il plurale indica una quantità indeterminata lo formano aggiungendo /+a/
  6. ^ a b Le particelle affermative in piemontese; Gian Lorenzo Clivio.
  7. ^ Luigi Lepri e Daniele Vitali, Dizionario bolognese-italiano, italiano-bolognese, 2ª ed., Edizioni Pendragon, 2009, p. 201.
  8. ^ C. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine: introduzione alla filologia romanza, Bologna, 1972, p. 354 e seguenti.
  9. ^ P. Bec, La langue occitane, Paris, 1986, p. 6.
  10. ^ Ethnologue report for Romance
  11. ^ Romance, su ethnologue.com. URL consultato il 12 gennaio 2015.