Coordinate: 36°50′18″N 36°09′52″E

Battaglia di Isso (194)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Vai alla navigazione Vai alla ricerca
Battaglia di Isso
parte della guerra civile
Tondo severiano, raffigurante la famiglia di Settimio Severo, che, vincendo la battaglia di Isso, rafforzò il proprio trono
Data194
LuogoPorte della Cilicia, nei pressi di Isso (moderna Turchia)
EsitoDecisiva vittoria di Settimio Severo
Schieramenti
Comandanti
Perdite
20.000 uomini
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La battaglia di Isso venne combattuta nel 194 presso Isso, tra Cilicia e Siria, tra le forze di Settimio Severo, che aspirava al trono dell'Impero romano, e quelle di Pescennio Nigro, generale suo rivale. La vittoria di Severo gli permise di impadronirsi di Roma, fondando la dinastia dei Severi.

Alla morte di Pertinace, a Roma venne eletto imperatore Didio Giuliano, col sostegno della Guardia pretoriana (193). I generali che comandavano le armate provinciali, però, non riconobbero il nuovo imperatore e, col sostegno delle proprie truppe, ambirono al trono. Il primo a giungere a Roma e a farsi acclamare imperatore fu il generale della Pannonia superiore, Settimio Severo, sostenuto dalle legioni danubiane; dopo aver ottenuto il potere, però, Severo si trovò a doverlo difendere dai suoi concorrenti, il governatore della Siria, Pescennio Nigro, sostenuto dalle legioni orientali, e quello della Britannia, Clodio Albino, a capo delle legioni occidentali.

Severo affrontò per primo Pescennio Nigro: dopo essersi alleato con Albino, che nominò cesare, sconfisse Nigro nelle battaglie di Cizico e Nicea (193), costringendolo a spostarsi sempre più a oriente, assediando Bisanzio e ottenendo il sostegno dell'Egitto (febbraio 194).

Severo fece uso delle proprie relazioni con i potentati orientali, in particolare degli ostaggi che questi dovevano mandare a Roma, per indebolire Nigro: il governatore dell'Arabia abbandonò il proprio comandante per passare a Severo, probabilmente con tutta la propria legione; alcune città si ribellarono; una legione palestinese, probabilmente la Legio VI Ferrata, si schierò dalla parte dell'imperatore riconosciuto dal Senato romano.[1]

Lo scontro finale tra i due avvenne presso Isso, dove Pescennio Nigro pensò di difendere le Porte della Cilicia, uno stretto passo tra le montagne del Tauro da una parte e delle ripide scogliere sul fiume Tarso dall'altra. La battaglia è descritta da Cassio Dione Cocceiano.[2]

Nigro pose il proprio accampamento su di un'altura fortificata e dispose il proprio esercito con il lato sinistro protetto dalle scogliere e il destro da una foresta impenetrabile; di fronte stava la fanteria pesante legionaria, dietro i lancieri con i frombolieri e per ultimi gli arcieri, che avrebbero dovuto tempestare di frecce le truppe nemiche fermate dalla prima linea; per ultima dispose una linea di carri per le salmerie, la cui funzione era quella di impedire ai propri uomini la fuga.

Anullino rispose ponendo in prima linea i propri legionari e dietro la fanteria leggera ausiliaria, che avrebbe dovuto coprire col lancio di frecce l'avanzata in salita della fanteria pesante. Anullino ordinò anche a Valeriano di condurre la cavalleria attorno alla foresta e attaccare le truppe di Nigro da dietro.

La fanteria di Anullino giunse a contatto con quella di Nigro, utilizzando la formazione a testudo quando era vicina al nemico. Lo scontro fu inizialmente a favore degli uomini di Nigro, che furono però scossi da una improvvisa tempesta che li colpì frontalmente e messi in rotta dall'inaspettato arrivo alle loro spalle della cavalleria di Valeriano.

Pescennio Nigro sfuggì alla morte sul campo di battaglia, ma perì qualche giorno dopo e la sua testa venne inviata a Bisanzio;[3] Settimio Severo ricevette per questa vittoria la quarta acclamazione ad imperatore.

Nel 196 Bisanzio sarebbe caduta e nel 197 Severo avrebbe poi sconfitto anche Clodio Albino, nella battaglia di Lugdunum, ottenendo il potere assoluto.

  1. ^ La VI Ferrata ricevette, infatti, prima del 208 il titolo di Fidelis Constans, titolo che non ebbe l'altra legione palestinese, la X Fretensis, che probabilmente rimase leale a Nigro (Mary Smallwood, The Jews Under Roman Rule, BRILL, 2001, ISBN 0-391-04155-X, p. 487).
  2. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXV, 7.
  3. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXV, 8.
  • J.B. Campbell, Greek and Roman Military Writers: Selected Readings, Routledge, 2004, ISBN 0-415-28546-1, p. 142.
  • Iorwerth Eiddon e Stephen Edwards, The Cambridge Ancient History - XII. The Crisis of Empire, A.D. 193-337, Cambridge University Press, 2005, ISBN 0-521-30199-8, p. 4.
  • Christopher Haigh, The Cambridge Historical Encyclopedia of Great Britain and Ireland, Cambridge University Press, 1985, ISBN 0-521-39552-6, p. 20.
  • Potter, David Stone, The Roman Empire at Bay: Ad 180-395, Routledge, 2004, ISBN 0-415-10057-7, p. 104.