Al di là del bene e del male

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Al di là del bene e del male
Titolo originaleJenseits von Gut und Böse
frontespizio della prima edizione
AutoreFriedrich Nietzsche
1ª ed. originale1886
Generesaggio
Sottogenerefilosofico
Lingua originaletedesco

Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell'avvenire (Jenseits von Gut und Böse, 1886) è un saggio filosofico di Friedrich Nietzsche, uno dei testi fondamentali della filosofia del XIX secolo.

Pubblicato nel 1886 a spese dell'autore, il libro non ricevette inizialmente molta attenzione. Sostanzialmente in esso Nietzsche attacca in maniera critica quella che considerava la vacuità morale dei pensatori del suo secolo, la mancanza di senso critico dei filosofi e la loro passiva accettazione della morale.

Al di là del bene e del male ripercorre tutti i temi fondamentali della maturità filosofica di Nietzsche e in parte può essere letto come una spiegazione, in termini più diretti, delle idee che l'autore aveva già proposto, in modo più immaginifico e metaforico, in Così parlò Zarathustra (Also Sprach Zarathustra).

Indice e struttura dell'opera

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Prefazione (datata giugno 1885)

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Nella prefazione Nietzsche fa una delle sue affermazioni più celebri: "Il cristianesimo è platonismo per il 'popolo'" ("Das Christentum ist platonismus für's 'Volk'"),[1] e cioè la religione avrebbe la funzione di creare una visione del mondo grazie alla quale le grandi masse possono essere guidate e dominate.

Parte prima. Sui pregiudizi dei filosofi (aforismi 1-23)

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Nelle prime due parti del libro Nietzsche parla dei filosofi del passato, che vengono accusati di un cieco dogmatismo afflitto da un pregiudizio morale mascherato da ricerca di verità oggettiva, e degli spiriti liberi, gli esseri a lui più affini e che sono destinati a sostituire il "vecchiume" dogmatico e moralista.

Mette fin dall'inizio in dubbio tutto il progetto universalistico della riflessione filosofica dei tempi andati (almeno quella da Socrate in poi), chiedendosi perché mai dovremmo preferire la sua "volontà di verità" piuttosto che riconoscere la falsità e l'inganno quali principali condizioni dell'esistenza; finzione, male e sopraffazione, che sono intrinseci alla vita stessa.

Egli offre in tal maniera una spiegazione radicalmente "psicologica" del pensiero teorico dei pensatori che sono venuti prima di lui: ognuna di queste creazioni filosofiche è stata "memoria involontaria ed inconsapevole", da parte del suo autore, per giustificare (con se stesso e poi soprattutto con gli altri) i propri pregiudizi e limitazioni, eminentemente morali, ma da sempre battezzati solennemente invece col nome rimbombante di Verità. (aforis. 6).

Il precetto dello stoicismo antico, "vivi secondo natura", mostra chiaramente come la filosofia fin dai primordi s'è sempre creata un mondo reale ad immagine e somiglianza dei propri "istinti", cercando d'irreggimentare la stessa Natura ai propri desideri e scopi. Ma la Natura in se stessa è qualcosa di completamente incontrollabile e "prodigio oltre misura", pertanto non può esser tiranneggiata allo stesso modo in cui gli uomini giocano a tiranneggiare se stessi. Ogni filosofia è in ultima analisi una volontà di potenza che tenta di crearsi una causa prima... (af.9).

Il cogito ergo sum di cartesiana memoria presuppone che vi sia un Io, un'attività pensante, e che ciò produca volontariamente una forma di conoscenza, infine che l'"Io penso" sia una verità assoluta: "quale errore e illusione!" (af.16). Spinoza maschera la sua timidezza ed insicurezza personali nascondendosi dietro il suo "meccanico" metodo geometrico (af.5); ma è anche incoerente, secondo Nietzsche, il suo istinto di autoconservazione di un'unità vivente, pur respingendo la teleologia di Immanuel Kant. "Un'entità vivente vuole soprattutto scatenare la sua forza - la vita stessa è volontà di potenza. (af.13), il "grande cinese" di Königsberg (af.210): il vecchio moralista predicatore di un imperativo categorico e di tutta una dialettica che è solo una cortina di illusioni creata per gettar fumo negli occhi dei più ingenui e sprovveduti (af.5).

Il suo tentativo di spiegazione del giudizio sintetico a priori viene allora paragonato agli effetti narcotici dell'oppio e alla personalità del protagonista de Il malato immaginario di Molière.
Arthur Schopenhauer, infine, sbaglia nell'affermare che la volontà sia cosa del tutto evidente: si tratta invece di uno strumento estremamente complicato, la volontà di controllo esercitata da chi comanda nei confronti di chi deve obbedire: la morale (volontà di verità) e la "libertà del volere" sono ridotte così a "dottrina dei rapporti di potere sotto i quali prende origine il fenomeno vita" (af.19).

Parte seconda. Lo spirito libero (aforismi 24-44)

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Nietzsche mette in guardia contro coloro che soffrono per un fantasioso "amor di verità", ed esorta e sprona i suoi lettori a non farsene condizionare, anzi ad evitare come la peste tali "malati nell'anima" e a cercar invece d'assomigliare quanto più possibile agli antichi fautori del cinismo greco, quelli che hanno "il coraggio di parlar male dell'umanità!" (af.26).

In un passaggio scrive che "da qualsiasi punto di vista filosofico ci si voglia oggi porre" è propriamente l'errore, in cui consiste il mondo all'interno del quale si crede di vivere autonomamente e volontariamente, ad esser invero la cosa più sicura e ferma di cui si possa far esperienza; questo se si è capaci di guardare in modo libero, scevro da pregiudizi di sorta, la propria vita personale ed il mondo intero.

Alla resa dei conti non è altro che un pregiudizio ancora "troppo umano" il fatto di credere che la cosiddetta verità valga più dell'apparenza superficiale. Se togli difatti all'esistenza umana tutto ciò che di apparente, superficiale e fasullo essa contiene, non rimane più nulla, nessuna cosa sopravvive. Allora proprio il negar l'apparenza e voler cercar d'abolirne la "realtà" implica l'abolizione dell'unica possibile verità effettiva (verità intesa come bene). A questo punto l'autore si chiede: "Cosa ci ha costretti fino ad oggi ad assumere come autentica la credenza in un'antitesi essenziale tra bene/vero e male/falso?" (af.34).

Gli "spiriti liberi", nuova tipologia umana in contrapposizione con tutti i filosofi precedenti, si trovano ad esser gli investigatori di quelle verità e realtà che sono le più profonde e indigeste per la massa perbene ed educata; scavano spietatamente in esse fino al punto da esser considerati crudeli, sempre sommamente curiosi e col cuore proteso verso l'inafferrabile (af.44). Gli "operai della filosofia" (Kant, Hegel), assieme ai moderni uomini di scienza in generale del tempo attuale, non debbono in alcun caso esser confusi con gli autentici filosofi,i quali sono comandanti e legislatori, creatori di nuovi valori (af.211). Vi sono davvero tipologie di studiosi coraggiosi che risultano esser autenticamente indipendenti dai pregiudizi, ed essi si chiamano spiriti liberi, non certo filosofi (almeno nell'accezione che fino ad oggi a questa parola è stata data) (af.6).

Nel periodo precedente la nascita della morale nella storia del genere umano, le azioni sono state giudicate dalle conseguenze effettive ch'esse producevano. Nel corso degli ultimi dieci mila anni tuttavia è stata via via messa a punto una concezione morale sempre più raffinata in cui le azioni sono giudicate dalle loro origini (intenzioni buone); ma la moralità delle intenzioni (che non è mai reale motivazione istintiva) è secondo Nietzsche nient'altro che un pregiudizio, qualcosa di storicamente provvisorio che va oltrepassato (af.32).

Parte terza. L'essere religioso (aforismi 45-62)

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Qui Nietzsche sviluppa ed approfondisce il suo rifiuto della Chiesa cattolica e della religione in generale: la fede in un qualche dio è niente più che una rappresentazione degli innegabili bisogni interiori di ogni uomo. La religione in definitiva non è altro che un mezzo per soddisfare la propria brama di dominio sugli altri.

Parte quarta. Aforismi e intermezzi (aforismi 63-185)

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Qui Nietzsche inserisce una raccolta di aforismi brevissimi, per lo più singole frasi di una riga, sul modello francese di La Rochefoucauld da lui tanto ammirato. Alcuni riguardano la differenza e la distanza innate tra uomini e donne; altri soggetti toccati sono la sua dottrina dell'Eterno ritorno dell'identico (af.70); la musica (af.106); la mentalità utilitaristica (af.174), il tutto in mezzo a tentativi più generali ed osservazioni taglienti e ben poco lusinghiere sulla natura umana e sua origine.

Parte quinta. Per la storia naturale della morale (aforismi 186-203)

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Nietzsche riflette sui filosofi che da sempre hanno cercato di fondare una "scienza” della morale", e scorge subito una grande contraddizione già nel chiamarla scienza; costruire una morale sulla solidità del rigore scientifico è molto discutibile, perché la morale, o ciò che viene così definito, è volubile, incostante, variabile; muta a seconda della civiltà di appartenenza, è influenzata da svariati valori e condizioni, siano essi sociali o semplicemente determinati dalla propria storia e quindi dalle particolari tradizioni; proporsi di edificare una morale come legge universale risulta dunque un lavoro improbo, un viaggio verso una meta indefinita e indeterminata (af.186).

"Ogni morale è una buona dose di tirannia contro la 'natura' e anche contro la 'ragione' (…) essa è una lunga costrizione" (…) "Ogni morale può essere considerata a questa stregua: è la 'natura' in essa che insegna a odiare il laisser aller, l'eccessiva libertà, e pianta il bisogno di orizzonti limitati e di compiti prossimi, che insegna il restringimento della prospettiva e dunque, in un certo senso, la stupidità, come una condizione di vita e di sviluppo" (af.188).

Ma quindi la morale nasce in contrapposizione allo stato naturale dell'uomo, limitandone dunque l'espressione delle sue libertà o è essa stessa un processo naturale e come tale manifestazione di tali libertà? Nietzsche afferma che il processo costitutivo della morale nasce in contrasto a quella libertà incommensurabile e innata nell'uomo stesso; la morale rappresenta quello scoglio a cui aggrapparsi, un'isola in mezzo al mare della libertà assoluta, il mezzo col quale l'uomo definisce i propri spazi, per non essere travolto da un mondo in cui il massimo grado di libertà possibile porta allo smarrimento di sé, ad offuscare i propri orizzonti e non permette all'individuo di percepire il proprio ruolo nel mondo e di intuirne lo scopo. La morale, nel porre dei limiti all'uomo, diviene al contempo necessaria alla sua crescita interiore, è essa stessa fondamentale per la vita che non sia quella animale basata esclusivamente sugli istinti (af.188).

Il principale problema morale è se meriti più autorità l'istinto (fede, spirito) o la ragione (sapere). Platone, e tanti dopo di lui, conferirono all'istinto, che i cristiani chiamano "fede", il ruolo più rilevante a riguardo della formazione di una morale. Ragione e istinto perseguono lo stesso fine: il bene, Dio (af.190-191).

"Tutto ciò significa che, fondamentalmente, fin da tempo immemorabile noi siamo abituati alla menzogna (af.192). Noi adeguiamo il nostro percepire a ciò che già possediamo come esperienza intima, creiamo il nostro mondo interiore come riflesso e in conformità a ciò che conosciamo; non creiamo dal nulla; abbiamo una visione limitata delle cose e per natura non riusciamo a percepire la Totalità ma solo il parziale, ed è da quelle poche cose che intendiamo e percepiamo come vere, che costruiamo le nostre certezze. Ed ogni manifestazione del mondo esterno viene in noi filtrata e poi modificata; e ognuno di noi compie questo atto in maniera differente, seguendo la propria natura e disposizione d’animo, la propria esperienza, il proprio essere uomo-artista; ed è così che edifichiamo il nostro mondo (af.192).

"I genitori fanno inconsapevolmente del figlio qualcosa di simile a loro - questo per essi è educare", realizzando un possesso verso di lui, imponendogli schemi, idee, valori a sé affini; gli costruiscono pian piano una gabbia tutta intorno, fin dalla più tenera età, inibendone, o comunque indirizzandone dispoticamente, e a volte irrimediabilmente, le sue pulsioni, le sue idee e i suoi desideri naturali. E come il padre, "ancor oggi il precettore, la casta, il prete, il sovrano, scorgono in ogni nuovo essere umano una comoda occasione per un nuovo possesso" (af.194).

Secondo Nietzsche è con il popolo ebraico "che comincia nella morale, la rivolta degli schiavi, tesi che Nietzsche riprenderà anche nella Genealogia della morale; ciò consiste nel ribaltamento dei valori e nella definitiva demarcazione fra il bene e il male, che nascono però da un sentimento di rancore e astio verso coloro che sono ritenuti responsabili della propria condizione di indigenza, che Nietzsche chiama ressentiment; e così il "povero" assume anche il significato di "santo" e "amico", mentre al "ricco" si attribuiscono epiteti come "cattivo", "empio" (senza Dio), "violento", "sensuale" (af.195).

Nietzsche accusa i filosofi della morale, che fino ad allora hanno cercato, a suo parere, di edificare una vera e propria dottrina basata sulla "morale come pusillanimità", ovvero una morale che abbia come sua principale intenzione quella di limitare e affievolire le passioni più ardenti dell'animo umano, riducendole ad una "innocua mediocrità", anche attraverso una loro spiritualizzazione tramite "il simbolismo dell'arte, ad esempio come musica (…) o si tratti, infine sinanche di quel condiscendente e malizioso abbandono alle passioni, quale hanno insegnato Hafis e Goethe" (af.197-198).

Il concetto di obbedienza si può ritenere ormai un concetto innato nell'uomo, un suo rilevante bisogno; il "tu devi" diviene nell'uomo moderno un principio essenziale alla vita stessa; tale sete di obbedienza viene placata dagli ordini che egli riceve, nel suo essere uomo-sociale, dai "genitori, precettori, leggi, pregiudizi di classe, opinioni della collettività. È un istinto gregario all'ubbidienza, come lo chiama Nietzsche. In questo aforisma Nietzsche attacca anche l'uomo europeo ("Europei-bestie-d'armento"), o più precisamente il prototipo che viene ormai unicamente proposto come modello perseguibile dall’individuo, che diviene "uomo del gregge", civile, modesto, indulgente, compassionevole, laborioso e rispettoso, ovvero un uomo che ha come obbiettivo principale ed unico il bene della società alla quale appartiene, e che rinuncia al suo "naturale individualismo"; e di conseguenza critica anche le nuove forme di governo, che sostituiscono il Re o l'Imperatore, che rappresentavano l'uomo forte al comando, con tanti "uomini assennati dell'armento" appartenenti al gregge: è la nascita di tutte le costituzioni fondate sulla rappresentanza (af.199).

La personalità indipendente, "la volontà di far parte per se stessi, la grande ragione", vengono sentite come pericoli per la società; "tutto ciò che solleva l’individuo al di sopra dell'armento e provoca il timore del prossimo prende da ora in poi il significato di cattivo; i principi dell'equità, della modestia, dell'autoinserimento, dell'eguaglianza, la mediocrità delle brame, ottengono designazioni e onori morali". Qualsiasi azione viene valutata più o meno virtuosa esclusivamente in base alla sua utilità verso il bene pubblico, verso la collettività, e perde il suo peso morale se riguarda esclusivamente l'aspetto egoistico ed individualistico dell'uomo. E così ne scaturisce una "paura verso il prossimo", ovvero verso coloro che possono sovvertire e minacciare la "pace" della comunità: l'istinto di sopravvivenza del gregge deve sempre prevalere (201). La morale del gregge prevale sulla morale dell'individuo.

Nell’aforisma 202 Nietzsche ribadisce ancora una volta quanto l’istinto del gregge presente nell’uomo prevalga su tutti gli altri istinti, e come la morale del gregge domini la morale dell’individuo; mette in risalto inoltre una sorta di atomizzazione dell’essere umano, che perde il suo valore di singolarità e particolarità, per divenire un singolo elemento della società, come una cellula che vive al servizio del corpo umano; questa morale, sostenuta dal cristianesimo da sempre religione del gregge, la troviamo espressa anche nelle istituzioni politiche con il movimento democratico.

Nell'ultimo aforisma di questo capitolo Nietzsche attacca ancora duramente il modello socialista, considerandolo la degenerazione totale dell'uomo, e la forma di governo democratica, dove è il gregge a governarsi; invoca la nascita di "una nuova specie di filosofi e reggitori", che devono strappare l'uomo da questa forma di decadenza e di mediocrità della propria condizione, conducendolo fuori dall'oscurità in cui si trova a causa del continuo svilirsi e del disconoscimento delle sue stesse pulsioni naturali (af.203).

Parte sesta. Noi dotti (aforismi 204-213)

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In questo capitolo Nietzsche critica gli uomini di scienza e lo spostamento gerarchico fra scienza e filosofia, nonché il fatto che gli scienziati manifestano apertamente la propria presunta superiorità nei confronti dei filosofi. "La dichiarazione d'indipendenza dell'uomo di scienza, la sua emancipazione dalla filosofia è una delle più sottili ripercussioni dell'ordine e del disordine democratico: l'autoglorificarsi e l'insuperbirsi del dotto sono oggi in pieno rigoglio" (af.204)

Nietzsche prova una grande avversione per la filosofia a lui contemporanea, e soprattutto contro i positivisti, che definisce "filosofi del guazzabuglio", i quali si sono piegati alla scienza - "tutti quanti dei vinti, uomini ricondotti sotto la sovranità della scienza" - nella formulazione delle loro dottrine, occupandosi più di fisica che di metafisica, più del materiale che dello spirituale.

Le scienze, riguardando cose molto specifiche, e indagando sul particolare, assoggettano l’indagine del filosofo stesso, che perde di vista quello sguardo dall’alto che gli permetteva la visione del tutto

Si è criticato spesso il filosofo tradizionale, vedendolo come un saggio lontano dalla realtà, come colui che rappresenta la condizione dell'uomo isolato dal mondo, ed è da ciò che ne deriva lo scetticismo di tutto il movimento illuministico; "ma il vero filoso… vive in guisa non filosofica e non saggia, soprattutto imprudente", deve immergersi nella vita, nei suoi vizi, nelle sue tentazioni, "e mette continuamente a repentaglio se stesso, giuoca il suo gioco cattivo" (af.204-205).

"Il dotto, l'uomo medio della scienza", ha le virtù dell'uomo non nobile, non è autoritario, non dominatore e nemmeno autosufficiente; agisce in conformità al proprio ruolo, è laborioso, ordinato e regolare nelle sue mansioni, e trova nuova linfa vitale esclusivamente nel suo sentirsi utile per la società, unico motivo che lo aiuta a superare quell'intima sfiducia che pervade l'animo di coloro che non sono indipendenti, ma che fanno parte di un gregge. Inoltre il dotto è invidioso di quelle personalità che tentano di emergere

"Le cose peggiori e più pericolose, di cui un dotto è capace gli derivano dall'istinto della mediocrità tipica della sua specie: da quel gesuitismo della mediocrità che istintivamente lavora alla demolizione dell'uomo d'eccezione (af.206).

I valori soggettivi ed individuali in epoca moderna vengono demonizzati a favore di una propaganda basata esclusivamente sull'uomo "oggettivo", che diviene strumento per un fine fuori da sé stesso; è un uomo svuotato dei suoi più alti valori, delle sue più intime ed alte pulsioni, della sua ricerca sul senso della propria esistenza, perché quelle risposte gli vengono fornite dall’esterno, e lui deve agire attraverso quell'obbedienza che lo caratterizza; l' oggettivo deve conformarsi e divenire "strumento" ("uno specchio") utile alla società, "non già scopo a se stesso" (af.207).

Il filosofo dei tempi moderni, che si mostra sicuro delle sue asserzioni o negazioni, e si vanta di possedere quella retta visione di un mondo deprecante lo scetticismo, che invece fino ad allora era stato alla base di filosofi come Socrate ("So di non sapere"), e che ha come unica certezza il fatto di non poter mai arrivare alla Verità, è considerato da Nietzsche molto pericoloso e visto con diffidenza, come un qualcosa che mina la volontà positiva della vita, "un pessimismo bonae voluntatis"; Nietzsche critica la convinzione che il dubbio non possa essere il fine della filosofia, e che invece dal dubbio debba comunque trarsi una verità; al contempo contesta coloro che invece ritengono questi "filosofi della Verità" pericolosi, in quanto minanti la filosofia dello scetticismo (af.208).

Contro il multiculturalismo, secondo Nietzsche, "lo scetticismo, (ovvero il ritenere il dubbio, l'incertezza e l'impossibilità di arrivare ad una Verità universale come dogmi fondamentali), infatti, è l'espressione più spirituale di una certa multiforme condizione fisiologica, che nel linguaggio comune va sotto il nome di astenia nervosa e costituzione malaticcia; essa si sviluppa ogni qual volta razze o ceti, a lungo divisi tra loro, s'incrociano risolutamente e all'improvviso (af.208).

Qui Nietzsche pone un problema che riscontra prevalentemente nelle nuove generazioni europee, le quali, trovandosi in balia di diverse culture molto eterogenee fra loro, subiscono una sorta di annientamento della volontà, perdono la propria indipendenza nella decisione, sconvolte come sono dal dubbio e dall'inquietudine; è lo scontro fra valori diversi, fra le differenti virtù insite nelle varie culture, a generare il conflitto nell’uomo, costretto fra due fuochi che lo consumano e lo limitano nella libera espressione della sua volontà, come una guerra interiore che porta alla sola distruzione di sé (af.208).

"Le virtù si ostacolano reciprocamente nel loro sviluppo e nel loro rafforzamento, nel corpo e nell'anima si sente una mancanza d'equilibrio, di forza di gravità, di perpendicolare sicurezza". Quindi, cosa genera l'insicurezza, il dubbio, lo scetticismo? "La nostra Europa di oggi, teatro di un tentativo, assurdamente improvviso, vòlto a mescolare radicalmente le classi e per conseguenza le razze, è, per questa ragione, scettica ad ogni livello" (af.208).

Nella parte finale dell'aforisma 208, Nietzsche affronta il problema dell'Europa unita, e auspica che essa possa trovare un'unica volontà di intenti, un unico governo, abbandonando la sua millenaria condizione di divisione in tanti stati, anche per contrastare il pericolo rappresentato dalla Russia stessa, dove intravede una fervida ed unica volontà pronta ad affermare se stessa anche fuori dai propri confini.

«Insisto nel dire che si cessi finalmente dallo scambiare per filosofi gli operai della filosofia e soprattutto gli uomini di scienza (…) Ma i veri filosofi sono coloro che comandano e legiferano: essi affermano così deve essere!, essi determinano in primo luogo il dove e l''a che scopo degli uomini (…) essi protendono verso l'avvenire la loro mano creatrice e tutto quanto è ed è stato diventa per essi mezzo, strumento, martello. Il loro conoscere è creare, il loro creare è una legislazione, la loro volontà di verità è - volontà di potenza (af.211)»

Il filosofo del futuro deve fare una sintesi di tutte le esperienze dell'uomo, dalla scienza alla politica, una sintesi della storia, esaminando il cammino che l'uomo percorre nella sua esistenza e individuando e delineando lo scopo dell'uomo; il filosofo moderno deve "creare" nuovi valori (af.211).

Finora il filosofo è stato visto con occhio diffidente, come uomo fuori dal tempo, non partecipe dell'oggi, ma orientato al domani, ed è diventato in tal modo emblema della cattiva coscienza del suo tempo.

Contro il conformismo dell'uomo del suo tempo, Nietzsche afferma che "Più grande fra tutti sarà colui che saprà essere il più solo, il più nascosto, il più divergente, l'uomo che sarà al di là del bene e del male, il signore delle sue virtù, l'uomo straricco di volontà; proprio ciò si dovrà chiamare grandezza: saper essere altrettanto multiformi che integri, altrettanto vasti che pieni" (af.212).

Parte settima. Le nostre virtù (aforismi 214-239)

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Le virtù sono da ricercarsi dentro di sé, "nelle proprie inclinazioni più intime e segrete, nei bisogni più ardenti: orbene, cerchiamole una buona volta nei nostri labirinti" (af.214).

L’uomo moderno è come un pianeta illuminato da soli di diverso colore, che assume varie sfumature a seconda del Sole che in quel determinato momento lo irraggia; e così è l’uomo, irraggiato da morali diverse (enfasi di Nietzsche) che ne determinano "azioni multicolori" (af.215).

Secondo Nietzsche, "è immorale dire: 'Quel che è giusto per uno deve essere giusto per l'altro' (af.221).

"L'uomo delle 'idee moderne', questa scimmia orgogliosa, è smisuratamente insoddisfatto di se stesso: ciò è assodato. Patisce: e la sua vanità vuole che egli si limiti a 'con-patire'. . . (af.222).

Elogio del dolore necessario all'elevazione dell'uomo

«Voi volete, se possibile - e non esiste un "se possibile" più assurdo - eliminare la sofferenza; e noi? - sembra proprio che si preferisca averla, questa sofferenza, in un grado ancor più elevato e peggiore di quanto non sia mai accaduto! Il benessere, come lo intendete voi - non costituisce una meta, a noi sembra piuttosto una fine! (…) La disciplina formativa del dolore, del grande dolore - non sapete voi che soltanto questa disciplina ha creato fino ad oggi ogni eccellenza umana? (…) Nell'uomo creatura e creatore sono congiunti: nell'uomo c'è materia, frammento, sovrabbondanza, creta, melma, assurdo, caos; ma nell'uomo c'è anche il creatore, il plasmatore, la durezza del martello, la divinità di chi guarda e c'è anche un settimo giorno - comprendete voi questa antitesi? E che la vostra pietà è per la "creatura nell'uomo", per ciò che deve essere modellato, infranto, fucinato, purificato, smembrato, riarso, arroventato, per ciò che necessariamente non può non soffrire, che deve soffrire? (af.225)»

«Noi immoralisti! Noi siamo inviluppati in una rete e in una camicia pesante di doveri e non possiamo uscirne -, in questo appunto siamo anche noi "uomini del dovere"! Talvolta è vero, danziamo sì nelle "nostre catene" e tra le nostre "spade"; più spesso è altrettanto vero, sotto il peso di queste cose digrigniamo i denti e siamo impazienti per tutta la segreta durezza del nostro destino (af.226)»

Sulla morale

"È molto importante che rifletta sulla morale il minor numero di uomini possibile (…) la riflessione sulla morale potrebbe essere condotta in maniera insidiosa, ammaliatrice - che potrebbe essersvi in essa una funesta fatalità!

Contro gli utilitaristi inglesi alla Bentham, che ammantano di scientificità la loro vecchia morale bigotta pretendendo di valutare un'azione in base alla sua utilità sociale; sono scienziati della morale in quanto la valutano con una bilancia, come si potrebbe fare con una qualsiasi cosa materiale. Per Nietzsche ciò non è altro che "Tartufismo morale, occultato questa volta sotto la nuova forma della scientificità" (af.228).

La crudeltà è alla base dalle cosiddette civiltà superiori; la sua non è un'eliminazione, impossibile per natura, ma una spiritualizzazione, una divinizzazione della crudeltà, che noi ritroviamo più spesso nell’arte, nelle tradizioni popolari (la corrida in Spagna per esempio), nella religione (come in quella cristiana, dove il sublime si lega alla sofferenza ed alla crudeltà inflitta a Cristo nella crocifissione); e infine la crudeltà la ritroviamo anche e soprattutto in quell’atteggiamento di negazione di sé, di mutilazione dei propri istinti, di ferrea disciplina per piegare lo spirito e il corpo, (come propagandata da certe pratiche religiose): è la crudeltà rivolta a se stessi (af.229).

Secondo Nietzsche, in ogni volontà di conoscenza c'è una goccia di crudeltà. La mente tende per sua natura ad assimilare il nuovo al vecchio, cerca similitudini per vivere semplicemente, riduce il multiforme all'univoco; la mente è portata a costruirsi un limite, per poterlo capire, edificando templi di certezze, altrimenti sarebbe destinata a vagare nel caos.

"Contro questa volontà di apparenza, di semplificazione, di maschera, di mantello, insomma di superficie – giacché ogni superficie è un mantello - agisce quella sublime inclinazione dell'uomo della conoscenza, la quale prende e vuole prendere le cose in profondità, nella loro multiformità, alle loro radici: quella sorta di crudeltà della coscienza e del gusto intellettuale, che ogni ardimentoso pensatore riconoscerà in se stesso" (af.230).

Gli ultimi aforismi del capitolo riguardano la "sfemminilizzazione" della donna, che,secondo Nietzsche, subisce una sorta di mascolinizzazione nella sua lotta per avere gli stessi diritti dell'uomo, perdendo la sua forza femminile, e quindi subendo un degradamento della sua condizione e non un progresso.

Sulla donna (232-239)

"Sino ad oggi le donne sono state trattate dagli uomini come gli uccelli che da una qualche altezza si sono smarriti giù in basso fino a loro: come una cosa più delicata, più fragile, più selvatica, più strana, più dolce, più ricca di sentimento, ma anche come qualcosa che si deve imprigionare perché non se ne voli via" (af.237).

"Un uomo, invece, che ha abissi nel suo spirito come nelle sue brame, e anche quella profondità della benevolenza che è capace di severità e di durezza e viene facilmente scambiata con esse, può pensare riguardo alla donna sempre soltanto alla maniera orientale - deve concepire la donna come un possesso, come una proprietà che si può chiudere a chiave, come un qualcosa che è predestinato alla servitù e che si perfeziona in essa" (af.238).

«In nessun'epoca il sesso debole è stato trattato con tali riguardi da parte degli uomini come nella nostra - è questo un aspetto della tendenza e del fondamentale gusto democratico, così come lo è la mancanza di rispetto per la vecchiaia (…): insomma, la donna sta perdendo il suo pudore. Aggiungiamo subito che sta perdendo anche il buon gusto. Non sa più temere l'uomo: ma la donna che "disimpara a temere", sacrifica i suoi istinti più femminili (…) Ovunque lo spirito dell'industria ha debellato lo spirito militare e aristocratico, oggi la donna aspira all'autonomia economica e giuridica di un commesso: "la donna come commessa" (…) Mentre in tal modo si va impossessando di nuovi diritti e tende a diventare "padrona" e scrive sulle sue bandiere e bandierine il "progresso" della donna - si realizza invece, con terribile precisione, l'opposto: la retrocessione della donna (af.239)»

«(…) che cosa significa tutto ciò se non uno sbriciolamento degli istinti femminili, una sfemminilizzazione? (…) Quel che nella donna ispira rispetto e abbastanza spesso timore, è la sua natura, che è "più naturale" di quella virile, la sua intatta e scaltra elasticità ferina, le sue unghie di tigre sotto il guanto, la sua ingenuità nell'egoismo, la sua incapacità di ricevere un'educazione e la sua intima selvatichezza, quel tanto d'inafferrabile, di sterminato e d'errabondo che è nelle sue brame e nelle sue virtù. . . Timore e pietà: fino a oggi l'uomo si è posto dinanzi alla donna con questi sentimenti, sempre con un piede nella tragedia che, mentre ammalia, lacera (af.239)»

Parte ottava. Popoli e patrie (aforismi 240-256)

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Nietzsche descrive e critica la complessità dell'anima tedesca (af.244), loda gli ebrei in quanto popolo e "razza" (non come religione) e condanna pesantemente l'antisemitismo che si sta facendo strada sempre più arrogante in Europa (af.251). Apprezza poi sommamente la Francia in quanto "sede della più intellettuale e più raffinata cultura" del vecchio continente e scuola leader del gusto estetico (af.254).

Gli inglesi sono considerati per lo più grossolani, cupi e fondamentalmente più brutali dei tedeschi, concludendo che non sono mai stati un popolo filosofico: Bacone, Hobbes, Hume e Locke rappresentano "un avvilimento e una degradazione di valore, per oltre un secolo, della nozione di 'filosofo'" (af.252).

Parte nona. Cos'è aristocratico? (aforismi 257-296)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Pathos della distanza.

In questa parte del saggio, Nietzsche descrive l'origine della figura dell'aristocratico capace di esercitare il pathos della distanza, quel comportamento che caratterizza il potere di una classe su un'altra. Inoltre troviamo anche qualche riflessione sulla volontà di potenza (af.259). Troviamo anche qui varie critiche ai vari filosofi di diverse nazioni. Inoltre il filosofo tedesco insiste sull'affrontare la vita cercando di andare oltre la morale, andare al di là del bene e del male appunto.

Da alti monti. Epodo (poesia conclusiva)

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L'opera si conclude con una breve ode all'amicizia in versi, il che continua l'uso poetico già introdotto in La gaia scienza e Così parlò Zarathustra.

  1. ^ (DE) Friedrich Nietzsche, Jenseits von Gut und Böse [Al di là del bene e del male], Nikol Verlagsges., 2017, ISBN 9783868204216. Vorrede (Prefazione).
  • Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Milano, Adelphi Edizioni, 1979, ISBN 884590198X. Traduzione di Ferruccio Masini.
  • Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Newton Compton, 2011. Traduzione di Silvia Bortoli Cappelletto.
  • Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Milano, Feltrinelli, 2020, ISBN 9788807903656. Traduzione di Omar Abu Dbei.

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