Savari

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Savari della Libia italiana nel 1926

Savari erano truppe coloniali a cavallo, appartenenti all'esercito del Regno d'Italia in Libia.

La parola "Savari" viene dall'arabo sāwārī (cavalieri)[1].

Erano una specialità coloniale libica di cavalleria regolare di linea, organizzata come quella nazionale in squadroni e gruppi squadroni, differenziandosi per questi motivi degli spahis, che erano un corpo di cavalleria irregolare leggera[2]. Erano montati su cavalli locali, piccoli ma veloci e resistentissimi[1]. Erano diretti da ufficiali nazionali del Regio Esercito, mentre i libici potevano arrivare al grado di sciumbasci capo, corrispondente al maresciallo aiutante.

I Savari fecero parte del Regio Corpo Truppe Coloniali della Libia dal 1912 al 1943. Il 5º Squadrone savari fu costituito il 1912 a Bengasi, seguito l'anno successivo dal 1º, 2º e 3º Squadrone a Tripoli. Nell'ordinamento del 1928 il RCTC della Tripolitania schierava 7 squadroni e quello della Cirenaica 5 squadroni. Largamente impiegati nella riconquista della Tripolitania e specialmente della Cirenaica e del Fezzan negli anni trenta, i savari ricevettero tre Croci di guerra al V.M. per le azioni di el-Azizia, Zadio, Sid Es-Saiah, Tarhuna, Umm el Giuabi, Umm Mela, Bir Sciuref, Uadi Bu Taga. In quest'ultima azione furono proprio i savari a catturare il capo dei ribelli Omar al-Mukhtar.

All'inizio della seconda guerra mondiale le truppe coloniali libiche assommavano a circa 28000 soldati, dei quali oltre un migliaio erano Savari. I Savari soffrirono gravi perdite nell'Operazione Compass nel dicembre 1940 e successivamente fecero principalmente servizio di pattugliamento a cavallo nell'interno della Libia. Si distinsero nel contrastare le incursioni del Long Range Desert Group e dei francesi del generale Leclerc, difendendo le oasi di Ghat e Gadames nel 1941-1942. Nel gennaio 1943 il II Gruppo squadroni, inserito nel Settore di copertura di Zuara della Guardia alla frontiera[3], si distinse in azioni contro fortini di frontiera della Francia libera e nella protezione del fianco sinistro delle truppe italiane durante la ritirata verso la Tunisia.

I Savari furono disattivati e finirono le loro attività belliche nel gennaio 1943, dopo il ritiro delle forze militari italiane dalla Libia.

Uniforme, equipaggiamento e gradi

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Gradi delle truppe coloniali

Galloni

Regi corpi truppe coloniali

Regio Esercito
Sottufficiali
Sciumbasci capo Maresciallo capo
Sciumbasci Maresciallo ordinario
Truppa
Bulucbasci capo Sergente maggiore
Bulucbasci Sergente
Muntaz Caporale
Uachil Nessun corrispondente
Àscari Soldato

L'uniforme e l'equipaggiamento dei Savari venne definito dall'ordine del giorno del 24 dicembre 1912. Come per gli àscari eritrei, ciascun reparto si distinguevano dai colori e dai motivi della fascia-distintivo di stoffa portata in vita[4], che riproducevano quello dello stendardo. Seppur con varie modifiche nel corso del tempo, i tratti distintivi dell'uniforme Savari erano la tachia[5]) di feltro rosso granata con fiocco azzurro, sotto-tachia[5] bianca e la farmula[6]; questa era il tradizionale gilet con cordoncino, chiuso anteriormente da due alamari dello stesso cordoncino; il colore del panno e del cordoncino identificavano il reparto[7][4]. Il fregio della cavalleria coloniale sul fez era quello dei palafrenieri, con cornetta, lance incrociate e fiamma; nel tondino il numero dello squadrone. L'armamento era costituito dal moschetto Mod. 91 da cavalleria con bandoliere in cuoio naturale Mod. 07 e Mod. 97 e dalla sciabola da cavalleria Mod. 71.

Fino al 1937 la gerarchia dei gradi era quella comune a tutte le truppe coloniali italiane. Il personale libico poteva arrivare fino al grado di sciumbasci capo, corrispondente al maresciallo aiutante. Dal 1939, quando la colonia libica divenne a tutti gli effetti territorio nazionale, con le provincie di Tripoli e di Bengasi, il personale militare libico si fregiò delle stellette e la gerarchia venne equiparata a quella nazionale, con particolari galloni per i gradi compresi tra soldato scelto libico ad aiutante libico[8].

Amedeo Guillet comandò un gruppo di Savari, il 7º Squadrone Savari, nel 1937 e con essi partecipò alle celebrazioni[9] legate alla dichiarazione di Mussolini di essere la Spada dell'Islam[10] (ma, deluso dalla mancata promozione al grado di capitano promessagli dal generale Frusci al suo rientro dalla guerra di Spagna, chiese subito trasferimento in Eritrea).

  1. ^ a b Savari, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 6 novembre 2018.
  2. ^ Spahis, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 6 novembre 2018.
  3. ^ OdB: Guardia alla Frontiera nel 1940, su xoomer.virgilio.it. URL consultato il 6 novembre 2018.
  4. ^ a b Fasce e farmule dei vari reparti, su museocavalleria.it, Museo della Cavalleria di Pinerolo (TO). URL consultato il 6 novembre 2018 (archiviato dall'url originale il 5 marzo 2016).
  5. ^ a b tachia, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 6 novembre 2018.
  6. ^ Gli ascari di Dino Panzera - raccolta unica di uniformi, fasce distintive e gagliardetti dei RCTC, su scribd.com. URL consultato il 6 novembre 2018.
  7. ^ Uniformi truppe coloniali, su regioesercito.it. URL consultato il 6 novembre 2018.
  8. ^ Uniformi della cavalleria libica - tavole di Alberto Parducci, su albertoparducci.it. URL consultato il 6 novembre 2018.
  9. ^ Video con immagini dei Savari (alla fine del filmato), su archivioluce.com, Archivio dell'Istituto Luce. URL consultato il 6 novembre 2018 (archiviato dall'url originale il 24 ottobre 2015).
  10. ^ (EN) Guillet ed i Savari, su comandosupremo.com. URL consultato il 6 novembre 2018 (archiviato dall'url originale il 14 marzo 2016).
  • Hellen Chapin Metz, Libya: A Country Study, Washington, GPO for the Library of Congress, 1987.
  • Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia. Vol. 1: Tripoli bel suol d'Amore, Milano, Mondadori, 1997.
  • Paolo Marzetti, Uniformi e Distintivi dell'Esercito Italiano 1933-1945, Tuttostoria, 1981.

Voci correlate

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