Sionismo

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Il sionismo è un'ideologia politica e un movimento politico internazionale il cui fine è l'affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico e il supporto ad uno Stato ebraico in quella che è definita "Terra di Israele" (corrispondente geograficamente alle definizioni di Cananea, Terra santa e Palestina).[1]

Il movimento emerse alla fine del XIX secolo nell'Europa centrale e orientale come effetto della Haskalah e in reazione all'antisemitismo, inserendosi nel più vasto fenomeno del nazionalismo moderno.[2][3]

Il movimento, che tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo si sviluppò in varie forme, tra le quali il sionismo socialista, quello revisionista e i sionisti generali di ispirazone liberale, favorì vari flussi migratori verso la Palestina ottomana, che rafforzarono la presenza ebraica nella regione e contribuirono a formare il Nuovo Yishuv. Il sostegno al sionismo crebbe in particolare nel secondo dopoguerra, successivamente all'Olocausto, e portò, allo scadere del mandato britannico della Palestina, alla Dichiarazione d'indipendenza israeliana, che portò alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. I successivi conflitti con il mondo arabo e l'esodo palestinese provocarono il rafforzamento dell'antisionismo.[senza fonte]

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Il termine "sionismo" deriva dal nome del Monte Sion, il primitivo nucleo della città di Gerusalemme. L'espressione fu coniata nel 1890 dall'editore ebreo austriaco Nathan Birnbaum nella sua rivista Selbstemanzipation, la quale riprendeva il titolo di un libro di Leon Pinsker del 1882.[senza fonte]

Il sionismo è quindi definito come il movimento obiettivo alla costituzione di un'entità statale ebraica specificamente in Palestina. Altro movimento nazionalista ebraico senza preferenze sul luogo è noto come "territorialismo" (guidato da Israel Zangwill), mentre l'"autonomismo" chiedeva l'autonomia politica degli ebrei nei loro tradizionali territori di insediamento in Europa centro-orientale. Tutte le varie proposte di insediamento in regioni extra-europee fatte alla fine del XIX secolo fallirono o furono rifiutate, così come la richiesta di autonomia, contribuendo solo a meglio precisare natura e ruolo del sionismo.[senza fonte]

Il sionismo è in gran parte un movimento laico: di qui gli scontri con molti ebrei osservanti. Infatti, per l'ebraismo ortodosso, il regno di Israele deve ristabilirsi all'arrivo del Messia. Per accelerare la venuta di questo non resterebbe che obbedire alla volontà divina, vale a dire adempiere ai precetti (mitzvot) stabiliti nella Torah. Si opposero al sionismo anche gli ebrei riformati, sostenendo che gli ebrei costituiscono una comunità religiosa, e non un'entità etnica, e che il regno messianico atteso non sarebbe che una metafora per un futuro di libertà religiosa, di giustizia e di pace, da realizzarsi nelle varie società. In ambito secolare, si opposero il Bund, che lottava per la giustizia sociale e l'eguaglianza dei diritti in Europa orientale, e gli ebrei di sinistra, per i quali l'antisemitismo si combatte lottando per il socialismo.[senza fonte]

Una delle manifestazioni di questa opposizione fu che i sionisti tendevano a rifiutare la lingua yiddish e le lingue nazionali europee, a favore della rinascita dell'antica lingua ebraica, tradizionalmente riservata solo all'ambito liturgico, come madrelingua, grazie agli sforzi di Eliezer Ben Yehuda nell'orale, di Mendele Moicher Sforim nella prosa e di Haim Nachman Bialik nella poesia.[senza fonte]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini (1880-1896)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Affare Dreyfus e Theodor Herzl.
Prima pagina dell'edizione del The Jewish Chronicle del 17 gennaio 1896, che mostra un articolo di Theodor Herzl, un mese prima della pubblicazione del suo pamphlet Der Judenstaat

Nel corso dei secoli, c'è sempre stata una corrente migratoria ebraica verso la Palestina, motivata essenzialmente da ragioni religiose. L'immigrazione sionista, di natura laica, è invece una conseguenza molto più tarda dell'emancipazione degli ebrei europei a partire dalla rivoluzione francese e per tutto il XIX secolo fino alla rivoluzione russa, e delle reazioni ostili alla conseguente tendenza degli ebrei all'assimilazione nelle varie società nazionali.[senza fonte]

Le prime espressioni di un proto-sionismo si sostanziano nella fondazione nel 1860 dell'Alleanza Israelitica Universale guidata da Adolphe Crémieux, nella costruzione di un sobborgo ebraico di Gerusalemme finanziata dal filantropo sir Moses Montefiore nel 1861, nella pubblicazione nel 1862 di Roma e Gerusalemme ad opera del filosofo ebreo tedesco Moses Hess e di Derishat Zion ad opera del rabbino polacco-prussiano Zvi Hirsch Kalischer, nell'apertura nel 1870 di Mikveh Israel, la prima scuola agraria ebraica, a cura di Charles Netter dell'AIU, nella composizione nel 1878 di hatikvah, inno del sionismo e poi dello stato di Israele.[senza fonte]

Nella tradizione di Montefiore, a partire dal 1882, Edmond James de Rothschild divenne uno dei principali finanziatori del movimento sionista e acquistò il primo sito ebraico in Palestina, l'attuale Rishon LeZion; sempre dal 1882 anche Maurice de Hirsch fu un grande finanziatore di insediamenti, sia sionisti che territorialisti. È appunto dal 1882 che data la prima ondata di immigrazione sionista (la prima Aliyah), al cui inizio la comunità ebraica palestinese (Yishuv) contava 25.000 persone: la prima aliyah raddoppiò abbondantemente queste cifre.[senza fonte]

L'idea di creare uno Stato ebraico, in cui l'antisemitismo fosse assente per definizione, circolava dal 1880, con i movimenti di Bilu e del Hovevei Zion, i cui manifesti ideologici fuorno il laico Selbstemanzipation, scritto da Leon Pinsker nel 1882, e il religioso Aruchas Bas-Ammi, scritto dal rabbino Isaac Rülf nel 1883, oltre agli scritti precedenti di Kalischer.[senza fonte]

Molti dei promotori di questa idea individuavano come obiettivo la fondazione di un'entità statale nella regione storica definita "Terra d'Israele", corrispondente geograficamente alla Palestina. Numerosi esponenti proposero invece altre regioni geografiche, come Argentina, Ecuador, Suriname, Amazzonia, Uganda, Kenya, Stati Uniti d'America, Canada, Australia. L'opzione di gran lunga più popolare restava però l'idea della Palestina, all'epoca regione governata dall'Impero Ottomano, la quale prevalse già dal 1905 e vinse definitivamente dopo il 1917.[senza fonte]

Il fondatore del sionismo è considerato Theodor Herzl, un giornalista austro-ungarico assimilato. Nel 1895, Herzl fu inviato come corrispondente del suo giornale a Parigi per seguire il processo dell'affare Dreyfus, esploso nel 1894, che fu accompagnato da una feroce campagna di stampa francese che riproponeva stereotipi antisemiti. In seguito a questa esperienza, Herzl si rese conto che l'assimilazione degli ebrei in Europa non potesse portare ad una piena integrazione ed accettazione, e che le comunità ebraiche necessitassero di un proprio Stato, dove potessero prosperare in sicurezza e lontani dell'antisemitismo.[senza fonte]

La sua conclusione derivava dalla sua esperienza nell'Impero austro-ungarico: in una compagine nazionale eterogenea, come si presentava a fine XIX secolo l'Impero asburgico, tedeschi, serbi, croati, ungheresi, cechi, slovacchi, polacchi galiziani e italiani, disponevano tutti di propri rappresentanti nel Parlamento imperiale e potevano appellarsi a una propria "nazione" e a una "terra" che loro apparteneva, una "patria" dentro o fuori dai confini dell'impero, tutti tranne gli ebrei, né gli altri popoli riconoscevano gli ebrei come parte di essi.[senza fonte]

Herzl avrebbe sviluppato la sua idea e l'avrebbe tradotta in Der Judenstaat, volume pubblicato all'inizio del 1896, senza conoscere gli scritti dei suoi predecessori, e subito tradotto in varie lingue. All'immediato successo del volume e al dibattito suscitato, Herzl fece seguire il primo Congresso Sionista Mondiale, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Il Programma di Basilea affermava che: «il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina». I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo comprendevano l'incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina, l'unificazione e l'organizzazione di tutte le comunità ebraiche, il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale e iniziative per assicurarsi l'appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo.[senza fonte]

Herzl si inserì in una tradizione di pensiero di lingua tedesca iniziata con Hess, e in quella tradizione riunì attorno a sé la prima generazione di leader sionisti: Max Bodenheimer, Max Nordau, Otto Warburg, David Wolffsohn, cui furono vicine anche personalità come Albert Einstein. Questa tradizione è quasi compattamente parte della corrente dei sionisti generali di ispirazione liberale.[senza fonte]

Le idee di Herzl si inseriscono in un movimento migratorio ebraico già in atto, causato, in Russia, dai pogrom degli anni 1881-1882 e poi degli anni 1903-1906. Secondo dati del 1930, dal 1880 al 1929 emigrano dalla Russia 2.285.000 ebrei, e, di questi, 45.000 in Palestina. La stragrande maggioranza preferisce recarsi altrove: 1.930.000 scelgono le Americhe, 240.000 l'Europa, i restanti l'Africa e l'Oceania. Dall'Austria, dall'Ungheria e dalla Polonia emigrano, dal 1880 al 1929, in 952.000: 697.000 nelle Americhe, 185.000 in altri Paesi europei, 40.000 in Palestina. Proporzioni analoghe si riscontrano fra i migranti provenienti da altri Paesi. In totale, durante questi decenni migrano 3.975.000 ebrei: 2.885.000 negli Stati Uniti, 365.000 nel resto delle Americhe (principalmente Argentina e Canada), 490.000 in Europa occidentale e centrale (specie Francia e Germania), e solo 120.000 in Palestina.[4][5]

La rilevanza demografica dell'emigrazione dalle terre soggette all'Impero russo portò all'emergere di una leadership di tali origini nel movimento sionista, che derivò dall'esempio di Leon Pinsker. La prima generazione comprese nomi attivi in campo culturale (Ahad Ha'am, Eliezer Ben Yehuda, Aaron David Gordon) oltre che nella politica sionista (Chaim Weizmann, Nahum Sokolow, Leo Motzkin, Menahem Ussishkin, Nachman Syrkin), ma anche i primi rabbini che legittimarono il sionismo in ambito religioso (Abraham Isaac Kook, Moshe Leib Lilienblum, Samuel Mohilever, Yitzchak Yaacov Reines). Questi sionisti fecero parte di tutte le principali correnti del sionismo: non solo i sionisti generali, ma anche il sionismo socialista e il sionismo religioso e il sionismo revisionista.[senza fonte]

Nell'ebraismo statunitense, importante più dal punto di vista del sostegno finanziario che dell'emigrazione, svolse un ruolo fondamentale il rabbino Solomon Schechter.[senza fonte]

L'immigrazione nella Palestina ottomana (1897-1917)[modifica | modifica wikitesto]

Herzl fece invano appello ai ricchi filantropi ebrei europei perché appoggiassero le sue proposte, ma scoprì la tradizione proto-sionista dell'Europa orientale, che egli ignorava e che lo sostenne. Dal 29 al 31 agosto 1897, Herzl organizzò il primo Congresso Sionista a Basilea, dove creò l'Organizzazione Sionista, il massimo organismo politico ebraico fino alla istituzione dello Stato d'Israele. Il congresso si chiuse approvando un programma che affermava la scelta politica, e non più semplicemente insediativa dell'Organizzazione Sionista:[senza fonte]

«"Il sionismo persegue per il popolo ebraico una patria in Palestina pubblicamente riconosciuta e legalmente garantita.»

Al termine del congresso, Herzl scrisse nel suo diario:[senza fonte]

«Dovessi riassumere il Congresso di Basilea in una parola - che mi guarderò bene dal pronunciare pubblicamente - sarebbe questa: A Basilea, io fondai lo Stato Ebraico. Se lo dicessi ad alta voce oggi, mi risponderebbe una risata universale. Se non fra 5 anni, certamente fra 50 ciascuno lo riconoscerà.»

Nei primi anni di questo periodo, gli ultimi della sua vita, oltre a convocare tutti i successivi congressi, Herzl ottenne colloqui con vari capi di Stato (tra i quali Abdul-Hamid II, Guglielmo II, Vittorio Emanuele III e Papa Pio X, oltre ai governi britannico e russo) per ottenere, invano, il loro assenso ufficiale al suo progetto. Inoltre, Herzl pubblicò il romanzo utopico Altneuland, nel 1902.[senza fonte]

L'Organizzazione Sionista funzionò fin dall'inizio secondo le regole della democrazia rappresentativa: gli iscritti (fin dall'inizio anche donne) pagavano una quota (shekel) ed eleggevano delegati a regolari congressi in Europa (annuali 1897-1901, biennali 1903-1913 e 1921-1939, quadriennali e a Gerusalemme dopo la creazione dello stato), dove veniva eletto un esecutivo di 30 consiglieri, che a loro volta eleggevano il presidente.[6]

Il Congresso era ed è soprannominato "il Parlamento del Popolo Ebraico": nell'Organizzazione Sionista tutte le correnti sioniste (liberali, religiosi, socialisti) erano rappresentate, a tutti i livelli. In questi anni si forma la seconda generazione di leader sionisti (David Ben Gurion, Yitzhak Ben-Zvi, Ber Borochov, Berl Katznelson, Arthur Ruppin, Pinhas Rutenberg, Zalman Shazar, Iosif Trumpeldor, Meir Bar-Ilan, Vladimir Žabotinskij), quasi tutti, tranne Jabotinskj e Bar-Ilan, socialisti.[senza fonte]

Non avendo ottenuto il sostegno ufficiale dell'Impero Ottomano, fino al 1917, l'Organizzazione Sionista perseguì l'obiettivo della costruzione di un nuovo focolare nazionale mediante una strategia di immigrazione (aliyah) continua su piccola scala, anche mediante istituzioni quali:

  • Die Welt, il giornale del movimento sionista;
  • il Keren Kayemet LeYisrael (Fondo Nazionale Ebraico 1901), un ente non-profit per l'acquisto di terreni agricoli ed edificabili;
  • il Jewish Colonial Trust (1899), istituzione finanziaria, e la Anglo-Palestine Bank (1903 - dal 1950 Bank Leumi), che erogava prestiti ad agricoltori e imprese;
  • il Keren Hayesod (Fondo delle fondamenta - 1920), un'organizzazione-ombrello per la raccolta di fondi nella diaspora al fine di finanziare le reti di infrastrutture in Israele.[senza fonte]

La seconda ondata migratoria (circa 30.000 persone) parte dalla Russia per la Palestina fra il 1904 e il 1914: c'erano stati pogrom dal 1903 al 1906, sostenuti dalla pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Sion, falso documento segreto ebraico e vero libello antisemita prodotto dalla polizia segreta zarista. Alcuni dei nuovi colonizzatori erano spinti da ideali socialisti e crearono dei kibbutz, comunità organizzate secondo criteri collettivisti e comunistici, che vivevano dell'agricoltura. Con i fondi sionisti, e principalmente del Fondo nazionale ebraico, si acquistarono terre dichiarate inalienabili da cui venne esclusa la manodopera indigena. Molti degli immigrati si sistemarono invece nelle città o ne fondarono di nuove: caratteristico è il caso di Tel Aviv, che da quartiere di Giaffa, crebbe fino a inglobare l'antica città, rendendola un sobborgo della nuova Tel Aviv.[senza fonte]

I chaluzim, i "pionieri" dell'esodo sionista, non portarono in Palestina solo la loro forza lavoro, la loro famiglia, la loro cultura, ma importarono l'idea europea di "Nazione". Tra gli immigrati ebrei si diffuse, grazie ai lavori di Eliezer Ben Yehuda, l'uso della lingua ebraica, la quale sostituì nell'ambito quotidiano lo yiddish e le altre lingue portate dagli immigrati.[senza fonte]

In piena prima guerra mondiale, nell'imminenza dell'ingresso delle truppe britanniche a Gerusalemme, strappata nel dicembre 1917 all'esercito ottomano, il Regno Unito si impegnava, con una lettera del Segretario per gli Affari Esteri Arthur James Balfour a Lord Lionel Walter Rothschild, banchiere svizzero ed attivista sionista e membro del movimento sionista britannico, a mettere a disposizione del movimento sionista, in caso di vittoria, dei territori in Palestina per costituire un "focolare nazionale". Il documento, scritto e mediato con la collaborazione del futuro presidente israeliano Chaim Weizmann, porta il nome di Dichiarazione di Balfour:[senza fonte]

«Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni»

(Dichiarazione di Balfour del 1917)

Il mandato della Società delle Nazioni e la nascita dello Stato di Israele (1918-1948)[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver occupato la regione nel corso della prima guerra mondiale e aver ottenuto dall'Impero Ottomano il riconoscimento della conquista nel trattato di Sèvres nell'agosto 1920, l'Impero britannico chiese e, il 24 luglio 1922, ottenne dalla Società delle Nazioni un mandato sulla Palestina, che includeva anche la Transgiordania.[senza fonte] La dichiarazione, facendo riferimento agli impegni presi dai britannici nel 1917, asseriva fra l'altro:

«The Mandatory (…) will secure the establishment of the Jewish national home, as laid down in the preamble, and the development of self-governing institutions, and also for safeguarding the civil and religious rights of all the inhabitants of Palestine, irrespective of race and religion.[7]»

«Il Mandatario (…) assicurerà la costituzione del focolare nazionale Ebraico, come dichiarato nell'introduzione, e lo sviluppo di istituzioni di autogoverno, ed anche per la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina, indipendentemente da razza o religione.»

Nel frattempo si era già verificata una terza aliyah, principalmente dalla Russia sconvolta dalla rivoluzione e dalla guerra civile.[senza fonte]

In conformità con l'articolo 4 del mandato, e dopo l'assenso del Congresso Sionista, la comunità ebraica in Palestina (Yishuv) costituì nel 1923 l'Agenzia Ebraica come organo di autogoverno, che nel 1929 fu riconosciuto dai britannici ricevendo la gestione di scuole, ospedali e infrastrutture. Nel frattempo, clandestinamente, si formò l'Haganah). Nel 1924, Edmond James de Rothschild fondò la Palestine Jewish Colonization Association, che comprò più di 125.000 acri (560 km2) di terreno, continuando dopo di lui l'opera che egli aveva intrapreso oltre quarant'anni prima. Tutto ciò favorì una quarta aliyah, proveniente soprattutto dall'Europa orientale. In questi anni, in cui iniziò la costruzione dello Stato, si formò la terza generazione di leader sionisti, fra cui Abba Ahimeir, Haim Arlozoroff, Levi Eshkol, Nahum Goldmann, Uri Zvi Greenberg, Golda Meir, Moshe Sharett. Nel 1925 nasce la corrente revisionista, ad opera di Vladimir Žabotinskij, in reazione ai primi scontri con gli arabi palestinesi e alla decisione britannica di chiudere la Transgiordania all'insediamento ebraico nel 1922 e in opposizione all'atteggiamento conciliante delle altre correnti sioniste.[senza fonte]

Negli anni successivi al 1930, l'immigrazione ebraica aumentò notevolmente con la quinta aliyah, per via dell'alto numero di ebrei che abbandonavano la Germania a causa dell'ascesa al potere di Adolf Hitler ed in seguito alle Leggi di Norimberga. La maggior parte dei paesi del mondo tenne chiuse le porte ai profughi ebrei europei; gli Stati Uniti ridussero le possibilità di immigrazione nel 1924 e, sostanzialmente, li escluse nel 1932 a causa della Grande depressione. La Palestina divenne così, per gli ebrei d'Europa, uno dei pochi rifugi possibili. Tra il 1929 e il 1939 si verificarono in Palestina vasti scontri tra la comunità ebrea e quella araba - i moti del 1929 e la cosiddetta "Grande Rivolta" del triennio 1936-1939 - sedati duramente dall'esercito britannico, con alto numero di vittime da entrambe le parti. L'antica comunità ebraica di Hebron fu massacrata durante le ostilità del 1929.[senza fonte]

Nel 1939, i britannici, dopo aver proposto inutilmente diversi piani di divisione del territorio mandatario in due Stati distinti (elaborati dalla Commissione Peel nel 1937, dalla Commissione Woodhead nel 1938 e dalla Conferenza di St. James nel 1939), emisero una legge, il Libro Bianco, che limitava l'immigrazione ebraica a 75.000 persone per una durata di cinque anni, cifra a cui sarebbero stati sottratti gli eventuali immigrati illegali individuati, e che, dal punto di vista del movimento sionista, sembrava favorire le ragioni degli arabi. Oltre a questo i britannici, ritenendo, dopo i tentativi falliti, che una spartizione sarebbe risultata impossibile perché rifiutata sia dal movimento sionista sia dalla popolazione araba, previdero la creazione di un unico Stato federale entro il 1949, dove i coloni ebraici sarebbero tuttavia stati una minoranza stimata, anche in base alle restrizioni sull'immigrazione, in un terzo della popolazione totale.[senza fonte]

Nello stesso anno scoppiò la seconda guerra mondiale che aumentò enormemente il numero di ebrei che cercavano rifugio in Palestina per sfuggire agli eccidi effettuati dai nazisti. Molti rifugiati ebrei dovettero entrare illegalmente in Palestina (fenomeno conosciuto come Aliyah Bet). Le organizzazioni ebraiche più moderate, come l'Haganah di David Ben Gurion, si limitarono agli scontri con gli arabi, mentre le organizzazioni sioniste più estremiste arrivarono ad aggredire apertamente i britannici, militari e civili. Fra queste ultime si distinsero l'Irgun di Menachem Begin e la Banda Stern, descritte dai britannici come organizzazioni terroristiche.[senza fonte]

Nel maggio 1947, i britannici annunciarono il disimpegno dal mandato sulla Palestina e il suo abbandono entro un anno. Il 15 maggio 1947, fu costituito l'UNSCOP, che il 3 settembre raccomandò a maggioranza la divisione della Palestina occidentale (quella orientale aveva già formato il Regno Hascemita di Giordania) in due stati di simile estensione, uno a maggioranza ebraica e l'altro a maggioranza araba, mentre Gerusalemme sarebbe diventata una città internazionale (Corpus separatum) controllata dall'ONU.[8] Secondo la commissione dell'ONU che si occupò di analizzare la situazione in Palestina e di elaborare la spartizione, la popolazione ebraica contava ormai circa 608.000 persone, mentre quella araba circa 1.237.000.[9][10] Il 29 novembre 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite votò (33 sì, 10 no, 13 astenuti) la risoluzione 181, contenente la divisione della Palestina.

Le principali organizzazioni sioniste accettarono la proposta (rifiuti provennero dai gruppi più estremisti che puntavano alla costituzione della Grande Israele, comprendente tutto il territorio mandatario e parte delle nazioni confinanti)[11] mentre la popolazione festeggiava nelle strade la notizia. Invece la popolazione araba e i paesi arabi circostanti la rifiutarono, per ragioni di principio religiose (sia islamiche che cristiane) e politiche, oltre che per ragioni pratiche (tra le principali critiche da parte araba il fatto che agli ebrei, rappresentanti solo un terzo della popolazione, fosse assegnato il 55% del territorio, che questo comprendesse le principali fonti idriche della regione e che lo stato arabo non avesse sbocchi sul Mar Rosso). Gli arabi chiedevano uno stato unico, con il rientro in Europa di tutti gli ebrei immigrati negli ultimi decenni.[senza fonte]

Le nazioni arabe, contrarie alla suddivisione del territorio e alla creazione di uno Stato ebraico, fecero ricorso alla Corte internazionale di giustizia, sostenendo la non competenza dell'assemblea generale delle Nazioni Unite nel decidere la ripartizione di un territorio andando contro la volontà della maggioranza (araba) dei suoi residenti, ma il ricorso fu respinto. Dopo un anno di scontri interni alla popolazione e di scaramucce sui confini con i paesi arabi, il 14 maggio 1948, termine del mandato, l'Agenzia Ebraica dichiarò l'indipendenza dello Stato d'Israele; lo stesso giorno il neonato Stato di Israele fu attaccato apertamente dalla Siria, dall'Egitto, dall'Iraq, ai quali si aggiunse in seguito la Giordania.[senza fonte]

Le forze ebraiche, che inizialmente avevano conosciuto gravi difficoltà nell'equipaggiarsi ma che erano meglio organizzate e che ricevettero continui rinforzi provenienti dall'immigrazione nuovamente possibile, vinsero la guerra, che si concluse con una sequenza di armistizi, ma nessun trattato di pace. In seguito alla guerra, Israele conquistò un territorio più ampio di quello promesso dalle Nazioni Unite, mentre la Giordania occupò la Cisgiordania, e l'Egitto occupò la Striscia di Gaza. Gerusalemme restò divisa tra israeliani e giordani. Questo assetto territoriale rimase intatto fino alla guerra dei sei giorni.[senza fonte]

Lo Stato di Israele fu riconosciuto alla nascita dalle Nazioni Unite e da buona parte dei paesi del mondo, ma la totalità dei paesi arabi rifiutò di riconoscere la sua esistenza (rinunciando quindi a costituire lo Stato arabo in Cisgiordania e a Gaza), e per la maggior parte ancora la rifiuta. Nel mondo arabo, e in buona parte del mondo islamico, la creazione di Israele viene vista come un atto di aggressione contro il mondo arabo, il furto di un territorio ed un atto di spossessamento nei confronti dei palestinesi. Nel 1949, la Lega Araba approvò due risoluzioni: nella prima si vietava ai governi di tutti gli Stati membri di concedere la cittadinanza ai profughi palestinesi, nella seconda si ordinava ai governi degli Stati membri di facilitare l'espulsione degli ebrei dalle proprie terre.[senza fonte]

Dal 1949 ad oggi[modifica | modifica wikitesto]

Il 23º Congresso sionista (1951), fu il primo dopo l'indipendenza e per la prima volta si tenne non in Europa ma a Gerusalemme. Il congresso si aprì simbolicamente davanti alla tomba di Herzl, appena traslato da Vienna secondo il suo testamento. Poiché con l'istituzione dello Stato di Israele il "programma di Basilea" era stato realizzato, il congresso ridefinì i compiti del movimento nel "programma di Gerusalemme" come segue:[senza fonte]

«consolidamento dello Stato di Israele, riunione degli esiliati in Terra di Israele, tutela dell'unità del Popolo Ebraico[senza fonte]»

Per quanto riguardava il rapporto fra Stato di Israele e Organizzazione Sionista, il congresso approvò una risoluzione che chiedeva allo stato di riconoscere l'organizzazione come organo rappresentativo del popolo ebraico in materia di partecipazione organizzata della Diaspora alla costruzione di Israele. Nel 1952 la Knesset approvò una legge in tal senso.[senza fonte]

Israele, indipendente dal maggio 1948 come "Stato Ebraico" secondo le Nazioni Unite (risoluzione 181 del 29 novembre 1947), dal 1950 riconosce con la Legge del ritorno il diritto di qualsiasi ebreo del mondo di immigrare in Israele, semplicemente richiedendolo, e di ricevere la cittadinanza non appena arrivato. L'atto di immigrazione in Israele nel caso di un ebreo viene chiamato Aliyah, che in ebraico significa "ascesa".[senza fonte]

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Antisionismo.

Durante gli anni 1960 buona parte dei movimenti di liberazione nazionale del Terzo Mondo identificarono il sionismo con una forma di colonialismo. Il sostegno degli Stati Uniti ad Israele, sempre più forte dopo la guerra dei sei giorni, rinforzò questa tesi. Anche l'Unione Sovietica, dopo l'appoggio iniziale dato ad Israele, si schierò a favore dei paesi arabi e condannò la politica di Israele e le sue basi costitutive.[senza fonte]

Le Nazioni Unite in una risoluzione del 1975 equipararono il sionismo al razzismo,[12] ma la risoluzione fu poi ritirata nel 1991,[13] come condizione da parte di Israele per partecipare alla Conferenza di Madrid.

Questo punto di vista è stato ripreso anche dall'estrema destra, con una grande differenza di argomentazioni, sia in Europa che dalle frange fondamentaliste cristiane negli Stati Uniti e nelle ex-repubbliche sovietiche. Molti sostenitori del sionismo negano queste argomentazioni, anche in base alla Dichiarazione d'indipendenza israeliana, che dichiara che Israele è aperto all'immigrazione ebraica da altri paesi ma al contempo: «promuoverà lo sviluppo del Paese a beneficio di tutti i suoi abitanti; sarà fondato sui valori di libertà, giustizia e pace come annunciarono i profeti di Israele; assicurerà completa uguaglianza dei diritti sociali e politici di tutti i suoi abitanti indipendentemente da religione, razza o sesso; garantirà libertà di religione, coscienza, lingua, educazione e cultura; tutelerà i Sacri Luoghi di tutte le religioni».[senza fonte]

Israele si definisce nelle sue Leggi Fondamentali come uno Stato "ebraico e democratico";[14] è stato fatto osservare, anche in ambito ebraico israeliano, come questa sia un'affermazione contraddittoria,[15] soprattutto da parte della corrente del Post-Sionismo.

Il movimento sionista è stato oggetto di molte critiche e censure da parte dei suoi oppositori proprio per l'indifferenza nei confronti della popolazione araba presente nella regione; ma la critica più diffusa è piuttosto quella di aver mirato, fin dall'inizio, alla decisione di espellere i palestinesi dalla terra in cui abitavano.[16] Il movimento sionista non vedeva come un problema la presenza della popolazione araba in Palestina, sostenendo che essa avrebbe tratto giovamento dall'immigrazione di europei in vasta scala, che avrebbe rivitalizzato la regione, e credendo che comunque la popolazione araba non costituisse in nessun modo un popolo con una propria identità nazionale, in quanto si sarebbe integrata, sempre secondo sionisti, nel nascituro stato (Herzl, Congresso di Basilea).[senza fonte] Il Dipartimento di Stato statunitense ha sollevato critiche circa il fatto che la società israeliana sia strutturata in maniera da essere "intollerante" (il parere è stato ripreso in un articolo di Haaretz[17]).

In seguito alla conquista e all'occupazione militare della Cisgiordania e della Striscia di Gaza avvenuta nel 1967 in seguito alla guerra dei sei giorni, sono stati costruiti nuovi insediamenti ebraici nei Territori Occupati su terra confiscata ai palestinesi.[senza fonte] Il neosionismo, che implica la costruzione di colonie in Cisgiordania (denominata, per sottolineare il diritto di Israele sulle terre bibliche, 'Giudea e Samaria')[18], ha destato perplessità e critiche anche all'interno di Israele ed è stato descritto come una cattiva interpretazione della religione ebraica.

Israele e le organizzazioni sioniste sostengono che ritenere gli ebrei collettivamente responsabili di quanto compiuto dallo Stato di Israele sia una forma di antisemitismo; questa loro opinione è stata accolta dall'EUMC (European Monitoring Committee on Racism and Xenophobia)[19]. Durante la seconda guerra del Libano, nell'agosto 2006, il primo ministro israeliano, Ehud Olmert, ha tuttavia affermato di ritenere che tale guerra fosse combattuta non solo da tutti gli Israeliani, ma da tutti gli ebrei. Non mancano gli ebrei e le organizzazioni ebraiche che definiscono una tale frase, così come le espressioni che offuscano la distinzione fra sionisti ed ebrei[20], estremamente pericolosa per gli ebrei medesimi.[21][22]

Il sostegno al Sionismo non è unanime nel mondo ebraico. Inizialmente la maggioranza degli ebrei era indifferente o contraria. La maggioranza del mondo ebraico considerava un'eresia religiosa l'idea di rientrare in massa in Israele prima dell'arrivo del Messia. In particolare, il sionismo suscitò indifferenza tra gli ebrei ortodossi dell'europa orientale[senza fonte] e tra gli ebrei del mondo arabo.[23] I molti ebrei socialisti o comunisti credevano che solo attraverso la rivoluzione sociale si potesse far cessare l'antisemitismo e tutte le altre forme di intolleranza razziale. Una variegata opposizione al sionismo è sempre esistita in ambito ebraico. Questa opposizione minoritaria ebraica è divenuta più visibile a partire dalla guerra dei sei giorni, anche in connessione alla contemporanea crescita di tale orientamento critico nel mondo, soprattutto ma non soltanto islamico, fattosi più vasto in genere a seguito della prima guerra del Libano e della seconda intifada.[senza fonte]

Sostegno al sionismo[modifica | modifica wikitesto]

Il sostegno al sionismo aumentò tra gli ebrei europei nel periodo successivo all'Olocausto.[senza fonte]

Importanti, fra i sostenitori del sionismo, sono alcune componenti del Protestantesimo anglosassone definite sionismo cristiano che hanno un notevole peso elettorale e, negli Stati Uniti, appoggiano i neocons. Tra i sionisti cristiani vi sono anche alcuni gruppi fondamentalisti che credono che il ritorno degli ebrei nella Terra Santa e la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 siano il compimento di quanto scritto nel libro dell'Apocalisse; questi gruppi ritengono che il ritorno degli ebrei debba precedere il ritorno sulla terra (considerato imminente) di Cristo. Questi manderà all'inferno gli ebrei che non credono in lui, salvando quelli che si convertiranno al Cristianesimo.[senza fonte] Malgrado questa teologia e questa escatologia nettamente antiebraica, non solo i sionisti cristiani statunitensi sostengono lo Stato di Israele, ed in particolare il Likud, il governo israeliano ha dato loro una sede in una delle piazze più importanti della Città Vecchia di Gerusalemme.[24]

Anche tra i musulmani vi è una tradizione filo-sionista, pur fortemente minoritaria. Ne fecero parte, anche per ragioni politiche (anti-ottomane) ed economiche, Al-Husayn ibn Ali (sceriffo della Mecca) e i suoi figli Abd Allah I di Giordania e Faysal I re d'Iraq, oltre (anche con finalità anti-arabe) allo Scià Qajar persiano Nasser al-Din Shah e a figure curde e berbere. Il recente filone che si appoggia a interpretazioni del Corano è presente solo fra i musulmani non-arabi anche occidentali.[senza fonte]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Zionism: The National Liberation Movement of The Jewish People, World Zionist Organization, January 21, 1975, URL consultato il 17/08/2006. Shlomo Avineri: Zionism as a Movement of National Liberation, Hagshama department of the World Zionist Organization, December 12, 2003, URL consultato il 17/08/2006. Neuberger, Binyamin. Zionism - an Introduction, Israeli Ministry of Foreign Affairs, August 20, 2001, URL consultato il 17/08/2006).
  2. ^ Cfr. il lemma «Zionism» sull'Encyclopaedia Britannica.
  3. ^ Ministro de Netanyahu pede votos para "qualquer partido sionista" - Notícias - R7 Internacional
  4. ^ (EN) Jewish Emigration from Russia: 1880 - 1928, su friends-partners.org. URL consultato il 18/10/2008 (archiviato dall'url originale il 17 ottobre 2018).
  5. ^ (EN) Shmuel Ettinger, Emigration during the Nineteenth Century, su myjewishlearning.com. URL consultato il 18/10/2008 (archiviato dall'url originale l'11 giugno 2007). Copia archiviata, su myjewishlearning.com. URL consultato il 18 aprile 2007 (archiviato dall'url originale l'11 giugno 2007).
  6. ^ Source: A survey of Palestine, prepared in 1946 for the Anglo-American Committee of Inquiry, Volume II page 907 HMSO 1946.
  7. ^ League of Nations, Palestine Mandate, July 24, 1922
  8. ^ United Nations Special Committee on Palestine; report to the General Assembly, A/364, 3 September 1947
  9. ^ Anonymous, REPORT TO THE GENERAL ASSEMBLY, VOLUME 1, su domino.un.org, UNITED NATIONS SPECIAL COMMITTEE ON PALESTINE, 3 settembre 1947. URL consultato il 30 giugno 2008 (archiviato dall'url originale il 20 ottobre 2008).
  10. ^ (EN) United Nations Special Committee on Palestine, Recommendations to the General Assembly, A/364, 3 September 1947 Archiviato il 25 gennaio 2009 in Internet Archive.
  11. ^ Medoff, Rafael, "MENACHEM BEGIN AS GEORGE WASHINGTON: THE AMERICANIZING OF THE JEWISH REVOLT AGAINST THE BRITISH", in American Jewish Archives, 47, no. 2 (July 1994): 185-195.
  12. ^ A/RES/3379 (XXX) 10 November 1975, 3379 (XXX). Elimination of all forms of racial discrimination Archiviato il 1º febbraio 2009 in Internet Archive.
  13. ^ A/RES/46/86 74th plenary meeting 16 December 1991 Elimination of racism and racial discrimination
  14. ^ (EN) Basic Law: Human Dignity and Liberty, su knesset.gov.il, The Knesset. URL consultato il 18/10/2008.
  15. ^ (EN) Uri Avnery, Shalom, Shin Bet, su counterpunch.org, CounterPunch, 9 aprile 2007. URL consultato il 18/10/2008.
  16. ^ Benny Morris, Vittime, Milano, Rizzoli, 2001, ISBN 88-17-10756-5; Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, 2008, ISBN 978-88-8112-908-9
  17. ^ (EN) U.S. State Department: Israel is not a tolerant society, su haaretz.com, Haaretz. URL consultato il 6/11/2009.
  18. ^ Shelef, Nadav G., "From "Both Banks of the Jordan" to the "Whole Land of Israel". Ideological Change in Revisionist Zionism", in Israel Studies, 9, no. 1 (Spring 2004), pp. 125-148.
  19. ^ (EN) Dina Porat, Defining Antisemitism, su tau.ac.il, Stephen Roth Institute: Antisemitism And Racism. URL consultato il 18/10/2008 (archiviato dall'url originale il 3 aprile 2008).
  20. ^ Jews for Justice for Palestinians, su jfjfp.org. URL consultato il 19 aprile 2007 (archiviato dall'url originale il 27 settembre 2007).
  21. ^ (EN) Dror Feiler, EJP letter on antisemitism, su jfjfp.org, European Jews for a Just Peace, 13 ottobre 2005. URL consultato il 18/10/2008 (archiviato dall'url originale il 27 settembre 2007).
  22. ^ (EN) Arthur Neslen, When an anti-semite is not an anti-semite, su guardian.co.uk, Guardian.co.uk, 5 aprile 2007. URL consultato il 18/10/2008.
  23. ^ Ella Shohat, Le vittime ebree del sionismo, a cura di Cinzia Nachira, introduzione di Vera Pegna, Roma, Edizioni Q, 2015, ISBN 9788897831211.
  24. ^ Christian Science Monitor, "Christian Zionists are growing in influence - even as they fight for policies their critics say work against peace in the Mideast. For these believers, it's all about fulfilling biblical prophecy.", luglio 2004

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Vincenzo Pinto, I sionisti, M&B Publishing, Milano 2001
  • Theodor Herzl, Lo stato ebraico, Il Melangolo, Genova 2003
  • Walter Laqueur, The History of Zionism, Tauris Parke Paperbacks, 2003 (ISBN 1-86064-932-7)
  • Vittorio Dan Segre, Le metamorfosi di Israele, Utet, Torino 2008
  • Claudio Vercelli, Israele. Storia dello Stato (1881-2008). Giuntina, Firenze 2008
  • Giulio Schiavoni e Guido Massino (a cura di), Verso una terra 'antica e nuova'. Culture del sionismo (1895-1948), Carocci, Roma 2011
  • M. Berkowitz, Zionist Culture and West European Jewry before the First World War, Chapel Hill, North Carolina University Press, 1993
  • Chaim Potok, "Danny l'eletto" (romanzo, 1967)
  • Paolo Di Motoli, voce "Sionismo" uscita in versione rivista e abbreviata in  “Gli Ismi della politica. 52 voci per ascoltare il presente”  a cura di A. D'Orsi, Viella Editore 2010
  • Vincenzo Pinto, Kadimah! Saggi sull'identità ebraica (1998-2012), Free Ebrei, Torino 2013

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