Zona della morte

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La locuzione zona della morte indica, in alpinismo, quelle altitudini molto elevate (oltre gli 8.000 metri circa) entro le quali, a causa della ridotta presenza di ossigeno, la vita umana non è a lungo sostenibile.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

A tali altitudini la respirazione polmonare non fornisce ossigeno sufficiente a sostenere le funzioni vitali dell'organismo e le cellule cominciano a morire. A più basse quote l'organismo può acclimatarsi e sopravvivere, ma nella zona della morte l'acclimatazione duratura è fisiologicamente impossibile e l'organismo comincia a morire perdendo poco a poco le sue funzioni.

Il periodo di soggiorno nella zona della morte deve essere dunque ridotto il più possibile per evitare l'incorrere di danni irreversibili ad alcune delle funzioni vitali, soprattutto quelle cerebrali, e la funzione respiratoria può essere aiutata da apposito equipaggiamento.

Nota[modifica | modifica wikitesto]

Gli effetti fisiologici sul corpo umano dovuti all'ipossia da alta quota possono presentarsi anche a quote più basse di quelle della zona della morte, variando da persona a persona ed indipendentemente dal fatto che tale persona sia un alpinista professionista o un semplice escursionista. I problemi correlati si possono infatti presentare, per alcune persone, poco oltre i 6.000 metri; per altri la quota critica è posta a circa 6.500/7.000 metri; ma sono anche capitati casi in cui gli effetti negativi, per certi alpinisti, si sono presentati oltre gli 8.200/8.300 metri.

Ad ogni buon conto, esiste una quota oltre la quale un essere umano, per quanto coperto, allenato ed equipaggiato, non può stare più di qualche giorno al massimo senza andare incontro a morte certa; e tale quota critica è posta convenzionalmente a circa 8.000 metri.