Yahya Jammeh

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Yahya Jammeh
Yahya Jammeh.jpg

Presidente del Gambia
Durata mandato 22 luglio 1994 –
19 gennaio 2017
Vice presidente Isatou Njie-Saidy
Predecessore Dawda Jawara
Successore Adama Barrow

Dati generali
Partito politico Alleanza Patriottica per il Riorientamento e la Costruzione
Università Istituto dell'Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza
Yahya Jammeh
NascitaKanilai, 25 maggio 1965
Dati militari
Paese servitoFlag of The Gambia.svg Gambia
Forza armataFlag of The Gambia.svg Gendarmeria nazionale del Gambia
Flag of The Gambia.svg Esercito nazionale del Gambia
Anni di servizio1984-1996
GradoColonnello
Comandante diGendarmeria nazionale del Gambia
voci di militari presenti su Wikipedia

Yahya Abdul-Aziz Jemus Junkung Jammeh (Kanilai, 25 maggio 1965) è un politico e militare gambiano, Presidente del Gambia dal luglio 1994 al gennaio 2017.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Jammeh con Michelle e Barack Obama

Secondo presidente del Gambia, ha assunto il potere di fatto appena ventinovenne con un golpe il 22 luglio 1994, ma è stato eletto nel 1996 col supporto dei suo partito, l'Alleanza Patriottica per il Riorientamento e la Costruzione. Di recente convertitosi all'Islam[senza fonte], ha rinviato a causa del Ramadan le elezioni presidenziali del 2006 dalle quali è comunque uscito vincitore, anche se contestato dall'opposizione, appoggiato dal Senegal. È stato fortemente criticato dalla comunità internazionale per le sue politiche apertamente in contrasto con i diritti umani e per il suo atteggiamento repressivo verso l'omosessualità. In vari discorsi pubblici ha espresso la propria avversione verso le persone omosessuali promuovendo la loro criminalizzazione e minacce di morte.[1]

Il 12 dicembre 2015, durante una conferenza, ha proclamato il Gambia una repubblica islamica, in linea con la religione praticata dalla maggioranza della popolazione, affermando: "Il destino del Gambia è nelle mani di Allah. A partire da oggi il Gambia è uno Stato islamico. Noi saremo uno Stato islamico che rispetterà i diritti dei cittadini".[2]

È noto per far imprigionare e uccidere i propri oppositori ed espellere i giornalisti stranieri. Sostiene di avere poteri taumaturgici che guariscono dall’AIDS e dall’infertilità.[3]

Il 1º dicembre 2016 ha perso le elezioni presidenziali dopo 22 anni di governo autoritario, contro il candidato dell'opposizione Adama Barrow.[3] Dopo un'iniziale accettazione della sconfitta,[4][5] il 9 dicembre ha annunciato di non voler riconoscere il risultato a causa di "serie ed inaccettabili anormalità".[6] Ciò ha scatenato pesanti reazioni contro Jammeh, il quale, se non si fosse dimesso entro il 19 dicembre, avrebbe subito l'attacco militare dell'ECOWAS[7] e il disconoscimento come Presidente da parte dell'Unione africana.[8] Nonostante ciò, il 17 gennaio 2017 ha proclamato novanta giorni di stato di emergenza.[9][10]

Il 19 gennaio 2017 Barrow ha ugualmente giurato come presidente del Paese nella sede dell'ambasciata del Gambia in Senegal, a Dakar, non riconosciuto da Jammeh.[11] Il 21 gennaio, su minaccia di un intervento militare dei Paesi dell'ECOWAS, Jammeh annuncia alla televisione di Stato la sua decisione di riconoscere Barrow presidente e accetta di andare in esilio.[12][13] Il 22 gennaio successivo Jammeh parte in esilio verso la Guinea Equatoriale, portando però con sé circa 12 milioni di euro (l'1% del PIL nazionale), oggetti del palazzo presidenziale e svariate auto di lusso.[14][15]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Redazione, Yahya Jammeh, presidente del Gambia minaccia: "Se sei gay ti taglio la gola. E nessun bianco può farci niente" (FOTO), su L'Huffington Post, 13 maggio 2015. URL consultato il 14 dicembre 2016.
  2. ^ Il Gambia da oggi è uno "Stato islamico", su rainews. URL consultato il 12 dicembre 2015.
  3. ^ a b In Gambia ha vinto l’opposizione, a sorpresa, Il Post.it, 2 dicembre 2016.
  4. ^ Fulvio Beltrami, Gambia: il dittatore accetta la sconfitta elettorale [collegamento interrotto], su L'Indro, 5 dicembre 2016. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  5. ^ (EN) Gambia's President Jammeh concedes defeat in election, su France 24, 2 dicembre 2016. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  6. ^ (EN) Gambia leader Yahya Jammeh rejects election result, su BBC News, 10 dicembre 2016. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  7. ^ (EN) Adam Withnall, West African bloc threatens to invade Gambia if incumbent Jammeh refuses to give up power, su The Independent, 23 dicembre 2016. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  8. ^ (EN) Aaron Maasho, African Union says it will stop recognising Jammeh as Gambian president from January 19, su Reuters, 13 gennaio 2017. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  9. ^ (EN) Gambia's Yahya Jammeh declares state of emergency, su Al Jazeera, 17 gennaio 2017. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  10. ^ L. M., AFRICA/GAMBIA - Il Presidente uscente Jammeh non cede il potere e si prepara allo scontro, su Agenzia Fides, 18 gennaio 2017. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  11. ^ (EN) Gambia's Barrow sworn in as president as regional troops gather, Reuters, 19 gennaio 2017. URL consultato il 19 gennaio 2017.
  12. ^ Andrea Spinelli Barrile, Gambia, Jammeh cede alle pressioni e lascia il Paese, su International Business Times Italia, 20 gennaio 2017. URL consultato il 21 gennaio 2017 (archiviato dall'url originale il 20 gennaio 2017).
  13. ^ (EN) Gambia's Yahya Jammeh confirms he will step down, Al Jazeera, 21 gennaio 2017. URL consultato il 21 gennaio 2017.
  14. ^ Lorenzo Simoncelli, In fuga con 12 milioni, auto di lusso e sculture Jammeh prosciuga le casse pubbliche del Gambia, su La Stampa, 23 gennaio 2017. URL consultato il 23 gennaio 2017.
  15. ^ Gambia, Jammeh in esilio. E ruba allo Stato l'1% del pil e le auto di lusso, su la Repubblica, 23 gennaio 2017. URL consultato il 23 gennaio 2017.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN18991644 · ISNI (EN0000 0000 4567 1247 · LCCN (ENn98014688 · GND (DE1068074388 · WorldCat Identities (ENlccn-n98014688