Weber (azienda)

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Fabbrica Italiana Carburatori Weber
Stato Italia Italia
Fondazione 1923 a Bologna
Fondata da Edoardo Weber
Chiusura 1992
Gruppo Magneti Marelli
Settore Trasporto
Prodotti carburatori
Sito web www.webercarburatori.com
Motore della Ferrari 250TR Spider del 1961 equipaggiata con sei carburatori doppiocorpo Weber.
Weber 45DCOE9. Il modello è stampigliato sul coperchio della camera, dopo la dicitura "TIPO".

La Weber è una storica fabbrica di carburatori, facente parte attualmente del gruppo Magneti Marelli, a sua volta di Fiat Chrysler Automobiles, fondata da Edoardo Weber nel 1923 a Bologna. Facente parte del gruppo Magneti Marelli, dalla fine degli anni ottanta ha mutato il suo nome societario con vari passaggi da Weber s.r.l. in Magneti Marelli s.p.a., mantenendo Weber come marchio commerciale. I carburatori Weber vengono attualmente prodotti in Spagna a Madrid.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Edoardo Weber (1889–1945) iniziò a lavorare per Fiat a Torino nel 1914 e poi presso un concessionario a Bologna. Dopo la prima guerra mondiale, con la benzina a prezzo elevato, ottenne un certo successo vendendo kit di conversione per autocarri a kerosene.[1] L'azienda fu chiamata Fabbrica Italiana Carburatori Weber nel 1923 quando Weber produsse carburatori per il kit di conversione Fiat. Weber fu pioniere nella costruzione di carburatori doppio corpo, con due venturi di misure diverse, la pompa più piccola attiva a bassa velocità e la più grande attiva ad alte velocità.

Negli anni'30 Weber iniziò a produrre carburatori per motori da corsa. Un carburatore per cilindro. Vennero usati per Maserati e Alfa Romeo. Nel 1938 su una Alfa Romeo 8C.[2]

Dopo la morte di Weber nel 1945, Fiat assume il controllo della società nel 1952. Carburatori Weber equipaggiavano Abarth, Alfa Romeo, Aston Martin, BMW, Chrysler, Ferrari, Fiat, Ford, Lamborghini, Lancia, Lotus, Maserati, Morgan, Porsche, Renault, Triumph e Volkswagen.

Nel 1986, Fiat prese il controllo anche della concorrente Solex, facendo una fusione in Raggruppamento Controllo Motore o "Engine Management Group". Nel 2001 divennero Magneti Marelli Powertrain S.p.A.[1] Prodotti Weber originali vennero costruiti a Bologna fino al 1992, poi la produzione fu trasferita a Madrid.

Nel 1992 era la più grande del mondo (produceva 7 milioni di carburatori l'anno) e dal 1993 con l'avvento dei catalizzatori e dell'iniezione elettronica a seguito dell'introduzione della normativa Euro I, è stata l'unica fabbrica al mondo di carburatori per auto a non fallire nel passaggio carburatore-iniezione elettronica. Tutte le altre fabbriche di carburatori fallirono; gli attuali maggiori produttori di iniezioni elettroniche sono Bosch, Siemens, Motorola, ecc.

Modelli[modifica | modifica wikitesto]

I carburatori Weber sono marchiati sul coperchio della camera.[3] Il numero indica il diametro (in mm) del passaggio farfalla, ma poi ha perso questa connotazione. Se il numero è una coppia a due cifre, vuo dire che le farfalle hanno stesso diametro e operano contemporaneamente; Due coppie di numeri separate (esempio: 28/36), vogliono dire diametri diversi e apertura di una prima e poi della seconda farfalla.[4] I numeri sono seguiti da lettere, con varie caratteristiche: DCOE indica l'ingresso aria laterale; DCD tipo a pistone con valvola starter opposta e così via.[5] Dopo le lettere vi sono altri numeri, seguiti da una lettera (esempio: 4B, 13A) che indica la seria.[6] Esempio di designazione: 40 DCOE 29, 45 DCOE 9, etc.[7]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c (EN) David LaChance, Supply Side: Weber in Hemmings Sports & Exotic Car, vol. 7, nº 7, Bennington, VT, Hemmings Motor News, marzo 2012, p. 64, ISSN 1555-6867.
  2. ^ (EN) Jonathan Thompson, Scale Plan Series: 1935-37 8C 35, 12C 36 and 12C 37 Alfa Romeos in Model Car & Track, vol. 1, nº 6, settembre 1964, p. 30. URL consultato il 16 maggio 2012.
  3. ^ (EN) Ian Penberthy, How to Restore Fuel Systems and Carburettors, Osprey Restoration Guide, London, Osprey Publishing, 1988, p. 84, ISBN 0-85045-784-X, 15.
  4. ^ (EN) Penberthy 1988, pp. 84, 86
  5. ^ (EN) Penberthy 1988, pp. 84, 86, 97
  6. ^ (EN) Penberthy 1988, pp. 86, 96
  7. ^ (EN) Penberthy 1988, p. 95

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]