Web tax

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Con webtax (o web tax) si indica la proposta di legge che punta, nell’era dell’economia digitale, alla regolamentazione della tassazione per le multinazionali che operano in Rete, con l’obiettivo di garantire equità fiscale e concorrenza leale[1].

Voluta fortemente dal deputato PD Francesco Boccia[2], la webtax è il tentativo di far pagare le imposte indirette alle Over the Top che operano e fanno profitti in diversi Paesi del mondo ma non utilizzano la partita iva del Paese in cui erogano i servizi o commercializzano prodotti. In questo modo si porrebbe fine ad un’elusione fiscale su scala globale di decine di miliardi di euro.

“La ratio – si legge nella relazione alla proposta di legge presentata da Francesco Boccia nel 2013 (AC 1662) - è quella di contrastare l'evasione fiscale tipica delle transazioni online, intese come commercio elettronico diretto o indiretto che sfuggono al regime di tassazione dei Paesi dove vengono fruiti i beni o i servizi venduti e sui quali si producono ricavi. L'esigenza è quella di non consentire che società estere non paghino le tasse nei Paesi dove operano, ma in quelli dove hanno la sede legale che, molto spesso, hanno un'imposizione fiscale molto più bassa di quella dei Paesi membri dell'Unione europea”.

La proposta, assorbita da un emendamento alla Legge di Stabilità 2014, è stata approvata all’unanimità in commissione Bilancio e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 27 dicembre 2013 (comma 33 della legge n.147 del 27 dicembre 2013)[3].

La norma, che sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1º gennaio 2014, è stata prima rinviata al 1º luglio 2014 nel decreto ‘Salva Roma bis’ e poi cancellata[4] definitivamente dall’allora neo segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, come primo atto da neo Premier, nel decreto ‘Salva Roma ter’ (decreto legge 6 marzo 2014, n.16); la cancellazione della norma venne comunicata con un tweet dello stesso Renzi il 28 febbraio 2014.

In sede di conversione del decreto legge 50/2017 è stato approvato un emendamento, a prima firma Francesco Boccia, che introduce la cosiddetta web tax transitoria. Le imprese attive sul web con oltre 1 miliardo di fatturato, che effettuano cessioni di beni e prestazioni di servizi nel territorio dello Stato per un ammontare superiore a 50 milioni di euro, per le quali si configura l'ipotesi di "stabile organizzazione", possono stringere accordi preventivi con l'Agenzia delle Entrate ed evitare le inchieste della magistratura. È prevista una sorta di compliance rafforzata per evitare di infrangere la legge e di pagare sanzioni. Gli incassi della web tax, secondo quanto previsto dall’emendamento, saranno destinati al Fondo per la non autosufficienza al Fondo per le politiche sociali "per un ammontare non inferiore a 100 milioni di euro annui" e per la restante parte al Fondo per la riduzione della pressione fiscale nato con la legge di stabilità del 2014. L’emendamento Boccia è stato sottoscritto da PD, Ap, FdI, Sinistra Italiana, Mdp, FI, Cor, Possibile. Astenuti la Lega, il Movimento 5 Stelle e Scelta Civica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco Bisozzi, La web tax è sacrosanta. E aiuta gli italiani - Panorama, in Panorama, 27 novembre 2013. URL consultato il 1° marzo 2017.
  2. ^ Web tax, la norma passa alla Camera in commissione Bilancio, in Il Sole 24 ORE. URL consultato il 1° marzo 2017.
  3. ^ #WebTax, Francesco Boccia: ‘Abolita solo l’Iva. Resta la tracciabilità dei pagamenti, key4biz.it.
  4. ^ Boccia: "Caro Matteo, sulla web tax hai preso una cantonata", su L'Huffington Post. URL consultato il 1° marzo 2017.
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