Vocabolario della Crusca

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Vocabolario della Crusca
Titolo originale Vocabolario degli Accademici della Crusca
Vocabolario della Crusca 1612.jpg
Frontespizio della prima edizione
del vocabolario (1612)
Autore Accademia della Crusca
1ª ed. originale 1612
Genere dizionario
Lingua originale italiano

Il Vocabolario degli Accademici della Crusca è stato il primo vocabolario della lingua italiana. Uscito nel 1612, fu realizzato e pubblicato dall'Accademia della Crusca, istituzione culturale fondata a Firenze nel 1583. È stato anche il secondo grande vocabolario di una lingua moderna, preceduto solamente di un anno dal Tesoro della lingua spagnola di Sebastián de Covarrubias (1611).

Genesi[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi anni del XVI secolo l'Accademia della Crusca iniziò a pensare alla realizzazione di un vocabolario. Scopo dell'iniziativa era compilare un grande dizionario della lingua fiorentina, per difenderla e anzi imporla come modello. Il titolo con cui l'opera fu concepita fu Vocabolario della lingua toscana (1608)[1]. Vi si dedicarono a tempo pieno trentacinque "accademici".

Lapide commemorativa del primo vocabolario italiano in via Pellicceria a Firenze nei pressi del Palagio di parte Guelfa

In sede di decisione finale si attivò tra i cruscanti una lunga discussione, che durò fino al 1610. Al termine fu scelto il titolo neutrale di Vocabolario degli Accademici della Crusca.[2]
Il 13 ottobre 1610 i deputati al vocabolario inviarono al segretario dell'Accademia (Bastiano de' Rossi) tutto il materiale. L'opera fu stampata a Venezia, centro di eccellenza dell'arte tipografica italiana ed europea.

Il primo Vocabolario[modifica | modifica wikitesto]

L'editio princeps del vocabolario fu pubblicata nel 1612. Dai tratti marcatamente classici, il Vocabolario degli Accademici della Crusca intendeva comprendere solo parole della lingua toscana, in particolare il lessico degli scrittori fiorentini del Trecento (Dante, Petrarca, Boccaccio) e gli autori del XIII secolo (il Secolo d'oro).

Il progetto venne messo a punto nel 1591, grazie all'interesse di Leonardo Salviati verso la filologia; Salviati, basandosi sulle idee bembiane in ambito linguistico, condusse lo spoglio non limitandosi alle tre corone fiorentine, ma allargandosi a tutti gli autori, purché trecentisti e fiorentini. Divennero di grande importanza, allora, i cosiddetti "testi a penna", ovvero i manoscritti inediti posseduti dai singoli accademici. Lo spoglio, però, riguardò anche autori successivi «(come Lorenzo de' Medici, Berni, Machiavelli, Salviati stesso), o non fiorentini (come Bembo e l'Ariosto), anche se dei primi furono scelte le voci d'uso, e dei secondi solo le parole più belle e di matrice fiorentina».[3]

Per quanto riguarda il lemmario, si ebbe una larga presenza di forme locali fiorentine e toscane e di voci basse e plebee[Sicuro che in linguistica si usino questi termini?], con l'accoglimento pure di alcuni latinismi. Vennero escluse peraltro forme già consuete nell'uso, anche scritto, e si ebbe una scarsa presenza e una sommaria descrizione per le voci tecnico-scientifiche.

La struttura della voce si differenzia da quella tipica dei dizionari del XVI secolo. Vengono meno, infatti, le distinzioni fra lingua della prosa e della poesia, il riferimento agli usi regionali e alle questioni grammaticali. In campo etimologico vengono spogliate solamente quelle "che abbiano gentilezza e sieno a proposito". Gli articoli, inoltre, si uniformano: le definizioni sinonimiche per i nomi concreti vedono un solo sinonimo, mentre per i nomi astratti una serie sinonimica; gli omonimi di diversa categoria grammaticale vengono segnalati come tali e, infine, i participi sono registrati sotto l'infinito del verbo se non hanno chiaro valore autonomo.


Nonostante le critiche per il fiorentinismo arcaicizzante adottato, Il Vocabolario s'impose largamente sia in Italia sia all'estero; la sua superiorità nei confronti dei lessici preesistenti «consisteva soprattutto nell'organizzazione tecnica dell'opera, e nel gran numero di citazioni, curate in maniera per quei tempi esemplare».[4] L'opera, inoltre, era innovativa anche perché costituiva «uno dei primi tentativi di introduzione dell'ordine alfabetico delle voci e di metodo di definizione e documentazione lessicale, divenuto in seguito consuetudinario per opere di tal genere».[5]

Seconda edizione[modifica | modifica wikitesto]

Frontespizio della seconda edizione del Vocabolario (1623).

La seconda edizione, a cura di Bastiano de' Rossi uscì a Venezia, nel 1623. Si trattava di poco più che una ristampa, anche se «comprendeva comunque tra i nuovi autori accolti Annibal Caro, Lorenzo de' Medici, Michelangelo, Claudio Tolomei, (...) Ludovico Martelli, Bernardo Segni».[5]

Rispetto all'edizione precedente, aumenta il numero dei nomi astratti e viene migliorato il metodo di costruzione degli articoli, evitando rinvii inopportuni o scomodi.

Terza edizione[modifica | modifica wikitesto]

Le scelte operate in occasione della prima edizione del Vocabolario generarono molte critiche - che si affiancarono ai grandi apprezzamenti per l'opera - di cui gli Accademici tennero conto per il loro successivo lavoro.

In particolare, la terza edizione, datata 1691 stampata a Firenze in tre volumi, presentò novità di grande rilievo:

  • fu inserita l'indicazione va (voce antica) per segnalare le parole che venivano registrate quale mera testimonianza storica e non più come esempio da seguire;
  • la lista degli Autori da cui furono tratti gli esempi era molto più ampia e comprendeva anche autori recenti;
  • aumentò il numero delle voci tratte da opere scientifiche del Seicento, anche dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo. In quest'ambito risultò importante il lavoro dei seguenti accademici: Redi (famoso peraltro per le sue falsificazioni sotto il nome dell'autore da lui inventato, Sandro da Pippozzo), Magalotti e del principe Leopoldo de' Medici, il quale, grazie all'inchiesta dal vivo, introdusse il lessico legato alla caccia, all'architettura militare e alla marineria;
  • il lemmario si arricchisce di suffissati e alterati;
  • alcune voci non presentano citazioni d'autore, poiché sulla loro correttezza garantisce lo stesso Vocabolario;
  • numerosi forestierismi e voci dell'uso comune.

Quarta edizione[modifica | modifica wikitesto]

La quarta edizione apparve in Firenze in sei volumi, dal 1729 al 1738, presso Domenico Maria Manni. La «gamma dei modelli linguistici fu estesa anche a Sannazaro, Cellini, Benedetto Menzini, Lorenzo Lippi».[5]

Novità rispetto all'edizione precedente:

  • aumento delle voci basse legate al mondo contadino, delle voci affettive[non chiaro] e delle famiglie di parole;
  • registrati forestierismi documentabili anche con citazioni d'autore;
  • messa in evidenza delle diverse stratificazioni della lingua e dei livelli stilistici;
  • fra le voci scientifiche, accolti vocaboli dotti di origine greca o latina;
  • chiusura maggiore all'ambito tecnico-scientifico.

Quinta edizione[modifica | modifica wikitesto]

Il 3 marzo 1809 il trono di Toscana venne assegnato a Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone Bonaparte, la quale però non aveva la facoltà di modificare o emettere nuove leggi, competenza esclusiva del fratello. Tutte le leggi, i proclami, le lettere, i manifesti, gli editti, ecc. erano scritti in lingua francese; tuttavia Napoleone il 9 aprile 1809 concesse ai Fiorentini di poter parlare la propria lingua con l'emanazione di un decreto emesso dal Palazzo delle Tuileries. In tale decreto si affermava che «La lingua italiana potrà essere impiegata in Toscana a concorrenza colla lingua francese, nei tribunali, negli atti passati davanti notari e nelle scritture private.» ed inoltre, per far sfoggio della benevolenza francese, si aggiungeva: «Noi abbiamo fondato e fondiamo col presente decreto un premio annuale di 500 napoleoni, i di cui fondi saranno fatti dalla nostra lista civile e che verrà dato secondo il rapporto che ci sarà fatto, agli autori le cui opere contribuiranno con maggiore efficacia a mantenere la lingua italiana in tutta la sua purezza.»

Con il successivo decreto del 9 gennaio 1811 si ristabilì l'antica Accademia della Crusca «particolarmente incaricata della revisione del dizionario della lingua italiana, e della conservazione della purità della lingua medesima.» Grazie a questa riapertura venne emesso il quinto dizionario italiano dell'Accademia. Per gli accademici fu stabilito un assegno annuo di 500 franchi; di 1000 franchi agli incaricati della compilazione del dizionario; e di 1200 al segretario. L'Opera, tuttavia, procedette con grandissima lentezza: la lettera «O» fu terminata nel 1923.

Il XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1965 fu sancita la separazione dell'Accademia dal progetto del Vocabolario. Successivamente nacque l'«Opera del Vocabolario». Con l'abbozzo del Nuovo grande dizionario storico della lingua italiana si tornò a parlare del completamento dell'opera e a suddividere il progetto in periodi storici.

Dal 1983 l'Opera del Vocabolario è un Istituto del Consiglio Nazionale delle Ricerche con sede presso l'Accademia della Crusca (legge del 6 gennaio 1983, n. 6).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Lorenzo Tomasin, L'«italiano» è una parola!, in Il Sole 24 Ore, 29 gennaio 2012, p. 28.
  2. ^ Il titolo Vocabolario della lingua toscana non fu cancellato del tutto: comparve infatti nel nullaosta editoriale concesso da Venezia nel gennaio 1611. Il testo dell'autorizzazione fu riportato subito dopo il frontespizio della prima edizione dell'opera. Cfr. Tomasini.
  3. ^ Amedeo Benedetti, L'Accademia della Crusca e la sua biblioteca, "Biblioteche Oggi", n. 9, novembre 2007, p. 44.
  4. ^ Giovanni Grazzini, L'Accademia della crusca, Firenze, G. Civelli, 1968, p. 13.
  5. ^ a b c Amedeo Benedetti, cit., p. 44.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]