Vittorio Betteloni

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Vittorio Betteloni

Vittorio Betteloni (Verona, 14 giugno 1840Castelrotto di San Pietro in Cariano, 1º settembre 1910) è stato un poeta italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Inizia, appena adolescente, a buttar giù versi con l'incoraggiamento del padre Cesare, anch'egli poeta, alla cui morte per suicidio, nel 1858, è affidato alla tutela dell'altro noto poeta e amico di famiglia, Aleardo Aleardi, che lo iscrive alla facoltà di legge dell'Università di Padova.[1]

Dal 1859 prosegue gli studi a Torino e poi a Pisa dove si laurea (1862) e scrive le prime prove poetiche, le trentatré liriche del Canzoniere dei vent'anni. Tornato a Verona, interrompe la tranquillità di una vita piuttosto ritirata solo per recarsi talvolta a Milano, dove frequenta il milieu della Scapigliatura e diventa amico di alcuni dei suoi esponenti, come Emilio Praga. Nel 1869 pubblica la raccolta In primavera.[1]

Betteloni si sposa nel 1872 con Silvia Rensi, figlia di Francesco, animatore di un salotto letterario e patriottico nella città meneghina. Dalla moglie ha tre figli, tra i quali Gianfranco (nato nel 1876), anch'egli poeta, oltre che editore e curatore delle opere del padre. Negli anni Settanta la passione per le letterature in lingua inglese e tedesca si concretizza nella traduzione di parte del Don Giovanni byroniano, edita nel 1875 con il titolo di Aideia, e in quella completa del poemetto di Robert Hamerling Assuero a Roma, pubblicata l'anno dopo con titolo Nerone.[1]

Nel 1875 la visita di Carducci a Verona gli permette di conoscere il celebre poeta, con il quale stringe un'amicizia destinata a durare tutta la vita. Carducci legge le sue poesie, le apprezza e lo incoraggia nell'attività poetica; scrive una prefazione elogiativa, già apparsa nel Fanfulla della domenica, ai suoi Nuovi versi, pubblicati nel 1880.[1]

Dal 1877 insegna letteratura italiana nel Reale Collegio degli Angeli di Verona, traduce l'Arminio e Dorotea di Goethe, pubblicato nel 1892, e, completando l'opera intrapresa in passato, il Don Giovanni di Byron, edito nel 1897. Collabora inoltre ai due quotidiani scaligeri L'Adige e L'Arena.[1]

Muore nel 1910 nella villa che porta il suo nome, di proprietà dei suoi antenati fin dal 1665, nella frazione veronese di Castelrotto nel comune di San Pietro in Cariano.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Le raccolte poetiche In primavera, 1869, Nuovi versi, 1880, Crisantemi, 1903; il romanzo Prima lotta, 1896.

Nota critica[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi decenni dell'Unità, appare nella poesia italiana un cauto realismo che non taglia i ponti con la tradizione classica ma rifiuta tanto l'enfasi risorgimentale che certo patetismo romantico. I versi del Betteloni, volutamente prosastici in modo da aderire alla dimensione dimessa dei piccoli casi quotidiani, hanno un andamento narrativo ora rappresentando liete rievocazioni di amori giovanili, ora ripiegandosi in un controllato intimismo. I toni smorzati della sua poesia, percorsa da venature ironiche, precorre in parte il prossimo Crepuscolarismo.

Dai primi, ancora acerbi versi del Canzoniere dei vent'anni appare già la cifra stilistica del Betteloni:

Poi ti tenevo dietro piano piano,
com'è costume dei novelli amanti,
pur di scorgerti solo da lontano,
senza parere all'occhio dei passanti:

e tu con atto cauto e sospettoso,
per non mostrar che a me ponessi mente,
volgevi a mezzo il capo tuo vezzoso,
ad or ad or non molto di sovente;

ma non molto di rado tuttavia
temendo pur che addietro io fossi troppo,
o non pigliassi a caso un'altra via,
o in qualche amico non facessi intoppo.

Quindi arrivata, ancor sul limitare
il piede soffermavi un breve istante:
là t'arrestavi a rapida guardare
s'io pur non ero tuttavia distante;

poscia, fatte le scale in un momento,
al terrazzo accorrendo t'affacciavi;
io ti venivo innanzi lento, lento,
tu col sorriso allor mi salutavi.

Mentre nel frammento A se stesso, datato luglio 1910, probabilmente i suoi ultimi versi, c'è la leggerezza tenue e ironica di tutta la sua vita:

Ho compiuti settant'anni,
e son qui pien di malanni
che mi tocca sopportar
con la gran filosofia
di chi altro non può far.
Con la gran filosofia
di chi aspetta d'andar via
per più indietro non tornar.
Disperarsi è tempo perso,
di restare non c'è verso:
devo andare all'ora mia:
dunque andiamo, e così sia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e M. Bonfantini, « Betteloni, Vittorio », in Dizionario Biografico degli Italiani, su treccani.it. URL consultato il 27 aprile 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • V. B., Prima lotta, Torino, Roux, Trassati e C., 1897
  • Gioachino Brognoligo, Vittorio Betteloni. Note biografiche e critiche desunte dal suo carteggio, Bologna, Zanichelli, 1938
  • V. B., Impressioni critiche e ricordi autobiografici, Napoli, Ricciardi, 1941
  • V. B., Opere complete, a cura di M. Bonfantini, Milano, Mondadori, 1946
  • Mario Bonfantini, « Betteloni, Vittorio », in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 9, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana, 1967
  • Stefano Ghidinelli, Vittorio Betteloni. Un poeta senza pubblico, Milano, LED Edizioni Universitarie, 2007 ISBN 978-88-7916-351-4
  • Alberto Luciano, L'incanto del vero. La poesia di Vittorio Betteloni e Olindo Guerrini, Verona, Fiorini, 2012 ISBN 978-88-9641-942-7

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN45109320 · ISNI (EN0000 0001 1025 9970 · SBN IT\ICCU\RAVV\001464 · LCCN (ENn2006092007 · GND (DE11933321X · BNF (FRcb120045959 (data) · BAV (EN495/99226 · WorldCat Identities (ENlccn-n2006092007