Vittorio Ambrosini

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Vittorio Ambrosini (Favara, 26 febbraio 1893Roma, 20 ottobre 1971) è stato un militare e giornalista italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Fratello di Gaspare, Alessandro e Antonio Ambrosini, è stato un personaggio alquanto singolare, rimasto celebre per il suo impegno politico, su schieramenti opposti, durante il periodo storico che va da inizio Novecento alla fine della Seconda guerra mondiale.

Già nel 1913 inizia la professione giornalistica come corrispondente da Berlino del Giornale di Sicilia. Interventista di sinistra, si arruola volontario nella prima guerra mondiale arrivando al grado di capitano. Nel 1919 si laurea in giurisprudenza. Fonda quel'anno con Giuseppe Bottai, Mario Carli, Piero Bolzon l'"Associazione fra gli Arditi d'Italia" e collaborò al Popolo d'Italia. Ambrosini è il fondatore della sezione degli ex Arditi di Palermo e nell'aprile del 1919 è tra i fondatori, nel capoluogo isolano, dei primi "Fasci di Combattimento" mussoliniani in Sicilia.

L'Arditismo rosso[modifica | modifica wikitesto]

Presto però segue Argo Secondari, dopo l'assalto squadritistico alla Camera del Lavoro di Milano di ex Arditi e futuristi, nella scissione che dà vita agli Arditi del Popolo (dai quali Giuseppe Bottai prende le distanze) e aderisce al Partito Socialista Italiano. È il capo dei Gruppi Arditi Rossi e fonda il periodico "Ardito Rosso". Ambrosini e Giuseppe Mingrino sono i soli fra i nomi di spicco del Fronte Unito Arditi del Popolo che, anche se non si possono annoverare fra i maggiori capi militari del movimento; gli altri capi continuarono la loro lotta sia in Spagna che nella Resistenza, (Guido Picelli, Antonio Cieri, Vincenzo Baldazzi, Alceste De Ambris, ad es., rifiutando come per quest'ultimo le allettanti proposte del regime visti i suoi trascorsi di interventista di sinistra e di sindacalista rivoluzionario). Ambrosini scrive una lettera all'Avanti! con cui si annuncia la rottura di buona parte degli arditi_futuristi con Mussolini, ma la risposta dei socialisti (almeno quella ufficiale) è di invettive verso Ambrosini ed Argo Secondari; è finito, il mai iniziato formalmente, idillio fra ex Arditi, arditi_futuristi e socialisti. Nello stesso anno, Ambrosini scrive diversi lavori per l'Avanti! attaccando Benito Mussolini ed i futuristi e ricevendo lodi da Amadeo Bordiga, forse, anche se l'articolo non è firmato, per le sue prese di posizione sul giornale il Soviet del 7 settembre 1919. Nel periodo del biennio rosso, Ambrosini struttura gli Arditi Rossi con un giornale: "L'Ardito Rosso", edito presso il fascio giovanile socialista[1] di Milano.

Ambrosini fugge a San Marino perché pende sulla sua testa un mandato di cattura ed ivi specifica le finalità e la struttura organizzativa dei Gruppi Arditi Rossi (G. A. R.): Si mette, quindi, a disposizione della neonata Frazione comunista del P. S. I. e nel contempo tenta di raggiungere D'annunzio per prendere Fiume, ma non riesce a raggiungerlo a causa dei mandati di cattura che gli impediscono movimenti adeguati sul territorio nazionale e si rifugia in Austria.

L'adesione al Partito comunista d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Quando sorge il Partito Comunista d'Italia, nel 1921, vi aderisce. È da notare che fra i dirigenti del Partito Comunista d'Italia, Ambrosini e Nicola Bombacci fan parte della minoranza del Partito Comunista d'Italia che è favorevole agli Arditi del Popolo seguendo le indicazioni dell'Internazionale comunista. Ma son le posizioni della minoranza del gruppo comunista dirigente italiano.

Ambrosini su "L'Internationale Communiste" pubblica un articolo in cui rinforza le critiche rivolte al Partito Comunista d'Italia da Vorovskij, rappresentante del governo sovietico a Roma mentre Umberto Terracini riconferma la posizione ufficiale del Partito Comunista d'Italia su Correspondance Internationale del dicembre del 1921. Pubblica un libretto: "Per la difesa e la riscossa del proletariato italiano" in cui continua a dissentire dalla linea "Bordighiana" sui metodi di autodifesa proletaria, e dopo il congresso di Roma del 1922 si dimette dal Partito. A Vienna, all'inizio del 1923, fonda, in perfetto accordo con i dettami del IV Congresso del Comintern, si avvicina ancora al PSI, auspicando un nuovo raggruppamento dal nome "Partito Comunista d'Italia Unificato". Ambrosini, tornato in Italia nel 1924 al momento dell'omicidio di Giacomo Matteotti, assume posizioni contro i socialisti ed accetta incarichi come agente provocatore da Crispo Moncada, scrivendo contemporaneamente su L'Epoca, quotidiano diretto da Giuseppe Bottai, l'"intellettuale" del fascismo.

L'adesione al PNF[modifica | modifica wikitesto]

Ambrosini chiede quell'anno la tessera del PNF, che gli viene inizialmente rifiutata, tra i commenti pungenti de l'Avanti. Poi è ancora fra i fondatori di una rivista "La Sintesi" intitolata in questo modo perché fa riferimento ad un discorso di Benito Mussolini del 7 giugno 1924 in cui Mussolini indicava una via politica di congiungimento fra i due grossi movimenti rivoluzionari del dopoguerra (rivoluzionari per il fascismo è un aggettivo dato dal "duce"): il fascismo ed il bolscevismo.

Anna Kuliscioff scrivendo a Filippo Turati nell'agosto

« .... ieri poi D'Aragona....(ha avuto solo) una conversazione con Vittorio Ambrosini, quel tale su "Roma-Mosca", (Ambrosini) ora agente della repubblica dei Soviet, come era nel ‘19-20 agente provocatore dell'arditismo rosso.". »

Ambrosini conferma in questo discorso nel contenuto

« "politicamente mi trovo tra Lenin e Mussolini, cioè per l'uno e per l'altro per quel tanto di rivoluzionario che entrambi hanno, e ritengo che dai due debba venire la sintesi di nuova vita politica e sociale". »

La rivista "Sintesi" viene sciolta nel 1926 ed Ambrosini fonda "Movimento Impero Lavoro" e scrive sulla rivista "Lo Stato Sindacale". Svolge nel contempo un lavoro di tramite fra ambienti fascisti ed addetti dell'ambasciata sovietica facendosi promotore dell'incontro fra Edmondo Rossoni[2] accompagnato da Augusto Turati, in cui concessero un'intervista a Vladimir Kournosov inviato dell'agenzia Tass.

Ambrosini va a Parigi nel 1926 assieme ad Alfredo Gerevini, infiltrato nel "Gruppo sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni", prende contatto con Giuseppe Mingrino ed insieme fanno da agenti provocatori nell'ambiente dei fuoriusciti fascisti, come Cesare Rossi e Carlo Bazzi, scontrandosi con lo stesso responsabile del partito a Parigi. [3]

L'invio al confino e la seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Tornato in Italia alla fine del 1926, è spedito al confino a Lampedusa dal regime fascista e vi resta fino al 1931, quando viene liberato, restando in Sicilia fino al 1934. Da quella data si stabilì a Roma esercitando l'attivtà fornse e tentando di attivare una casa editrice di studi corporativi.

Secondo alcuni autori inizia a collaborare col numero di codice 532 con la polizia politica fascista, riprende le amicizie coi vecchi compagni antifascisti e comincia ad inviare informative su questi ultimi ai servizi del regime. La collaborazione con la polizia politica continuerà fino al maggio del 1943.[4]. Allo scoppio della guerra, collabora con i fascisti dissidenti di Felice Chilanti (che nel prosieguo diverrà uno dei capi della Resistenza romana).

Nel dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la guerra riesce ad avere un attestato che esclude che lui abbia mai fatto parte dell'OVRA tramite l'"amicizia" di un ex capo della polizia: Carmine Senise[5], Fonda "Il tribuno socialista" ed il "Gruppo politico indipendente Italiani di Sicilia di Africa e del Mediterraneo" e si candida all'Assemblea Costituente senza essere eletto. Come avvocato assume anche la difesa di Amleto Poveromo, uno degli assassini di Giacomo Matteotti. Nel 1947 è attivo in un gruppo neofascista il "Partito fascista repubblicano"[6].

Nel 1958 è candidato in parlamento col Movimento Sociale Italiano senza essere eletto, da cui si stacca passando alla destra democristiana. Ambrosini, come si vede, si muove freneticamente, facendo e disfacendo, passando da una parte all'altra sempre tendendo ad ordire strane trame ed Ernesto Rossi asserisce:

« Dalla Guida Monaci[7] 1956 risulta che Vittorio Ambrosini è oggi presidente dell'Ente Nazionale Difesa Civile d'Italia, presidente dell'Ente Italiano Assistenza per il Ceto Medio, Proletariato intellettuale e Sottoproletariato, direttore del periodico "La difesa dell'Italia e degli Italiani" »

oltre ad essere stato nel secondo dopoguerra anche presidente della Federazione nazionale Arditi d'Italia

Indro Montanelli scrive a Leo Longanesi di essere stato sfidato a duello dall'avvocato Ambrosini, capo di una "Lega pugiadista italiana" a causa di un suo articolo sul Corriere della sera, il tramite è il conte Ottavio Martinis Marchi ed il colonnello Aurelio Favia, questo dà ancora maggiormente un'idea del carattere di Ambrosini e dei vari ambienti da lui frequentati, compreso Rauti, Borghese, De Lorenzo questo nel seguito attorno alla fine anni '60, da dove inizia l'ultima fase della vita di Ambrosini con collegamenti alle stragi fasciste ed alla strategia della tensione:

Ambrosini scrive il 14 dicembre 1969 all'allora ministro dell'Interno Franco Restivo e del deputato comunista Achille Stuani dicendo di essere a conoscenza di alcuni retroscena della strage di Piazza Fontana: fa il nome di Ordine Nuovo, dice che gli attentatori vanno ricercati nel "gruppo di dissidenti usciti dal MSI che andarono in licenza premio in Grecia". Nel luglio 1970, interrogato dai magistrati, però ritratta tutto. Ma un anno dopo, incontrandosi con Stuani, ribadisce di essere al corrente di fatti gravi. [8]

Il suicidio[modifica | modifica wikitesto]

Nel settembre 1971 Ambrosini viene ricoverato in ospedale, per sospetto infarto. Il 21 ottobre muore suicida, lanciandosi dal settimo piano della clinica, (la sua camera era però al quinto: nota non appartenente allo stralcio qui riportato) dopo aver lasciato un biglietto di addio. Ma le circostanze della sua morte non sono chiare e molti dubitano che di vero suicidio si trattò."[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Antonio Gramsci - Città Futura
  2. ^ [1]
  3. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-ambrosini_(Dizionario-Biografico)/
  4. ^ Mauro Canali, Le spie del regime, Bologna, Il Mulino, 2004, ad indicem
  5. ^ [2]
  6. ^ https://casarrubea.wordpress.com/2008/07/31/le-matrici-golpiste-in-italia-antologia-di-documenti-top-secret-1945-47/
  7. ^ [3]
  8. ^ http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=VittorioAmbrosini
  9. ^ Silj Alessandro Libri - I libri dell'autore: Silj Alessandro - Libreria Universitaria

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Personaggi di Favara - Vittorio Ambrosini

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