Vishap

Una vishap (in armeno Վիշապ?, "drago" o "grande serpente", latinizzato talvolta anche nella forma Višap) è uno dei caratteristici monoliti di pietra diffusi sull'altopiano armeno.
Secondo le leggende medievali riportate nei codici custoditi nel Matenadaran, a Erevan, le cime dei monti dell'Armenia erano popolate da draghi giganteschi, che governavano le tempeste e custodivano le sorgenti d'acqua; questi venivano rappresentati nei pascoli d'alta quota da stele di basalto posizionate verticalmente.[1]
Descrizione
[modifica | modifica wikitesto]I vishap sono alti fino a 5 metri, e ne esistono di due tipi: uno in cui la pietra è levigata fino ad assumere la forma di un parallelepipedo, su cui viene rappresentata la testa di un capride con le corna ricurve, e un secondo in cui la pietra ha forma oblunga e tondeggiante, che richiama la sagoma di un pesce. Il ritrovamento di vishap in cui le due caratteristiche coesistono dimostra che si tratta di una forma d'arte univoca, probabilmente legata a culti religiosi.
I vishap sono collocati nei pressi delle sorgenti di fiumi o laghi sui pascoli a quote comprese tra i 2000 e i 3000 m s.l.m.; l'analisi dei vishap ritrovati e della letteratura dedicata collocano l'epicentro del fenomeno nelle montagne intorno al fiume Araks, benché siano stati ritrovati dei vishap anche nelle aree montane della Turchia orientale e della Georgia meridionale.[1]
Storia e scoperta
[modifica | modifica wikitesto]Nessuno dei vishap esistenti nella sua collocazione originaria è ancora in posizione eretta. Delle analisi al carbonio-14 di frammenti trovati in una fossa sepolcrale in cui era collocato un vishap hanno datato il fenomeno al III millennio a.C., epoca a cui probabilmente risalgono i più antichi.[1]
Nell'età del bronzo, alcuni vishap furono riutilizzati come pietre tombali, mentre nell'età del ferro alcuni vennero modificati dando loro delle forme antropomorfe, come nel caso del vishap di Oltu. In epoca uratriana, il sovrano Argishti I fece praticare delle incisioni cuneiformi su un vishap a Garni, e in epoca medievale alcuni vennero usati per farne dei khachkar.[1]
La prima menzione dell'esistenza di queste stele, nell'area tra la città turca di Erzurum e il Lago Sevan, risale alla letteratura di viaggio di alcuni autori armeni; la prima pubblicazione dedicata risale invece al 1931, quando l'archeologo di origini georgiane Nikolaj Jakovlevič Marr pubblicò un testo in francese, intitolato Les Vishaps e corredato di tavole fotografiche, risalenti ad una spedizione da lui condotta nel 1909-1910 sui monti Gegham insieme allo storico dell'arte russo Jacob Ivanovič Smirnov.[2]
In epoche più recenti, i vishap erano oggetto di venerazione da parte dei pastori yazidi che percorrevano l'area. Nel XX secolo, in epoca sovietica, diversi vishap vennero collocati nei parchi di Erevan.[1]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 4 5 Alessandra Gilibert, Nella terra dei draghi giganti, in Archeo, vol. 394, 2017, pp. 40-57.
- ↑ Alessandra Gilibert e Marina Storaci, The vishapakars of the Geghama Mountains: a synopsis, in Armen Petrosyan e Arsen Bobokhyan (a cura di), The Vishap Stone Stelae, Erevan, Gitutyun Publishing House, 2015, pp. 171-175, ISBN 978-5-8080-1083-3.
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