Villa Palombara

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la villa romana meglio nota come villa di Plinio, vedi Villa della Palombara.
Villa Palombara
Villa Palombara.png
Localizzazione
StatoItalia Italia
ProvinciaLazio
LocalitàRoma
Informazioni generali
Condizionidemolito
CostruzioneXVII secolo
Demolizione1882 - 1887
UsoResidenza nobiliare
Realizzazione
AppaltatoreOddone V Savelli Palombara

Villa Palombara era una residenza situata negli antichi Horti Lamiani nei pressi della moderna piazza Vittorio Emanuele II a Roma, nel rione Esquilino, della quale rimangono come uniche vestigia la cosiddetta Porta Magica, adiacente all'area.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'antica villa Palombara in una mappa incisa da Giovanni Battista Falda (1676).

Dimora di Massimiliano II Savelli, marchese di Palombara (1614-1685), era stata edificata da suo padre, Oddone, su un terreno acquistato nel 1620 dal duca Alessandro Sforza.[1]

Massimiliano, uomo di vasta cultura e dedito ad interessi ermetici, vi fece costruire nel 1653 un proprio laboratorio seminterrato per i suoi esperimenti di alchimia, al quale si accedeva per un ingresso secondario che corrisponde all'attuale porta magica. La villa divenne così un circolo esoterico culturale, frequentato da vari personaggi tra cui la regina Cristina di Svezia, che allestì un suo gabinetto alchemico anche a palazzo Riario.[2]

Fra gli altri esponenti della cultura dell'epoca che vi presero parte, si annoverano alchimisti e scienziati come ad esempio il gesuita Athanasius Kircher, col quale il marchese condivise la conoscenza di antiche dottrine egiziane, l'astronomo Giovanni Cassini, il medico milanese Giuseppe Francesco Borri, e il poeta pesarese Francesco Maria Santinelli.[2]

A partire dal 1804 la villa fu acquisita dal principe Carlo della famiglia Massimo. Lo storico ed archeologo romano Francesco Cancellieri la descrisse ampiamente nel 1806, riportando i testi delle preziosissime epigrafi che ancora vi si potevano leggere, e che in seguito andarono irrimediabilmente perdute.[3] Dello stato della villa nel 1840, a cui era stato aggiunto un nuovo piano superiore, è rimasto un affresco situato all'ultimo piano del palazzo del principe Leone Massimo.[4]

La demolizione[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'annessione di Roma al nuovo regno d'Italia (1870), il palazzo fu espropriato e distrutto tra il 1882 e il 1887, insieme alle vicine villa Altieri e villa Astalli, per far posto alla costruzione della nuova piazza Vittorio Emanuele II.[5]

Incisione ottocentesca raffigurante la Porta Magica e i suoi simboli.

Sopravvisse solo la cosiddetta "Porta Magica", salvata presumibilmente per il suo alone di mistero e le curiosità leggendarie che alimentava. Fu sistemata nel giardino della piazza nel 1890, accanto a due statue prelevate dalle rovine del tempio di Serapide, raffiguranti il dio egizio Bes, alla stregua di due guardiani della soglia.[6]

Durante i lavori, che hanno permesso l'identificazione del sito con quello degli antichi Horti Lamiani, furono recuperate molte rilevanti sculture di epoca romana appartenenti alla dimora, oggi conservate per lo più nei musei Capitolini, in quelli Vaticani, e a palazzo Massimo alle Terme,[1] tra cui la più celebre è quella del Discobolo.[3]

La Porta Magica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Porta Alchemica.

La Porta Alchemica è l'unica sopravvissuta delle cinque porte della villa. Sull'arco di una di esse, situata sul lato opposto, vi era un'iscrizione che permette di datarla al 1680; vi erano inoltre altre quattro iscrizioni perdute sui muri della palazzina all'interno della villa.

Secondo una leggenda, questa porta sarebbe stata edificata come celebrazione di una riuscita trasmutazione avvenuta nel laboratorio di palazzo Riario.[7]

Secondo quanto tramandato dall'erudito Francesco Girolamo Cancellieri, un pellegrino denominato stibeum, dal nome latino dell'antimonio, fu ospitato nel palazzo per una notte. Costui, identificabile con l'alchimista Francesco Giuseppe Borri, setacciò i giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di produrre l'oro. Il mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso la porta, ma lasciò dietro di sé alcune pagliuzze d'oro, frutto di una riuscita operazione alchemica, e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della pietra filosofale.[8]

Il marchese, dopo vari tentativi falliti di decifrare il contenuto del manoscritto, decise di renderlo pubblico facendolo incidere sulle cinque porte della villa e sui muri della magione con tutti i suoi simboli ed enigmi, nella speranza che un giorno qualcuno fosse riuscito a decifrarli.[9]

La frase che contiene la formula magica è:[10]

FILIVS NOSTER
MORTVVS VIVIT
REX AB IGNE REDIT
ET CONIVGIO
GAVDET OCCVLTO

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Giulia Grassi, Le ville esquiline, su scudit.net.
  2. ^ a b Anonimo del Seicento, Istoria degli intrighi galanti della Regina Cristina di Svezia e della sua corte durante il di lei soggiorno a Roma, a cura di J. Bignami Odier e G. Morelli, Roma, 1979, pp. 38-40.
  3. ^ a b Francesco Cancellieri, Dissertazioni epistolari di G.B. Visconti e Filippo Waquier de la Barthe sopra la statua del discobolo scoperta nella Villa Palombara, arricchite con note e con le bizzarre iscrizioni della Villa Palombara, Roma, presso Antonio Fulgoni, 1806.
  4. ^ Eugène Canseliet, Due luoghi alchemici. In margine alla scienza e alla storia, pag. 67, Roma, Mediterranee, 1998.
  5. ^ (EN) Rome in the Footsteps of an XVIIIth Century Traveller, su romeartlover.it.
  6. ^ Roma segreta, su romasegreta.it.
  7. ^ Anna Maria Partini, Cristina di Svezia e il suo Cenacolo Alchemico, Roma, Mediterranee, 2010.
  8. ^ Cardano
  9. ^ Forse l'enigmatica carta potrebbe riferirsi, per concordanze storiche e geografiche dovute al passaggio di mano tra alcuni appartenenti al circolo alchemico di villa Palombara, al misterioso manoscritto Voynich, che faceva parte della collezione di testi alchemici appartenuti al re Rodolfo II di Boemia e donati da Cristina di Svezia al suo libraio Isaac Vossius, finiti nelle mani dell'erudito Athanasius Kircher, uno degli insegnanti del Borri nella scuola gesuitica.
  10. ^ (EN) Porta Magica di Villa Palombara, su romeartlover.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Nicoletta Cardano, La Porta Magica, Palombi, Roma, 1990.
  • Mino Gabriele, La porta magica di Roma simbolo dell'alchimia occidentale, Firenze, Leo S. Olschki, 2015.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]