Videocolor

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

Videocolor - successivamente denominata VDC Technologies - è stata un'azienda italiana produttrice di elettronica e componenti elettronici, con specializzazione nella produzione di cinescopi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fu costituita ad Anagni (FR) nel 1968 con la denominazione Ergon S.p.A. dal cav. Arnaldo Piccinini, già presidente della Voxson, come azienda produttrice di cinescopi per televisori a colori.

Nel 1971 la società viene ceduta alla Thomson, che la trasforma in una joint-venture con la RCA, e rinominata in Videocolor S.p.A., divenendo una delle più importanti realtà dell'industria componentistica elettronica nazionale. L'impresa conta circa 2.000 dipendenti, e fino al 1977, anno in cui partono le trasmissioni televisive a colori in Italia, il 95% dei cinescopi prodotti viene esportato all'estero[1].

Nel 1982, la multinazionale francese acquisisce il 100% del capitale dell'azienda laziale. Nello stesso anno, fa ingresso nel suo capitale, la finanziaria pubblica REL, che ne acquisisce il 20%[2].

Nel 1987, l'azienda ciociara realizza un fatturato di 400 miliardi di lire[3].

Il periodo di massimo successo della Videocolor sono gli anni 1990-2000, quando produce annualmente 4 milioni di cinescopi l'anno (di cui molti di tipo Flat) e impiega 2.500 lavoratori[4]. I cinescopi venivano montati non soltanto sui televisori Thomson, ma anche su quelli SABA e Telefunken.

Nel 2001 l'attività principale dell'azienda diviene la vendita dell'INVAR recuperato dai telai dei cinescopi "true flat" che non funzionano. Il motivo del malfunzionamento risiede nella errata progettazione dei telai, ma la direzione aziendale non li vuole correggere, nonostante la perdita annua che essa stessa quantifica in 100 miliardi di lire all'anno. Parallelamente salgono come mai prima i profitti del potere locale che gestisce il recupero dell'INVAR.

La VDC Technologies ed il fallimento[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2005 la Thomson - che aveva stabilito di liberarsi del settore dei tubi catodici e schermi vari - cede la Videocolor alla Videocon, del gruppo indiano Dhoot, multinazionale produttrice di elettrodomestici[5], dopo trattative durate circa un anno, con una dote di 185 milioni di euro per la riconversione industriale ed il mantenimento, per tre anni, dei dipendenti (diventati 1.400 dagli oltre 2.000 dell’inizio decennio).

Con la nuova proprietà l'azienda cambia denominazione in VDC Technologies S.p.A., e muta anche tipo di produzione passando dai tubi catodici a 4 nuove linee : l'assemblaggio di televisori, la produzione di pannelli al plasma, di condizionatori d’aria, e la ricerca per un nuovo plasma. L'unico ramo di attività che però mostra segni di crescita è quello della produzione di televisori, sia - per qualche anno ancora, nonostante siano obsoleti - CRT, che, soprattutto, di tipo LCD, dal 2007 prodotti con il marchio Nordmende[6]. Vi sono inoltre problemi di standard nella qualità nei prodotti che arrivano in Italia dalla casa madre.

Oltre a questo, di fronte a un investimento complessivo di circa 230 milioni di euro, lo Stato prevede di contribuire con un fondo di 71 milioni, ridotto poi a 53 milioni di euro, nel luglio del 2007. Nel frattempo, oltre a questioni legate ai dazi doganali sui pannelli tv che bloccano l'attività di fornitura per l'autunno di quell'anno, viene chiuso il reparto condizionatori ed il laboratorio di ricerca, rimanendo così - nel 2008 - aperta la sola l’attività di assemblaggio lcd e plasma di vecchio tipo, per cui sono sufficienti 400 addetti[7]. Per la produzione di schermi al plasma di nuovo tipo, la proprietà aveva addirittura comprato un'intera linea di produzione - nuova - a Taiwan, smontandola a importandola ad Anagni, in container con tutti macchinari che rimarranno però parcheggiati attorno al sito, chiusi ed inutilizzati[8].

Si è poi scoperto che quella linea di produzione non era "nuova", ma dismessa perché obsoleta da un produttore orientale mai identificato, e che i televisori al plasma commercializzati fino a quel momento erano stati importati tali e quali dalla Videocon, e non assemblati nello stabilimento di Anagni.

Nel 2008 viene quindi revocato il finanziamento stanziato dal Ministero dello Sviluppo Economico per la produzione di pannelli al plasma, per la parte ancora non erogata. Questo, grazie ad una memoria trasmessa il 15 maggio al Procuratore capo di Frosinone, nella quale si faceva presente che per ottenere quel finanziamento l'azienda "avrebbe potuto indifferentemente sostenere di voler realizzare navette spaziali per lo sviluppo del turismo su Marte, mostrando i prototipi in carta stagnola". Nella stessa memoria si evidenziava anche il paradosso secondo cui, a detta del consulente del Ministero dello Sviluppo Economico, la riuscita del progetto era subordinata al "costante aggiornamento delle tecnologie", difficile da sostenere dopo che il gruppo incaricato delle ricerca e dello sviluppo non era stato in grado di progettare un rettangolo di metallo alla portata di un fabbro.

Nonostante diventi il terzo fornitore europeo di televisori, Videocolor cade in una fase di crisi, dovuta al fatto che la gran parte degli apparecchi prodotti al plasma è rimasta invenduta[9]. La produzione è ferma dalla fine del 2009 e da allora i 1.300 lavoratori sono in cassa integrazione[10].

Nel maggio 2010 si verificano nuovi sviluppi per l'azienda ciociara, in quanto, è stato raggiunto l'accordo presso il Ministero dello Sviluppo Economico per la sua cessione alla Ssim, una società arabo-canadese il cui piano prevede la riassunzione di 950 dei 1.300 dipendenti in cinque anni, la conversione della produzione a quella di impianti per energia eolica e solare ed il mantenimento della produzione dei televisori.

Nel novembre 2011 viene notificato presso il Ministero dello Sviluppo Economico l'interessamento da parte della multinazionale giapponese Toshiba ad acquistare il sito produttivo di Anagni e ad effettuare importanti investimenti nello stabilimento ciociaro.

Il 26 giugno 2012 viene dichiarato ufficialmente, dalla Tribunale di Frosinone con circa un deficit di 100 milioni di euro, il fallimento dell'azienda[11].

Il sito industriale[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ottobre del 2018, il compendio industriale ed immobiliare, oramai abbandonato ed in degrado[12], viene acquistato dalla società Secomit Srl, con l'obbiettivo di una riacquisizione, recupero e reindustrializzazione dell'area[13].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (DE) pag. 163 del libro Wie Globalisierung gemacht wird: ein Vergleich der Organisationsformen und Konzernstrategien von General Electrics und Thomson/Thales di Lothar Hack del 2007, ed. Sigma
  2. ^ "REL, IL COLORE DEI SOLDI", articolo di Repubblica del 16 ottobre 1987
  3. ^ "LENTO DECLINO PER LA REL CHE PERDE 43,7 MILIARDI", articolo di Repubblica del 22 luglio 1988
  4. ^ Documento dal sito Enea.it[collegamento interrotto]
  5. ^ "Gli indiani sbarcano ad Anagni, cambia mano la Videocolor", articolo del Corriere della Sera del 27 gennaio 2005
  6. ^ "Gli indiani della Videocon rilanciano il marchio Nordmende", articolo di Repubblica del 2 luglio 2007
  7. ^ Videocon: come si uccide una fabbrica, su www.rassegna.it. URL consultato l'8 agosto 2019.
  8. ^ Videocon, l'ex gigante delle tv che regge un'intera provincia, su Inchieste - la Repubblica. URL consultato l'8 agosto 2019.
  9. ^ "Videocon, mordi e fuggi dei padroni indiani", articolo del Corriere della Sera del 14 luglio 2008
  10. ^ "Sfuma il sogno della Ciociaria 1300 posti a rischio alla Videocon", articolo di Repubblica del 27 ottobre 2009
  11. ^ Anagni – Videocolor: sentenza che lascia l'amaro in bocca, su TG24.info, 24 ottobre 2018. URL consultato l'8 agosto 2019.
  12. ^ Videocolor – Lost Italy, su lostitaly.it. URL consultato l'8 agosto 2019.
  13. ^ Ex Videocolor, sito acquisito da nuovo gruppo industriale: tutte le novità, su Mauro Buschini, 26 ottobre 2018. URL consultato l'8 agosto 2019.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Sito ufficiale, su vdctechnologies.it. URL consultato il 25 giugno 2010 (archiviato dall'url originale il 14 aprile 2010).