Venalità delle cariche

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« È perché, per ragioni di tesoreria, il re si attribuisce il diritto di vendere uffici di giustizia, che gli “appartengono», che si trova davanti dei magistrati, proprietari delle cariche, non solo indocili, ma ignoranti, preda di interessi, pronti al compromesso. »

(Michel Foucault [1])

La venalità delle cariche è una modalità di assegnazione delle cariche pubbliche fondato sulla compravendita delle medesime. Alternativamente, è una pratica di assegnazione delle cariche, degli uffici o di ogni altro incarico, pubblico o privato, civile o ecclesiastico, basata sulla vendita e sull'acquisto delle medesime, sia in forma di transazione legale e autorizzata, sia nel caso la compravendita abbia luogo illegalmente.

Requisiti della nozione più restrittiva[modifica | modifica wikitesto]

Occorre osservare che esiste una nozione più restrittiva del concetto sin qui delineato.

L'aspetto saliente di un tale punto di vista risiede nel postulare la necessità dei seguenti "prerequisiti" per parlare compiutamente di venalità delle cariche:

  • deve esistere uno Stato dotato di un apparato burocratico (anche se in forme molto diverse da quelle degli stati attuali);
  • deve esistere la figura dell'ufficiale, inteso come funzionario facente parte di un apparato e subordinato a un potere o a una autorità superiore;
  • l'ufficiale deve essere nominato (l'atto che gli conferisce i suoi poteri tecnicamente è detto "lettera patente di nomina") e non eletto, non cooptato, non deve ottenere l'incarico per aggiudicazione d'asta.
  • deve esistere l'obbligo al pagamento in denaro per ottenere la nomina (che poi questa sia trasmissibile ereditariamente o decada con la morte dell'ufficiale non è elemento vincolante).

Tale nozione sarebbe perfettamente esemplificata in questa definizione tratta da un Dizionario Storico on-line; questa è la venalità delle cariche e null'altro (alla stregua della nozione più restrittiva). È un fenomeno storico che si sviluppa nei secoli XIV-XVIII, soprattutto in Francia e Spagna, ma con qualche riflesso, magari tardivo e incompleto, anche negli antichi stati italiani del Rinascimento e dell'età moderna.

Origine dell'istituto[modifica | modifica wikitesto]

È noto che nell'antichità lo status di cittadino era connesso alla partecipazione alle attività belliche, ed ogni guerriero doveva essere in grado di provvedere in proprio alla fornitura del richiesto equipaggiamento (nel caso di chi militava nella cavalleria, ciò valeva anche per il cavallo stesso). Da ciò alla stratificazione della società in classi basate sul censo il passo è ovviamente breve. (È appena il caso di osservare che ciò determinava vistose discriminazioni fondate sul sesso, nel senso che la donna, normalmente estranea all'attività bellica, era automaticamente esclusa in pratica da ogni esercizio di potere - quanto meno sul piano dei princìpi.)

Di fatto, il commercio degli uffici pubblici andava quindi di pari passo con il concetto di aristocrazia collegata alla disponibilità di ingenti fortune, e ciò, peraltro, innescava un circolo vizioso di immobilizzazione sociale: l'abbiente poteva aspirare al potere, il potere andava esercitato dall'aristocratico in quanto "solvibile"[2].

Sul piano dell'ideologia, evidentemente la venalità delle cariche è il riflesso di una mentalità incapace di distinguere il patrimonio dello stato da quello del re e/o dell'élite dominante.

Esempi storici[modifica | modifica wikitesto]

« È bastato un secondo per staccargli la testa, non basterà forse un secolo per far nascere un altro come lui. »

(Joseph Lagrange)

Estinzione del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Per la coscienza dell'uomo contemporaneo, la venalità delle cariche è generalmente considerata riprovevole sul piano morale ed inaccettabile su quello della scienza politica.

Sia pure con i "corsi e ricorsi" che contraddistinguono il divenire storico, si può - con accettabile grado di approssimazione - indicare nella Rivoluzione Francese, e nella conseguente legislazione di Napoleone (entrambe radicate in valori razionalistici e borghesi) la causa che decreterà la fine storico-pratica della venalità delle cariche (quanto meno, sul piano dell'ufficialità giuridica; i fenomeni di commercio delle cariche rimangono oggi per lo più confinati nel dominio del diritto penale).

Effettivamente, anche con un provvedimento normativo esplicito, la venalità delle cariche fu abolita in concomitanza all'abolizione del feudalesimo già nelle prime fasi della vicenda rivoluzionaria francese (4 agosto 1789)[5].

John Keegan, nel suo La maschera del comando, ha messo in luce come proprio la "rivoluzione borghese" del 1789, separando il ruolo di capo militare da quello di leader politico, abbia da un lato creato le premesse per la genesi della figura del militare di professione (tanto più necessaria quanto maggiori divengono le dimensioni degli eserciti di leva, pure loro figli della Rivoluzione Francese), da un altro fondato il tabù (modernamente di generale accettazione) in virtù del quale la politica non fa per il militare (e viceversa)[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sorvegliare e punire, pag. 87
  2. ^ Bisogna, tuttavia, riconoscere la fondatezza del rilievo di chi osserva che la venalità delle cariche ha permesso ad un certo punto una qualche forma di mobilità sociale, consentendo che anche i borghesi, per virtù pecuniaria, accedessero alla cosiddetta "nobiltà di toga". Se questo non è soddisfacente per chi professi qualche forma di marxismo ortodosso, nondimeno si tratta di un ridimensionamento obiettivo del ceto degli "ottimati".
  3. ^ Almeno nominalmente, poiché il comando effettivo era esercitato da un luogotenente.
  4. ^ Aveva infatti precedentemente rigettato la domanda di accesso all'Accademia delle Scienze di Jean-Paul Marat, che sarebbe stato poi suo inflessibile inquisitore.
  5. ^ Georges Lefebvre, The French Revolution: Vol. 1, from Its Origins To 1793, Columbia U.P,, 1962, p. 130, ISBN 978-0-231-08598-4.
  6. ^ È appena il caso di osservare come questa impostazione contraddica la più famosa massima di Carl von Clausewitz, dichiarante la sostanziale continuità proprio tra politica e guerra.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pietro Del Negro, Guerra ed eserciti da Machiavelli a Napoleone, Bari, Laterza, 2001.
  • A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, Manuale di Storia 2. L'età moderna, Roma - Bari, Laterza
  • Ernst Peter Fischer, Aristotele, Einstein e gli altri, Raffaello Cortina Editore, ISBN 88-7078-455-X

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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