Italiano regionale

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L'italiano regionale è definito come la serie di varietà intermedie tra lingua standard e dialetto/lingua alloglotta,[1] o come una varietà di italiano che presenta, nei vari livelli linguistici, caratteristiche specifiche di un'area geografica.[2]

Continuum tra italiano e dialetto[modifica | modifica wikitesto]

In altre parole, il dialetto lascia delle impronte regionali più o meno marcate sull'italiano parlato da chiunque. Anche parlando italiano, i parlanti di diverse regioni mostreranno differenze ai vari livelli (lessicale, fonetico, grammaticale), laddove l'aspetto della pronuncia ha un ruolo preponderante.[3] Sono poche le eccezioni a questa regola e possono comprendere poche persone che in virtù di una particolare situazione (esempio: corsi di dizione) sono riuscite ad acquisire un italiano privo di tratti regionali.

L'italiano regionale è quindi osservabile anche in parlanti colti: in questo, si distingue dall'italiano popolare perché quest'ultimo è caratterizzato da evidenti limiti nella conoscenza delle norme linguistiche (ad esempio grammaticali) da parte dei parlanti, per quanto le due etichette di italiano regionale e popolare possono benissimo essere attribuite entrambe allo stesso enunciato della lingua parlata.[4]

Esiste un continuum, una serie di forme gradualmente diverse, tra italiano standard e dialetto,[5] passando da un italiano percepito come strettamente dialettale per arrivare alle parlate appena riconoscibili per la provenienza del parlante, spesso considerate "corrette" da chi ascolta. Queste variazioni sono percettibili all'interno della stessa località nello stesso momento (continuum dal punto di vista sincronico), in base alle caratteristiche sociolinguistiche dei parlanti ed in base al contesto. La scala di varietà intermedie tra italiano standard e dialetto è stata descritta, usando diversi termini, dai diversi studiosi.[6]

Continuum tra italiani regionali[modifica | modifica wikitesto]

In genere è possibile parlare anche di un continuum, di un passaggio graduale tra i vari italiani regionali, dato che neanche tra le varie regioni dialettale ci sono confini netti: diremo che il continuum è in questo caso di natura diatopica, quindi variabile gradualmente da un posto all'altro. Quali e quanti siano gli italiani regionali è questione ampiamente discussa, dato che le varie fonti vanno da tre regioni linguistiche ad un'intera ventina.[7]

Continuum storico dai dialetti all'italiano regionale[modifica | modifica wikitesto]

L'italiano regionale è il prodotto nato in maniera organica in un contesto storico: partendo da una situazione di monolinguismo basato sui dialetti locali, laddove il toscano era una parlata conosciuta da pochissimi, l'unificazione linguistica e politica dell'Italia è proceduta cercando, se non di unificare, di avvicinare le varie popolazioni con le loro tradizioni linguistiche.[8] L'italiano regionale è un prodotto di questa tendenza storica. Il parlante medio di dialetto, sempre più scolarizzato, assume una padronanza sempre maggiore dell'italiano standard, pur continuando spesso a conoscere il dialetto della zona e pur potendo cadere ogni tanto nella trappola dell'ipercorrettismo, correggendo quindi forme dialettali senza sapere che sarebbero ammissibili anche nella norma grammaticale dell'italiano. Essendo stato anche questo un processo di apprendimento graduale (alfabetizzazione, migrazione interna, servizio militare, mass media), anche in tal caso si può parlare di un continuum, di un percorso graduale attraverso i decenni se non addirittura attraverso i secoli (dunque di un continuum sull'asse diacronico).

Caratteristiche degli italiani regionali[modifica | modifica wikitesto]

In rosso, la linea La Spezia-Rimini.

Stabilire confini precisi è molto difficile in sede di linguistica, e quest'operazione al limite può essere compiuta per singoli fenomeni (ad esempio la diversa realizzazione di un suono), ma non per l'insieme di essi: si dovrà quindi procedere in parte per astrazioni. In generale si chiama isoglossa una linea immaginaria che segna il confine di un fenomeno linguistico. La linea detta tradizionalmente La Spezia-Rimini (anche se attualmente sarebbe spostata verso la linea Massa-Senigallia) è un'isoglossa di importanza fondamentale per l'Europa del Sud, che delimita un insieme di lingue nazionali e dialetti caratterizzati da fenomeni simili e che si differenziano da altri per questi stessi fenomeni.

Detta linea immaginaria si usa in questa sede per definire non solo un confine tra gruppi dialettali, ma anche tra gli italiani regionali settentrionali da una parte e gli italiani centrali e meridionali dall'altra. Altre zone abbastanza ben definite sono quella toscana, quella meridionale estrema (parte peninsulare della Calabria, Salento e Sicilia) nonché quella del sardo, che gioca un ruolo a sé stante.

Sulla base di confini come La Spezia-Rimini, si propongono qui alcuni gruppi di italiano regionale

Area settentrionale[modifica | modifica wikitesto]

L'italiano Settentrione è caratterizzato da una diversa distribuzione delle e e delle o aperte e chiuse ([e, ɛ, o, ɔ]) rispetto al modello fiorentino, particolarmente evidente a Milano, dove si sente la e aperta in posizione tonica in fine di parola (perché [per.ˈkɛ]) o in corpo di parola in sillaba chiusa (cioè seguita da consonante: stesso [ˈstɛs.so]) e la e chiusa invece in corpo di parola in sillaba aperta (cioè non seguita da consonante: bene ˈbeː.ne]). Caratteristica del nord in opposizione al sud è la s sempre sonora ([z]) in posizione intervocalica, laddove al sud essa è sempre sorda: [ˈkɔː.za] vs. [ˈkɔː.sa]. Sempre in opposizione al sud il nord si caratterizza per la riduzione del raddoppiamento fonosintattico in inizio di parola (dopo vocale) e, in particolar modo a Torino, per l'uso del passato prossimo nei verbi (invece del passato remoto diffuso al sud).

Notiamo inoltre l'uso diffuso dell'articolo determinativo abbinato ai nomi propri ("la Giulia", "il Carlo") e il rafforzamento delle espressioni con l'uso del pronome relativo "che". Nel lessico sono in uso parole come "anguria" (comune anche in Sardegna e Sicilia) invece di "cocomero", "bologna" per "mortadella" (ma non dappertutto), "piuttosto" nel senso di "anche" e non di "invece", ecc.

Toscana[modifica | modifica wikitesto]

In Toscana e soprattutto a Firenze è molto nota la gorgia, vale a dire la cosiddetta aspirazione (in realtà i foni sono consonanti fricative) delle consonanti occlusive in posizione post-vocalica, anche in inizio di parola se la parola precedente finisce per vocale: la casa [laha:sa], fino anche al suo totale dileguo. Sempre in fonetica si registra la riduzione del dittongo uo (ova, scola, bona...), mentre nella sintassi è in uso un sistema tripartito degli aggettivi dimostrativi: questo - codesto - quello, per indicare l'oggetto vicino rispettivamente al parlante (prima persona), all'interlocutore (seconda persona), o a nessuno dei due (terza persona). Notiamo anche l'uso della formula impersonale alla prima persona plurale: "noi si va" e la sostituzione del pronome soggetto di seconda persona singolare con la forma del pronome oggetto: "Te che fai stasera?". Diversi sono i casi di tale fenomeno anche nella lingua scritta. Inoltre tipico di diverse zone tra cui la Toscana è 'uso dell'articolo prima del nome proprio femminile (la Elena, la Giulia); tale uso è passato dalla Toscana anche in altre regioni, quando viene usato davanti al cognome di personaggi noti, specie del passato (il Manzoni). Nel lessico si registra l'uso di spenge invece di "spegne", oppure parole come "balocco", "busse" (percosse), "rena" (sabbia), "cencio" (panno), "cocomero" e non "anguria", ecc.

Va precisato che i dialetti storici toscani (ed, assieme a questi, la lingua corsa) appartengono allo stesso sistema linguistico dell'italiano, con minime differenze morfologiche e lessicali rispetto all'italiano standard, pertanto da questo punto di vista non vi è sostanziale differenza tra dialetto locale e italiano regionale; evidenti sono invece le differenze nella pronuncia delle consonanti, in virtù di fenomeni come la gorgia toscana, che mon sono mai entrati a far parte dell'italiano standard.

Area centromeridionale[modifica | modifica wikitesto]

L'Italia centrale, in particolare Roma, è caratterizzata dall'affricazione della s davanti a consonante nasale (insomma [ĩn.ˈʦõm.ma]), e dal raddoppiamento della b e della g (abile [ˈab.bi.le], regina [reʤ.ˈʤiː.na]). Diffusissima è l'apocope della sillaba finale della parola (ma' per "mamma", anda' per "andare" ecc.). Nella sintassi si registra l'uso dell'indicativo in dipendenza dei verba putandi ("credo che torna"), nel lessico parole come "pupo", "caciara", "pedalini" ecc.

Anche nel Meridione si registra una diversa distribuzione delle vocali chiuse e aperte, diversa però da quella settentrionale: in Calabria, Salento e Sicilia si hanno infatti solo i timbri aperti ([ɛ, ɔ]), mentre nelle altre regioni le discrepanze rispetto alla pronuncia standard sono minori (seppur rilevanti) e non omogenee (es. la pronuncia "giòrno" con o aperta è molto diffusa in Campania); sul lato adriatico sono più evidenti, come in certe aree dell'Abruzzo centro-orientale (Chieti-Sulmona), in gran parte della Puglia centro-settentrionale (Foggia-Bari-Taranto), e nella Basilicata orientale (Matera), dove è presente il cosiddetto "isocronismo sillabico": le vocali in sillaba libera sono tutte pronunciate chiuse e quelle in sillaba complicata tutte aperte (vedasi il noto esempio "un póco di pòllo"); addirittura nell'area teramana (Abruzzo settentrionale), e fino all'altezza di Pescara, le vocali vengono pronunciate con un unico suono aperto (ad es. "dòve volète andare stasèra?"), presentando così un'inspiegabile coincidenza con gli esiti fonetici meridionali estremi, pur non essendoci con essi alcun collegamento diretto. Come già detto qui la s intervocalica è sempre sorda, ed è frequente l'uso del passato remoto anche per tempi prossimi. Come per l'Italia centrale, sono comuni il raddoppiamento delle b e delle g e, sebbene in misura minore, l'affricazione della s in parole come "insomma", "falso", ecc. Prevalente poi (anche questo come in Italia centrale) è la posposizione del pronome possessivo, che viene messo dopo il sostantivo (il libro mio), fino alla fusione con esso in alcuni dialetti.

Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Italiano regionale della Sicilia.

Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Italiano regionale della Sardegna.

Si registrano alcune deviazioni dallo standard a livello strutturale (ad esempio "già" come rafforzativo): già lo farò, già andrò, o al presente: già mi piace), sintattico (es. verbo alla fine, frasi retoriche e frasi ironiche: già è poco bello = è molto bello / calco dal sardo jài est pagu bellu), grammaticale (riflessivi e pronominali con l'ausiliare avere: me l'ho comprato, te l'hai preso?, da mi l'apo comporadu, ti l'as pigadu? / mi d'apu comporau, ti d'as pigau?), e fonetico, che sotto quello lessicale, che comunque presenta ugualmente numerosi termini sconosciuti fuori dall'isola, soprattutto per influenza diretta delle lingue locali. Sono dovute a calchi, specie dal sardo, forme come cassare per dire "prendere, acchiappare" e furare, come sinonimo più caratteristico dell'italiano standard "rubare" : l'hanno cassato mentre furava nel negozio (calco sintattico: "d'ant cassau mentras furàat in sa butega"). Altri termini non hanno un'origine locale, come canadese ("tuta da ginnastica") o scacciacqua ("impermeabile"). Foneticamente, si ha un fenomeno di metafonesi: le e e le o toniche si pronunciano chiuse ([e, o]) se sono seguite da una vocale chiusa (i,u) e aperte se seguite da una vocale aperta (a, e, o). È inoltre tipicamente diffuso il rafforzamento delle consonanti, per esempio la v, con possibili fenomeni di ipercorrettismo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Berruto 2012,  p. 13.
  2. ^ Bonomi 2006, p. 27
  3. ^ Dardano, pag. 102.
  4. ^ Berruto, lista di esempi di parlato spontaneo in appendice.
  5. ^ unical, storia ipertestuale della lingua italiana
  6. ^ F. Sabatini, "L'italiano dell'uso medio: una realtà tra le varietà linguistiche italiane", pag. 172-173. In G. Holtus-E. Radtcke, bibliografia.
  7. ^ Holtus-E. Radtcke. passim, vedi bibliografia.
  8. ^ De Mauro, pagina 142.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Berruto, Sociolinguistica dell'italiano contemporaneo, Roma, Carocci, 2012.
  • Ilaria Bonomi, Andrea Masini, Silvia Morgana e Mario Piotti, Elementi di linguistica italiana, Roma, Carocci, 2006.
  • M. Dardano, Manualetto di linguistica italiana, Firenze, Zanichelli, 1991.
  • T. De Mauro, Storia Linguistica dell’Italia unita, Bari, Laterza, 1963.
  • G. Holtus e E. Radtcke (a cura di), Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, Tübingen, Gunter Narr, 1985.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]